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NERO DI SIENA di Mario Falcone: incontro con l’autore

NERO DI SIENA di Mario Falcone (Ianieri editore): incontro con l’autore

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Mario Falcone è tra gli sceneggiatori più noti in Italia. Ha firmato alcune delle fiction televisive di maggior successo – “Padre Pio”, “Ferrari”, “La Guerra è finita” “De Gasperi, l’uomo della speranza”. “Einstein”, “Francesco” – e vinto numerosi premi nazionali e internazionali.
Da qualche anno organizza workshop di sceneggiatura e scrittura creativa ed è inoltre un apprezzato Writing Coach.
In qualità di scrittore ha pubblicato i seguenti romanzi:  “L’alba nera” – Fazi Editore 2008 (pubblicato in Francia da Edition la Table Ronde),  “Un’amara verità” – Atmosphere Libri – 2013 (romanzo vincitore del Grangiallo a Castelbrando 2013), “La stagione dell’odio” – Self publishing Amazon 2014, “Lo Chef degli Chef” (Odoya Meridiano zero Editore 2018).

Nero di Siena” (Mario Ianieri Editore 2018), tra i romanzi ammessi a partecipare al prestigioso premio “Giorgio Scerbanenco 2019” dedicato alla letteratura noir, è il suo ultimo libro: abbiamo incontrato l’autore e gli abbiamo chiesto di parlarcene…

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«L’idea di “Nero di Siena” nasce nel 2015 e prende spunto dalle tormentate vicende del Monte dei Paschi di Siena», ha spiegato Mario Falcone a Letteratitudine. «Il titolo originario del romanzo era “A titolo provvisorio”, poi, per una pura questione di marketing, e dietro invito di Mario Ianieri, l’editore del romanzo, abbiamo cambiato titolo facendo diventare appunto “Nero di Siena”. Come si evince da questo brevissimo prologo, il romanzo è stato scritto in tempi non sospetti, rispetto ai gravi fatti di cronaca che hanno interessato la bellissima città toscana, fatti legati sempre al fallimento della famosa e vecchissima banca, la cui fondazione risale all’anno 1200 circa. Leggi tutto…

RESPIRA, di Valeria De Luca (la recensione)

RESPIRA, di Valeria De Luca (Ianieri edizioni)

I bambini salvano il mondo

di Giuseppe Giglio

Recensendo Il mondo salvato dai ragazzini (1968), della sua grande amica Elsa Morante, Cesare Garboli diceva del tema di fondo di quel gran libro (che era già un classico al suo apparire): «la rivolta contro l’irrealtà, la liberazione dalle false immagini mutilate e ottuse della realtà  in cui viviamo». E proprio quella rivolta e quella liberazione sono le fibre del robusto e sottile fil rouge che innerva Respira, il nuovo romanzo di Valeria De Luca (abruzzese, trapiantata a Roma), da poco in libreria per i tipi del raffinato Ianieri Editore. Un racconto lungo, più che un romanzo, dove il pensiero di uno dei maggiori esponenti della fenomenologia francese del Novecento, Maurice Merleau-Ponty, è come disciolto in un originale amalgama narrativo: a rendere visibile l’invisibile (per dar subito luce al nucleo dell’universo filosofico del transalpino), a «salvare tutti quelli che, in un modo o nell’altro, non vogliono più essere dei morti che camminano».
E così, nella Roma dei giorni nostri, in mezzo ad una «società imbottita di illusioni, cocaina e disperazione», un giovane di umili origini (che è anche l’io narrante, e che presto deve fare i conti con le asprezze della vita: a cominciare dalla perdita della madre, che lo aveva cresciuto da sola, lui che da bambino si era inventato la favola di un padre in guerra in una terra lontana), appassionato di cinema, si fa largo nel caotico e difficile mondo universitario, rapito dal sogno di leggere e far leggere il mondo attraverso il pensiero, le idee. E da precario docente di filosofia, quel ragazzo poco più grande degli studenti incanta il suo pubblico (sempre numeroso), grazie ad una sciamanica capacità di raccontare i filosofi, i loro pensieri, le loro storie, come se fossero i pensieri e le storie di tutti. Con quell’immediatezza, con quella fascinazione che appartengono al miglior cinema. E sempre tenendo con sé Il visibile e l’invisibile, il libro fondamentale del suo amato Merleau-Ponty. Che aveva ridato voce, la sua voce, all’antico conosci te stesso: attraverso l’ascolto di quella «cosa che sente» che è il corpo; che è anche condizione necessaria dell’esperienza della vita e del mondo, oltre che di se stessi: «è il corpo soltanto che può condurci alle cose». Ma non sa ancora, l’io narrante (volutamente senza nome, come chi è in cerca della propria identità, del senso del proprio stare al mondo), dello sbandamento che lo attende: quando da Roma vola a Londra, dopo il dialogo con un singolare allievo, a chiusura di un ciclo estivo delle lezioni universitarie. Lì, tra le prime nebbie della capitale inglese, incontra Véronique, «bella sino all’inverosimile»: un «essere perfetto», divino e insieme demoniaco, che lo imprigiona in una vertigine amorosa senza scampo. Poi, improvvisamente, il buio. E l’inizio, per lui, del deragliamento: una fuga da sé, dal proprio essere, che pare non aver fine. Leggi tutto…

AVERE TRENT’ANNI, di Federica D’Amato

AVERE TRENT’ANNIhttps://i0.wp.com/poesia.blog.rainews.it/files/2014/03/averetrentanni.jpg, di Federica D’Amato

di Giuseppe Giglio

Ha un certo sapore rosselliano, l’apertura di Avere trent’anni (Ianieri Editore, 2013), la terza raccolta di poesie di Federica D’Amato (abruzzese, classe 1984, tra le voci più originali della sua generazione), dopo La Dolorosa (2009) e Poesie a Comitò (2012). Eccoli, quei versi, che racchiudono già una pregnante dichiarazione di poetica: «Nacqui bizantina in epoca televisiva/d’alto lignaggio in participio d’amore/creatura d’avanzo nell’affamato universo/di sete e bassezze carestia bestiale d’amore/presto divenni eresiarca monumentale». Nel tentativo di raccontare (per micro-storie: che si sgranano anche con la fulmineità graffiante dell’epigramma, e dove un lacerto di vita individuale illumina il vivere di tutti) l’infanzia, la prima giovinezza, nel segno di un preciso cortocircuito mentale: quando il tempo dell’innocenza e della favola comincia davvero ad appartenerci proprio perché si è esaurito, proprio perché, adulti, lo abbiamo perduto. E come attraversando l’ombra (anche lunga) di una linea, laddove «le rocce fioriscono di memorie/e la Bitinia della tua infanzia cade/se arriva la dea a divinarti la fronte,/volpe che finalmente attraversi/la porta di avorio nel libro delle ore».
Dicevo di un’ascendenza rosselliana, e specialmente riguardo alle imprevedibili associazioni linguistiche. Ma qui la D’Amato (che nel suo divagare scioglie echi di tanta tradizione: dalla Rosselli, appunto, a Pavese; da Sereni alla Campo) modula un proprio, personale sistema di simboli, intona uno specialissimo canto. Giocando col tempo, quasi addomesticandolo: a farne la propria voce, di quella benefica ossessione, piuttosto che un problema. Leggi tutto…