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LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk (recensione)

LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI di Orhan Pamuk (Einaudi)

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Il caos dei sentimenti, quando imbocca la via del delitto.

di Anna Vasta

Il tema del Padre  è un tema della grande letteratura, un archetipo primordiale, di quelli che attraversano il sottosuolo delle più disparate culture e identità. Da Sofocle, a Shakespeare, da  Dostoesvskij a Kafka, sino a Orhan Pamuk, lo scrittore di Istanbul, Nobel della Letteratura 2006. In “La valigia di mio padre”( Einaudi, 2007) – un volumetto che raccoglie il discorso tenuto dall’autore a Stoccolma per il conferimento del prestigioso premio, insieme con due conferenze dello stesso anno – Pamuk, narrando del padre, intellettuale di formazione europea, di colte, raffinate letture, confessa lo sconcerto, l’imbarazzo di potersi ritrovare – “tremenda prospettiva” – figlio di un genitore-scrittore. Figura d’inquietudine inconciliabile con l’immagine familiare, protettiva, rassicurante della sua percezione filiale. Dal disagio di  una paternità fragile, per quanto stimolante possa risultare a un figlio che voglia affrontare il mare aperto dell’esistenza in spirito d’indipendenza e alterità, in parte i nodi irrisolti della sua introspezione di uomo, di autore, coscienza critica del proprio tempo, di romanziere “ingenuo e sentimentale”. Nel suo Bildungsroman La donna dai capelli rossi (Einaudi, 2017) ne costituisce un capitolo decisivo, non risolutivo – sin dal suo primo romanzo, Orhan Pamuk ricostruisce, come in un ciclico affresco, di quelli che raffigurano nelle volte e nei soffitti di palazzi e cattedrali le allegorie dell’umano, quel “vasto paesaggio” della vita, dove ogni lettore vorrebbe aggirarsi come in un museo,  guidato da uno sguardo implacabile, eppure lirico, sugli oggetti, sui personaggi, sulle vicende individuali e corali, sugli sfondi d’insieme. Leggi tutto…