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Posts Tagged ‘La Linea’

BORGESTEIN di Sergio Bizzio

BORGESTEIN di Sergio Bizzio
Traduzione di Raul Schenardi – Edizioni La Linea – Collana Tam Tam – Bologna, 2014

di Claudio Morandini

L’ultimo nato di Tam Tam, la collana di narrativa delle edizioni La Linea di Bologna, è un romanzo di un prolifico autore argentino già conosciuto in Italia, Sergio Bizzio. E/O ha già pubblicato a suo tempo “Reality” nel 2010, e Donzelli “Rabbia” nel 2009. Quest’ultimo romanzo, “Borgestein”, pubblicato in Argentina nel 2012 e tradotto in italiano con precisa sensibilità e opportuno sense of humour da Raul Schenardi, gioca efficacemente con le atmosfere sospese, con il senso di attesa, con la distribuzione di alcuni colpi di scena; l’inquietudine palpabile ma non chiaramente definibile, l’aleggiare di un senso di minaccia che si contamina con uno stralunato umorismo fatto soprattutto di intrusione di elementi incongrui, hanno convinto certa critica a tirare in ballo i film di Lynch e Von Trier. Chissà che cosa penserà Bizzio, che è anche sceneggiatore e regista, di questi riferimenti di comodo, se vogliamo anche un po’ scontati, soprattutto il primo, per quanto non scorretti. Di certo, il suo romanzo vive di vita propria, e presto, cioè dopo poche pagine, butta all’aria gli eventuali ammiccamenti agli autori citati, per seguire una via originale.
Non comune è la capacità di creare tensione anche in assenza di un intreccio vero e proprio: insomma, qui ci troviamo di fronte a Enzo, uno psichiatra che decide di ritirarsi in una casa isolata per sfuggire alla vita sfibrante della grande città e a un paziente psicotico (Borgestein, quello del titolo) che lo ha già assalito due volte, e trova rifugio negli spazi vasti della provincia argentina, lontano pressoché da tutto, ma vicino a una fragorosa cascata che diventerà la sua personale ossessione. Gli spostamenti di Enzo, le visite che riceve, anche i pericoli a cui va incontro, tutto questo forma il centro vitale del romanzo, lasciando al solo Borgestein e a poco altro (il puma, va bene, e, assai meno cruentemente, i problemi legati alla separazione dalla moglie attrice di teatro) il compito di portare un po’ di parapiglia. La miscela funziona egregiamente proprio perché sembra sgorgare naturale dall’osservazione della vita, nutrita dal fiuto sicuro del narratore, più che da un plot calcolato a tavolino. Leggi tutto…

MASTICANDO UMANI, di Santiago Nazarian

https://i1.wp.com/www.edizionilalinea.it/wp-content/uploads/2013/10/Masticando-umani_cover-sito.jpgMASTICANDO UMANI, di Santiago Nazarian (Edizioni La Linea – traduzione di Angela Masotti)

[le prime pagine del libro]

recensione di Claudio Morandini

Masticando umani”, del brasiliano Santiago Nazarian (La Linea, 2013), è il racconto in prima persona di un caimano che ha imparato il linguaggio umano decifrando simboli e lettere che gli si presentavano davanti agli occhi – una dote, come scopriremo, tutt’altro che rara, in un romanzo in cui tutti, proprio tutti parlano, anche gli scarafaggi, anche i bidoni sfondati. A spingere il giovane ed eloquente caimano via dalle paludi della foresta verso le fogne di una grande e non nominata città del Brasile è il desiderio di cambiare e di capire, l’aspirazione a praticare l’arte e la filosofia, una curiosità profonda per l’uomo, inteso sia come modello a cui ispirarsi sia come cibo maggiormente appetibile. La vita del caimano raccontata da lui stesso diventa, pagina dopo pagina, l’applicazione di un principio ovvio ma vero: siamo ciò che mangiamo – principio che il ragionare del caimano declina anche così: diventiamo ciò che mangiamo, o, ancora, vogliamo mangiare ciò che vogliamo essere.

Bene, si diceva delle fogne: anche qui, un incessante via vai, un continuo tracimare di porcherie dal mondo di sopra, un gran daffare di legioni di topi burocrati, e il conforto della compagnia di altri tipini con cui il caimano fa conoscenza – un rospo fumatore accanito, un cane troppo magro per rappresentare qualcosa di allettante, un ragazzino del sottoproletariato urbano che scende per farsi di colla e magari tentare di leccare il rospo a cui attribuisce proprietà allucinogene. Tutti parlano, parlottano, litigano, minacciano, si raccontano storielle, mentono, fanno e disfano in una sorta di frenetica e perfida parodia del sopramondo. Sono animali opportunisti e doppiogiochisti, ingordi di cibo spazzatura gettato dalla gente di sopra, ottusi – potremmo dire – come molti degli umani di scarse qualità che ci capita di incontrare ogni giorno. In mezzo a loro il caimano scivola con un umore fluttuante tra la delusione, l’impulso a ribellarsi e il desiderio di integrazione; a distinguerlo dalle altre bestie, oltre alla stazza e all’apertura delle fauci, è lo spirito contemplativo, il ragionare sui propri atti e sulle conseguenze che potranno avere, il porsi domande che restano prive di una risposta soddisfacente – ecco, in questo è davvero molto umano. Non è come le altre bestie che inscenano una dissennata scimmiottatura dell’umanità, e nemmeno come quegli esseri umani che sembrano voler recuperare, anche qui con mezzi insensati, una sorta di animalità perduta. A intrigarlo, in particolare, è la doppiezza della sua indole, la dicotomia tra natura e cultura, tra bestialità e umanità. In questo ragionare riesce a essere sottile e tutt’altro che banale: in mezzo a tante creature viventi che vogliono solo “provare la miseria della razza umana” imitandola alla meno peggio, il caimano vuole invece “dominare la bellezza della selvatichezza animale”, circoscriverla in una sistema filosofico che metta insieme il fulmineo e irreparabile azzanno mortale con il senso di solidarietà, con una humanitas che ci verrebbe da definire terenziana.
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ANIMALI DOMESTICI, di Bragi Ólafsson

Animali domesticiANIMALI DOMESTICI, di Bragi Ólafsson
(traduzione di Silvia Cosimini)
La Linea, Bologna, 2013 – pagg. 208 – euro 15

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recensione di Claudio Morandini

“Animali domestici”, il secondo romanzo di Bragi Ólafsson (La Linea, 2013, traduzione di Silvia Cosimini), è stato salutato nel 2001 dalla critica internazionale come un romanzo “rock”, anche se in effetti non parla di rock, e anche se, a pensarci bene, l’ormai lontana militanza dell’autore nei Sugarcubes di Björk non è sufficiente a colorare di “rock” ogni cosa da lui fatta dentro la musica e fuori. Di rock (se vogliamo procedere per analogia e con una certa dose di approssimazione) può esserci lo spirito sbarazzino, quella sensazione da esecuzione in diretta propria di ogni buona schitarrata con gli amici (anche di quelle calibrate in giorni e giorni di postproduzione in studio); ci sono il ricorso insistito all’alcool e un costante retrogusto sessuale pieno di desideri e impacci da eterni adolescenti; e c’è il risuonare anche della musica, come no, di tanta musica.
Ma proprio qui, nei riferimenti musicali di cui abbonda il romanzo di Ólafsson, scopriamo che il rock è solo uno degli interessi, e che nel bagaglio di un musicista islandese curioso e colto, che ha militato in una formazione alternativa e inclassificabile come i Sugarcubes prima di fondare una sua etichetta discografica, si può trovare molto altro (nel suo bagaglio, o in quello dell’io narrante, Emil, a cui immaginiamo che l’autore abbia prestato senza problemi gusti e idiosincrasie).
Il romanzo è ambientato negli anni novanta, in un’epoca in cui il vinile non era ancora materiale da nicchia e condivideva gli stessi spazi con i cd e le musicassette, la musica si ascoltava nei walkman (come si dice walkman al plurale? ci si chiede in una pagina divertente, una delle tante), si facevano compilation registrandole dai dischi e non scaricando tracce a tonnellate dal web in modo più o meno legale. Emil rientra a Reykjavík da un viaggio e, per motivi che non staremo a dire, si ritrova prigioniero in casa propria, nascosto sotto il letto, mentre amici e conoscenti non tutti rassicuranti invadono uno dopo l’altro la sua abitazione, saccheggiano la sua dispensa, suonano i suoi dischi. La situazione, solo apparentemente statica, è in realtà assai movimentata, e diventa, pagina dopo pagina, irresistibilmente umoristica, in quel modo paradossale ed esasperante che sembra caratterizzare certa narrativa nordica.
Tra parentesi, non si può non simpatizzare con il protagonista, che torna da Londra con le valigie piene di libri (otto) e dischi di gusto (trentasei, più sette cassette), e che a volte, ma senza snobismo, sembra misurarsi con gli altri che incontra proprio attraverso questi misuratori del gusto (li conosceranno? li avranno mai ascoltati? li potrebbero capire? li potrebbero amare?).
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Intervista a Stéphanie Hochet

Intervista a Stéphanie Hochet

di Claudio Morandini

 

Del romanzo di Stéphanie Hochet, “Le effemeridi”, uscito nel 2012 in Francia presso le Éditions Rivages con il titolo “Les éphémérides” e ora pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna (nella traduzione di Monica Capuani), ho parlato nel post di ieri. Nonostante la giovane età (è nata nel 1975), Stéphanie ha all’attivo altri sette romanzi, pubblicati da editori importanti come Laffont, Fayard, Stock, Flammarion, e sta per vedere pubblicato il nono, il breve “Sang d’encre”, dalle Éditions des Busclats. È il momento di conoscerla più da vicino.

 

C. M.  Stéphanie, come vorresti presentarti al pubblico italiano, al di là delle notizie biografiche?
S. H.  Sono uno scrittore che è in cerca e non sa se trova, ma questa frustrazione è probabilmente all’origine del mestiere di scrittore e io ho bisogno di pormi delle domande fondamentali nel momento in cui invento una storia. E proprio attraverso l’invenzione di questa storia l’essenziale della mia riflessione sulla natura umana può prendere forma: il romanzo mi pone nella condizione, mi consente di tracciare un senso in un universo ridotto a qualche centinaio di pagine. Un mondo senza creazione letteraria per me sarebbe solo un deserto. Da studentessa mi sono appassionata al teatro di Shakespeare, alla sua raffinatezza popolare, al suo dinamismo poetico. E sento spesso il bisogno di andare a cercare altrove le mie fonti di ispirazione: l’Inghilterra e la letteratura inglese per “Le effemeridi”, e prima ancora gli Stati Uniti del sud con il “Combat de l’amour et de la faim” e l’Italia con “La distribution des lumières”.

C. M. Come si collocano “Le effemeridi” nell’insieme della tua produzione narrativa? Quali sono i temi che vi si possono ritrovare, qual è il percorso che hai tracciato da “Moutarde douce” fino a qui? Conosco tutti i tuoi romanzi e in essi tendo a avvertire la continuità piuttosto che le differenze; e vedo ne “Le effemeridi” una sorta di grandiosa sintesi dei tuoi temi e della tua ricerca espressiva. Vedo giusto?
S. H.  Con “Le effemeridi” ho la sensazione di avere realizzato un libro molto importante per me, sia sul piano del contenuto sia su quello della forma. “Le effemeridi” riunisce tutti i miei demoni : l’esperienza gemellare dell’arte e della sofferenza, l’attesa dell’amore, la frenesia del vivere e la violenza, il terrore, i percorsi di libertà aperti dalla poesia. Non avrei potuto scriverlo se non ci fossero stati prima gli altri romanzi che mi hanno permesso di essere più ambiziosa.
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LE EFFEMERIDI, di Stéphanie Hochet

Le effemeridiLE EFFEMERIDI, di Stéphanie Hochet
Edizioni La Linea, 2013 – Traduzione di Monica Capuani – Pag. 160

di Claudio Morandini

Ho la fortuna di avere letto tutti i romanzi di Stéphanie Hochet, dall’esordio, “Moutarde douce”, del 2001, a questo “Les éphémérides”, del 2012, il primo libro della scrittrice francese pubblicato in Italia (“Le effemeridi”, Edizioni La Linea, 2013, traduzione di Monica Capuani). In quest’ultima opera mi ha colpito l’attenzione riservata a una gamma di sentimenti piuttosto insolita nella produzione letteraria dell’autrice francese. Sì, la Hochet ha sempre sondato le grandi profondità del mondo interiore dei personaggi, soffermandosi in particolare sulle pulsioni distruttrici o prevaricatrici, inseguendo la tensione crescente nelle relazioni; ma più ancora che nel penultimo romanzo, “La distribution des lumières” (Flammarion, 2010), qui assistiamo alla caparbia ricerca da parte dei personaggi di una dimensione affettiva, li vediamo abbandonarsi l’uno all’altro, scoprirsi insomma bisognosi di amore e cercare ostinatamente segni di una fiducia reciproca. Questa constatazione non vale soltanto per il pittore Simon Black, che si innamora della cantante di fado Ecuador, ma anche, ad esempio, per i clienti del club sadomaso nel quale di notte lavora Tara, la principale voce del romanzo; e vale anche per la stessa Tara nei confronti della sua amica francese Alice, e per tutti insieme nei confronti del personaggio più sorprendente e prodigioso del libro, la piccola Ludivine, una presenza non saprei dire se cristologica o demoniaca – così differente da Embrun, la protagonista de “L’apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004), ma ugualmente perturbante.
Questo bisogno di amore, questo desiderio di farsi colmare d’amore dagli altri, che Hochet descrive magnificamente attraverso gli sguardi, i pensieri, gli impulsi e gli umori dei corpi, i gesti inaspettati, anche aggressivi, sembra temperare il senso di sofferenza, il dolore che la vita suscita negli esseri umani semplicemente perché è vita. Soprattutto, questa solidarietà amorosa consente di dare un significato all’esistenza, un significato non illusorio ma in qualche modo definitivo, perché è la risposta (non la sola risposta, ma certo la più solida e la più coerente) all’Annuncio traumatico di una prossima fine. Affronterete meglio l’attesa della fine del mondo se qualcuno è al vostro fianco, vi aiuta e vi ama. Questo bisogno di amore sorprende gli stessi personaggi, li rende irrequieti ma alla fine permette loro di uscire dalla dimensione egotistica e di scoprirsi diversi da come credevano di essere. Leggi tutto…