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IL DOLORE È UNA COSA CON LE PIUME di Max Porter (Guanda)

“Il dolore è una cosa con le piume” di Max Porter (Guanda)

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di Antonio Ciravolo

Bisogna andare indietro di qualche anno, perché delle volte serve, e risalire a un libretto che sembra strappato via dal torace di un uomo innamorato che canta sotto la pioggia. Questo libretto è Il dolore è una cosa con le piume, di Max Porter.
Un corvo nero, gigante, plana a consolazione, consolidazione, sugello di una perdita. Un uomo che studia Ted Hughes, due figli, una donna che se n’è andata. La morte come spazio interposto tra piume in volo, nere, di un corvo che gracchia e dice che è vero, quella donna non c’è più, quella mamma non tornerà, e che lui invece è arrivato e sta lì, fino a quando ce ne sarà bisogno. La disperazione poetica, mai stucchevole, nessun piagnisteo per questa opera epidermica e piumata, che si attacca al lutto che ancora abbiamo da provare. Si legge di chi non c’è, l’evocazione amorevole a ogni singulto della donna mancante che si è portata via il sostegno dell’esistenza – il formulario della felicità – tanto che “La casa diventa un’enciclopedia fisica di non più lei”. Si assiste alla adesione libidica verso il perduto e anche se “gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica” arriva un pennuto nero che strazia lo strazio e dice che fin quando non si torna a volare si può pure rimanere lì, a rivoltarsi tra i rifiuti, fintanto che è dagli scarti che ci si comincia a riciclare. Leggi tutto…