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Posts Tagged ‘Italic Pequod’

UN MONDO DA BUTTARE di Ausilio Bertoli (recensione)

UN MONDO DA BUTTARE di Ausilio Bertoli (Italic & Pequod)

170 pagg., 15 euro. Postfazione di Michele Monina

di Isabella Pavin

Immigrato dalle Marche, Stefano Vitti, quarantenne pubblicitario laureato in scienze sociologiche, protagonista e voce narrante del romanzo, cerca inizialmente rifugio e ispirazione nel vicentino, in una cascina di famiglia dove sarà vittima, suo malgrado, del martirizzante abbaiare dei pittbull del vicino. È però nel quartiere Arcella, periferia di Padova, dove andrà successivamente a vivere, che s’intrecceranno le vicende dei protagonisti e si srotolerà la vita di Stefano, immerso in una società che enfatizza il “fisico” sullo “spirituale” mascherandone l’evidente dualismo, un mondo in cui si cerca insistentemente di coniugare gusto estetico e tornaconto economico, sottostando a quel paradigma per cui è valido ciò che appare gradevole ai sensi e che s’abbina con il denaro. O, per dirla usando le parole di Katrina, un mondo in cui «contano solamente certe doti fisiche e la fortuna». Stefano è uno di quelli che bada soprattutto ai sentimenti, scruta nell’anima delle persone cercando affetto e rifuggendo dalle bieche passioni animalesche. In una società quasi plumbea, in cui s’inseguono il mito della bellezza e i sogni di successo, il protagonista sembra alla ricerca della chiave di volta per scardinare e frantumare questo archetipo, alla ricerca quasi catartica di un’amicizia, di un amore ma anche di cose più materiali e genuine come un calice di Prosecco o un buon piatto della cucina veneta. Leggi tutto…

L’UOMO DELLE STATUE di Stefano Bernazzani (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’UOMO DELLE STATUE di Stefano Bernazzani (Italic Pequod)

Prologo.

A un certo punto della sua vita, mio padre era così povero che possedeva soltanto un uovo, oltre alla fionda che portava sempre con sé.
Nient’altro, solo un piccolo uovo.
Ma non di gallina; di tortora.
Il giorno prima ne aveva rubati un paio da un nido nascosto tra i rami bassi di una quercia, attratto dalla possibilità di colpire la tortora con la fionda. L’aveva già fatto diverse volte da quando era scappato da casa per raggiungere gli altri sui monti. Ma quel giorno dovette accontentarsi dei due ovetti, anche dopo un lungo appostamento. Immagino che fosse ancora troppo agitato per ingannare la tortora. Uno può anche mimetizzarsi e rimanere immobile per ore, ma gli uccelli lo sentono se ti batte troppo forte il cuore. Ti scoprono. Non li puoi avvicinare se ti fischia perfino il cervello, e mio padre doveva essere ancora pieno di voci che lo seguivano ovunque e gli svolazzavano intorno alla testa fino a stordirlo, proprio come uno stormo di uccellini. Altro che ingannarli, non ne avrebbe catturati mai più. Leggi tutto…

L’ISTINTO PRIMO di Ausilio Bertoli (un estratto del romanzo)

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’ISTINTO PRIMO di Ausilio Bertoli (ed. Italic Pequod)

La scheda del libro
Come spesso accade nella vita reale, oltre alla nostra, ci sono altre esistenze da considerare: quelle vite – a volte silenziose, altre volte rumorose – che si interpongono e che restano appese come fili sottili a ognuno di noi. Andare incontro a una persona significa impigliarsi in quei fili e doverli ordinare per non restarne invischiati. L’istinto primo, ultimo romanzo di Ausilio Bertoli, racconta la storia di Fabio Mori e Anita Salmidon, e di come, quel filo che li fa incontrare, dapprima li unisce, poi si annoda, quasi si spezza, si allunga a dismisura, e torna nuovamente ad unirli. Ma ognuno di noi si porta dietro altrettanti fili, e allora questi si intrecciano, si fanno matassa e poi si separano.
Un romanzo che gioca molto sulla casualità, ma anche sul destino. Un libro che si nutre di emozioni fuggenti, intense, che nascono e si consumano, per l’appunto, nell’istinto primo. Ausilio Bertoli mette in opera narrativa il complesso meccanismo delle dinamiche sociali, e riserva spazio d’ampio respiro a quel sentimento che, primo fra tutti, regola le nostre vite: l’amore.

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di Valentina Villan

Lo scrittore veneto Ausilio Bertoli  è di nuovo in libreria, stavolta col romanzo L’istinto primo  (Italic Pequod ed.), dopo il successo ottenuto col romanzo antropologico Rosso Africa.
Ambientato nel Veneto  e in Moldavia, tra i migranti tornati in patria per aprire un’attività coi soldi guadagnati in Italia, L’istinto primo è una storia d’amore dove vengono affrontati vari temi, tra i quali i cambiamenti sociali ed economici del nostro tempo.

Protagonisti sono un libraio e un’infermiera che già dal primo sguardo vengono attratti dall’amore, ovvero quel sentimento che, primo fra tutti, regola la vita di ciascun essere umano.  Un romanzo che gioca molto sulla casualità, ma anche sul destino, nutrendosi di emozioni fuggenti, intense, che nascono e si consumano appunto nell’istinto primo.  Ma il modus operandi del protagonista riassume, non solo tra le righe, anche gli assunti della teoria psicoanalitica dell’attaccamento, elaborata dall’inglese John Bowlby  per dimostrare come il soddisfacimento del piacere, per usare una terminologia nota, non sia strettamente connesso solo alla sfera sessuale. “È il senso di protezione e di continuità fra il sé e l’altro-da-sé a soddisfare completamente la ricerca del piacere”, annota Bertoli nella postfazione del romanzo, sottolineando la necessità dei legami d’affetto già dalla nascita.

 

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ESTRATTO del romanzo L’ISTINTO PRIMO di Ausilio Bertoli (ed. Italic Pequod)

Capitolo I Leggi tutto…

LA FELICITÀ È FACILE di Massimiliano Nuzzolo (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume LA FELICITÀ È FACILE di Massimiliano Nuzzolo (Italic Pequod)

Il libro
La felicità è facile. Perché sostenerlo se la realtà ci dice continuamente l’opposto? Diciannove racconti brevi o brevissimi, fugaci istantanee di un mondo dove, apparentemente, la felicità non esiste, esiste solo l’ironia delle cose che ci accadono: avvenimenti e circostanze spesso capaci di annientarci, talvolta di redimerci. In La felicità è facile Massimiliano Nuzzolo riesce, attraverso un caustico humour, dosato alla perfezione dal taglio raffi nato e sorvegliato della sua scrittura, a raccontare l’umano in tutte le sue sfaccettature, destando in noi le domande e le questioni più profonde. La sua forza sono i contrasti, gli ostacoli, i conflitti. Massimiliano Nuzzolo non provoca, non critica, non accusa, semplicemente racconta, semplicemente si diverte e cerca, riuscendoci, di far divertire anche noi. Quando ci mostra il male è per farci rimpiangere il bene, quando ci mostra la bellezza è per insegnarci a riconoscere ciò che bello non è, e a saperlo quindi evitare. I protagonisti di La felicità è facile sembrano avere tutti un’unica certezza: sì, voi leggete e vi divertite, ma di fronte alle miserie dell’essere umano non c’è proprio niente da ridere.

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L’incipit del volume LA FELICITÀ È FACILE di Massimiliano Nuzzolo (Italic Pequod) Leggi tutto…

È DI VETRO QUEST’ARIA, di Monica Pareschi

È DI VETRO QUEST’ARIA, di Monica Pareschi (Italic Pequod)

di Claudio Morandini

Sembra esile la raccolta di racconti di Monica Pareschi, “È di vetro quest’aria”, pubblicata quest’anno da Italic Pequod: in realtà, si tratta di racconti di grande forza, di densa espressività, “tagliati” e montati con non comune perizia, che, come si legge sulla quarta di copertina, “scattano istantanee raggelanti della realtà”. Vi si aggirano personaggi esitanti, colti in momenti inaspettati e cruciali, fotografati come di nascosto, sbigottiti dalle svolte della vita, “appesi alla loro disperazione” e consapevoli di non poter più tornare indietro. Di questi racconti e dell’arte del racconto in generale ho ragionato con l’autrice, che tra l’altro è una delle più importanti traduttrici italiane (ha tradotto Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud…) e cura una collana di classici femminili per Neri Pozza.

 
CM – I tuoi racconti appaiono nitidi – una nitidezza che quasi mette sgomento, per come porta alla superficie tutte le fragilità dei corpi. Attraverso l’aria “di vetro” il lettore scopre dettagli come guardando in un cannocchiale – e fatica a metterli a fuoco, a collegarli in un insieme, proprio come uno dei personaggi, l’io narrante de Il progetto, che soffre di visione dissociata. Possiamo dire che questa “visione dissociata” è, dal punto di vista narrativo, un efficace modo per vedere il mondo, per aggirarsi in ambienti familiari come se si attraversasse una terra sconosciuta?

MP – Credo che la visione letteraria sia per definizione e per vocazione deformata e deformante. C’è un punto in cui visione patologica (e dunque distorta, deformata, dissociata) e visione letteraria si intersecano. Vedere le cose in modo letterario non è “normale”: appartiene alla sfera della nevrosi, della devianza, con in più il dato estetico. Lo stupore di vedere il mondo attraverso l’occhio letterario è qualcosa di molto simile a quello che prova l’occhio malato, credo. La visione letteraria è perturbante, e lo è scopertamente e storicamente da un certo punto in poi, diciamo a partire dalle avanguardie letterarie dell’inizio del Novecento. Da quel momento in poi l’arte è necessariamente “deforme”. Ma anche il nostro gusto lo è, a tutti i livelli, anche il meno consapevole. Lo vediamo nella moda, nella fotografia, nell’architettura. C’è un gusto per l’esagerazione, il deforme, la citazione, l’amplificazione, o il suo contrario – la riduzione, il silenzio, il bianco. Al punto che ci è difficile avvicinare il reale con un occhio che non lo distorca. Non credo sia più possibile, da un certo momento in poi, vedere la realtà senza deformarla – o senza banalizzarla, che è un’altra forma di distorsione. È vero, i miei personaggi vedono e spesso subiscono la realtà con l’occhio acuto della loro patologia, e dunque vedono oltre, in un altrove che forse – forse – fa intravedere un senso. Perché quello, il senso, non possono fare a meno di cercarlo, anche in un paesaggio che ne appare privo. Non è una scelta, è che non ne possono fare a meno. Sono biologicamente programmati per farlo.
CM – Anche Lea, l’anziana dell’ultimo racconto, Soglia d’amore, sembra suggerire che la patologia può essere un modo nuovo, letterariamente appropriato, di osservare le cose, di coglierne un lato misterioso e segreto: “Da quando è tornata a casa, Lea, con l’occhio buono, vede le cose un po’ spostate, come se fossero sempre lì lì per scappare.”
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