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Posts Tagged ‘gianni bonina articoli’

LASCIA FARE AL DESTINO di Vittorio Schiraldi (recensione)

“Lascia fare al destino” di Vittorio Schiraldi (Marlin)

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di Gianni Bonina

In una famiglia borghese romana, dove una figlia drogata costituisce un problema certamente molto meno grave e sentito che in una casa di operai o disoccupati priva di mezzi, marito e moglie sono costretti a regolare il loro ménage non più sui ritmi dei weekend fuori città con gli amici, tra ponti festivi, teatri e concerti, ma sul tralignamento di una ragazza la cui esperienza insegna loro a guardare il mondo in una prospettiva non più conforme al loro way of life e, meglio ancora, a indicare il modello invalente e capovolto dei «giovani di oggi che aggiornano i genitori su come vadano le cose del mondo».
L’incapacità dei coniugi di affrontare il problema della tossicodipendenza, unita alla consapevolezza di essere fuori dal mondo, passatisti e superati, tradisce il deficit di una condizione sociale nel cui canone la droga che entra in una casa rispettabile diventa motivo di vergogna e fonte di un ripensamento del proprio stato non solo di genitori ma anche di cittadini. Selvaggia, l’amica di Ilaria, stesso ceto e censo, stesso destino e stessi sogni adolescenziali infranti, così dice dei genitori: «Sembravano fatti di un solo pezzo di marmo, ma credo che alla fine abbiano capito come devono andare le cose». Nella nuova misura del mondo le cose vanno nella direzione appunto che prende il destino individuale, che è inaccessibile a un genitore, talché il padre alla fine si arrende e deve confessare a Lea, la moglie: «Non so più quale può essere il destino». Leggi tutto…

Pensieri e parole ai tempi del coronavirus #6 (di Gianni Bonina)

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

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di Gianni Bonina

La pubblicità televisiva, ignara del coronavirus, non serve in questi giorni a reclamizzare prodotti ma a ricordarci come siamo stati appena ieri. I piccoli gesti, come una mamma e la figlia sul prato, una tavolata di amici, una vitamina per i primi segni di raffreddore, un caffè con altri in un bar, ci arrivano a casa come scene di un mondo che abbiamo perduto e ci colgono nel pieno e nell’accoramento di un rimpianto reso più doloroso dall’incertezza del futuro. La pubblicità televisiva interrompe programmi, che sono finestre su quanto di drammatico sta succedendo fuori di casa, senza per la prima volta darci alcun fastidio. Non ci fa alzare per un bicchiere d’acqua o cambiare canale, perché ci unisce nella contemplazione amara di quanto fosse meravigliosa la normalità: come riaprire un album di foto di famiglia e dirsi “questo ero io” nel tempo della felicità inconsapevole, della semplicità condivisa, della banalità del bene. Leggi tutto…

LA VESTAGLIA DEL PADRE di Alessandro Moscè (recensione)

imageLA VESTAGLIA DEL PADRE di Alessandro Moscè (Aragno)

di Gianni Bonina

Alessandro Moscè è un poeta antinovecentista, della linea di Saba e Penna, passando per Montale e Pasolini. La sua è una poesia realista sorretta da uno sguardo topografico di cui dà prova anche la sua ultima silloge, La vestaglia del padre (Aragno, 12 euro). Sono i luoghi marchigiani e umbri ad alimentarla entro una cosmologia che comprende con i tópoi anche i lógoi, gli episodi della vita, i ricordi, quel mito dell’infanzia e dell’adolescenza che ha scaldato la letteratura del secondo Novecento e che Moscè fa proprio come un credo laico. Sennonché, tra drómenon e legómenon, il fatto e la sua rappresentazione, Moscè si muove anche nel campo che realista non è, dove la memoria agisce come strumento del cuore per fare della ragione un’elegia dei sentimenti. Leggi tutto…

ISOLITUDINI di Massimo Onofri (recensione)

ISOLITUDINI di Massimo Onofri (La nave di Teseo)

di Gianni Bonina

Se non avesse diviso la sua vita tra due grandi isole, lui che alla terraferma deve anagrafe e formazione, questo libro dal titolo così bufaliniano – ma mutuato dal senso sciasciano della “particolarità delle vicissitudini storiche e della particolarità degli istituti” di un luogo, che può essere anche un’isola – non sarebbe potuto nascere. Reduce da due baedeker odeporici dedicati alla Sardegna e alla Sicilia, il viterbese Massimo Onofri, educato alla scuola civile di Sciascia e oggi docente di tenace contatto a Sassari, con Isolitudini (La nave di Teseo, pp. 492, euro 23) ha esteso l’orizzonte di una coscienza che deve sentire anche di tipo insulare fino a comprendere nel suo immaginario letterario un arcipelago di isole di ogni latitudine, ricostruendo un orbe terracqueo nel quale i continenti s’inabissano per lasciare in superficie solo aree di isolitudine e redigendo dunque un isolario che è anche una guida per turisti sedentari e un manuale per curiosi e letterati sognatori. Leggi tutto…

MARCO POLO di Gianluca Barbera (recensione)

MARCO POLO di Gianluca Barbera (Castelvecchi)

di Gianni Bonina

Quando il cardinale d’Este, letto l’Orlando furioso, chiedeva ad Ariosto «Messer Lodovico, da dove avete tratto tutte queste corbellerie?», la tradizione aristotelica faceva ancora da freno al romance in ambito soprattutto odeporico: la letteratura di viaggio era fondata sul combinato principio della realtà e della verità, per cui superare la soglia della verosimiglianza comportava, mancando la possibilità di riscontri, il discredito del narratore o il salto nel fantasy. Un secolo dopo Don Chisciotte avrebbe sancito la legittimità dell’avventura fantastica ma quasi trecento anni prima le corbellerie che poteva permettersi Ariosto, mandando gente sulla luna pur pavesando battaglie di crudo realismo, erano invece severamente vietate a un viaggiatore come Marco Polo che, dettando le sue memorie al compagno di prigionia, contava di essere creduto, ancorché le avventure raccontate ben potessero avere il carattere delle corbellerie. Leggi tutto…

LA FUNESTA DOCILITÀ di Salvatore Silvano Nigro (recensione)

LA FUNESTA DOCILITÀ di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio)

di Gianni Bonina

Non solo la natura ma anche la letteratura «è un tempio in cui dei pilastri viventi lasciano talvolta uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari». Con La funesta docilità (Sellerio) Salvatore Silvano Nigro porta argomenti a favore di Baudelaire rinvenendo corrispondences letterarie, ma anche storiche e di genere odonomastico, dentro la foresta di simboli, rimandi bibliografici e biografici che sono I promessi sposi: proponendoci il massimo romanzo nazionale alla stregua di un tempio dove entrare come fosse la prima volta, anche solo per scoprire come nell’edizione del 1840, la Quarantana, le vignette non svolgano un ruolo di illustrazioni ma, secondo i propositi di Manzoni, di integrazione del testo e dunque di racconto.
Nigro ci ha abituati a percorrere un testo guardando quelli che gli stanno a fianco e in questa occasione ha dato il meglio da un lato invitandoci a leggere I promessi sposi in una chiave che apre altri libri e da un altro radunando scrittori, artisti, registi di ogni tempo e luogo in un parnaso della cultura che è soprattutto un parlamento di etica e di giustizia quanto al tema centrale che è il linciaggio del Prina. Ciò che richiede molti saperi, soprattutto filologici. Leggi tutto…

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (recensione)

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (La nave di Teseo)

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di Gianni Bonina

Sciascia vedeva la giustizia come un “ingranaggio”: cadendoci si finisce dentro meccanismi di difficile regolazione. Un caso kafkiano, pressoché ignorato dalla stampa italiana, si sta avendo alla Corte d’assise di Palermo dove dall’anno scorso viene celebrato il processo a un eritreo ritenuto il re della tratta degli esseri umani nel Mediterraneo, arrestato il 24 maggio 2016 a Khartoum, capitale del Sudan. Si tratta di Medhanie Yehdego Mered, chiamato “il Generale”. A lui viene anche imputata la morte di 368 eritrei naufragati in acque italiane il 3 ottobre 2013 e di altre centinaia di migranti fatti imbarcare su barche destinate a colare a picco.
Ma dopo l’arresto “Il Guardian” di Londra diede notizia che la persona arrestata non era lo smuggler al quale le polizie europee stavano dando la caccia, trattandosi di un pastore eritreo identificato in Medhanie Tesfamariam Berhe, fuggito in Sudan per sottrarsi al servizio militare e non rischiare di morire nella guerra contro l’Etiopia. A dare la notizia uscita sul quotidiano inglese fu un giornalista palermitano, Lorenzo Tondo, lo stesso che per primo aveva reso noto sullo stesso giornale l’arresto del famigerato Mered, grazie ai rapporti pressoché di amicizia con il sostituto procuratore Calogero Ferrara, che dopo l’ecatombe di vite umane di tre anni prima, rispondendo anche a un impulso del governo, aveva dato vita a un pool di polizie europee da concentrare nella caccia al signore miliardario che controllava l’esodo dall’Africa in Europa, applicando nelle indagini gli stessi metodi da lui stesso adottati nella lotta alla mafia: intercettazioni telefoniche, ricerca di soffiate, adozione di un profilo del racket mutuato da quello verticistico di Cosa nostra. L’arresto di Mered fu annunciato con molta enfasi dalla magistratura italiana più celebrata e ammirata d’Italia, quella dove avevano militato Borsellino e Falcone, per modo che la scoperta che l’arrestato non era Mered avrebbe significato una solenne sconfessione. Leggi tutto…

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (recensione)

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (Melville)

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di Gianni Bonina

Dopo che Seneca, Bobbio e Simon de Beauvoir l’hanno spiegata; Yehoshua e Philip Roth narrata; Robert Redford e Jeane Fonda inscenata e – per restare alle migliori prove pluridisciplinari – dopo che Renato Zero e Claudio Baglioni l’hanno cantata, infine la vecchiaia ha ispirato un romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che non è un romanzo perché stilisticamente si presta come poema in prosa e più che una storia racconta una Ur-storia, la vita di ogni uomo che viene al mondo e poi muore. Presentandosi come la biografia per highlights di un’anziana diva morente, si rivela invece una struggente orazione funebre alla vita e un epinicio alla morte nei modi di una elegia che non poteva non essere intonata se non da un poeta maudit e colmo di amor fati – chi altri se no – un poeta capace di arrivare nei penetrali dell’animo umano pur non avendo esperienza diretta alcuna di vicende legate soprattutto all’età. E Alessandro Moscè, poeta marchigiano, restituisce con sorprendente efficacia un quadro della vecchiezza che è così vivido da rappresentarne, in una ottuagenaria costretta sulla sedia a rotelle, i dolori fisici e psichici con un sentimento che solo chi li viva può conoscere. Oppure un poeta. Leggi tutto…

QUANT’È VERO DIO di Sergio Givone (recensione)

QUANT’È VERO DIO. Perché non possiamo fare a meno della religione” di Sergio Givone (Solferino)

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di Gianni Bonina

Dall’indomani dell’ultima guerra mondiale ad oggi si è assistito a un progressivo rovesciamento dell’approccio mostrato alla religione da parte degli intellettuali e delle masse popolari: i primi, che pure avevano riconosciuto al trascendente una funzione necessaria al perseguimento del bene comune, hanno finito per ritenerla non più che una “agenzia morale” e una esperienza esclusivamente privata; i secondi, aperti a un futuro ottimistico dopo gli orrori della guerra e pronti a vagheggiare vantaggi concreti al posto di promesse consolatorie, ne hanno invece riscoperto lo spirito irenico e soterico fino ad assumere le forme più variegate di misticismo.
Questo processo ha riguardato unicamente l’Occidente e dunque il cristianesimo, che dato per storicizzato dalle ideologie materialistiche quali il marxismo e il neo-illuminismo insieme con ogni altra confessione di fede (il “Dio è morto nicciano” come annuncio a ogni divinità monoteista e politeista) si è invece rigenerato al disinganno di quelle ideologie ed oggi scopre che la stessa scienza – la fisica quantistica in particolare, alle prese con le incognite del caso e della probabilità – si interroga al suo cospetto su temi che riguardano la metafisica. La ricerca della verità è tornata perciò di competenza anche della religione, sicché la domanda di oggi non è più cosa legittimi la fede, tanto per assegnarle un ruolo comunque subalterno, ma cosa la fede legittimi. E quel che essa legittima è per Sergio Givone (autore del libro uscito da Solferino Quant’è vero Dio) addirittura il divenire politico, manovra che le permette di riconquistare la sua piena centralità nella vita degli uomini e nelle loro attività. Leggi tutto…

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (recensione)

LA SCOPA DI DON ABBONDIO di Luciano Canfora (Laterza)

di Gianni Bonina

Il moto, che è un fenomeno fisico, è anche un fondamento della storia, quantomeno dei modi di interpretarla. L’intuizione è di Luciano Canfora (autore di La scopa di don Abbondio, Laterza), che la ricava da Guerra e pace di Tolstoj. Il quale c’entra con Manzoni perché fa anch’egli storia scrivendo romanzi, ma ha soprattutto riguardo alla scopa che don Abbondio evoca come una provvidenza minore pensando al flagello della peste che “ha spazzato via certi soggetti” come don Rodrigo. Al pari del movimento che fa la scopa, il moto tolstojano è basculante, giacché avanza, arretra e poi avanza di nuovo. E movimento è detto il divenire storico, il cui moto, a differenza di quello fisico, non è rotatorio, semmai spiraleggiante o meglio ancora “sinuoso”, ovvero serpeggiante. Comunque mai rettilineo perché, contrariamente alla freccia del tempo, torna spesso e volentieri indietro.
Tale è appunto il moto storico concepito da Tolstoj che lo vede in senso olistico, frutto cioè dell’insieme delle volontà individuali (di massa più che di élite, per dire meglio: di persone e non di personaggi) che non hanno soluzione di continuità, diversamente da come riusciamo comunemente a comprendere la storia, quando la scomponiamo in unità compiute e autonome. Tuttavia anche Tolstoj, come nota Canfora, si addisse a raccontare la storia attraverso singole vicende, né riuscì a stabilirne il reale spirito. Come la natura, “non fa salto” né procede a brani scuciti, è vero, ma è tutt’altro che stabile come sarebbe un atomo pesante. Leggi tutto…

ORA DIMMI DI TE di Andrea Camilleri (recensione)

ORA DIMMI DI TE. Lettera a Matilda” di Andrea Camilleri (Bompiani)

di Gianni Bonina

Matilda è la pronipote di Andrea Camilleri. Quando l’anno scorso l’autore pensò di raccontarle la propria vita, lei aveva quattro anni, per cui si suppone che – nelle intenzioni dell’autore – debba leggere la lettera a lei diretta (divenuta un libro Bompiani, Ora dimmi di te, concepito anzi come tale) almeno fra mezza dozzina di anni, quando potrà davvero capire cosa è stato il fascismo, cosa il comunismo, l’Italia del nostro tempo e la vita stessa nella visione che il bisnonno le ha rappresentato.
Ad ogni modo, anche quando avrà una decina di anni, Matilda si farà l’idea di un mondo essenzialmente violento e sbagliato, ma soprattutto vedrà nel suo celebre antenato, longevo e amorevole, non esattamente un buon esempio da seguire: avrà davvero il piccolo Andrea letto a sei anni Simenon e Conrad (sviluppando ben precocemente un torbido rapporto con i morti ammazzati e maturando con strepitosa arguzia la filosofia della linea d’ombra), ma certamente è stato alquanto discolo se scoloriva la pagella per ingannare i genitori, scriveva a dieci anni al Duce per chiedere di partire volontario in Abissinia, si prendeva un calcio dal ministro Pavolini per aver interrotto una cerimonia pubblica e chiesto la rimozione della bandiera nazista, marinava anche per tre mesi la scuola per andare a leggere romanzi alla Valle dei templi, capeggiava una banda di monelli contro un’altra, lanciava uova contro il Crocifisso per lasciare il collegio, si faceva espellere dall’Accademia per aver fatto l’amore con una allieva, perdeva il posto in Rai per essersi fatto conoscere come comunista “violento e pericoloso” e chiedeva una pistola in un bar per rispondere al fuoco dei killer autori di un raid mafioso.
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EDIPO A COLONO e ERACLE a Siracusa

La follia e la supplica, l’esercizio del potere e della sua perdita: temi delle tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle

[Nell’immagine: Jean-Antoine Giroust, Edipo a Colono, 1788]

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di Gianni Bonina

Le tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle, sono state ricondotte sotto il segno dell’esercizio del potere e della sua perdita, un fil rouge che però si intravede appena al fianco di altri temi di collegamento ben più evidenti, due soprattutto: la follia e la supplica. Ma forse la pietra maggiore di paragone è data dall’antifrastico rapporto con la divinità, giacché nella tragedia sofoclea assistiamo a un “indiamento” (Edipo che si trasfigura e assurge in cielo: come un Cristo di quattrocento anni prima) e in quella euripidea a un “disindiamento”, la presa di distanza di Eracle e Teseo, eroi e semidei, dall’Olimpo e in particolare da Zeus e dalla moglie Era. In Sofocle l’identificazione con il dio è risospinta fino alla trascendenza umana, ben più oltre dell’assoggettamento eschileo, mentre in Euripide l’atto di accusa al cielo assume il carattere di un disconoscimento del soprannaturale che presagisce uno stato di ragione.
Cosicché della metafora del potere che si è voluto vedere nelle due tragedie (elemento che dopotutto connota pressoché ogni dramma classico, interpretando il teatro greco il doppio ruolo di rituale politico e religioso) abbiamo in Edipo a Colono la caduta di Edipo, che però già da molti anni ha perso il trono di Tebe e girovaga esule ed esiliato, e lo scontro tra Teseo e Creonte, due sovrani che però non vengono a diverbio nelle prerogative di sovrani in guerra tra loro ma di alfieri di princìpi etici che riguardano la xenia, il trattamento ospitale dei profughi, come fra poco vedremo, mentre in Eracle la tracotanza di re Lico («Rivolgo una domanda se mi è lecito: e lecito mi è perché sono vostro padrone») e la sua brutale uccisione sono parte di una dinamica statolatrica alla quale è estraneo l’apparato regale mentre prevale l’animo umano e individuale. Leggi tutto…

MAGELLANO di Gianluca Barbera (recensione)

MAGELLANO di Gianluca Barbera (Castelvecchi) – recensione

[da oggi disponibile in libreria]

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di Gianni Bonina

Dopo la supposizione tentata da Anassimandro, a provare finalmente la teoria eliocentrica che proprio negli stessi anni Copernico stava elaborando fu agli inizi del Cinquecento il portoghese Ferdinando Magellano, oggi  ricordato maggiormente come l’espoloratore al cui nome è legato lo Stretto, sopra la Terra del Fuoco, noto come il varco che navigando verso occidente portava alle Indie. Ma Magellano non concluse l’intera circumnavigazione del globo perché fu ucciso da tribù selvagge in un’arcipelago del Pacifico che non restituirono nemmeno il corpo. Fu il suo successore al comando del naviglio, lo spagnolo Juan Sebastian Elcano, a completare la storica e rivoluzionaria missione voluta dal Re di Spagna in rivalità con quello del Portogallo, impegnati entrambi nella spartizione del mondo extraeuropeo.
Magellano convinse, da straniero e da nemico, il sovrano madrileno ad armare una flotta di cinque navi promettendogli una via più veloce per raggiungere le Molucche e i suoi preziosi mercati facilmente assoggettabili anche alla fede cattolica, ma non immaginò l’enorme vastità dell’oceano “ignotum”, chiamato “Mar del Sur” e creduto più piccolo dell’Atlantico, che lui ribattezzò “Pacifico” per la sua placida solennità. La scoperta del passaggio a sud-ovest non servì agli interessi delle potenze europee e si rivelò infruttuosa, ma aprì la via a conoscenze che avrebbero aperto gli occhi all’umanità.
Sul momento quello di Magellano fu visto come un viaggio contro l’ordine del mondo, una violazione della cosmologia stabilita dalla Chiesa e della rappresentazione laica consolidata: pretendere di arrivare alle Indie seguendo la direzione opposta a quella nota e certa significava mettere in dubbio tutte le acquisizioni nonché l’esistenza di Dio e la sua parola depositata nella Bibbia dove il mondo non poteva che essere piatto e certamente non doveva girare né essere sospeso nello spazio. Gli uomini che salparono dal Guadalquivir di Siviglia, per giunta con gli auspici e i soldi del re più cattolico d’Europa, erano destinati, facendo quella rotta, a precipitare nel nulla quando il terracqueo fosse improvvisamente finito. Senonché nella coscienza anche spagnola si era fatta intanto strada l’idea, da poco suggerita da Colombo, che così come non c’erano leoni oltre le colonne d’Ercole bensì fioriva oltreoceano un mondo nuovo e ricco, proseguendo ancora avanti non si poteva, nella supposizione di un globo non diretto verso una cascata, che tornare al punto di partenza e prima ancora alle favolose Molucche dei chiodi di garofano e delle spezie aromatiche, dell’oro e degli uccelli piumati. Leggi tutto…

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (recensione)

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (Adelphi)

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di Gianni Bonina

Raccogliendo in volume gli interventi di Leonardo Sciascia in tema di romanzo poliziesco, il curatore Paolo Squillacioti (che sta compiendo per Adelphi un’opera mirabile di recupero dei testi sciasciani dispersi e dallo stesso Sciascia accantonati: dopo Il fuoco nel mare e Fine del carabiniere a cavallo ecco appunto Il metodo di Maigret) non ha escluso, benché uscita nel 1983, con qualche modifica, su Cruciverba dove ha avuto la maggiore visibilità, la nota forse più famosa, Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicata nel 1975 su Epoca, nota dalla quale conviene senz’altro partire per ricordare lo Sciascia amateur e haïsseur del giallo, parola da lui sempre usata tra virgolette a designarne la provvisorietà e forse l’approssimazione. Amatore per avere, su sua stessa ammissione, trascorso l’adolescenza leggendo gialli e continuando a farlo con grande passione; odiatore per la condivisione dell’opinione generale per cui il giallo è un sottoprodotto culturale, tanto da chiedersi, all’uscita di un saggio sul poliziesco scritto da un accademico quale reazione avrebbero avuto gli altri cattedratici.
Nell’articolo che ha per titolo quello stesso dato dal docente universitario al proprio saggio, Breve storia del romanzo poliziesco, per spiegare il favore del genere letterario (in Italia nel testo su Cruciverba, nel mondo in quello su Epoca), Sciascia sceglie una frase di Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) secondo cui «l’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adoperi senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri»: dove la precauzione è l’arte, l’uso della quale sterilizza “l’effetto certo” e del romanzo poliziesco restituisce, assieme allo sgomento, soprattutto il senso di un divertimento: idea questa che piace molto a Sciascia – il giallo come fuga dai pensieri – già in forma diversa espressa molti anni prima, nel 1953, in un articolo che adesso ritroviamo in Il metodo di Maigret e poi riproposta, come vedremo, nel 1957. Leggi tutto…