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IL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (recensione)

Il figlio maschioIL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (Rizzoli)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Giovanni Parlato

La vita continua, tutti i giorni. La libreria Cavallotto di Catania apre la mattina per chiudere la sera. Clienti nuovi e abitudinari fanno il loro ingresso, gente che esce con un libro da portare a casa: vendere libri, ecco cosa fanno Adalgisa e le figlie. Dietro questa giornata, c’è una storia raccontata da Giuseppina Torregrossa nel suo ultimo libro “Il figlio maschio” pubblicato da Rizzoli. Dopo la lettura del libro, entrare in libreria non sarà più come prima, non si potrà più guardare soltanto con gli occhi del presente, ma anche con gli occhi del passato.
Possiamo facilmente immaginare Adalgisa e le figlie che raccontano a Giuseppina Torregrossa la storia di famiglia, una carrellata di ricordi dove la scrittrice intuisce che c’è materia per il suo lavoro. Da una parte le persone e i fatti di per sé carichi di sogni e coraggio, dall’altra i personaggi del libro che conservano i nomi della storia: i fatti sono quelli, veri, cui Giuseppina Torregrossa tesse la sua tela immaginando e fantasticando, passando dal piano della verità del racconto orale alla verosimiglianza della parola scritta. Un’operazione che si regge, come un palazzo sulle sue fondamenta, su un linguaggio compenetrato d’italiano e siciliano perché come ha spiegato la stessa autrice “il siciliano è la lingua del cuore, l’italiano la lingua della ragione”.
I capitoli portano tutti il nome di uno o più personaggi. Appare quasi un omaggio al teatro, un’apparizione scenica dove sul palco arrivano di volta in volta, loro, i personaggi del romanzo raccontando se stessi e Giuseppina Torregrossa li ascolta donandoli al lettore in terza persona. Un distacco necessario per mantenere la coralità del libro e, soprattutto, per comunicare i sentimenti di cui vive ogni pagina.
Concetta Russo è il primo forte personaggio che incontriamo. Dalla sua unione col marito don Turiddu Ciuni nascono dodici figli. Siamo a Sommatino nel 1924. Il figlio prediletto è Filippo su cui cade il destino della famiglia. Il padre vuole che sia Filippo a guidare il feudo di Testasecca, a curare la terra e i suoi frutti. La moglie Concetta ha mandato a scuola tutti i figli, maschi e femmine, nessuno escluso. Il percorso si deve ora concludere e Filippo non è uomo in grado di raccogliere l’eredità del padre. Si chiude, definitivamente, l’era del verismo narrato da Verga, del possesso della roba. I tempi sono cambiati e Concetta lo ha capito a differenza della caparbia ostinazione dello sposo che ama. È giunto il tempo di passare dalla zappa ai libri, dalla terra alla cultura. Perché le donne e i libri, in questo romanzo, vanno di pari passo. La madre, la figlia, la moglie, la vedova non sono soltanto avvolte dalla sensualità della carne, ma anche dalla sensualità della parola e i libri diventano il contenitore naturale. Il figlio maschio, Filippo in questo caso, è il risultato di questa gestazione che solo le donne potevano compiere. Filippo apre una bancarella di libri in piazza Bologni a Palermo, affitta un mezzanino nel principesco palazzo Alliata, apre poi una libreria davanti al Teatro Massimo. Con lui, la sorella Concettina appassionata anche lei di libri. Filippo sposa la bella contessa Luisa Sarcinelli con il conseguente arretramento di Concettina. Filippo Ciuni, è storia vera, diventa anche un editore che, nonostante abbia aderito all’ideologia fascista, pubblicherà Benedetto Croce. Morirà, infine, in montagna con i partigiani. Leggi tutto…

LA MISCELA SEGRETA DI CASA OLIVARES, di Giuseppina Torregrossa

LA MISCELA SEGRETA DI CASA OLIVARESLa miscela segreta di casa Olivares, di Giuseppina Torregrossa (Mondadori)

di Vito Caruso

Isabel Allende, Gabriel Garcia Marquez… no, Giuseppina Torregrossa, anche se li ricorda i due grandi sudamericani ed è contenta del paragone, meritato a pieni voti, dopo le convincenti L’assagiatrice, Adele, Il conto delle minne, Manna e miele, ferro e fuoco, Panza e prisenza, anche con l’ultima fatica, “La miscela segreta di casa Olivares” (Mondadori), romanzo di formazione, per niente uggioso, e di ricerca di identità, in una Palermo a cavallo della seconda guerra mondiale.
Una saga familiare, gli Olivares, Viola, la “minnuta” madre che è il fiato, il respiro di tutta la famiglia, quella madre cui la Torregrossa vorrebbe somigliare nella sua vita, i tre figli maschi che respirano con la pancia mentre le femmine lo fanno con il cuore, Mimosa, gracile anche nel nome, e Genziana, chiamata proprio come la qualità più pregiata del caffè prodotto dagli Olivares, protagonista in crescendo del romanzo, donna forte e determinata, che nella Palermo ridotta a macerie troverà nelle proprie radici la forza di andare avanti e di dare ascolto alle ragioni del cuore, conquistando l’amore del bellissimo Medoro (i nomi del libro rimandano all’Orlando furioso e ai fiori), coltivato sin da bambina.
Sbuffa Genziana a casa e a scuola, non vuole studiare e il suo desiderio è diventare una torrefattrice oltre a bere il caffè, ma entrambe le cose le sono vietate “perché da maschi”.
Due respiri, quello della città di Palermo, reso affannoso dai bombardamenti, e quello di Genziana, l’unica rimasta della famiglia Olivares, e due ricerche di identità con alterna fortuna, perché Palermo, la “dannata” per la Torregrossa (ginecologa che ci ha vissuto e vi ritorna spesso da Roma, sua seconda città della vita), buttando a mare tutto il passato delle storiche macerie la perderà per sempre la sua identità, mentre Genziana troverà una sua dimensione.
Un altro respiro al centro del romanzo viene descritto minutamente nelle prime pagine. E’ quello di Orlando, mutuato dall’eroe dell’Ariosto. Per alcuni tratti sembrerebbe un uomo, che si “si scalda e si gonfia, fuma e urla, combatte, impazzisce e muore”, mentre è solo una macchina prodigiosa, che tosta i chicchi di caffè nella “putìa” del capofamiglia Roberto, e inebria di profumo della magica bevanda tutto il quartiere dei Quattro Mandamenti.
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