Archivio

Posts Tagged ‘Il cristiano tra potere e mondanità’

IL CRISTIANO TRA POTERE E MONDANITÀ: 15 malattie secondo papa Francesco

Copertina di 'Il cristiano tra potere e mondanità'Da Il cristiano tra potere e mondanità – 15 malattie secondo papa Francesco (Anna Carfora – Sergio Tanzarella, introduzione di Nunzio Galantino © Il Pozzo di Giacobbe 2015, Collana “Oasi”)

Quelle che il papa ha messo in fila – il narcisismo come l’eccessiva operosità, la durezza di cuore, il funzionalismo, l’alzheimer spirituale che fa perdere lo slancio gioioso dato dall’incontro personale con Cristo e si concentra solo sul presente, la vanagloria, il servilismo cortigiano interessato ad ingraziarsi il potere, il pessimismo sterile, l’accumulare per sentirsi più sicuri, la ricerca di consensi che diventano lo scopo della vita – sono tutte malattie che imputridiscono le esperienze ecclesiali impedendo alla Chiesa di esprimersi come un corpo vivo, in cammino e in trasformazione. […]

* * *

Incipit parte I. “Una diagnosi grave ed urgente”

Fermarsi, scendere, andare incontro

Sono trascorsi poco più di due anni dal 19 marzo 2013, giorno della Messa di intronizzazione a piazza san Pietro. In quella mattina di sole, Francesco sta andando verso l’altare dove ad attenderlo ci sono i grandi della terra: presidenti e teste coronate. All’improvviso rompe il protocollo del cerimoniale. Tra l’imbarazzo e lo stupore dei cronisti di tutto il mondo – e facendo attendere gli illustri ospiti – Francesco fa fermare l’auto, scende da essa e va incontro ad un malato di SLA e lo abbraccia. Sul momento tanti non hanno capito e lo hanno confuso con una qualsiasi generica buona azione. Ma in quel gesto era già racchiuso il senso profondo del programma del pontificato. Un invito a fermarsi dalla corsa di un attivismo fine a se stesso o orientato all’ottenimento di riconoscimenti mondani: solo fermandoci possiamo vedere.

Ma non basta fermarsi, occorre anche scendere da tutti i piedistalli dove ci siamo o ci hanno collocato, perché «resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo»[1]. Occorre quindi scendere dalla condizione di superiorità che rischia di non farci sentire umani tra gli umani, scendere per vedere come vedono gli altri il mondo; solo scendendo possiamo incontrare gli altri negli occhi. Ma a questa discesa nella condizione comune della umanità che è rimasta sulla terra, che non appartiene ai vertici della società e del mondo, che non possiede una opzione preferenziale per il cielo, che non assiste mangiando pasticcini dalle terrazze alle messe di beatificazione, che non è socia del “Circolo della caccia” o del “Nuovo circolo degli scacchi”, deve seguire l’andare incontro rompendo ogni muro e barriera, ogni distanza e giustificazione di distanza, ogni codice di separatezza. E andare incontro significa anche toccare, toccare «la carne sofferente degli altri»[2] e non mantenerci «a distanza dal nodo del dramma umano»[3], imparare ad abbracciare le persone. Un abbraccio non di circostanza, di quelli formali e diplomatici che mantengono le distanze, ma di quelli che restituiscono il senso del corpo, cioè la condivisione della sorte degli altri. Per lungo tempo l’illusione del possesso della verità ha prodotto varie forme di alterigia e giustificato ogni violenza; è tempo di capire che la verità ci è solo affidata per quel poco che ci è dato di capirla e che il nostro compito non è agitarla come una clava, ma condividerla semplicemente con gli altri rendendola possibile nella vita ordinaria, rompendo l’anonimato dei condomini dei quartieri senza volto. Leggi tutto…