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Posts Tagged ‘gianni bonina articoli’

ISOLITUDINI di Massimo Onofri (recensione)

ISOLITUDINI di Massimo Onofri (La nave di Teseo)

di Gianni Bonina

Se non avesse diviso la sua vita tra due grandi isole, lui che alla terraferma deve anagrafe e formazione, questo libro dal titolo così bufaliniano – ma mutuato dal senso sciasciano della “particolarità delle vicissitudini storiche e della particolarità degli istituti” di un luogo, che può essere anche un’isola – non sarebbe potuto nascere. Reduce da due baedeker odeporici dedicati alla Sardegna e alla Sicilia, il viterbese Massimo Onofri, educato alla scuola civile di Sciascia e oggi docente di tenace contatto a Sassari, con Isolitudini (La nave di Teseo, pp. 492, euro 23) ha esteso l’orizzonte di una coscienza che deve sentire anche di tipo insulare fino a comprendere nel suo immaginario letterario un arcipelago di isole di ogni latitudine, ricostruendo un orbe terracqueo nel quale i continenti s’inabissano per lasciare in superficie solo aree di isolitudine e redigendo dunque un isolario che è anche una guida per turisti sedentari e un manuale per curiosi e letterati sognatori. Leggi tutto…

MARCO POLO di Gianluca Barbera (recensione)

MARCO POLO di Gianluca Barbera (Castelvecchi)

di Gianni Bonina

Quando il cardinale d’Este, letto l’Orlando furioso, chiedeva ad Ariosto «Messer Lodovico, da dove avete tratto tutte queste corbellerie?», la tradizione aristotelica faceva ancora da freno al romance in ambito soprattutto odeporico: la letteratura di viaggio era fondata sul combinato principio della realtà e della verità, per cui superare la soglia della verosimiglianza comportava, mancando la possibilità di riscontri, il discredito del narratore o il salto nel fantasy. Un secolo dopo Don Chisciotte avrebbe sancito la legittimità dell’avventura fantastica ma quasi trecento anni prima le corbellerie che poteva permettersi Ariosto, mandando gente sulla luna pur pavesando battaglie di crudo realismo, erano invece severamente vietate a un viaggiatore come Marco Polo che, dettando le sue memorie al compagno di prigionia, contava di essere creduto, ancorché le avventure raccontate ben potessero avere il carattere delle corbellerie. Leggi tutto…

LA FUNESTA DOCILITÀ di Salvatore Silvano Nigro (recensione)

LA FUNESTA DOCILITÀ di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio)

di Gianni Bonina

Non solo la natura ma anche la letteratura «è un tempio in cui dei pilastri viventi lasciano talvolta uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari». Con La funesta docilità (Sellerio) Salvatore Silvano Nigro porta argomenti a favore di Baudelaire rinvenendo corrispondences letterarie, ma anche storiche e di genere odonomastico, dentro la foresta di simboli, rimandi bibliografici e biografici che sono I promessi sposi: proponendoci il massimo romanzo nazionale alla stregua di un tempio dove entrare come fosse la prima volta, anche solo per scoprire come nell’edizione del 1840, la Quarantana, le vignette non svolgano un ruolo di illustrazioni ma, secondo i propositi di Manzoni, di integrazione del testo e dunque di racconto.
Nigro ci ha abituati a percorrere un testo guardando quelli che gli stanno a fianco e in questa occasione ha dato il meglio da un lato invitandoci a leggere I promessi sposi in una chiave che apre altri libri e da un altro radunando scrittori, artisti, registi di ogni tempo e luogo in un parnaso della cultura che è soprattutto un parlamento di etica e di giustizia quanto al tema centrale che è il linciaggio del Prina. Ciò che richiede molti saperi, soprattutto filologici. Leggi tutto…

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (recensione)

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (La nave di Teseo)

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di Gianni Bonina

Sciascia vedeva la giustizia come un “ingranaggio”: cadendoci si finisce dentro meccanismi di difficile regolazione. Un caso kafkiano, pressoché ignorato dalla stampa italiana, si sta avendo alla Corte d’assise di Palermo dove dall’anno scorso viene celebrato il processo a un eritreo ritenuto il re della tratta degli esseri umani nel Mediterraneo, arrestato il 24 maggio 2016 a Khartoum, capitale del Sudan. Si tratta di Medhanie Yehdego Mered, chiamato “il Generale”. A lui viene anche imputata la morte di 368 eritrei naufragati in acque italiane il 3 ottobre 2013 e di altre centinaia di migranti fatti imbarcare su barche destinate a colare a picco.
Ma dopo l’arresto “Il Guardian” di Londra diede notizia che la persona arrestata non era lo smuggler al quale le polizie europee stavano dando la caccia, trattandosi di un pastore eritreo identificato in Medhanie Tesfamariam Berhe, fuggito in Sudan per sottrarsi al servizio militare e non rischiare di morire nella guerra contro l’Etiopia. A dare la notizia uscita sul quotidiano inglese fu un giornalista palermitano, Lorenzo Tondo, lo stesso che per primo aveva reso noto sullo stesso giornale l’arresto del famigerato Mered, grazie ai rapporti pressoché di amicizia con il sostituto procuratore Calogero Ferrara, che dopo l’ecatombe di vite umane di tre anni prima, rispondendo anche a un impulso del governo, aveva dato vita a un pool di polizie europee da concentrare nella caccia al signore miliardario che controllava l’esodo dall’Africa in Europa, applicando nelle indagini gli stessi metodi da lui stesso adottati nella lotta alla mafia: intercettazioni telefoniche, ricerca di soffiate, adozione di un profilo del racket mutuato da quello verticistico di Cosa nostra. L’arresto di Mered fu annunciato con molta enfasi dalla magistratura italiana più celebrata e ammirata d’Italia, quella dove avevano militato Borsellino e Falcone, per modo che la scoperta che l’arrestato non era Mered avrebbe significato una solenne sconfessione. Leggi tutto…

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (recensione)

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (Melville)

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di Gianni Bonina

Dopo che Seneca, Bobbio e Simon de Beauvoir l’hanno spiegata; Yehoshua e Philip Roth narrata; Robert Redford e Jeane Fonda inscenata e – per restare alle migliori prove pluridisciplinari – dopo che Renato Zero e Claudio Baglioni l’hanno cantata, infine la vecchiaia ha ispirato un romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che non è un romanzo perché stilisticamente si presta come poema in prosa e più che una storia racconta una Ur-storia, la vita di ogni uomo che viene al mondo e poi muore. Presentandosi come la biografia per highlights di un’anziana diva morente, si rivela invece una struggente orazione funebre alla vita e un epinicio alla morte nei modi di una elegia che non poteva non essere intonata se non da un poeta maudit e colmo di amor fati – chi altri se no – un poeta capace di arrivare nei penetrali dell’animo umano pur non avendo esperienza diretta alcuna di vicende legate soprattutto all’età. E Alessandro Moscè, poeta marchigiano, restituisce con sorprendente efficacia un quadro della vecchiezza che è così vivido da rappresentarne, in una ottuagenaria costretta sulla sedia a rotelle, i dolori fisici e psichici con un sentimento che solo chi li viva può conoscere. Oppure un poeta. Leggi tutto…

QUANT’È VERO DIO di Sergio Givone (recensione)

QUANT’È VERO DIO. Perché non possiamo fare a meno della religione” di Sergio Givone (Solferino)

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di Gianni Bonina

Dall’indomani dell’ultima guerra mondiale ad oggi si è assistito a un progressivo rovesciamento dell’approccio mostrato alla religione da parte degli intellettuali e delle masse popolari: i primi, che pure avevano riconosciuto al trascendente una funzione necessaria al perseguimento del bene comune, hanno finito per ritenerla non più che una “agenzia morale” e una esperienza esclusivamente privata; i secondi, aperti a un futuro ottimistico dopo gli orrori della guerra e pronti a vagheggiare vantaggi concreti al posto di promesse consolatorie, ne hanno invece riscoperto lo spirito irenico e soterico fino ad assumere le forme più variegate di misticismo.
Questo processo ha riguardato unicamente l’Occidente e dunque il cristianesimo, che dato per storicizzato dalle ideologie materialistiche quali il marxismo e il neo-illuminismo insieme con ogni altra confessione di fede (il “Dio è morto nicciano” come annuncio a ogni divinità monoteista e politeista) si è invece rigenerato al disinganno di quelle ideologie ed oggi scopre che la stessa scienza – la fisica quantistica in particolare, alle prese con le incognite del caso e della probabilità – si interroga al suo cospetto su temi che riguardano la metafisica. La ricerca della verità è tornata perciò di competenza anche della religione, sicché la domanda di oggi non è più cosa legittimi la fede, tanto per assegnarle un ruolo comunque subalterno, ma cosa la fede legittimi. E quel che essa legittima è per Sergio Givone (autore del libro uscito da Solferino Quant’è vero Dio) addirittura il divenire politico, manovra che le permette di riconquistare la sua piena centralità nella vita degli uomini e nelle loro attività. Leggi tutto…

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (recensione)

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (Laterza)

di Gianni Bonina

Il moto, che è un fenomeno fisico, è anche un fondamento della storia, quantomeno dei modi di interpretarla. L’intuizione è di Luciano Canfora (autore di La scopa di don Abbondio, Laterza), che la ricava da Guerra e pace di Tolstoj. Il quale c’entra con Manzoni perché fa anch’egli storia scrivendo romanzi, ma ha soprattutto riguardo alla scopa che don Abbondio evoca come una provvidenza minore pensando al flagello della peste che “ha spazzato via certi soggetti” come don Rodrigo. Al pari del movimento che fa la scopa, il moto tolstojano è basculante, giacché avanza, arretra e poi avanza di nuovo. E movimento è detto il divenire storico, il cui moto, a differenza di quello fisico, non è rotatorio, semmai spiraleggiante o meglio ancora “sinuoso”, ovvero serpeggiante. Comunque mai rettilineo perché, contrariamente alla freccia del tempo, torna spesso e volentieri indietro.
Tale è appunto il moto storico concepito da Tolstoj che lo vede in senso olistico, frutto cioè dell’insieme delle volontà individuali (di massa più che di élite, per dire meglio: di persone e non di personaggi) che non hanno soluzione di continuità, diversamente da come riusciamo comunemente a comprendere la storia, quando la scomponiamo in unità compiute e autonome. Tuttavia anche Tolstoj, come nota Canfora, si addisse a raccontare la storia attraverso singole vicende, né riuscì a stabilirne il reale spirito. Come la natura, “non fa salto” né procede a brani scuciti, è vero, ma è tutt’altro che stabile come sarebbe un atomo pesante. Leggi tutto…