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GESUINO NÉMUS racconta LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE

GESUINO NÉMUS racconta LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE (Elliot edizioni), Premio Campiello Opera Prima 2016 (e il nuovo romanzo: I bambini sardi non piangono mai)

di Gesuino Némus

«I libri mi hanno salvato la vita e mi hanno reso umano; e, quando vi sentite giù di morale, prima di andare in farmacia, entrate in una libreria. Provateci! Spendete di meno e vi divertite di più».

Quando, il 14 maggio del 1970, scrissi la prima paginetta della Teologia del Cinghiale, mai avrei immaginato che non ci sarebbe mai più stato un solo giorno della mia vita in cui non avrei scritto qualcosa sul mio quaderno “cinese”, così bello, nero, con la copertina in Bristol rigido e bordato di rosso. Compivo 12 anni e, solo al mondo, nel dormitorio di un collegio in un paesino dell’Ogliastra, Sardegna Orientale, firmai quella paginetta sul mio quaderno, in “bella e ornata grafia”, come Gesuino Némus; perché “nessuno” ero allora, a rappresentare le vite dei bambini emarginati, che sognavano di andare sulla luna, vestiti da astronauti. Scrivere era diventata la mia intima e privata felicità: non far leggere mai niente a nessuno, un dogma. Perché così è stata la mia vita: una continua, nevrotica, ossessiva ricerca dell’anonimato più totale.

«Perché questa è la vita degli scrittori. Passare la metà della propria esistenza a cercare spasmodicamente di farsi conoscere dall’umanità e, quando ci si è riusciti, trascorrere l’altra metà a nascondersi e maledire per sempre il momento in cui si è desiderata la notorietà. Ma tu, Gesuino, non farai mai questo errore, vero? Fregali tutti. Fai il contrario. Non far leggere mai niente a nessuno, neanche a me. È un dogma, hai capito? Vedrai che dopo morto diranno che eri un genio. Non si discute. Stai solo attento ai parenti, che spuntano come funghi a reclamare diritti».

«Ma don Co’, io solo al mondo sono… non ho padre né madre».

«Nella realtà, Gesuino. Ma in letteratura può succedere di tutto!».

Me la disse don Co’, questa frase, uno dei protagonisti del romanzo, il prete gesuita che si prese cura di me e dell’unico amico che abbia mai avuto, Matteo Trudìnu, il “piccolo tordo”, che mi sorrise sempre e mai mi disprezzò per il fatto di essere figlio di un pastore analfabeta e d’essere nato poverissimo in una casa senza acqua, luce né gas, e del mio ritardo mentale. Leggi tutto…