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INCONTRO CON NADIA BOULANGER, di Bruno Monsaingeon – la recensione

Pubblichiamo la recensione del volume INCONTRO CON NADIA BOULANGER, di Bruno Monsaingeon (rueBallu edizioni)

[in collegamento con il forum permanente “Letteratura e musica” di Letteratitudine]

di Claudio Morandini

Che docente straordinaria è stata Nadia Boulanger! Ha formato generazioni di compositori e musicisti europei e statunitensi, e fino agli ultimi anni della sua vita ha continuato a dedicarsi alla musica – ad aiutare gli altri a trovare in loro stessi la strada per l’espressione musicale più autentica. È stata didatta, direttrice, compositrice, ma con severità (la stessa severità adottata nei confronti di allievi e colleghi) ha giudicato se stessa una compositrice corretta ma priva di quella grandezza che sola giustificherebbe il comporre: e ha smesso di scrivere musica da giovane, votandosi alla didattica e alla celebrazione dell’altro astro musicale della famiglia, la sorella Lili, morta prematuramente e compositrice finissima e ispirata.
Un bel libro, necessario, ce la fa conoscere a fondo, impegnata in una serie di conversazioni con Bruno Monsaingeon, che l’ha più volte incontrata, ormai anziana e debilitata, e dalla rielaborazione delle conversazioni ha tratto materia per questo libro mantenendo l’immediatezza anche divagante della chiacchierata. “Incontro con Nadia Boulanger” risale al 1981, ma è stato pubblicato nel 2007dalle edizioni musicali palermitane Rue Ballu (che, non a caso, prendono il nome dalla via di Parigi in cui la Boulanger ha a lungo abitato, al n. 36), nella traduzione di Antonella Bonanno e Morgane Corre. L’introduzione di Enrico Fubini (che mi pare più centrata del saggetto iniziale di Manlio Sgalambro) consente di fare il punto sull’operazione di ricostruzione e assemblamento operata da Monsaingeon, oltre che sull’importanza della figura della protagonista del libro.
Come il vecchio Stravinskij sollecitato da Robert Craft, come l’altrettanto vecchio Goffredo Petrassi che si confida con l’amica Carla Vasio, anche Nadia Boulanger ha un’intera vita da ripercorrere avanti e indietro con la più grande libertà: si concede qualche tenerezza nostalgica, ma più spesso ragiona con appassionato rigore attorno ai temi che le sono sempre stati più a cuore, e talvolta si concede qualche giudizio affilato. La Boulanger non ama l’autobiografia, non indugia, se non dietro insistenza dell’intervistatore, su ricordi privati, sicuramente non è frivola (non lo è mai stata, guardate le foto che corredano il libro, nelle quali appare vestita sempre allo stesso modo, severa e impeccabile e demodée come un’istitutrice d’altri tempi): il suo è piuttosto il racconto di chi ha attraversato un intero secolo, ne ha visto gli orrori e le bellezze, ha incontrato e incoraggiato generazioni di donne e uomini, ha colto nella musica non una disciplina chiusa e elitaria ma un terreno di fertile realizzazione del desiderio e del bisogno di bellezza e armonia dell’uomo, da coltivare con precisione e passione, con “amore” (parola chiave, e proprio per questo usata con parsimonia). Non può che stupire che questa lezione di umile dedizione a un’idea di musica venga dal profondo del Novecento, di un secolo cioè che ha frantumato per sempre i canoni strutturali della musica colta, e sulle macerie ha elevato mille edifici diversi alla ricerca di nuove forme architettoniche, o addirittura ha rifiutato le forme e si è contentato di celebrare il dissesto: che poi questa lezione venga da colei che ha formato molti dei compositori di quelle geerazioni che hanno contribuito a buttate all’aria le certezze della tradizione e scalpitando hanno tentato nuove strade, è forse ancora più sorprendente. Ma Nadia Boulanger, Leggi tutto…