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BUSENELLO. UN THÉÂTRE DE LA RHÉTORIQUE di Jean-François Lattarico

BUSENELLO. UN THÉÂTRE DE LA RHÉTORIQUE di Jean-François Lattarico
Classiques Garnier, 2013

[un saggio ancora inedito in Italia]

di Claudio Morandini

Da noi il Barocco soffre ancora, in certi ambienti restii ad accogliere prospettive critiche più recenti, come la scuola, di una sottovalutazione vischiosa, effetto del giudizio limitativo di lontana derivazione crociana (un Croce fortemente curioso del Barocco, ma anche giudice troppo accigliato) e, probabilmente, anche della perfidia di Manzoni (che nel cap. XXXVII de “I promessi sposi” liquida tutta l’esperienza marinista nella citazione di un verso dell’Achillini). Per questo fa piacere (un piacere che è anche “maraviglia”, alla Marino) scoprire quanto sia stato vivace e fervido il Seicento, e quanto sia acuta oggi l’attenzione critica. Esuberante, ricco e complesso è infatti il dibattito culturale e letterario raccontato fin nei minimi dettagli da Jean-François Lattarico nel suo “Busenello. Un théâtre de la rhétorique” (Classiques Garnier, 2013).
Giovan Francesco Busenello (1598-1659) è noto soprattutto per il libretto de “L’incoronazione di Poppea”, l’opera del vecchio Claudio Monteverdi; ma è stato autore fecondo e facondo, a cui Lattarico ha già dedicato attenzioni filologiche nella pubblicazione de “Il viaggio d’Enea all’Inferno” (Palomar, Bari, 2010, ahimè introvabile). L’Accademia veneziana degli Incogniti, di cui Busenello faceva parte, e a cui Lattarico, che insegna Letteratura Italiana all’Université de Lyon, ha già dedicato un saggio altrettanto ampio (“Venise incognita. Essai sur l’académie libertine du XVIIe siècle”Champion, 2012), si profila, nel trattato incentrato su uno dei suoi protagonisti, come un fertile terreno di elaborazione teorica e estetica, un vero e proprio movimento di avanguardia che tenta nuove forme, mette in discussione obblighi e canoni, contamina generi e nello stesso tempo ne definisce di nuovi, cerca liberamente nel passato i suoi classici, le sue fonti. Nel primo Seicento, insomma, le Accademie che fioriscono un po’ ovunque non sono sinonimo di conservazione, ma piuttosto di messa in discussione di modelli ritenuti superati o inadeguati, di sperimentazione di nuove vie di espressione, di definizione di una nuova retorica applicata alla scrittura d’arte. Sono luoghi di condivisione di temi e poetiche, di cui Lattarico, instancabile, rintraccia i passaggi da un autore all’altro, da un’opera all’altra. E l’Accademia degli Incogniti, come ogni movimento d’avanguardia, produce idee e opere, le une in dialogo con le altre, talvolta, si direbbe, le prime più interessanti e durevoli delle seconde; ma Lattarico, che non è solo uno studioso fine e rigoroso, ma anche un grande appassionato del Barocco, sa mettere in luce anche nelle opere più neglette le punte di eccellenza, le pagine più belle, meno occasionali, più originali e financo rischiose. Leggi tutto…