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INTERVISTA A DANILO FERRARI

INTERVISTA A DANILO FERRARI (a fine post, il servizio andato in onda su TG4)

a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre comunicare non è della voce, né la parola è nata per essere un suono. Logos (λόγος) deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare. Eraclito, poi, dava al Logos il significato di “ascolto”, mentre nel Cristianesimo il logos compare all’inizio del Vangelo di Giovanni, dov’è detto che venne ad «abitare in mezzo a noi».
La parola, dunque, travalica il significato, si pone come un’entità che crea e rivela, un nodo da sciogliere, un mistero.
Chiunque scriva, poi, sa che è capricciosa, invadente, persino ostinata. Perché può impennarsi, regalare bellezza e visione. O può tacere, rivoltandosi contro il suo autore, facendogli sperimentare le stimmate del silenzio.
Tutto ciò prescinde dai sensi.
E, anzi, può anche accadere che proprio i sensi tradiscano la parola, impedendole di approdare oltre, di estendere le sue dita, sfiorando e toccando, pregando e accarezzando, supplicando e chiedendo.
Allora spetta all’uomo scovare metodi ingegnosi, sfruttare la fantasia, giocare con un alfabeto che non è più solo dei segni, ma dei gesti e dei sorrisi, restituendo alla parola il suo destino: creare la relazione, rilucere di una dualità segreta e completa, restituire all’essere umano la sua vera vocazione. Porsi in comunione con l’altro, e nell’altro scoprirsi, cercarsi, trovarsi.
E’ quanto accade a Danilo Ferrari.
Classe 1984, siculo di origine e vulcanico per temperamento (l’Etna gli ribolle alle spalle e domina la città in cui è nato: Catania), Danilo è affetto dalla nascita da tetraparesi spastico-distonica, ed è quindi impossibilitato a parlare e a muoversi.
Però ha occhi penetranti e loquaci, ciglia crespose che sanno battere e reggere il ritmo, una bocca sorridente che si apre spesso a sottolineare una gioia pienissima di stare al mondo.
Così, gli occhi sono diventati la sua parola.
Grazie al loro movimento comunica ciò che sente, detta articoli giornalistici, scrive libri. Maria Stella Accolla, la sua insegnante di sostegno, raccoglie pazientemente il rimando dello sguardo e traduce, perchè in fin dei conti la lingua di Danilo non è che una delle tante parlate straniere che vanno interpretate a questo mondo, e lei non ha fretta, sa bene anzi che il linguaggio vuole concentrazione e allegria, predisposizione al gioco e moltissimo buon umore.
Sarà per questo, allora, che Danilo non patisce alcuna incomprensione, e che persino a teatro, dove ha recitato nello spettacolo tratto dal suo ultimo romanzo “Il coraggio è una cosa” , nessuno è caduto in equivoci o in malintesi, nè ad alcuno è sfuggito il senso della sua interpretazione.
Danilo si è laureato, ha intrapreso una carriera letteraria, è un attore di quel “Teatro della diversità” che dal 1989 Piero Ristagno e Monica Felloni portano avanti con tenacia e fiducia nelle possibilità impensate di ciò che viene chiamato handicap.
Per questo oggi ho voglia di chiacchierare con lui, di immergermi in quell’universo di frammenti e occhiate che hanno la forza di trasformarsi in lingua viva, amorosa e generosa, uno scroscio d’acqua che se pure non ha suono, riesce a spezzare il silenzio.

– Danilo, chiedo riferendomi al titolo del suo libro (“Il coraggio è una cosa”), che cos’è il coraggio? Leggi tutto…