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PREMIO BRANCATI 2017: I VINCITORI

I vincitori della 48^ edizione del Premio letterario “Brancati”. La premiazione si svolgerà sabato sera, 30 settembre 2017, nei saloni dell’Experia Palace Hotel di Zafferana Etnea.

Nella sezione narrativa sarà insignito Mauro Covacich autore de “La città interiore (ed. La Nave di Teseo); nella saggistica il riconoscimento andrà a Pietro Bartolo e Lidia Tilotta autori di “Lacrime di sale (ed. Mondadori), un libro in cui il medico di Lampedusa – già protagonista di Fuocoammare – racconta la sua esperienza nel fronteggiare l’emergenza sbarchi. Per la sezione poesia sarà premiata Maria Attanasio con  “Blu della Cancellazione (ed. La Vita Felice). Infine, la vincitrice della sezione giovani – con grande consenso – è Giulia Caminito autrice di “La grande A (ed. Giunti).
Di seguito, dettagli sui libri. Leggi tutto…

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PICCIRIDDA di Catena Fiorello

PICCIRIDDA di Catena Fiorello (Giunti)

di Massimo Maugeri

Cosa può accadere di particolare a una “picciridda” che nei primi anni Sessanta abita in un paesino, Leto (Letojanni), posto lungo la costa della Sicilia orientale tra Messina e Catania?
Può accadere, ad esempio, che i genitori si trovino costretti a emigrare in Germania e che decidano di portare con loro solo il più piccolo dei due figli affidando “la grande”, sebbene pur sempre picciridda, alla nonna paterna dal carattere burbero.
Ed è quello che accade a Lucia, la piccola protagonista del romanzo d’esordio di Catena Fiorello, riproposto in edizione riveduta per i tipi di Giunti..
Lucia è figlia di emigrati e vive questa sua condizione sentendosela addosso come un marchio negativo. È consapevole, Lucia, che per lei – e per tutti coloro che non sono figli “della gallina bianca” – la necessità implica sacrificio e rinunce. Lo sa bene. Lo dicono tutti. Lo ripete la nonna. Ma qual è il prezzo che bisogna pagare? E fino a che punto il gioco può valere la candela?
“… quanto valeva tramutato in denaro il dolore dei miei per avere lasciato la loro casa, il loro paese e le loro piccole certezze? (…) Risvegliarsi in una città che non gli apparteneva. Lavorare tra persone che non avevano mai conosciuto prima. Vedere il buio sin da quando si risvegliavano per andare al lavoro per poi ritrovarlo a fine giornata quando uscivano dalla fabbrica. Non poter fare, quando ne avessero voglia, una passeggiata al mare, per respirare un po’ di felicità…
Per quel che ne so io – tradotti in denaro – quei sacrifici avrebbero dovuto rendere ricchi i miei genitori, e tutti quelli che come loro hanno rinunciato a un pezzo della loro esistenza in cambio di un lavoro. E quando poi sono ritornati nel paese dal quale erano partiti, avevano perduto per forza di cose una parte di vita, fatta di rapporti umani, amicizie, frequentazioni e quotidianità. Così non erano né di qua né di là. Infatti erano emigrati. Un’altra cosa…”
Ma a Lucia non rimane che accettare la situazione e concentrarsi sul rapporto, non sempre facile, con la nonna. Leggi tutto…

GIULIA CAMINITO VINCE IL PREMIO BERTO 2017

GIULIA CAMINITO, CON “LA GRANDE A”, VINCE IL PREMIO BERTO 2017

Leggi l’Autoracconto d’Autore di Giulia Caminito (dedicato a “La grande A”)

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Giulia Caminito, con La Grande A, Giunti è  la vincitrice della XXV edizione del Premio Letterario nazionale Giuseppe Berto. È stata proclamata e premiata sabato 8 luglio a Mogliano Veneto, città dove è nato lo scrittore cui il Premio è intitolato, dalla Giuria presieduta da Antonio D’Orrico, critico del Corriere della Sera. 

 

Giulia Caminito era nella cinquina dei finalisti assieme a Nicola De Cilia, con Uno scandalo bianco, Rubbettino, Andrea Inglese, con Parigi è un desiderio, Ponte alle Grazie, Francesca Manfredi, con Un buon posto dove stare, La nave di Teseo e Athos Zontini, con Orfanzia, Bompiani.

Ispirato a ricordi di famiglia, il romanzo “”La Grande A” di Giulia Caminito è storia di italiani costretti a emigrare e nel contempo confronto tra due donne fuori dal comune, che cercano la propria realizzazione lontano dagli schemi ristretti dell’educazione ricevuta tra gli inizi del Novecento e l’epoca fascista. Alla prima, Adi, madre dura e intraprendente, interessa la concretezza economica trafficando con camion e alcolici; Giadina, la figlia, aspira invece a una felicità sentimentale. L’Eldorado di meraviglie rappresentato dall’Africa apre ad entrambe una diversa porta dei sogni”. Questa la motivazione della Giuria, in occasione della scelta di inserire il romanzo di Giulia Caminito tra i finalisti. Leggi tutto…

SE MI TORNASSI QUESTA SERA ACCANTO di Carmen Pellegrino (recensione)

SE MI TORNASSI QUESTA SERA ACCANTO di Carmen Pellegrino (Giunti)

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[ascolta la puntata di “Letteratitudine in Fm” dove Carmen Pellegrino conversa con Massimo Maugeri su “Se mi tornassi questa sera accanto”]

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di Simona Lo Iacono

Un altro giorno senza Lulù, pensa Giosuè Pindari mentre firma l’ultima lettera e l’affida al fiume. Un altro giorno speso a scrutarne l’arrivo, a raccogliere le parole, a prendersi cura di Nora, svagata e divertita.
Ha fatto tutto come dev’essere quando si aspetta qualcuno, Giosuè.
Ha dato alla casa un aspetto più ridente, e accanto alle finestre che le conferivano un’aria stanca – quasi due occhi mesti e in giù – ha disegnato con le tegole uno sguardo fiducioso e senza malinconie.
Ha coltivato la terra con accondiscendenza, ignorando le pale eoliche che l’hanno invasa, saggiandone le zolle tenere o ruvide, preparandole all’arrivo di lei.
Ha fatto indossare a Nora un abito della festa, con amore le ha pettinato i capelli, ha raccolto i suoi mormorii, accontentandosi di sguardi trasognati e felici.
Ma Lulù non è ancora tornata.
Richiamare i figli dalla loro fuga è un’impresa che riesce solo a Dio. Solo Lui è capace di trasformare la paura in verità, la prepotenza in attesa, e padri ingombranti in uomini con le mani vuote.
Ma per Giosuè Pindari è molto più difficile, e così scrive, appallottola la carta e la chiude nella bottiglia. Con un gesto propiziatorio la affida al fiume, perché il fiume, come Dio, sa sempre dove andare.
E infatti va, il fiume. Supera sassi, sporgenze, gomiti. E’ sapiente, ha imparato a prendere la forma delle cose, ad adattarsi alla terra. Forse per questo Giosuè l’ha sempre chiamato “fiumeterra”, e forse per questo Lulù ha sempre visto nell’acqua un’appartenenza. Leggi tutto…

FILIPPO NICOSIA racconta UN’INVINCIBILE ESTATE

FILIPPO NICOSIA racconta il suo romanzo UN’INVINCIBILE ESTATE (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Filippo Nicosia

Senza l’incontro con L’estate e altri saggi solari di Albert Camus, il romanzo si sarebbe intitolato Fratelli, o forse neppure, dato che c’era il rischio che venisse eclissato dal bel libro di Carmelo Samonà edito da Sellerio. Questo per dire che non avevo fin da subito chiare le immagini centrali della vicenda, la grana, la voce, sapevo solo che era una storia di fratelli senza l’ingombro dei genitori, o meglio, con l’ingombro di genitori morti e quindi solamente ricordati, per questo il file è nato e cresciuto, nel piatto ventre baluginante del desktop, con il nome: fratelli_primastesura.doc.
Lo spunto è autobiografico: qualche anno fa mi è capitato di riconoscere per la prima volta il più piccolo dei miei due fratelli. Quando a diciotto anni sono partito da Messina per frequentare l’università a Roma, mio fratello ne aveva appena otto, e negli anni precedenti, attorcigliato nei patimenti e nelle frustrazioni tipiche della pubertà, non mi ero quasi accorto della sua presenza. Dieci anni dopo, seguendo la mia strada, si è trasferito a Roma per studiare e per un anno e mezzo abbiamo vissuto insieme sotto lo stesso tetto, diviso il letto matrimoniale, fatto i turni di corvée, cucinato insieme la domenica e buttato la spazzatura i giorni pari io e i dispari lui (così gliene toccava uno in più).
È stato un periodo felice, anche se mi ha presentato il conto. Mentre ritrovavo un fratello, acquisivo la consapevolezza che i dieci anni che ci separavano, in realtà, per me non erano mai passati. Alla soglia dei trent’anni vivevo come uno studente fuorisede e le prospettive non lasciavano presagire grandi cambiamenti.
Mio fratello, senza accorgersene, è stato una luce, la sua sola presenza ha illuminato la mia condizione e la sua determinazione e coscienza del presente mi hanno definitivamente convinto che quelli che io pensavo come giovani, da più parti dipinti come debosciati senza spina dorsale, erano di gran lunga più pronti e determinati di come ero stato io e la gran parte dei miei coetanei.
Così Diego, il protagonista e la voce narrante del romanzo, ha preso corpo da un giovane fratello ritrovato e Giovanni, l’aspirante attore, è stato sbozzato da uno dei tanti ragazzi che lavorano nei bar delle grandi città e covano sogni di arte, letteratura o cinema, un ragazzo su tre di quelli che si incrociano a Roma, me stesso. Leggi tutto…

L’UOMO CHE VENIVA DA MESSINA di Silvana La Spina

L’UOMO CHE VENIVA DA MESSINA di Silvana La Spina (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

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Il potere “sanante” della letteratura

di Massimo Maugeri

La lettura del nuovo romanzo di Silvana La Spina, “L’uomo che veniva a Messina” (Giunti, 2015), mi ha spinto verso un’ulteriore riflessione sul potere “sanante” della letteratura; riflessione che per me, in un certo senso, è ricorrente.
Il riferimento al potere “sanante” della letteratura può essere inteso in diversi sensi. Quante volte ci siamo imbattuti nella lettura di un romanzo che, in quel preciso periodo della nostra vita, si è rivelato come una sorta di zattera di salvataggio, come lo strumento che ci ha consentito di svolgere un viaggio nel tempo e nello spazio, fuori e dentro di noi, e che ci ha offerto opportunità nuove di riflessione, di confronto, di acquisizione di consapevolezza, oltre che di mero intrattenimento? Chi ama davvero i libri e vive pienamente la dimensione della lettura non è nuovo a esperienze simili. Del resto (a proposito di “potere sanante”) i risultati di alcuni studi tendono a confermare il fatto che la lettura è – tra le altre cose – un ottimo antidoto contro la depressione… proprio perché, leggendo, uscendo dai cunicoli ombrosi degli Io malridotti, ci si ritrova proiettati al di fuori di sé, in nuovi mondi, a condividere esperienze altre, agevolando – di conseguenza – il processo di alleggerimento dei propri gravami interiori. Tutto ciò rientra nell’ottica del potere “sanante” della letteratura, inteso in senso soggettivo.
Oltre a quello evidenziato, mi viene in mente un altro aspetto del potere “sanante” della letteratura (in senso più oggettivo, stavolta): quello capace di colmare vuoti; di riempire, in certi casi, persino i buchi della storia attraverso la forza immaginifica delle parole e l’arte della narrazione.
Il nuovo romanzo di Silvana La Spina, “L’uomo che veniva da Messina” (Giunti), incentrato sulla figura e sulla vita del grande Antonello da Messina, è senz’altro dotato di questa peculiarità (e non solo perché offre, tra le altre cose, al lettore la possibilità di attraversare un secolo complesso come il 1400). Leggi tutto…

GIULIA CAMINITO racconta LA GRANDE A

GIULIA CAMINITO racconta il suo romanzo LA GRANDE A (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Giulia Caminito

A Legnano le bombe fanno rifugiare i bambini insieme ai circensi. Gli scolari seguono in fila la maestra, mentre i pesci rossi vengono abbandonati nelle loro bocce di vetro. La guerra non risparmia neanche le noccioline caramellate e le scarpe gialle dei clown.
Giadina è una bambina vestita di nero, linda e pinta, come ogni brava scolara del fascio. Da sempre minuta, vocetta gracchiante, gambe a stecco e portamento da giunco, Giada vive la Seconda guerra mondiale tra corse nei campi, casaletti bombardati, chili di patate e riso e le angherie della Zia e della Cugina, con cui vive da quando sua madre, Adele, è partita per andare a cercare fortuna in Eritrea, lasciando figli e marito sul suolo italico.
Giada ha le croste intorno alla bocca e dorme all’addiaccio, da quando i vetri della casa sono scoppiati, ma fantastica di poter raggiungere la madre in quella che lei chiama la Grande A, l’Africa delle (quasi) ex colonie italiane, terra per lei di elefanti e tigri, di sole e palme, di scoperte e conquiste, ruggente e al sapore di cioccolata. Giada infatti pensa che la madre lì sia impegnata in incredibili avventure tra le dune del deserto e che rida con le scimmie mentre sorseggia tè e fuma sigarette francesi.
Dopo la guerra finalmente Adele torna, strappa la figlia alle grinfie della Zia e la fa imbarcare per la Grande A. Anche l’avventura della piccola milanese può dunque avere inizio.
Il viaggio è lungo e noioso, Giada sente già la mancanza di casa, e quando arriva al porto di Massaua si rende conto di essere vestita scioccamente, ha calzette al ginocchio e maniche a trequarti, mentre il sole assassino cuoce le uova sulla banchina.
Inizia così, nell’inadeguatezza e sotto il solleone, la scoperta della Grande A, e poi della piccola Assab, dove dopo qualche giorno Giada arriva e raggiunge Adele. Ad aspettarla, purtroppo, non ci sono case bianchissime, ballerine bellissime, feste lunghissime e mobili pregiatissimi, ma un bar al limite del deserto, un paesino torrido e spoglio, dove non piove da nove lunghi anni, un turno di lavoro fino alle due di notte tra stoviglie e caffè ristretti, per controllare gli avventori del bar della madre che si fermano a giocare a biliardo, e una madre bisbetica che nessuno ha mai avuto la capacità di domare. Leggi tutto…