Archivio

Posts Tagged ‘Giuseppe Giglio’

NON ROMPERE NIENTE di Marilina Giaquinta

“Non rompere niente” di Marilina Giaquinta (Euno Edizioni): incontri con i personaggi letterari

 * * *

I personaggi letterari di “Non rompere niente” di Marilina Giaquinta raccontano il romanzo

 * * *

Buongiorno, dottore, l’ha sentita la novità?
Maria, quante volte devo ripeterti di non entrare nella mia stanza tipo uragano Katrina! Lo sai che non vengo in ufficio per farmi una briscola, no? Lo sai, vero, che qui ci vengo a lavorare e a riparare i danni che mi combinate ogni giorno voi e che, per farlo, ci vuole concentrazione, no?
Dottore, se io vedo una porta aperta, entro, se la porta è chiusa, ci tuppulìo. La sua porta era aperta e sono entrata. Ma poi lei, dottore, lo sa come si dice qui nell’isola, no? Ormai se lo deve essere insegnato: “si chiuri ‘na porta e si rapi ‘n purticato”. Se lei la porta la lascia sempre aperta, a parte che si deve assuppare l’entrate di chi ammisca e ammisca, e poi quel porticato non le si spalancherà mai. Avanti va, bello valente, che la chiudesse quella porta! Accussì io busso, lei mi dice “avanti!” e a lei l’aspetta un porticatone grande attipo reggia di Versaje!
Maria, attipo che mi dici subito ‘sta novità? Così io continuo a fare quello che stavo facendo, anziché occuparmi di falegnameria esistenziale: perché mica lo sapevo che eri brava pure a fare l’ebanista!
Dottore, la stampa, quella che tratta dei signoroni che i libri li sàpono scrivere, non come lei che quando scrive le cienneerre fa venire un dolore di testa di quello che si mangia tutti i sentimenti e gli occhi non te li fa vedere, ecco quella stampa dei papaveri, non quella delle papere che vorrebbero prendere il posto dei papaveri e sanno fare solo il ballo del quàquà, quella! vuole occuparsi di noi! Leggi tutto…

PIERGIORGIO BELLOCCHIO E I SUOI AMICI di Giuseppe Muraca (recensione)

PIERGIORGIO BELLOCCHIO E I SUOI AMICI. Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa di Giuseppe Muraca (Ombre Corte)

 * * *

L’eresia di un sogno, per cambiare il mondo

di Giuseppe Giglio

«Ora, scegliendo il silenzio, ha forse raggiunto il suo scopo: quello di non contare nulla», dice Giuseppe Muraca (a margine di una breve biografia e storia) di Piergiorgio Bellocchio, in apertura di un singolare libretto che lo stesso Muraca ha da poco licenziato per i tipi di Ombre Corte: Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici. Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa (128 pagine, 12 euro). Laddove viene ripercorsa la vicenda dei “Quaderni piacentini”, l’eretica e leggendaria rivista fondata appunto a Piacenza nel 1962 dallo stesso Bellocchio e da Grazia Cherchi, ai quali si aggiunse presto Goffredo Fofi: a completare una squadra molto ben assortita, che avrebbe tenuto in vita i  “Quaderni” fino al 1984. Ed è stata una vera e propria eresia, l’esperienza di quella rivista; che ha avuto tra le sue pagine il pensiero di non pochi tra i migliori militanti della Sinistra intellettuale italiana di quegli anni difficili: da Franco Fortini a Raniero Panzieri, da Danilo Montaldi a Cesare Cases, passando per Edoarda Masi e Sebastiano Timpanaro, Giovanni Giudici e Giovanni Raboni, senza tacere di Elsa Morante, solo per citarne alcuni. Un’eresia libertaria: nel segno e nel sogno della libertà del pensiero, della cultura, ben oltre le asfissianti e spesso assai ristrette ortodossie di partito, e a debita distanza dai dogmatismi della sinistra rivoluzionaria. Lungo una tradizione – quella delle riviste – che già con “Il Politecnico” (di Vittorini) e con “Officina” (di Pasolini, Leonetti e Roversi) di quella libertà aveva lasciato vitale testimonianza. Leggi tutto…

PER SEVERINO CESARI

https://i1.wp.com/letteratitudine.blog.kataweb.it/files/2017/10/Severino-Cesari.jpgIl critico letterario e scrittore Giuseppe Giglio ricorda Severino Cesari, giornalista e curatore editoriale italiano (fondatore, con Paolo Repetti, della prestigiosa collana della Einaudi: “Stile Libero”), scomparso il 25 ottobre 2017 all’età di 66 anni dopo una lunga malattia che, in questi mesi, ha raccontato sul suo profilo Facebook emozionando un enorme numero di affezionati lettori. Segnaliamo anche il pensiero commosso della scrittrice Simona Vinci nell’ambito di questa intervista

 * * *

Un folletto gentile, tra la vita e i libri

di Giuseppe Giglio

Severino Cesari, o della gentilezza. Di una gentilezza come modo di essere, di stare al mondo. Di una gentilezza antica, come di un tempo migliore. Non riesco a pensarlo diversamente, il mio amatissimo Severino: da sempre, e ancor di più ora che non è più dentro le carceri carnali del male e della morte. Sì, la gentilezza, la sua gentilezza: alta, nobile, e al tempo stesso umile, accanto a tutti. Quella gentilezza che era nei suoi gesti, nelle sue movenze, nelle sue parole, nelle sue azioni. Quella gentilezza rappresa e cristallizzata nei suoi occhi dolcissimi, naturalmente disposti ad ascoltare almeno quanto ad imparare. Quella gentilezza disciolta nel suo sorriso disarmante e contagioso, che sempre si faceva instancabile grillo parlante: a sussurrare un’incontenibile gioia di vivere. Malgrado tutto, e proprio malgrado tutto. Contro la stupidità e l’indifferenza. Contro ogni agguato del male. Per la vita. Per la bellezza, la gioia  e l’intelligenza della vita. Per i colori, i profumi e la musica della vita. Per l’unicità senza prezzo della vita. Nel segno e nel sogno  di un lievito morale che passando di mano di mano non faceva altro che crescere e rinnovarsi.

E se è vero, come è vero, che Severino, come Mallarmé, aveva letto tutti i libri, ai libri aveva scelto di dedicare la vita (o forse, sarebbe meglio dire, i libri lo avevano scelto): dall’avventura del “Manifesto” (con la creazione de “La Talpa”, l’inserto culturale) al prezioso Colloquio con Giulio Einaudi, fino alla fondazione, insieme a Paolo Repetti, di Stile Libero, la collana einaudiana che presto avrebbe rivelato tutto il suo dirompente valore, e cambiato dal profondo l’editoria italiana. E sono tanti, tantissimi, i libri che quell’instancabile folletto umbro ha fatto nascere: Leggi tutto…

MALANOTTE di Marilina Giaquinta

Pubblichiamo la postfazione della raccolta di racconti MALANOTTE di Marilina Giaquinta (Coazinzola Press) firmata dal critico letterario Giuseppe Giglio

 * * *

Ho bisogno d’amore, amore, amore.

Giacomo Leopardi

Restano un preciso tono, una ben definita cadenza, una volta chiuso Malanotte. Resta cioè quella peculiare filigrana musicale che innerva questi racconti di Marilina Giaquinta: che qui si dimostra instancabile e sciamanica inventrice di parole per cantare la vita. E non a caso dico dell’invenzione e del canto. Perché la Giaquinta inventa parole nuove, specialmente ritessendo con felicità e leggerezza il lessico del dialetto siciliano, o rimettendolo in musica, per così dire: «Devo andarmene. Non ci sono finestre. Non ci sono odori. Solo buio. Buio stritto, buio mussuto, buio sconchiuduto, buio inaciduto, buio ammutoluto, buio inzallanuto, buio insalsato, buio accaniato, buio incalcato, buio spicato, buio arruzzolato, buio arrimbombato, buio inchiummato. Buio. Solo buio. Come ho fatto a entrare? Come ci sono arrivata? Dove sono? Forse è un sogno…», si legge ascoltando, o si ascolta leggendo, in Sogno, uno dei racconti più dolorosamente carichi di senso; senza trascurare, siamo ancora sul piano dell’invenzione linguistica, gli innesti stranieri, o gli esempi letterari della tradizione, lungo la feconda verticalità della nostra lingua. Quanto al canto, la Giaquinta (che è anche una poetessa, una narratrice in versi: diretti, onesti, vicini cioè agli uomini ed alle cose) sembra sgranare queste sue storie sulla scia degli antichi aedi: con quella loro essenzialità, con quella loro musicalità che la luce e il lutto di tanta umanità sempre riconsegnano. Di un’umanità più reale, più vera – nella finzione letteraria – di quanta nella realtà spesso non si scorga. Resta questa filigrana, dunque, intessuta di parole e di canto: forse la tara più curiosa, più ardita, di Malanotte. Leggi tutto…

PASSAGGIO IN SARDEGNA, di Massimo Onofri (recensione)

PASSAGGIO IN SARDEGNA, di Massimo Onofri (Giunti)

[La puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Massimo Onofri dedicata a “Passaggio in Sardegna” è disponibile per l’ascolto cliccando qui – Le prime pagine del libro sono disponibili qui]

* * *

Ascolto il tuo cuore, Sardegna

di Giuseppe Giglio

Ascolto il tuo cuore, Sardegna. Avrebbe potuto avere questo titolo, il nuovo e godibilissimo libro di Massimo Onofri: quel Passaggio in Sardegna licenziato da Giunti soltanto alla fine di maggio, e già alla terza ristampa; e che senza troppa difficoltà richiama un altro e famoso titolo, di Alberto Savinio: Ascolto il tuo cuore, città (forse il più saviniano: nel segno di quella felice conversazione con il lettore che corre lungo ogni pagina di Savinio, e che qui tocca vette di amorosa leggerezza, mentre il narratore respira e fa respirare tutto l’odore della sua cara Milano, divagando sul vivere civile e al tempo stesso contrabbandando schegge della propria autobiografia). Perché Massimo Onofri sembra proprio seguire Savinio, nel dispiegare questo sua originale narrazione: laddove, ascoltando quell’isola «del sole e dell’assenza», l’etrusco Onofri respira e fa respirare le pietre, i mari, i luoghi, i cibi di una Sardegna autentica, fuori da abusati stereotipi e da cartoline fin troppo piene di ammalianti imposture. E non è difficile collocare Passaggio in Sardegna nell’alveo di una nobile e antica tradizione italiana: quella della grande letteratura di viaggio. Una tradizione che, per restare al solo Novecento, annovera libri come Questa è Parigi, o Cina-Giappone, di Giovanni Comisso, o come America, primo amore, di Mario Soldati. Senza dimenticare il Borgese di Escursioni in terre nuove e di Atlante americano. O il Cecchi di Messico e di America amara. Per arrivare agli scrittori-viaggiatori in Italia: dal Gadda de Le meraviglie d’Italia, al Piovene di Viaggio in Italia, al Brandi di Pellegrino di Puglia. Leggi tutto…

SOLI ERAVAMO, di Fabrizio Coscia (una recensione)

SOLI ERAVAMO, di Fabrizio Coscia (Ad est dell’equatore)

[su LetteratitudineBlog, un intervento dell’autore e un estratto del libro]

Un’avventura morale per ritrovare se stessi

di Giuseppe Giglio

Il maggior dono di un critico è forse l’analogia, quella confidenza tale con l’arte che gli permette di navigare senza troppi rischi tra i suoi mari (la letteratura, la musica, la pittura…), di superarne insidie ed ostacoli: a succhiarne la bellezza e la vita che vi sono imprigionate, per restituirle al lettore più luminose e vere. E penso a Mario Praz, alla sua navigazione così sensuale (di quella sensualità che apre mondi impensati) e tragica (nel segno della rappresentazione classica, proprio), in uno dei suoi libri più ricchi di bellezza verità e vita: La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. È questa la prima suggestione che mi prende, mentre leggo Soli eravamo, il nuovo libro di Fabrizio Coscia, appena uscito per i tipi di Ad est dell’equatore (piccolo ma agguerrito editore partenopeo), con questo sottotitolo: e altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio. Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart. Un diario di bordo, Soli eravamo, in cui l’analisi critica si scioglie in narrazione, a scovare storie e personaggi e brandelli di esistenza: agilmente e felicemente dipanandosi, la narrazione, tra la vita e le opere dei personaggi (tra dettagli per lo più sconosciuti, o poco noti), alle quali spesso Coscia – da instancabile e acuto abitante di libri e quadri e musiche – riesce a legare pagine della propria vita, così riconoscendole, così inverandole. E il lettore ne ricava un’avventura morale, può arrivare a ritrovare se stesso (magari anche una propria ossessione, un segno cifrato del proprio destino) in questo o in quell’altro personaggio di un libro o di un quadro, in questo o in quell’altro tema musicale, si tratti di un’opera o di un disco di musica leggera. Leggi tutto…

GIORDANO, di Andrea Caterini (recensione)

Pubblichiamo una recensione del romanzo GIORDANO, di Andrea Caterini (Fazi editore)

Il dovere di rinascere

di Giuseppe Giglio

Giordano è un guardiano notturno, che per pochi euro al mese sposta auto e furgoni in un sudicio e umido garage sotterraneo: dove qualche fighetto zeppo di alcol gli sgomma strafottente davanti, di ritorno da una notte brava; dove gli toccano i lamenti risentiti di chi, ancora assonnato, vorrebbe già essere fuori, sulla strada, per non arrivare tardi al lavoro. Ci finisce dopo una resa che arriva troppo presto, Giordano, in quella gelida e anonima gabbia: quando, schiacciato dalle tasse e dai debiti, non può più dar voce al proprio talento di abilissimo fabbro (contro il parere della moglie, aveva deciso di fare da solo, di non plasmare più il ferro sotto padrone, di conquistarsi una maggiore agiatezza), al «sogno di allestire grate e porte e pensiline e ferri di ogni forgiatura». E adesso, il corpo umiliato da un ictus, la sua vita sempre più diventa una «vita da rottame», in quel «sottosuolo» in cui spesso Giordano scivola nel vortice di una notte senza tempo, in quel «museo funebre» in cui – ridotto oramai «con le tasche vuote», e anzi «senza più le tasche», residuo di una società liquida e rumorosa (un «popolo che non sa più piangere in silenzio, non sa più pregare») che non lo riconosce più – vive un’assurda inesistenza. Come in un destino spezzato, come costretto ogni notte a «rinnovare il permesso d’asilo dalla vita». Mentre resta prigioniero di un cruciverba che pare senza soluzione, mentre si arrovella su un mazzetto di fotografie che non gli danno pace, e che adombrano un dramma famigliare: il tradimento di Marilù, l’amatissima moglie, che addirittura potrebbe aver subito il fascino di Sandro, «l’amico di sempre» di Giordano; anche lui fabbro, ma solo per necessità, e innamorato della letteratura (che vive come rivelazione, per non privarsi «della bellezza dell’espressione umana»). Quello stesso Sandro che pare abbia insidiato anche Diego, il figlio di Giordano: un ragazzo, ora adulto, che aveva lasciato il mestiere del padre scegliendo di dedicarsi alla filosofia, «per vanificare il peso di ogni volgarità». Leggi tutto…

RESPIRA, di Valeria De Luca (la recensione)

RESPIRA, di Valeria De Luca (Ianieri edizioni)

I bambini salvano il mondo

di Giuseppe Giglio

Recensendo Il mondo salvato dai ragazzini (1968), della sua grande amica Elsa Morante, Cesare Garboli diceva del tema di fondo di quel gran libro (che era già un classico al suo apparire): «la rivolta contro l’irrealtà, la liberazione dalle false immagini mutilate e ottuse della realtà  in cui viviamo». E proprio quella rivolta e quella liberazione sono le fibre del robusto e sottile fil rouge che innerva Respira, il nuovo romanzo di Valeria De Luca (abruzzese, trapiantata a Roma), da poco in libreria per i tipi del raffinato Ianieri Editore. Un racconto lungo, più che un romanzo, dove il pensiero di uno dei maggiori esponenti della fenomenologia francese del Novecento, Maurice Merleau-Ponty, è come disciolto in un originale amalgama narrativo: a rendere visibile l’invisibile (per dar subito luce al nucleo dell’universo filosofico del transalpino), a «salvare tutti quelli che, in un modo o nell’altro, non vogliono più essere dei morti che camminano».
E così, nella Roma dei giorni nostri, in mezzo ad una «società imbottita di illusioni, cocaina e disperazione», un giovane di umili origini (che è anche l’io narrante, e che presto deve fare i conti con le asprezze della vita: a cominciare dalla perdita della madre, che lo aveva cresciuto da sola, lui che da bambino si era inventato la favola di un padre in guerra in una terra lontana), appassionato di cinema, si fa largo nel caotico e difficile mondo universitario, rapito dal sogno di leggere e far leggere il mondo attraverso il pensiero, le idee. E da precario docente di filosofia, quel ragazzo poco più grande degli studenti incanta il suo pubblico (sempre numeroso), grazie ad una sciamanica capacità di raccontare i filosofi, i loro pensieri, le loro storie, come se fossero i pensieri e le storie di tutti. Con quell’immediatezza, con quella fascinazione che appartengono al miglior cinema. E sempre tenendo con sé Il visibile e l’invisibile, il libro fondamentale del suo amato Merleau-Ponty. Che aveva ridato voce, la sua voce, all’antico conosci te stesso: attraverso l’ascolto di quella «cosa che sente» che è il corpo; che è anche condizione necessaria dell’esperienza della vita e del mondo, oltre che di se stessi: «è il corpo soltanto che può condurci alle cose». Ma non sa ancora, l’io narrante (volutamente senza nome, come chi è in cerca della propria identità, del senso del proprio stare al mondo), dello sbandamento che lo attende: quando da Roma vola a Londra, dopo il dialogo con un singolare allievo, a chiusura di un ciclo estivo delle lezioni universitarie. Lì, tra le prime nebbie della capitale inglese, incontra Véronique, «bella sino all’inverosimile»: un «essere perfetto», divino e insieme demoniaco, che lo imprigiona in una vertigine amorosa senza scampo. Poi, improvvisamente, il buio. E l’inizio, per lui, del deragliamento: una fuga da sé, dal proprio essere, che pare non aver fine. Leggi tutto…

TRINACRIA PARK a Randazzo (CT) – 8 agosto 2014

TRINACRIA PARK  a Randazzo

* * *

trinacria-park-cover1TRINACRIA PARK

Le recensioni – Il booktrailer – Il dibattito

Dalla rassegna stampa del romanzo
Leggi tutto…

AVERE TRENT’ANNI, di Federica D’Amato

AVERE TRENT’ANNIhttps://i2.wp.com/poesia.blog.rainews.it/files/2014/03/averetrentanni.jpg, di Federica D’Amato

di Giuseppe Giglio

Ha un certo sapore rosselliano, l’apertura di Avere trent’anni (Ianieri Editore, 2013), la terza raccolta di poesie di Federica D’Amato (abruzzese, classe 1984, tra le voci più originali della sua generazione), dopo La Dolorosa (2009) e Poesie a Comitò (2012). Eccoli, quei versi, che racchiudono già una pregnante dichiarazione di poetica: «Nacqui bizantina in epoca televisiva/d’alto lignaggio in participio d’amore/creatura d’avanzo nell’affamato universo/di sete e bassezze carestia bestiale d’amore/presto divenni eresiarca monumentale». Nel tentativo di raccontare (per micro-storie: che si sgranano anche con la fulmineità graffiante dell’epigramma, e dove un lacerto di vita individuale illumina il vivere di tutti) l’infanzia, la prima giovinezza, nel segno di un preciso cortocircuito mentale: quando il tempo dell’innocenza e della favola comincia davvero ad appartenerci proprio perché si è esaurito, proprio perché, adulti, lo abbiamo perduto. E come attraversando l’ombra (anche lunga) di una linea, laddove «le rocce fioriscono di memorie/e la Bitinia della tua infanzia cade/se arriva la dea a divinarti la fronte,/volpe che finalmente attraversi/la porta di avorio nel libro delle ore».
Dicevo di un’ascendenza rosselliana, e specialmente riguardo alle imprevedibili associazioni linguistiche. Ma qui la D’Amato (che nel suo divagare scioglie echi di tanta tradizione: dalla Rosselli, appunto, a Pavese; da Sereni alla Campo) modula un proprio, personale sistema di simboli, intona uno specialissimo canto. Giocando col tempo, quasi addomesticandolo: a farne la propria voce, di quella benefica ossessione, piuttosto che un problema. Leggi tutto…

IL PIANTO DI IVAN IL’IČ

Sacco buio – Il pianto di Ivan Il’ič

di Giuseppe Giglio

«C’era sempre Gerasim seduto in fondo al letto che sonnecchiava tranquillo e paziente, mentre lui giaceva con le gambe smagrite e coperte dalle calze, appoggiate alle sue spalle; la solita lampada col paralume, il solito dolore incessante. – Vai pure, Gerasim – bisbigliò. – No, rimango ancora. – No, vai. Gli tolse i piedi dalle spalle, si girò su un fianco e sentì pietà di se stesso. Aspettò solo che Gerasim uscisse dalla stanza e si lasciò andare al pianto, come un bambino. Piangeva per la sua impotenza, per la sua terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini e di Dio, per l’assenza di Dio». È un pianto senza speranza, quello di Ivan Il’ič Golovin: il quarantacinquenne consigliere di Corte d’appello prostrato da un feroce cancro, al centro di quel sublime racconto lungo che è La morte di Ivan Il’ič (1886), uno dei capolavori della letteratura universale. Un racconto di tremenda sobrietà, in cui il genio tormentato di Lev Nicolaevič Tolstoj raggiunge uno degli esiti più alti: a mostrare ad ogni generazione di lettori – con sconvolgente autenticità, e in appena poco più di ottanta pagine – come l’enigma della morte, del morire (una vera e propria ossessione, per Tolstoj), sempre inveri il vivere di ogni uomo, la vita di ciascuno di noi: nel bene e nel male, e come sotto il rigoroso vaglio di una nitidissima lente di ingrandimento.
È un magistrato temuto e riverito, Ivan Il’ič: un uomo mediocre ed egoista, che conduce un’esistenza al di sopra dei propri mezzi, in una società edonista e ipocrita, non meno mediocre e non meno egoista. È il secondogenito di un funzionario che aveva fatto carriera a Pietroburgo, e che era stato «membro inutile di numerose inutili istituzioni», accumulando stipendi d’oro. Nel proprio lavoro Ivan Il’ič trova una via di fuga, e un comodo rifugio: da un’ostilità repressa della vita coniugale, che non di rado si traduceva in reciproca alienazione. È ben consapevole del suo potere, ed è determinato nell’eseguire sempre il suo dovere: ovvero «tutto ciò che le persone altolocate ritenevano tale».  È un uomo in piena salute, spesso impegnato a curare nuove amicizie (di quelle che contano), abile nel separare le questioni d’ufficio dalle altre, sempre attento ad eseguire «con la massima precisione la sua parte di primo violino nell’orchestra». E mai può immaginare di ritrovarsi improvvisamente e assurdamente inchiodato ad un letto (dove un vecchio, sordo e cupo dolore inesorabilmente gli succhia la vita), a gridare la propria rabbia impotente, il proprio vano «non voglio!», finendo per smarrire la decenza e il decoro che il ruolo sociale gli impone. E le sue laceranti urla rimbombano angosciose tra le spesse mura di casa (un appartamento delizioso, dal tono elegante, «comme il faut», che lo stesso Ivan Il’ič aveva arredato), dove inutilmente la moglie ordina che le porte restino chiuse. È proprio terrorizzata, Prascov’ja Fëdorovna. Così come i figli, gli amici, la servitù del giudice morente. Diversamente da Gerasim, il fedele e discreto servitore, che fa tutto con gioia, con una bontà che commuove Ivan Il’ič. E con leggerezza e semplicità  Gerasim assolve il suo compito di pietosissimo (di una pietà naturale, come quella verso i bambini) testimone dell’estrema e umiliante decadenza fisica di Ivan Il’ič, della sua disperazione senza confini, della sua irredimibile solitudine.
Piange, Ivan Il’ič. Leggi tutto…

L’UTOPIA DI VINCENZO CONSOLO

Ricordiamo lo scrittore Vincenzo Consolo (scomparso il 21 gennaio di due anni fa) pubblicando questo articolo inviatoci dal critico letterario Giuseppe Giglio.

Ne approfittiamo altresì per segnalare il post OMAGGIO A VINCENZO CONSOLO pubblicato su LetteratitudineBlog e ancora “aperto” per eventuali nuovi contributi

L’UTOPIA DI VINCENZO CONSOLO: ITACA SENZA PROCI

di Giuseppe Giglio

«La mia ideologia, o se volete la mia utopia, consiste nell’oppormi al potere, nel combattere con l’arma della scrittura – che è come la fionda di David, o meglio come la lancia di don Chisciotte – le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo». Così Vincenzo Consolo – l’ultimo dei tre grandi scrittori siciliani (insieme a Leonardo Sciascia, il suo maestro; e a Gesualdo Bufalino), scomparso il 21 gennaio 2012 – chiudeva quell’autobiografica intervista che è Fuga dall’Etna (1993), nel segno della responsabilità morale dello scrittore: che gli veniva dall’autore de I promessi sposi e della Storia della colonna infame. A lui che avrebbe cesellato l’epigrafe del suo ultimo romanzo, Lo spasimo di Palermo (1998), su queste parole di Prometeo: «Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore». A lui che (fin dal libro d’esordio del ’63: La ferita dell’aprile, dal titolo emblematico, e nel quale molto aveva creduto il grande Nicolò Gallo, sciamanico inventore di scrittori) aveva voluto essere narratore di memorie perdute, obbedendo ad una ferrea volontà di smascheramento delle imposture della storia e della politica. A lui che – oscillando tra Piccolo e Sciascia, Pasolini e Buttitta, e sulla scia del barocco Daniello Bartoli – quelle memorie ha sciolto nel canto della sua prosa razionalista e barocca, forgiata in una peculiare officina: dove, da finissimo artigiano qual era, in una sorta di felice complicità tra incanto e ragione, era scivolato  (da scrittore, più che da filologo) lungo l’antica e feconda verticalità della nostra lingua, tra le pieghe del dialetto, gli innesti stranieri, gli esempi letterari della tradizione. Per invenire parole ancora dotate di intrinseca purezza, ancora non consumate, non mercificate; e sedurre così verità nascoste, nel tentativo di restituire il senso delle azioni degli uomini.
E ne ha trovate tante, di parole, Consolo, nel corso di quell’indimenticabile viaggio che fino alla fine dei suoi giorni ha compiuto: a mostrare l’uomo continuamente oltraggiato e ferito, a dar corpo e sangue alle tante vite avvilite, mortificate, disfatte, dimenticate. Da infaticabile viandante sempre a disagio, che ogni tappa reinventava nel sortilegio di una narrazione originalissima, di un’irrinunciabile utopia. Da inquieto e letteratissimo Ulisse, che, dopo aver ascoltato, senza fermarsi, l’ennesima sirena, continuava a sognare un’Itaca senza Proci: per affidarla a quel brulichio di alchimie sintattiche, di fermentazioni lessicali, di eccitazioni prosodiche che è la sua scrittura. Nel segno di un abbandono al primato del giudizio conoscitivo e morale della letteratura, di quel «varco verso la genuina esperienza dell’esistenza umana», oltre e contro la lingua del potere, dei poteri, per dirla con Max Frisch (il grande narratore, diarista e drammaturgo svizzero). Una finzione, la letteratura, che smaschera altre finzioni. Una menzogna, avrebbe detto Manganelli, che inventa le verità che mancano alla realtà: laddove la scrittura diventa una «legittima difesa contro l’esperienza dell’impotenza», per citare ancora Frisch, che mai ha smesso di credere nel sogno, nell’utopia della letteratura, ovvero «l’utopia secondo la quale la condizione umana potrebbe essere diversa». E Consolo la sua menzogna, la sua utopia, le ha affidate ad una prosa che ha spesso i toni e la cadenza della tragedia; ad una «metrica della memoria» (come ha detto una volta lo stesso scrittore). Da cui non di rado affiora un ironico sottofondo: ora grottesco, ora parodistico.
Una metrica, una cantilena: piacevolmente udibile in un capolavoro come Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), o in Nottetempo, casa per casa (1988), che con Lo spasimo di Palermo forma una splendida trilogia romanzesca. Per non dire di Lunaria: una fiaba del 1985, che significò il rifiuto della forma romanzo: l’abbandono della storia per il mito, della prosa per la poesia. O di Retablo (1987) e di Le pietre di Pantalica (1988). Un romanzo ed un volume di racconti, questi ultimi: un viaggio fisico e insieme metafisico, per ridare un necessario ordine al caos. E ne Lo spasimo di Palermo (la vicenda di uno scrittore che rischia di non scrivere più, nell’Italia delle stragi di mafia), Consolo racconta il capitolo forse più vero e attuale del nostro Paese: che sempre di più somiglia a una sorta di «materno confessionale di assolvenza», in cui tanti fanno peccato, ma nessuno è colpevole. Sarebbe poi venuta quella straordinaria partitura di saggi – sui miti e le memorie del Mediterraneo, ma soprattutto sulla Sicilia e i suoi scrittori – che è Di qua dal faro (1999). Dopo – a parte due titoli, entrambi del 2009: Nerò metallicò. Un racconto con dodici finali (Gremese Editore) e Il corteo di Dioniso (La Lepre) – il silenzio: perché anche Consolo, come l’ultimo Sciascia, oramai temperava una matita dalla punta sempre più fine, ma che non scriveva più. È stato però un silenzio attivo, per così dire; che suonava (e suona) quale dolorosa, ineludibile denuncia della barbarie incalzante. Leggi tutto…

RICORDANDO LEONARDO SCIASCIA

Pubblichiamo questo contributo del critico letterario Giuseppe Giglio, per commemorare Leonardo Sciascia (nato l’otto gennaio del 1921). Ne approfittiamo per segnalare questo post di Letteratitudine (del 2009) con cui abbiamo ricordato Sciascia in occasione del ventennale della morte

di Giuseppe Giglio

Commemorare è una parola enfatica, e forse a Leonardo Sciascia (nato l’otto gennaio del 1921) non sarebbe piaciuta. C’è però un uso nobile della memoria, in questo caso caparbiamente sollecitato dall’indistruttibile e nobilissima eredità – lunga un quarantennio – di quel grande scrittore e intellettuale europeo: dai micro-racconti de Le favole della dittatura fino al postumo A futura memoria, passando per i versi di La Sicilia, il suo cuore, le divagazioni de La corda pazza e Cruciverba, le narrazioni de Il Consiglio d’Egitto, Todo modo, Il cavaliere e la morte. Di Marie-Henri Beyle, ovvero dell’amatissimo autore de La certosa di parma, tra i più profondi conoscitori dell’animo umano, Sciascia scriveva: «In ogni altro scrittore l’autobiografia, i momenti autobiografici, i ricordi servono ad illuminare l’opera; ma in Stendhal sono l’opera». Ed era come se dicesse di sé, Sciascia: tanto minimo, per non dire inesistente, è lo scarto tra la sua vita e le migliaia di pagine che ci ha lasciato. E della vita Leonardo Sciascia ha investigato il complicatissimo cruciverba, incessantemente scandendone le intricate ascisse e ordinate: non tanto a trovarne un’improbabile soluzione, quanto ad illuminarne le latenti ambiguità, le verità non visibili. Ben consapevole, manzonianamente, della complessa, spesso oscura natura del vero, e insofferente delle banalizzazioni, dei dogmi, delle pietrificazioni ideologiche; impegnato, piuttosto, a dissolvere il caos del reale nel cosmo della letteratura, in quella nitida e ordinata «sintassi della vita, del mondo, dell’uomo, di tutti gli uomini». Chiedendo aiuto (senza restarne prigioniero) alla ragione e al cuore, al sofisma e alla passione, sempre sorretto dal dubbio, dal rovello. Contraddicendo e contraddicendosi, tra le oscure e irreprimibili apprensioni e inquietudini del vivere. Sciogliendo il rigore dell’intelligenza nella gioia della scrittura, secondo un felice convincimento: «per quanto amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si scrive, lo scrivere è sempre gioia, sempre “stato di grazia”. O si è cattivi scrittori. E non solo Dio sa se ce ne sono, e quanti: lo sanno anche i lettori». Temperando il sentimento tragico della vita con l’inesausta ricerca della giustizia giusta, della verità. Di una verità plurale, problematica, dialogica, contro ogni omologazione, contro le fabbriche di consenso del potere: di ogni tipo di potere, e specialmente del potere grigio, occulto, strisciante. Una verità che Sciascia ha disseminato in quel vividissimo teatro della memoria che è tutta la sua opera: dove sempre, stagione dopo stagione, nuovi spettatori, come in un gioco di intelligenza attiva, raccolgono ogni confidenza, ogni confessione. E ne fanno testimonianza.
Leggi tutto…

Giuseppe Giglio

Giuseppe Giglio vive a Randazzo (CT). È scrittore e critico letterario. Si occupa soprattutto di letteratura del Novecento, nel segno di un’idea di critica letteraria come critica della vita. Ha pubblicato articoli e saggi su periodici letterari e quotidiani come “Stilos”, “Polimnia”, “Pagine dal Sud”, “l’immaginazione”, “Il Riformista”.
È tra gli autori del volume miscellaneo Leonardo Sciascia e la giovane critica, uscito nel 2009 presso Salvatore Sciascia Editore. Con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2010,  I piaceri della conversazione. Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico. Con questo libro ha vinto il premio “Tarquinia-Cardarelli” 2010 per l’opera prima di critica letteraria.
È una delle firme de “Le Fate”, una nuova rivista siciliana di arte, musica e letteratura. Scrive su “Fuori Asse”, una rivista letteraria torinese on-line. Fa parte della redazione di “Narrazioni. Rivista quadrimestrale di autori, libri ed eterotopie”, un periodico nato nel Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Scienze Storiche e Sociali dell’università di Bari, ma fatto da giovani critici non strutturati, e con l’ambizione di porsi come un osservatorio sul romanzo contemporaneo. Scrive anche sulle pagine della cultura del quotidiano “La Sicilia”.