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LA PROVA DEL BIANCO di Anna Vasta (intervista all’autrice)

LA PROVA DEL BIANCO di Anna Vasta

di Massimo Maugeri

Sono tante le opere poetiche pubblicate da Anna Vasta: da La Curva del cielo a I Malnati; da Quaresimale a la Sposa del vento; da Di un fantasma e di mari a Cieli violati. L’uscita di questo nuovo libretto, intitolato “La prova del bianco” (pubblicato da Le Farfalle), ci dà l’occasione di discutere di poesia e di aforismi. Del resto, come scrive Paolo Manganaro nel risvolto di copertina, “la raccolta di questi pensieri e aforismi di Anna Vasta è il frutto, splendido, di una riflessione inesorabile sulla poesia e sulle tensioni dell’esistenza che solo la poesia può portare”.

-Cara Anna, come nasce questo tuo nuovo libro?
Spesso i libri nascono per caso, come gli amori, gl’incontri, i figli. Senza una necessità che li giustifichi. Ma una volta nati, la casualità diventa necessità, come di tutto ciò che accade.
I pensieri, le riflessioni, gli aforismi raccolti in questo libro, alcuni sono nati come appunti a margine alle mie poesie, altri, come spunti di narrazione, di osservazione del reale; tutti come frammenti di una medesima ricerca, quella poetica, che è ricerca di senso, itinerarium mentis in hominem.
Percorso di conoscenza, verso una meta. Meta che non costituisce un approdo fermo, sicuro, definitivo, ma una riva malferma, provvisoria, oltre la quale spingersi, in direzione di altri porti.
La poesia ha bisogno di pause, di stacchi, di ripensamenti. Soprattutto di nutrirsi di prosa, di ciò che le è estraneo, ma che le fornisce la linfa vitale a cui attingere. Questo libro nasce forse da un tale bisogno di prosa, di ragionamento, di ancoramento a una visione del mondo, dell’esistenza.

Il titolo colpisce. Cosa significa “La prova del bianco”?
Nel titolo di un libro, c’è il senso del libro.
È come una mappa che guida il lettore ad inoltrarsi nel testo; nel titolo c’è tutto il libro.
Io, lettore, non vorrei che mi fosse anticipato il senso del libro, nel senso del titolo. Anche perché, neppure l’autore saprebbe spiegarlo, senza in qualche modo intaccarne l’ambiguità di senso, la possibilità delle interpretazioni che il titolo racchiude.
Wisława Szymborska, citando Goethe, dice che il poeta sa cosa voleva scrivere, ma non sa cosa ha scritto.
Il senso di ciò che l’autore scrive, una volta affidato alla scrittura, non appartiene più allo scrittore, ma ai suoi lettori.

-A tuo avviso, che rapporto c’è – oggi – tra “poesia” e “riflessione” (sia dal punto di vista di chi la scrive, sia da quello di chi la legge)? Leggi tutto…