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BRUNELLA SCHISA ci racconta LA SCELTA DI GIULIA

Brunella SchisaBRUNELLA SCHISA ci racconta LA SCELTA DI GIULIA (Mondadori). Ieri abbiamo pubblicato le prime pagine del romanzo

di Brunella Schisa

Ho avuto molti ripensamenti durante la scrittura de La scelta di Giulia. L’argomento mi toccava direttamente. Avevo deciso di scrivere la storia, anzi le storie della mia famiglia di cui sapevo poco, soltanto pochi racconti disordinati di mia madre a cui non avevo prestato attenzione. Sapevo che la mia famiglia materna aveva fondato la sua fortuna nelle colonie ma a parte Zighinì, il cane di mio nonno dal nome orientaleggiante, il tutto mi lasciava indifferente.
Fino a quando, durante la convalescenza dopo un piccolo intervento, sono venute a farmi visita la sorella di mia madre e sua cugina. Mamma se ne è andata presto, troppo presto e loro facevano le veci della grande assente. In quel periodo scrivevo il secondo romanzo sull’omicidio della Contessa Lara, Dopo ogni abbandono. Non ricordo come si arrivò a parlare della nostra famiglia, le due visitatrici cominciarono a raccontare storie che sentivo per la prima volta. Almeno così mi sembrava. Ero allibita! Tradimenti, figli illegittimi, testamenti strappati. Un crogiolo di menzogne, passioni e amore. Dovevo assolutamente scriverne.
Avrei giocato in casa. Non più Parigi o Roma, ma Napoli, la mia città, dove ho vissuto fino alla laurea. Proprio da quel momento volevo partire. Dal giorno in cui una vecchia prozia, la sorella di mio nonno, aveva telefonato per dirmi che voleva farmi un regalo per la laurea, un anello meraviglioso, appartenuto alla mia bisnonna Giulia, dal quale da allora non mi sono più separata.
La storia sarebbe partita proprio da quell’anello che mi legava a una donna che avevo conosciuto e che ricordavo bene. Aveva vissuto 94 anni. La grande nonna di mia madre.
Ma cosa sapevo io di Giulia? Leggi tutto…

LA SCELTA DI GIULIA, di Brunella Schisa (il primo capitolo)

Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo LA SCELTA DI GIULIA, di Brunella Schisa (Mondadori). Domani, l’autrice ci racconterà qualcosa sul suo romanzo e sulla sua genesi.

Il libro
E’ un’abbagliante mattina di luglio quando Emma, neolaureata in Lettere, riceve una telefonata inattesa: l’anziana prozia Carolina, che lei a malapena conosce, la invita a casa sua perché, dice, ha un regalo per lei. La curiosità di Emma si tramuta in stupore quando – tra le mura solenni del palazzo di via dei Mille, a Napoli, teatro di tutte le vicende della sua famiglia – la zia le affida un astuccio che contiene un anello: una meravigliosa corniola ovale con una figura incisa sostenuta da una catena liberty d’oro rosso. Un oggetto prezioso, appartenuto in origine a Giulia, la mitica bisnonna capostipite della famiglia. L’anello, la cui pietra somiglia a un cuore pulsante, sembra lanciare un richiamo al quale la nuova proprietaria non riesce a sottrarsi: abbandonato ogni progetto di vacanza estiva, Emma si dedica alla ricostruzione di una storia famigliare che si rivela coinvolgente oltre ogni sua previsione. Dalle carte rese fragili dal tempo emergono parole piene di passione, le foto ingiallite mostrano volti fieri e misteriosi, la voce di zia Carolina narra di amori e tradimenti, di guerre, speranze e sconfitte – ma a tratti si indurisce in una reticenza impenetrabile. Le vite degli uomini bellissimi e infedeli e delle donne volitive della famiglia Cortesi offrono a Emma chiavi preziose per capire se stessa; ed è sempre più chiaro che all’anello è legato un segreto bruciante…

* * *

Il primo capitolo di LA SCELTA DI GIULIA, di Brunella Schisa

1
L’anello

Era una torrida mattina di luglio quando la mia vita scartò su un binario
imprevisto. Ma non potevo saperlo mentre rispondevo al telefono.
Né il tono di zia Carolina mi aveva messa in allarme. Ripensandoci
ora, posso dire che ero stata sorpresa dalla sua cordialità.
«Cercavo proprio te, Emma. Congratulazioni!»
A tutta prima non avevo riconosciuto la voce: tentavo disperatamente
di associarla a un viso e intanto lei, per fortuna, proseguiva.
«So che ti sei fatta onore e me ne compiaccio!»
Il tono assertivo era inconfondibile.
«Grazie, zia Carolina, mi fa piacere sentirti» risposi mentendo.
Ero allibita. In ventitré anni quella donna non mi aveva mai degnata
di attenzione.
«Ho un regalo per te» continuò, rinunciando ai convenevoli. «Vieni
a prenderlo presto perché sto perdendo la testa e la memoria, potrei
dimenticarlo e cadere dalle nuvole quando verrai a reclamarlo.»
La frase non mi sembrò un vezzo: forse zia Carolina stava davvero
svampendo. Già quell’affettuosità era inconsueta. Inappropriata,
vista l’indifferenza a cui erano sempre stati improntati i nostri rapporti.
Era la zia di mia madre, la sorella di mio nonno Luigi, ma
per tutti era zia Carolina. Non c’era mai stata confidenza tra noi.
Giusto qualche visita di cortesia insieme con mamma, quando ero
bambina, andandocene da casa dei nonni, che abitavano al piano
sopra al suo nel palazzo di via dei Mille. Un rumoroso schiocco di
baci, come usa in famiglia, un fuoco di battute brusche ma affettuose,
e subito fuori.
Che volesse farmi un regalo pareva dunque bizzarro. Non ero la
prima nipote a laurearsi cum laude. Mia cugina Alessandra e mia
sorella Eleonora, pur essendolo già da un pezzo, erano state ignorate
bellamente dalla prozia.
Sempre che zia Carolina non fosse al corrente della mia poco gloriosa
carriera scolastica e volesse premiarmi per il brillante exploit
universitario. Che fossi una capra a scuola era ben noto a tutti, avendo
io manifestato il mio disinteresse allo studio fin dalle elementari.
Il contrasto con mia sorella Eleonora era evidente. L’odiosa
secchiona quando prendeva dieci meno si gettava in lacrime tra le
gonne di nostra madre chiedendole perdono. Figuriamoci. Io, da
secondogenita, avevo chiarito fin da subito che con me se lo poteva
scordare. E quando prendevo un otto, dico otto, che alle elementari
te lo gettano in faccia, mio padre ci portava a cena fuori per festeggiare.
In prima media ero stata rimandata in italiano, e questa
macchia me la sono portata dietro per anni. Non c’era volta che, a
pranzo dalla nonna Letizia, sedute alla sua bella tavola, lei non mi
chiedesse: «E quest’anno quali materie porterai a settembre?». Io
mi offendevo a morte e la nonna si divertiva a provocarmi. Era diventato
uno sketch fisso e avevamo finito col riderci insieme.
Non escludo però che sia stato per togliermi tutti quegli schiaffi
dalla faccia che ho poi deciso di farmi valere all’università. Volendo
misurarmi nello stesso campo di mia sorella, mi ero iscritta
a Lettere, con grande scorno di mio padre che già mi vedeva dottore
commercialista nel suo solido studio, a sgobbare dietro numeri
e imposte varie.
Se la prozia era davvero svampita come diceva, dovevo battere
il ferro finché era caldo. Non avevo la minima idea di cosa volesse
regalarmi, magari un prezioso libro antico illustrato, che avrei
dimenticato su uno scaffale della libreria o rivenduto a un anti-
quario. Nel dubbio, il giorno dopo inforcai la Vespa e guidai fino
a via dei Mille 91. Mi infilai nel palazzo umbertino dove mia madre
era nata, dove ancora abitavano i miei nonni e tutti i Cortesi
rimasti a Napoli.
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