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LE CIOCIARE DI CAPIZZI di Marinella Fiume (intervista)

“Le ciociare di Capizzi” di Marinella Fiume (Iacobelli editore)

[Il libro sarà presentato a Capizzi (Me), presso piazza San Giacomo, sabato 29 agosto, h. 18]

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di Massimo Maugeri

Marinella Fiume è da sempre attentissima, tra le altre cose, alle storie connesse ai soprusi e alle violenze perpretati ai danni delle donne. In un nuovo libro, appena pubblicato da Iacobelli, intitolato “Le ciociare di Capizzi“, affronta il terribile crimine degli “stupri di guerra” compiuti in Sicilia, ai danni delle donne di Capizzi, sul finire della Seconda guerra mondiale nell’ambito della nota operazione Husky.
Ho avuto il piacere di discuterne con l’autrice…

– Cara Marinella, come nasce questo libro?
L’idea di questo libro nasce il 25 Novembre del 2015 quando, invitata dalle amiche della FIDAPA di Capizzi, un ridente paesino montano dei Nebrodi, a commentare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, stimolo le socie e le persone presenti a riflettere sul fatto che anche le loro nonne, le cittadine del luogo subirono, nel luglio del 1943, il doloroso fenomeno degli stupri di guerra di cui la grande Storia non si era mai occupata almeno per la Sicilia, mentre per l’Italia centro-meridionale, sia le inchieste parlamentari che un romanzo capolavoro come La ciociara di Alberto Moravia (1957) da cui scaturì il celebre film di Vittorio De Sica (1960) avevano messo il dito sulla piaga delle “marocchinate”. Dopo le prime chiusure e perplessità, avviammo una serie di interviste a cui presero parte donne e uomini di quella comunità e capimmo che la memoria sotterrata aveva bisogno di emergere per la rielaborazione e la riconciliazione col proprio passato.

– In esergo leggiamo questa frase bella e incisiva di Primo Levi (“La memoria è uno strumento molto strano, uno strumento che può restituire, come il mare, dei brandelli, dei rottami, magari a distanza di anni”). Ti andrebbe di commentarla? Leggi tutto…

COME IN UN LABIRINTO DI SPECCHI di Silvana Mazzocchi (intervista)

“Come in un labirinto di specchi” di Silvana Mazzocchi (Iacobelli): intervista all’autrice

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di Massimo Maugeri

Silvana Mazzocchi, scrittrice e giornalista, storica firma de La Repubblica, è autrice di vari libri di successo tra i quali Nell’anno della Tigre: storia di Adriana Faranda (1994); Iddu, la cattura di Bernardo Provenzano (con Enrico Bellavia, 2006) e il romanzo L’amore crudele (con Patrizia Pistagnesi, 2008).

Per i tipi di Iacobelli è uscito un nuovo romanzo di Silvana Mazzocchi. Si intitola Come in un labirinto di specchi.

«Ho sessantacinque anni e ancora non so se sono una vigliacca o soltanto una donna responsabile. Non saprei dire che cosa sia la felicità, ma forse non conosco neanche la serenità. Ho chiuso tante porte nel corso della mia esistenza, ma chissà se l’ho fatto per egoismo, per superficialità o perché ho creduto ogni volta di muovermi nella direzione giusta.
Come tutti, avrei potuto fare scelte diverse e avere un’altra vita, ma non ho rimpianti, anzi. Eppure, nonostante la facciata tranquilla che mostro, è come se in me ci fossero due donne. Da sempre. So che solo cancellandone una, sarò realmente libera e, giorno dopo giorno, tiro avanti con le mie due anime. Da quasi mezzo secolo».

È questo il coinvolgente incipit del romanzo. La voce narrante di una donna che si guarda alle spalle, osserva la sua esistenza e riflette sull’oggi pensando al passato. Leggi tutto…

PIANTO DI PIETRA. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume “PIANTO DI PIETRA. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti” a cura di Lucio Fabi e Nicola Bultrini (Iacobelli – Prefazione di Andrea Zanzotto)

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Giuseppe Ungaretti, Enrico Conti, Carlo Salsa, Giuseppe Reina: quattro giovani uomini sotto i trent’anni tra i tanti – migliaia e migliaia – scagliati nello stesso inferno. Ognuno di essi ha visto cose oggi difficilmente immaginabili, ha elaborato la propria esperienza secondo quanto gli dicevano il cuore, i sensi, la mente. Uno è diventato poeta grandissimo in trincea, l’altro è morto lontano da casa e dalla famiglia a cui voleva ritornare, gli ultimi due, scrittori di professione, hanno messo sulla carta la loro esperienza, offrendo un quadro espressionista della guerra in trincea sotto il San Michele.
Nei primi due interminabili mesi al fronte Ungaretti, pur non partecipando ad alcuna azione bellica, ma soltanto assolvendo strettamente compiti di vigilanza e rafforzamento delle trincee conquistate sotto il San Michele nell’autunno precedente, ha modo di aggirarsi nei gironi infernali del Carso di guerra.
In alto, sotto le cime del monte, le trincee avanzate, buche individuali in cui le vedette vigilavano immobili per tutta la giornata, tentando qualche movimento soltanto di notte. Qualche decina di metri più sotto, la trincea di prima linea, di solito l’ultima trincea austriaca conquistata e rivoltata, cioè rinforzata dalla parte più esposta con pietre, sacchi di terra e resti di cadaveri che era impossibile rimuovere, presidiata in forze da soldati occupati a controllare costantemente il tratto antistante alla trincea avversaria. Leggi tutto…

SCRIVERE CON L’INCHIOSTRO BIANCO di Maria Rosa Cutrufelli (un estratto)

SCRIVERE CON L’INCHIOSTRO BIANCO di Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli)

Maria Rosa Cutrufelli nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ha scelto di fermarsi a Roma. I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una ventina di lingue. Fra i romanzi ricordiamo: La donna che visse per un sogno (nella cinquina del Premio Strega, vincitore dei premi Penne, Alghero-Donna, Racalmare-Sciascia), La briganta, Complice il dubbio, D’amore e d’odio (vincitore del Premio Tassoni), I bambini della Ginestra (vincitore del Premio Ultima Frontiera). I suoi romanzi sono pubblicati da Frassinelli, Longanesi, La Tartaruga; mentre i suoi saggi da Editori Riuniti e Feltrinelli.

Di recente, per Iacobelli, è uscito questo suo nuovo libro intitolato: Scrivere con l’inchiostro bianco.

Il libro nasce dalle due seguenti domande. Perché si scrive? Come si scrive? A queste “classiche” domande domande sulla scrittura se ne aggiunge un’altra con riferimento a una “questione letteraria” piuttosto dibattuta: esiste una scrittura femminile? O (come è ben evidenziato nella scheda del libro) per dirla in maniera più appropriata: l’appartenenza a un genere sessuale o all’altro influisce sulla parola scritta e sull’arte del racconto? Maria Rosa Cutrufelli dà una sua risposta che è allo stesso tempo una proposta di riflessione e di confronto con scrittori e critici. E lo fa nell’unico modo possibile senza risultare astratta o ideologica: mettendo in campo l’autobiografia e l’esperienza, partendo dalla vita vissuta e tornando indietro, fino ai grandi miti fondativi della nostra cultura. Insomma, raccontando.

Di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro: il capitolo intitolato “Permessi e divieti”
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ALLA RICERCA DI MR DARCY (un estratto)

In vista del bicentenario della morte di Jane Austen (18 luglio 1817), pubblichiamo un estratto del volume ALLA RICERCA DI MR DARCY di Giovanna Pezzuoli (Iacobelli)

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Capitolo I

Un intramontabile (sex) appeal

La prima impressione, si sa, non e quella che conta: lui, bello ed enigmatico, con la sua immensa proprietà nel Derbyshire, se ne sta impalato e risponde freddamente all’amico che lo spinge a invitare lei a ballare: «sì e passabile ma non abbastanza bella per tentare me, e al momento non sono affatto in vena di intrattenere le signorine trascurate dagli altri giovanotti» (JA, 2016, p. 65)1. Altero, sprezzante, presuntuoso, ma chi si crede di essere… sono tutti pensieri legittimi, ricordandosi però che è solo la prima impressione.

Siamo a Meryton, immaginario villaggio dell’Hertfordshire: un ballo campagnolo con simpatiche ragazze di buona famiglia non è esattamente l’ambiente dove Mr Fitzwilliam Darcy, nobile d’aspetto e con una rendita di diecimila sterline all’anno – come sa tutta la sala cinque minuti dopo il suo ingresso trionfale – si sente a proprio agio.

Serio, imbronciato, anzi decisamente scostante diventa subito impopolare, spegnendo gli iniziali entusiasmi per la sua “virilità” e bellezza; ed è tanto più sgradito a Elizabeth (Lizzie) Bennet, la fanciulla oggetto del commento assai poco gratificante, e neppure fatto sottovoce. Lei, avendo un carattere allegro e giocoso, riferisce con spirito l’episodio alle amiche. Ma il giorno dopo, a casa del vicino, Sir William Lucas – che ha conquistato qualche blasone grazie ai suoi fortunati commerci –, Elizabeth, commentando la festa, mentre giura che non ballerà mai con lui, è costretta ad ammettere: «[…] potrei facilmente scusare il suo orgoglio, se non avesse mortificato il mio» ( JA, 2016, p. 72).

Eppure circa sei mesi e 150 pagine dopo accade l’impensabile. Lo stesso signore, altero, bello e non più impossibile, chiede la mano di Elizabeth confessandole: «Ho lottato invano. E inutile. Dovete permettermi di dirvi che vi ammiro e vi amo ardentemente» ( JA, 2016, p. 224). Singolare dichiarazione, formulata con ansia e apprensione ma anche con l’orgogliosa certezza di una risposta favorevole che suscita in lei uno «stupore indicibile» unito a una buona dose di rabbia e di indignazione. Leggi tutto…

QUELLA FEBBRE SOTTO LE PAROLE

Pubblichiamo l’introduzione del volume QUELLA FEBBRE SOTTO LE PAROLE a cura di Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli): Anna Maria Crispino a colloquio con Maria Rosa Cutrufelli

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Questa raccolta di interviste a 12 scrittrici sul loro vivere e sentire la scrittura sarà presentata giovedì 26 gennaio alle 18 nello spazio Moby Dick biblioteca hub culturale a Roma da Paolo Di Paolo e Alessandra Pigliaru. Coordinerà Anna Maria Crispino e saranno presenti alcune delle autrici.

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Quella febbre sotto le parole – A cura e con introduzione di Maria Rosa Cutrufelli

Introduzione
Anna Maria Crispino a colloquio
con Maria Rosa Cutrufelli

Giornalista, grande viaggiatrice, autrice di romanzi, racconti, reportage, testi radiofonici e persino di un libro per bambini: Maria Rosa Cutrufelli ha sempre avuto il gusto di prati­care tutti i generi che la scrittura mette a disposizione, di esplorarli dall’interno e magari di rovesciarli per trovare la forma e le parole giuste per dire quello che le sta a cuore. Ma anche di promuovere e valorizzare la scrittura di altre donne, organizzando eventi sin dagli anni Ottanta, quando il discorso sull’écriture feminine italiana muoveva ancora i suoi primi passi – basti ricor­dare, a mo’ di esempio, l’Almanacco di Firmato Donna Scritture, scrittrici (1988).
Non che non ci fossero le scrittrici, anzi. Il secondo Novecento ha visto una crescita costante della loro presenza sulla scena letteraria ed editoriale nazionale, ma spesso all’ombra del neutro maschile “scrittore”, per la supponenza dei critici, certo, ma forse anche per il timore delle stesse scrittrici di essere sospinte nel recinto della letteratura “sentimentale” – se non “rosa” tout-court – e di conseguenza collocate in serie B.
D’altronde però, già dagli anni Settanta la nuova ondata del femminismo aveva aperto la via per una rivalutazione delle “pioniere”, per una diversa atten­zione alle contemporanee e persino per una maggiore “autorizzazione” all’espressione per le aspiranti scrit­trici: è del 1975 la fondazione della casa editrice La Tartaruga di Laura Lepetit in un contesto di plurime iniziative editoriali “firmate” donna. Ma ancora la cit­tadella della critica letteraria, nei giornali e riviste auto­revoli e nei dipartimenti di italianistica delle università, continuava a resistere strenuamente agli studi delle donne (Women’s Studies) che altrove, specie nel mondo anglofono, erano già una realtà diffusa e assai vitale. Leggi tutto…

LA DISERTORA

La disertoraLA DISERTORA di Barbara Beneforti (Iacobelli, 2016) – un estratto del libro
Capitolo 1

La processione dei fantasmi

La creatura si era attaccata al suo corpo come la zecca al cane. La donna aveva provato in tutti i modi a liberarsene, ma nessuno dei sistemi miracolosi carpiti a caro prezzo alla guaritrice aveva portato giovamento. Non erano serviti a nulla neppure dieci mazzi di prezzemolo crudo, neppure il decotto di certe erbe segrete, amare come il fiele. Alla fine, visto che l’unico guadagno era stato un solenne mal di corpo, la donna si mise a pulire da cima a fondo tutta la casa e anche la stalla, andò al fosso con mezzo quintale di panni da lavare e se li caricò in capo senza strizzarli, perché il peso la sfiancasse meglio. Tentò ogni rimedio, lecito e meno lecito, ma niente da fare: la creatura aveva preso dimora nel suo corpo proprio come la zecca che succhia golosa il sangue del cane, mostrando fin dal primo istante della sua esistenza una testardaggine senza rimedio.
Il fattaccio si era manifestato senza clamore, nell’aia della casa di un bracciante, in un paesuccio ai margini più lontani del Granducato, poco più su della Porta San Marco di Pistoia.
Era un paese lontano da tutto, a quei tempi, collegato alla città da una strada diritta e lunga, sulla quale si affacciavano le modeste case di contadini e di artigiani. Quella stessa strada, qualche anno più tardi, venne dedicata al famoso astronomo Padre Antonelli, ma a quei tempi a Candeglia non c’era quasi niente: la farmacia e la posta sarebbero arrivate soltanto vent’anni dopo, così come le botteghe di generi alimentari, il macellaio e il fabbro. Leggi tutto…

O SOLITUDE di Catherine Millot (un estratto)

O solitudePubblichiamo le prime pagine di O SOLITUDE di Catherine Millot (Iacobelli editore)

È in libreria la versione italiana di “O solitude” di Catherine Millot, libro edito in Francia da Gallimard in cui l’autrice insegna come uscire dalla depressione e vivere la solitudine come una risorsa.

Catherine Millot, scrittrice e psicoanalista, allieva di Jacques Lacan, ci racconta attraverso i suoi viaggi, i suoi amori infelici, il senso di abbandono, la tristezza della solitudine. Ma in questo romanzo gli incontri sembrano lenire questa angoscia.
Incontri importanti con i protagonisti del secolo passato: Proust, che legge e rilegge e definisce il romanzo sull’amore per eccellenza, Barthes che compara il linguaggio a un membro stanco del corpo umano, Hudson e la sua felicità nella solitudine della Pampa e nei giardini londinesi, Soseki che durante la malattia ritrova nel silenzio la sua creatività, Poe che indica una via per uscire dal maelstrom della depressione.

Traduzione a cura di: Lia Colucci, Georgia Jacob La Penna, Diego Mautino.

Il volume è realizzato in coedizione con le Edizioni Praxis del Campo lacaniano

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Le prime pagine di O SOLITUDE di Catherine Millot (Iacobelli editore)

 

1.

La felice impazienza degli inizi. L’orizzonte è un cerchio perfetto,
il mare è deserto, vuoto come la pagina bianca che
mi aspetta, come i giorni a venire, con soltanto il sole e il
mare, e le isole. E il sole sorgerà sul mare, tramonterà sul mare.
Io potrò uscire la mattina sul ponte a guardarlo levarsi sino a
quando l’alba grigia diventi l’aurora rosa, e in seguito riaddormentarmi,
tutta avvolta dalla bellezza del giorno nascente. La felicità
si confonde con il mare e il sole e la scrittura che sarà, le
lunghe mattinate di scrittura, il tempo reso alla sua libertà. Appena
imbarcata a Napoli, l’altro ieri sera, ho sentito installarsi il
silenzio interiore della scrittura. Scrivere, è sempre riannodare
con il fondo, con il grande silenzio originario. Le frasi che già si
scrivono nella mia testa fanno silenzio, e nascono dal silenzio che
si fa. Questa mattina, il mare oleoso che si confonde all’orizzonte
con il cielo aggiunge la sua calma al silenzio. Leggi tutto…

LA STORIA DI UNO È LA STORIA DI TUTTI, di Angela Lanza (un estratto del libro)

Pubblichiamo le prime pagine del volume LA STORIA DI UNO È LA STORIA DI TUTTI, di Angela Lanza (Iacobelli editore, 2014)

La scheda del libro
Interviste e storie di vita di migranti sbarcati a Lampedusa dal 2003 fino al grande naufragio del 3 ottobre 2013 dove persero la vita oltre 400 persone. L’esperienza della psichiatra Enza Malatino ci fa conoscere racconti di egiziani, tunisini, palestinesi, tutti diversi ma di eguale disperazione e dolore. Come il ragazzo che non saluta la madre prima di partire, unico lancinante ricordo di sei mesi di viaggio; un giovane palestinese che parla di libertà, di diritti, di morte e di annientamento; come i bambini che crescono senza infanzia e come la loro musica sia esclusivamente quella delle mitragliatrici. “Mi risposero che per loro la morte è compagna di vita, che uscendo per la strada rischiano di essere ammazzati più volte al giorno, rischiano di morire di fame e vedono così morire i loro figli, fratelli, padre e madre, che morire in mare o al loro paese non fa molta differenza. Almeno così – dissero – abbiamo un filo di speranza”. Il libro si conclude con la Carta di Lampedusa. Con un contributo di Fulvio Vassallo Paleologo e con una testimonianza di Enza Malatino.

Il libro sarà presentato lunedì 6 ottobre 2014 – ore 17.30 – presso la Fonderia Oretea – piazza Fonderia Alla Cala – Palermo
Insieme all’autrice, interverranno: Giusto Catania (assessore con deleghe alla Partecipazione, Decentramento e Migrazione), Enza Malatino (medico psichiatra), Fulvio Vassallo (Paleologo, avvocato, docente Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero). Coordina: Adham Darawsha (medico, presidente della Consulta delle culture). Yodit Abraha porterà la sua testimonianza.

 

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Prefazione

 

Vorrei scrivere parole che rimangono
per chi non è rimasto
poi mi dico a che servono. Sono tutti in fondo al mare.
Oppure in container. O in lunghi ed estenuanti viaggi ancora
lontani dalla costa.
Quando ero bambina la costa di fronte aveva un grande fascino.
Fu la prima volta che a scuola mi parlarono di Cartagine.
Qualche volta si tifava più per i Cartaginesi che per i Romani.
Animali arcaici e incredibili come gli elefanti li accompagnavano.
Le loro gesta erano entusiasmanti.

 

Con questo libro non ho la pretesa di risolvere qualcosa, anche se c’è un lume in fondo al tunnel che mi fa un poco di chiaro. Un libro non può risolvere ma può porre domande anche se questo è difficile.
Ho scoperto che non sono una donna libera. Che l’Europa, dalla parte di terra e cioè a est, è delimitata da reti metalliche sostenute da enormi pali. Una frontiera sbarrata per centinaia e centinaia di chilometri e, nella parte di fronte a me, chiusa da miglia di mare.
Io sono dentro questa gabbia. Noi siamo dentro questa gabbia. Non importa se posso prendere l’aereo e volare e, per esempio, andarmene a New York o a Delhi. Resto sempre in una gabbia. Io mi posso muovere ma gli altri sono costretti a restare fermi. Non ho quindi un termine di paragone. Il mondo sembra finto.
Quando studiavo la storia non mi sembrava ci fossero confini. Sì, c’erano le frontiere e i passaporti ma anche un senso di circolazione che lasciava liberi di decidere ognuno, chi più chi meno, a seconda della propria vita privata.
Comincio a scrivere in un pomeriggio invernale alla fine del 2013, certo sotto la spinta di quello che è successo lo scorso ottobre ma soprattutto dopo avere incontrato una donna che ha lavorato per 15 anni a Lampedusa. La prima volta che ho incontrato Enza Malatino è stato infatti subito dopo la tragedia del 3 ottobre, il naufragio di 500 africani a pochi metri dalla Baia dei Conigli, ci siamo incontrate all’Istituto Gramsci di Palermo verso la metà del mese. Dolore, incredulità, rabbia: la gente presente ascoltava impietrita il suo racconto.
Enza aveva chiesto di parlare con qualcuno – donna? – che potesse ascoltare il tremendo dolore che l’aveva ancora una volta investita e alleviare – se mai fosse stato possibile – il macigno che si trovava a gestire dentro di sé. Ma cercava anche una condivisione con ascoltatori che fino a quel momento non aveva trovato.
Ero stata colpita dalla sua emotività, trascinata dal suo coinvolgimento e, insieme a tutti gli altri, ascoltavo stupita il modo in cui erano avvenuti i fatti attraverso le storie raccontate da lei e taciute in gran parte dai giornali. Cose dette e non dette dalla stampa, perché da un lato non si poteva nasconderle ma dall’altro erano state qualche volta alleggerite, ne era stata affievolita la disumanità, sbiadita la colpevolezza.
Dopo quindici giorni, Enza ed io ci siamo trovate in una terrazza di Palermo per cominciare a mettere a punto prima di tutto le nostre storie personali intrecciate agli interessi, agli avvenimenti che ci sembrava importante condividere. E da questo inizio – in cui io ho imparato a conoscere la madre e il padre di Enza e lei i miei continui spostamenti fra Roma e Palermo a seconda delle diverse fasi della mia vita – abbiamo cominciato a scrivere.

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1. Sbarchi dal 2001 al 2011

L’esperienza di Enza Malatino a Lampedusa è cominciata nel 2001. Inizialmente lei non aveva mai pensato di lavorare così lontano da Palermo dove aveva due figli piccoli, ma una mattina andando alla Usl per delle informazioni, per caso sbaglia ufficio e si trova davanti il responsabile del settore. Questi comincia a farle alcune domande e, alla fine, dice: «Se io dovessi attivare delle ore di psichiatria a Lampedusa lei non ci andrebbe, è vero?». Questa frase sembrò a Enza una sfida e immediatamente rispose: «Certo che ci andrei!», dimenticando in quel momento i figli piccoli e la complicazione del dovere prendere l’aereo per andare due giorni alla settimana nell’isola. La curiosità e l’interesse avevano avuto il sopravvento e lei aveva accettato la sfida. Leggi tutto…

TERREMOTIVITA’, di Marco Lombardi (uno stralcio del libro)

In concomitanza del 5° anniversario del terremoto a L’Aquila, l’editore Iacobelli ha pubblicato Terremotività di Marco Lombardi. Si tratta di una storia che prende avvio da un fatto vero: una persona che si è barricata in una casa puntellata della zona rossa della città. Ne pubblichiamo uno stralcio, per gentile concessione dell’editore

La scheda del libro
Claudia fa volontariato nel tentativo di dare un senso alla sua vita. Perciò, quando una città a lei vicina viene distrutta da un terremoto, molla il lavoro e gli amici per prestare soccorso in una tendopoli.
La sua ansia salvifica si scontra con le tensioni presenti in quei luoghi, fin quando viene a contatto con “la città proibita”, cioè con il centro storico che è stato interdetto al pubblico, anche ai residenti, per il pericolo di crolli e di sciacallaggio.
Claudia si convince che lì dentro c’è qualcuno che non vuole andarsene, ed è questa convinzione che la trascinerà dentro una storia estrema, di passione e di dolore, dalla quale uscirà diversa da prima.
Intanto la osserva da lontano una montagna, forse quella che ha causato il terremoto, mentre un misterioso personaggio continua a inviarle delle poesie…

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Da Terremotività di Marco Lombardi (Cap. 28)

– Guarda che stronzo quello, fa le riprese come fosse in vacanza, – disse Finny.
– Proprio stronzo, – replicò Claudia.
– Mica è uno della televisione?
– Non credo, ha una telecamerina da quattro soldi. Sarà un volontario come noi, però stronzo.
La due ragazze stavano fumando sedute sul muretto che delimitava la tendopoli.
– Ma tu l’hai visto il centro? – chiese Finny.
– Qualcosa.
– E cosa?
– Qualche via, qualche piazza…
– E quando?
– L’altro giorno, quando sono andata a parlare con Fabio.
– Ah già, e com’è andata?
– È andata. Lasciamo stare.
Finny buttò fuori il fumo come stesse sbuffando.
– E tu, invece? – chiese Claudia.
– Io cosa?
– Se hai visto il centro.
– No, io no.
– E perché?
– Non voglio fare la turista come quello là. E dire che faccio un sacco di filmatini col cellulare… riprendo i miei amici in tutti i modi possibili, dopo un po’ non ne possono più e mi mandano affanculo!
Claudia sorrise.
– Ma ce l’hai un ragazzo? – chiese Claudia.
– No. C’è uno che mi piace, ma non è mai successo niente. Poi c’è un tipo molto più grande di me con cui scopo, ma non stiamo insieme. Mi sa che è pure sposato, – disse Finny. S’intristì per un attimo. Poi s’infilò una mano in tasca e tirò fuori il cellulare.
– È tardi, bisogna andare in mensa! Che quelli poi ci licenziano, – disse Finny ridendo.
Si mise a correre verso la mensa. Quando Claudia la raggiunse era già dietro il bancone del self service con indosso il grembiule. Gli occhi di Finny brillavano come il mare d’estate. Con indosso quell’abito bianco, e quell’entusiasmo sincero, era bella. Persino sensuale, nonostante l’abbigliamento.
– Fai in fretta, – le sussurrò Finny porgendole un grembiule.
– È pronto! – disse un omone pieno d’ironia. – Oggi lo chef, che modestamente sono io, s’è permesso di condire la pasta con del burro di Normandia e una grattatina di tartufo nero. Ho fatto bene? – disse allungando una vaschetta di metallo con dentro le penne al pomodoro
che preparava quasi tutti i giorni. Leggi tutto…

TRILOGIA, di Giacoma Limentani (la prefazione di Lidia Ravera)

Trilogia: In contumacia-Dentro la D-La spirale della tigreIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo la prefazione di Lidia Ravera al volume “TRILOGIA: In contumacia – Dentro la D – La spirale della tigre“, di Giacoma Limentani (Iacobelli, 2013 – pagg. 320- euro 19)

di Lidia Ravera

Che cosa è successo nell’appartamento grande, immerso nella penombra del pomeriggio, in un giorno feriale del 1938, nella città di Roma? Che cosa esattamente è successo, mentre la madre sta riportando a casa la figlia maggiore reduce da un’operazione d’appendicite, mentre il padre è lontano e non bisogna dire dov’è? Che cosa è successo alla figlia minore ancora bambina e alla nonna con gli occhi velati dalla cataratta? Che cosa ha violato l’infanzia e precipitato la vecchiaia nella malattia? Per tutte le pagine del romanzo In contumacia, Giacoma Limentani non risponde. E le domande si fanno, perciò, di pagina in pagina, più urgenti, ansiogene, angosciate. La bambina delira silenziosa di un nastro rosso, di sangue che scorre e sporca e dopo niente è più come prima. Ha dodici anni. Il menarca si confonde con una punta di ferro che penetra, con un grumo di sangue indotto. Violenza carnale, stupro fascista? La bambina pulisce se stessa il pavimento la nonna e tutta quello che le capita a tiro.
Pulisce cercando di ristabilire l’ordine dell’infanzia. Non ci riuscirà.
Allora impara a tacere. Il silenzio della bambina è diverso dal silenzio della nonna. È il silenzio di chi si ostina a non dire, per non entrare in un mondo adulto che si presenta come si presenta: violenza, persecuzione, ingiustizia, morte, pericolo e paura.
Il silenzio della nonna, invece, è l’ultima precauzione prima del congedo.

È lei che chiede alla bambina di imparare a tacere: «Hai capito perché non devi dirlo a nessuno? Non è il momento di fare pazzie. Ce la farai?».
Ce la fa, la bambina.
Ma il prezzo da pagare è alto.
Un’estraneità alla parola che diventa marginalità.
«Se non ci dici dov’è lo condanniamo in contumacia».
«Che cosa vuol dire in contumacia?».
Non lo dicono, né la vecchia né la bambina, dov’è il padre (a Milano? A incontrare altri che come lui devono agire in segreto?), così viene condannato in contumacia.
E “in contumacia” si può morire.
Anche senza aver capito.
Anche prima di capire.
Ho letto In contumacia, quando è uscito, nel 1967, edizioni Adelphi. Ero, per età, molto vicina alla bambina protagonista, in piena adolescenza. Giacoma Limentani aveva 40 anni ed era, com’è tuttora, una raffinata traduttrice dall’inglese e dal francese, oltreché una studiosa attenta e mai banale, della tradizione e del pensiero ebraico. Quella prima lettura mi ha segnata profondamente, tanto che, rileggendo, ho misurato una consistenza della memoria su cui, in genere, non posso contare.
Leggo in fretta, dimentico spesso.
A colpire duro, a restarmi impresso per tutti questi anni, non è stato, come potrebbe apparire ovvio, l’orrore della Storia, la violenza, il nazismo, la persecuzione, la fuga. A colpirmi è stato tutto il non detto che percorre le pagine del romanzo, l’epopea di quel silenzio precoce, l’evocazione di quel doloroso patto con lo stoicismo, fra la bambina e la vecchia, fra chi è all’inizio della vita e chi è alla fine, per non peggiorare la situazione, per non far precipitare i sentimenti verso la vendetta, per non aggiungere violenza a violenza.
«Hai capito perché non devi dirlo a nessuno? Ce la farai?».
Mi ha colpito, e ritrovo intatta, tutta la mia giovanile reverenza e ammirazione per la letteratura, la capacità di evocare senza dire, di concretizzare l’indicibile in «un incubo circolare e inarrestabile: una casa piena di presenze, l’ossessione del sangue e del corpo, frammenti sacri della tradizione ebraica che irrompono nel presente lo disintegrano e si disintegrano, un limbo di estraneità in una città invasa da una torbida allucinazione» (si legge nel risvolto di copertina della prima edizione).
Mi ha colpito la funzione nobile della letteratura: rendere il particolare universale.
Il silenzio della bambina e della vecchia diventa il silenzio di tutti.
Lo stoicismo di chi è chiamato a sopportare. Leggi tutto…

VITA, di Angelo Longoni

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto tratto dal volume “Vita” di Angelo Longoni (Iacobelli, 2012)

La scheda del libro
Un incidente stradale cambia la vita di un’intera famiglia: una figlia di 17 anni, sospesa tra la vita e la morte, si trova attaccata a delle macchine che riproducono il suo battito cardiaco, gonfiano d’ossigeno i suoi polmoni e pretendono di donarle la vita. Continuare a sperare o staccare la spina e abbandonarsi al ricordo? Quindici anni dalla notte dell’incidente hanno cambiato tutto, hanno trasformato i due genitori, ormai stremati da quel continuo alternarsi di speranze e delusioni. Le voci della madre, del padre e della figlia raccontano l’amore ognuno dal suo punto di vista, ricomponendo un mosaico di vita andato in frantumi. La contrapposizione tra i genitori è metafora del diverso modo di affrontare il tema dell’eutanasia, cercando di comprendere le ragioni di chi crede che tutto questo possa essere vita, ma anche di chi, come i parenti di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welbi, hanno scelto la dignità della morte. Vita è la storia della frattura nelle coscienze del nostro paese, incapaci di decidere sul significato della parola “amare”.

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Da “Vita“, di Angelo Longoni

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