Archivio

Posts Tagged ‘iacobelli’

PIANTO DI PIETRA. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume “PIANTO DI PIETRA. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti” a cura di Lucio Fabi e Nicola Bultrini (Iacobelli – Prefazione di Andrea Zanzotto)

 * * *

Giuseppe Ungaretti, Enrico Conti, Carlo Salsa, Giuseppe Reina: quattro giovani uomini sotto i trent’anni tra i tanti – migliaia e migliaia – scagliati nello stesso inferno. Ognuno di essi ha visto cose oggi difficilmente immaginabili, ha elaborato la propria esperienza secondo quanto gli dicevano il cuore, i sensi, la mente. Uno è diventato poeta grandissimo in trincea, l’altro è morto lontano da casa e dalla famiglia a cui voleva ritornare, gli ultimi due, scrittori di professione, hanno messo sulla carta la loro esperienza, offrendo un quadro espressionista della guerra in trincea sotto il San Michele.
Nei primi due interminabili mesi al fronte Ungaretti, pur non partecipando ad alcuna azione bellica, ma soltanto assolvendo strettamente compiti di vigilanza e rafforzamento delle trincee conquistate sotto il San Michele nell’autunno precedente, ha modo di aggirarsi nei gironi infernali del Carso di guerra.
In alto, sotto le cime del monte, le trincee avanzate, buche individuali in cui le vedette vigilavano immobili per tutta la giornata, tentando qualche movimento soltanto di notte. Qualche decina di metri più sotto, la trincea di prima linea, di solito l’ultima trincea austriaca conquistata e rivoltata, cioè rinforzata dalla parte più esposta con pietre, sacchi di terra e resti di cadaveri che era impossibile rimuovere, presidiata in forze da soldati occupati a controllare costantemente il tratto antistante alla trincea avversaria. Leggi tutto…

SCRIVERE CON L’INCHIOSTRO BIANCO di Maria Rosa Cutrufelli (un estratto)

SCRIVERE CON L’INCHIOSTRO BIANCO di Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli)

Maria Rosa Cutrufelli nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ha scelto di fermarsi a Roma. I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una ventina di lingue. Fra i romanzi ricordiamo: La donna che visse per un sogno (nella cinquina del Premio Strega, vincitore dei premi Penne, Alghero-Donna, Racalmare-Sciascia), La briganta, Complice il dubbio, D’amore e d’odio (vincitore del Premio Tassoni), I bambini della Ginestra (vincitore del Premio Ultima Frontiera). I suoi romanzi sono pubblicati da Frassinelli, Longanesi, La Tartaruga; mentre i suoi saggi da Editori Riuniti e Feltrinelli.

Di recente, per Iacobelli, è uscito questo suo nuovo libro intitolato: Scrivere con l’inchiostro bianco.

Il libro nasce dalle due seguenti domande. Perché si scrive? Come si scrive? A queste “classiche” domande domande sulla scrittura se ne aggiunge un’altra con riferimento a una “questione letteraria” piuttosto dibattuta: esiste una scrittura femminile? O (come è ben evidenziato nella scheda del libro) per dirla in maniera più appropriata: l’appartenenza a un genere sessuale o all’altro influisce sulla parola scritta e sull’arte del racconto? Maria Rosa Cutrufelli dà una sua risposta che è allo stesso tempo una proposta di riflessione e di confronto con scrittori e critici. E lo fa nell’unico modo possibile senza risultare astratta o ideologica: mettendo in campo l’autobiografia e l’esperienza, partendo dalla vita vissuta e tornando indietro, fino ai grandi miti fondativi della nostra cultura. Insomma, raccontando.

Di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro: il capitolo intitolato “Permessi e divieti”
Leggi tutto…

ALLA RICERCA DI MR DARCY (un estratto)

In vista del bicentenario della morte di Jane Austen (18 luglio 1817), pubblichiamo un estratto del volume ALLA RICERCA DI MR DARCY di Giovanna Pezzuoli (Iacobelli)

 * * *

 

Capitolo I

Un intramontabile (sex) appeal

La prima impressione, si sa, non e quella che conta: lui, bello ed enigmatico, con la sua immensa proprietà nel Derbyshire, se ne sta impalato e risponde freddamente all’amico che lo spinge a invitare lei a ballare: «sì e passabile ma non abbastanza bella per tentare me, e al momento non sono affatto in vena di intrattenere le signorine trascurate dagli altri giovanotti» (JA, 2016, p. 65)1. Altero, sprezzante, presuntuoso, ma chi si crede di essere… sono tutti pensieri legittimi, ricordandosi però che è solo la prima impressione.

Siamo a Meryton, immaginario villaggio dell’Hertfordshire: un ballo campagnolo con simpatiche ragazze di buona famiglia non è esattamente l’ambiente dove Mr Fitzwilliam Darcy, nobile d’aspetto e con una rendita di diecimila sterline all’anno – come sa tutta la sala cinque minuti dopo il suo ingresso trionfale – si sente a proprio agio.

Serio, imbronciato, anzi decisamente scostante diventa subito impopolare, spegnendo gli iniziali entusiasmi per la sua “virilità” e bellezza; ed è tanto più sgradito a Elizabeth (Lizzie) Bennet, la fanciulla oggetto del commento assai poco gratificante, e neppure fatto sottovoce. Lei, avendo un carattere allegro e giocoso, riferisce con spirito l’episodio alle amiche. Ma il giorno dopo, a casa del vicino, Sir William Lucas – che ha conquistato qualche blasone grazie ai suoi fortunati commerci –, Elizabeth, commentando la festa, mentre giura che non ballerà mai con lui, è costretta ad ammettere: «[…] potrei facilmente scusare il suo orgoglio, se non avesse mortificato il mio» ( JA, 2016, p. 72).

Eppure circa sei mesi e 150 pagine dopo accade l’impensabile. Lo stesso signore, altero, bello e non più impossibile, chiede la mano di Elizabeth confessandole: «Ho lottato invano. E inutile. Dovete permettermi di dirvi che vi ammiro e vi amo ardentemente» ( JA, 2016, p. 224). Singolare dichiarazione, formulata con ansia e apprensione ma anche con l’orgogliosa certezza di una risposta favorevole che suscita in lei uno «stupore indicibile» unito a una buona dose di rabbia e di indignazione. Leggi tutto…

QUELLA FEBBRE SOTTO LE PAROLE

Pubblichiamo l’introduzione del volume QUELLA FEBBRE SOTTO LE PAROLE a cura di Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli): Anna Maria Crispino a colloquio con Maria Rosa Cutrufelli

* * *

Questa raccolta di interviste a 12 scrittrici sul loro vivere e sentire la scrittura sarà presentata giovedì 26 gennaio alle 18 nello spazio Moby Dick biblioteca hub culturale a Roma da Paolo Di Paolo e Alessandra Pigliaru. Coordinerà Anna Maria Crispino e saranno presenti alcune delle autrici.

* * *

Quella febbre sotto le parole – A cura e con introduzione di Maria Rosa Cutrufelli

Introduzione
Anna Maria Crispino a colloquio
con Maria Rosa Cutrufelli

Giornalista, grande viaggiatrice, autrice di romanzi, racconti, reportage, testi radiofonici e persino di un libro per bambini: Maria Rosa Cutrufelli ha sempre avuto il gusto di prati­care tutti i generi che la scrittura mette a disposizione, di esplorarli dall’interno e magari di rovesciarli per trovare la forma e le parole giuste per dire quello che le sta a cuore. Ma anche di promuovere e valorizzare la scrittura di altre donne, organizzando eventi sin dagli anni Ottanta, quando il discorso sull’écriture feminine italiana muoveva ancora i suoi primi passi – basti ricor­dare, a mo’ di esempio, l’Almanacco di Firmato Donna Scritture, scrittrici (1988).
Non che non ci fossero le scrittrici, anzi. Il secondo Novecento ha visto una crescita costante della loro presenza sulla scena letteraria ed editoriale nazionale, ma spesso all’ombra del neutro maschile “scrittore”, per la supponenza dei critici, certo, ma forse anche per il timore delle stesse scrittrici di essere sospinte nel recinto della letteratura “sentimentale” – se non “rosa” tout-court – e di conseguenza collocate in serie B.
D’altronde però, già dagli anni Settanta la nuova ondata del femminismo aveva aperto la via per una rivalutazione delle “pioniere”, per una diversa atten­zione alle contemporanee e persino per una maggiore “autorizzazione” all’espressione per le aspiranti scrit­trici: è del 1975 la fondazione della casa editrice La Tartaruga di Laura Lepetit in un contesto di plurime iniziative editoriali “firmate” donna. Ma ancora la cit­tadella della critica letteraria, nei giornali e riviste auto­revoli e nei dipartimenti di italianistica delle università, continuava a resistere strenuamente agli studi delle donne (Women’s Studies) che altrove, specie nel mondo anglofono, erano già una realtà diffusa e assai vitale. Leggi tutto…

LA DISERTORA

La disertoraLA DISERTORA di Barbara Beneforti (Iacobelli, 2016) – un estratto del libro
Capitolo 1

La processione dei fantasmi

La creatura si era attaccata al suo corpo come la zecca al cane. La donna aveva provato in tutti i modi a liberarsene, ma nessuno dei sistemi miracolosi carpiti a caro prezzo alla guaritrice aveva portato giovamento. Non erano serviti a nulla neppure dieci mazzi di prezzemolo crudo, neppure il decotto di certe erbe segrete, amare come il fiele. Alla fine, visto che l’unico guadagno era stato un solenne mal di corpo, la donna si mise a pulire da cima a fondo tutta la casa e anche la stalla, andò al fosso con mezzo quintale di panni da lavare e se li caricò in capo senza strizzarli, perché il peso la sfiancasse meglio. Tentò ogni rimedio, lecito e meno lecito, ma niente da fare: la creatura aveva preso dimora nel suo corpo proprio come la zecca che succhia golosa il sangue del cane, mostrando fin dal primo istante della sua esistenza una testardaggine senza rimedio.
Il fattaccio si era manifestato senza clamore, nell’aia della casa di un bracciante, in un paesuccio ai margini più lontani del Granducato, poco più su della Porta San Marco di Pistoia.
Era un paese lontano da tutto, a quei tempi, collegato alla città da una strada diritta e lunga, sulla quale si affacciavano le modeste case di contadini e di artigiani. Quella stessa strada, qualche anno più tardi, venne dedicata al famoso astronomo Padre Antonelli, ma a quei tempi a Candeglia non c’era quasi niente: la farmacia e la posta sarebbero arrivate soltanto vent’anni dopo, così come le botteghe di generi alimentari, il macellaio e il fabbro. Leggi tutto…

O SOLITUDE di Catherine Millot (un estratto)

O solitudePubblichiamo le prime pagine di O SOLITUDE di Catherine Millot (Iacobelli editore)

È in libreria la versione italiana di “O solitude” di Catherine Millot, libro edito in Francia da Gallimard in cui l’autrice insegna come uscire dalla depressione e vivere la solitudine come una risorsa.

Catherine Millot, scrittrice e psicoanalista, allieva di Jacques Lacan, ci racconta attraverso i suoi viaggi, i suoi amori infelici, il senso di abbandono, la tristezza della solitudine. Ma in questo romanzo gli incontri sembrano lenire questa angoscia.
Incontri importanti con i protagonisti del secolo passato: Proust, che legge e rilegge e definisce il romanzo sull’amore per eccellenza, Barthes che compara il linguaggio a un membro stanco del corpo umano, Hudson e la sua felicità nella solitudine della Pampa e nei giardini londinesi, Soseki che durante la malattia ritrova nel silenzio la sua creatività, Poe che indica una via per uscire dal maelstrom della depressione.

Traduzione a cura di: Lia Colucci, Georgia Jacob La Penna, Diego Mautino.

Il volume è realizzato in coedizione con le Edizioni Praxis del Campo lacaniano

* * *

Le prime pagine di O SOLITUDE di Catherine Millot (Iacobelli editore)

 

1.

La felice impazienza degli inizi. L’orizzonte è un cerchio perfetto,
il mare è deserto, vuoto come la pagina bianca che
mi aspetta, come i giorni a venire, con soltanto il sole e il
mare, e le isole. E il sole sorgerà sul mare, tramonterà sul mare.
Io potrò uscire la mattina sul ponte a guardarlo levarsi sino a
quando l’alba grigia diventi l’aurora rosa, e in seguito riaddormentarmi,
tutta avvolta dalla bellezza del giorno nascente. La felicità
si confonde con il mare e il sole e la scrittura che sarà, le
lunghe mattinate di scrittura, il tempo reso alla sua libertà. Appena
imbarcata a Napoli, l’altro ieri sera, ho sentito installarsi il
silenzio interiore della scrittura. Scrivere, è sempre riannodare
con il fondo, con il grande silenzio originario. Le frasi che già si
scrivono nella mia testa fanno silenzio, e nascono dal silenzio che
si fa. Questa mattina, il mare oleoso che si confonde all’orizzonte
con il cielo aggiunge la sua calma al silenzio. Leggi tutto…

LA STORIA DI UNO È LA STORIA DI TUTTI, di Angela Lanza (un estratto del libro)

Pubblichiamo le prime pagine del volume LA STORIA DI UNO È LA STORIA DI TUTTI, di Angela Lanza (Iacobelli editore, 2014)

La scheda del libro
Interviste e storie di vita di migranti sbarcati a Lampedusa dal 2003 fino al grande naufragio del 3 ottobre 2013 dove persero la vita oltre 400 persone. L’esperienza della psichiatra Enza Malatino ci fa conoscere racconti di egiziani, tunisini, palestinesi, tutti diversi ma di eguale disperazione e dolore. Come il ragazzo che non saluta la madre prima di partire, unico lancinante ricordo di sei mesi di viaggio; un giovane palestinese che parla di libertà, di diritti, di morte e di annientamento; come i bambini che crescono senza infanzia e come la loro musica sia esclusivamente quella delle mitragliatrici. “Mi risposero che per loro la morte è compagna di vita, che uscendo per la strada rischiano di essere ammazzati più volte al giorno, rischiano di morire di fame e vedono così morire i loro figli, fratelli, padre e madre, che morire in mare o al loro paese non fa molta differenza. Almeno così – dissero – abbiamo un filo di speranza”. Il libro si conclude con la Carta di Lampedusa. Con un contributo di Fulvio Vassallo Paleologo e con una testimonianza di Enza Malatino.

Il libro sarà presentato lunedì 6 ottobre 2014 – ore 17.30 – presso la Fonderia Oretea – piazza Fonderia Alla Cala – Palermo
Insieme all’autrice, interverranno: Giusto Catania (assessore con deleghe alla Partecipazione, Decentramento e Migrazione), Enza Malatino (medico psichiatra), Fulvio Vassallo (Paleologo, avvocato, docente Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero). Coordina: Adham Darawsha (medico, presidente della Consulta delle culture). Yodit Abraha porterà la sua testimonianza.

 

 * * *

 

Prefazione

 

Vorrei scrivere parole che rimangono
per chi non è rimasto
poi mi dico a che servono. Sono tutti in fondo al mare.
Oppure in container. O in lunghi ed estenuanti viaggi ancora
lontani dalla costa.
Quando ero bambina la costa di fronte aveva un grande fascino.
Fu la prima volta che a scuola mi parlarono di Cartagine.
Qualche volta si tifava più per i Cartaginesi che per i Romani.
Animali arcaici e incredibili come gli elefanti li accompagnavano.
Le loro gesta erano entusiasmanti.

 

Con questo libro non ho la pretesa di risolvere qualcosa, anche se c’è un lume in fondo al tunnel che mi fa un poco di chiaro. Un libro non può risolvere ma può porre domande anche se questo è difficile.
Ho scoperto che non sono una donna libera. Che l’Europa, dalla parte di terra e cioè a est, è delimitata da reti metalliche sostenute da enormi pali. Una frontiera sbarrata per centinaia e centinaia di chilometri e, nella parte di fronte a me, chiusa da miglia di mare.
Io sono dentro questa gabbia. Noi siamo dentro questa gabbia. Non importa se posso prendere l’aereo e volare e, per esempio, andarmene a New York o a Delhi. Resto sempre in una gabbia. Io mi posso muovere ma gli altri sono costretti a restare fermi. Non ho quindi un termine di paragone. Il mondo sembra finto.
Quando studiavo la storia non mi sembrava ci fossero confini. Sì, c’erano le frontiere e i passaporti ma anche un senso di circolazione che lasciava liberi di decidere ognuno, chi più chi meno, a seconda della propria vita privata.
Comincio a scrivere in un pomeriggio invernale alla fine del 2013, certo sotto la spinta di quello che è successo lo scorso ottobre ma soprattutto dopo avere incontrato una donna che ha lavorato per 15 anni a Lampedusa. La prima volta che ho incontrato Enza Malatino è stato infatti subito dopo la tragedia del 3 ottobre, il naufragio di 500 africani a pochi metri dalla Baia dei Conigli, ci siamo incontrate all’Istituto Gramsci di Palermo verso la metà del mese. Dolore, incredulità, rabbia: la gente presente ascoltava impietrita il suo racconto.
Enza aveva chiesto di parlare con qualcuno – donna? – che potesse ascoltare il tremendo dolore che l’aveva ancora una volta investita e alleviare – se mai fosse stato possibile – il macigno che si trovava a gestire dentro di sé. Ma cercava anche una condivisione con ascoltatori che fino a quel momento non aveva trovato.
Ero stata colpita dalla sua emotività, trascinata dal suo coinvolgimento e, insieme a tutti gli altri, ascoltavo stupita il modo in cui erano avvenuti i fatti attraverso le storie raccontate da lei e taciute in gran parte dai giornali. Cose dette e non dette dalla stampa, perché da un lato non si poteva nasconderle ma dall’altro erano state qualche volta alleggerite, ne era stata affievolita la disumanità, sbiadita la colpevolezza.
Dopo quindici giorni, Enza ed io ci siamo trovate in una terrazza di Palermo per cominciare a mettere a punto prima di tutto le nostre storie personali intrecciate agli interessi, agli avvenimenti che ci sembrava importante condividere. E da questo inizio – in cui io ho imparato a conoscere la madre e il padre di Enza e lei i miei continui spostamenti fra Roma e Palermo a seconda delle diverse fasi della mia vita – abbiamo cominciato a scrivere.

* * *

1. Sbarchi dal 2001 al 2011

L’esperienza di Enza Malatino a Lampedusa è cominciata nel 2001. Inizialmente lei non aveva mai pensato di lavorare così lontano da Palermo dove aveva due figli piccoli, ma una mattina andando alla Usl per delle informazioni, per caso sbaglia ufficio e si trova davanti il responsabile del settore. Questi comincia a farle alcune domande e, alla fine, dice: «Se io dovessi attivare delle ore di psichiatria a Lampedusa lei non ci andrebbe, è vero?». Questa frase sembrò a Enza una sfida e immediatamente rispose: «Certo che ci andrei!», dimenticando in quel momento i figli piccoli e la complicazione del dovere prendere l’aereo per andare due giorni alla settimana nell’isola. La curiosità e l’interesse avevano avuto il sopravvento e lei aveva accettato la sfida. Leggi tutto…