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Posts Tagged ‘Leonardo Sciascia’

LEONARDO SCIASCIA NEL CENTENARIO DELLA NASCITA

Leonardo Sciascia2.jpgCe ne ricorderemo, di Leonardo Sciascia

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di Giuseppe Giglio

«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Più volte le ho accarezzate con gli occhi, queste parole dello scrittore francese ottocentesco Villiers de l’Isle-Adam, sulla tomba di Leonardo Sciascia, a Racalmuto: incise sul bianco e nudo marmo, insieme al nome e alle date di nascita e di morte, così come Leonardo aveva fermamente voluto. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta»: un’iscrizione che, dice Gesualdo Bufalino, «non conta tanto come pezza d’appoggio d’una ipotesi di sopravvivenza, ma ribadisce un sentimento di distacco ironico e dolente insieme.

File:Sciascia's tombstone in Racalmuto.JPG

Questo pianeta, cioè, con le sue abiezioni e dolcezze, quanto dovrà apparirci estraneo, da una remota nuvola, e tuttavia oggetto d’una insopprimibile volontà di memoria…». Ecco, la volontà di memoria, il pensare, il voltarci indietro: è questo l’ineludibile richiamo che ci resta, dopo un incontro con la pagina di Leonardo, sia essa di un romanzo, di un saggio, di un articolo di giornale. E da quella pagina sempre balzano la gioia, la felicità dello scrivere: anche quando si tratti di cose terribili, se non angosciose. «Non faccio nulla senza gioia», diceva Montaigne. La stessa gioia di Luciano, di Stendhal, di Savinio. La stessa gioia di Leonardo Sciascia: che è poi la gioia degli scrittori veri, dei cercatori di verità. Leggi tutto…

LEONARDO SCIASCIA: saggi letterari, storici e civili

Leonardo Sciascia – Opere – Volume II: Inquisizioni – Memorie – Saggi – Tomo II: Saggi letterari, storici e civili (Adelphi – A cura di Paolo Squillacioti)

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In libreria il nuovo volume di Adelphi dedicato alle Opere di Leonardo Sciascia. Ringraziamo Nino Catalano per la foto inedita che pubblichiamo di seguito.

di Giuseppe Giglio

Prendo in prestito questo ritratto fotografico di Nino Catalano, che di Leonardo Sciascia custodisce un’espressione (lo sguardo acutissimo, di profonda serenità, così pieno di dolcezza) tra le più emblematiche, tra le più cariche del suo destino – e del suo cammino – di uomo e di scrittore. L’uomo e lo scrittore meravigliosamente coincidenti, in un’instancabile, ostinata, gioiosa ricerca di verità e d’amore, nel vivere e nello scrivere. O, meglio, e pirandellianamente, nel vivere scrivendo e nello scrivere vivendo. Delle verità della vita, e dell’amore per l’uomo, ben oltre il tempo che gli è toccato in sorte: a lui che era già un classico da vivo, con le sue storie che dal tempo narrato si affacciavano, e si affacciano, sulle menzogne e sulle inquietudini, sulle ferite e sugli inganni di sempre, quelli cioè che appartengono all’umana natura. Uno scrittore è memoria, ripeteva Leonardo: la memoria individuale, cioè, che tenendosi in esercizio si salda alla memoria collettiva, alla Memoria. E il ricordare, per lui vigile e volontario, si faceva proficua ossessione, lanterna preziosa: ad illuminare da dentro il mistero del vivere, la sua bellezza, la sua miseria. Leggi tutto…

LEONARDO SCIASCIA e le Isole Eolie

Leonardo Sciascia2.jpg“Ricordo di Leonardo Sciascia” 31 ottobre a Lipari

Lo scrittore Leonardo Sciascia e il suo legame con le Eolie e il territorio siciliano saranno al centro dell’incontro “Ricordo di Leonardo Sciascia” che si terrà il 31 ottobre presso la Chiesa dell’Immacolata – Museo del cinema e della civiltà del bello – Parco Letterario Eoliano dell’area museale del Castello di Lipari a partire dalle ore 10,00. Leggi tutto…

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (recensione)

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (Adelphi)

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di Gianni Bonina

Raccogliendo in volume gli interventi di Leonardo Sciascia in tema di romanzo poliziesco, il curatore Paolo Squillacioti (che sta compiendo per Adelphi un’opera mirabile di recupero dei testi sciasciani dispersi e dallo stesso Sciascia accantonati: dopo Il fuoco nel mare e Fine del carabiniere a cavallo ecco appunto Il metodo di Maigret) non ha escluso, benché uscita nel 1983, con qualche modifica, su Cruciverba dove ha avuto la maggiore visibilità, la nota forse più famosa, Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicata nel 1975 su Epoca, nota dalla quale conviene senz’altro partire per ricordare lo Sciascia amateur e haïsseur del giallo, parola da lui sempre usata tra virgolette a designarne la provvisorietà e forse l’approssimazione. Amatore per avere, su sua stessa ammissione, trascorso l’adolescenza leggendo gialli e continuando a farlo con grande passione; odiatore per la condivisione dell’opinione generale per cui il giallo è un sottoprodotto culturale, tanto da chiedersi, all’uscita di un saggio sul poliziesco scritto da un accademico quale reazione avrebbero avuto gli altri cattedratici.
Nell’articolo che ha per titolo quello stesso dato dal docente universitario al proprio saggio, Breve storia del romanzo poliziesco, per spiegare il favore del genere letterario (in Italia nel testo su Cruciverba, nel mondo in quello su Epoca), Sciascia sceglie una frase di Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) secondo cui «l’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adoperi senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri»: dove la precauzione è l’arte, l’uso della quale sterilizza “l’effetto certo” e del romanzo poliziesco restituisce, assieme allo sgomento, soprattutto il senso di un divertimento: idea questa che piace molto a Sciascia – il giallo come fuga dai pensieri – già in forma diversa espressa molti anni prima, nel 1953, in un articolo che adesso ritroviamo in Il metodo di Maigret e poi riproposta, come vedremo, nel 1957. Leggi tutto…

25 anni dalla morte di LEONARDO SCIASCIA (un video)

Ricordiamo LEONARDO SCIASCIA a 25 anni dalla morte proponendo il seguente video (con la partecipazione di Vincenzo Consolo). Di seguito, alcuni approfondimenti…

 

 

Approfondimenti su: LetteratitudineBlog, Il Corriere della Sera (video: Camilleri ricorda Sciascia), Il Mattino, Panorama, Linkiesta
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IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

di Simona Lo Iacono

Leonardo Sciascia guarda la neve cadere. Il cielo pare di ovatta, incombe e sfalda i suoi fiocchi, mentre un’aria gelida gli ferisce le narici.
E’ a Parigi. Il bavero del cappotto a stento basta a proteggergli il viso, a tagliare una barriera tra lui e questa giornata invernale, così diversa da quelle siciliane. Rabbrividisce.
E di nuovo, il pensiero dell’isola lo assale, una ventata più rovinosa di altre, anzi, va a trafiggerlo proprio lì, tra stomaco e cuore, dove la Sicilia si è scavata una tana, vivedogli in corpo dispettosamente.
Riuscisse a capirli, questi suoi siciliani vestiti di virtù, che rotolano rosari tra le dita, che quando tacciono parlano e quando parlano stanno in silenzio. Che sfilano nelle processioni del santo patrono intabarrati in sete e pizzi, sfoggiando litanie sarracine e facendo dondolare la statua con devozione e sussiego.
Sospira.
A Parigi si reca spesso, da qualche tempo, anche se poi non fa che viverla nel triangolo che sta tra le rue de Bourgogne, il Louvre e il Lussemburgo, senza mai sconfinare oltre, e senza mai lasciarsi prendere dai rituali dei turisti.
D’altra parte i suoi viaggi in Francia non sono fatti che per affinità di spirito con gli illuministi e procedono in base a segrete combinazioni di libri e luoghi, di parole e citazioni, presentimenti e voglie letterarie.
E’ così che prende le distanze dalla sua isola, che sigla tregue dolorose con quel lembo di terra che da Agrigento irripidisce fino al mare e lì trasuda di una misteriosa arroganza, come se la bellezza feroce dei paesaggi, la malìa ingovernabile dei templi, del sole, del cielo, fosse anche un peccato da scontare.
Poi, però, se ne pente, si rammarica come se avesse tradito una donna amatissima, e – di nuovo – quella contraddizione per la Sicilia lo lacera: passione e rifiuto, affatamento e disincanto, tutto insieme.
E inizia a sfrigolare tra le dita la sigaretta sempre accesa, la palpeggia e se ne sente quasi rassicurato. Sa che non gli fa bene, ma non la lascia mai neanche quando batte nervosamente sui tasti dell’Olivetti, e la cenere va a sfrangiarsi tra una parola e l’altra, quasi ansimando per le sferzate tabaccose della nicotina.

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RICORDANDO LEONARDO SCIASCIA

Pubblichiamo questo contributo del critico letterario Giuseppe Giglio, per commemorare Leonardo Sciascia (nato l’otto gennaio del 1921). Ne approfittiamo per segnalare questo post di Letteratitudine (del 2009) con cui abbiamo ricordato Sciascia in occasione del ventennale della morte

di Giuseppe Giglio

Commemorare è una parola enfatica, e forse a Leonardo Sciascia (nato l’otto gennaio del 1921) non sarebbe piaciuta. C’è però un uso nobile della memoria, in questo caso caparbiamente sollecitato dall’indistruttibile e nobilissima eredità – lunga un quarantennio – di quel grande scrittore e intellettuale europeo: dai micro-racconti de Le favole della dittatura fino al postumo A futura memoria, passando per i versi di La Sicilia, il suo cuore, le divagazioni de La corda pazza e Cruciverba, le narrazioni de Il Consiglio d’Egitto, Todo modo, Il cavaliere e la morte. Di Marie-Henri Beyle, ovvero dell’amatissimo autore de La certosa di parma, tra i più profondi conoscitori dell’animo umano, Sciascia scriveva: «In ogni altro scrittore l’autobiografia, i momenti autobiografici, i ricordi servono ad illuminare l’opera; ma in Stendhal sono l’opera». Ed era come se dicesse di sé, Sciascia: tanto minimo, per non dire inesistente, è lo scarto tra la sua vita e le migliaia di pagine che ci ha lasciato. E della vita Leonardo Sciascia ha investigato il complicatissimo cruciverba, incessantemente scandendone le intricate ascisse e ordinate: non tanto a trovarne un’improbabile soluzione, quanto ad illuminarne le latenti ambiguità, le verità non visibili. Ben consapevole, manzonianamente, della complessa, spesso oscura natura del vero, e insofferente delle banalizzazioni, dei dogmi, delle pietrificazioni ideologiche; impegnato, piuttosto, a dissolvere il caos del reale nel cosmo della letteratura, in quella nitida e ordinata «sintassi della vita, del mondo, dell’uomo, di tutti gli uomini». Chiedendo aiuto (senza restarne prigioniero) alla ragione e al cuore, al sofisma e alla passione, sempre sorretto dal dubbio, dal rovello. Contraddicendo e contraddicendosi, tra le oscure e irreprimibili apprensioni e inquietudini del vivere. Sciogliendo il rigore dell’intelligenza nella gioia della scrittura, secondo un felice convincimento: «per quanto amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si scrive, lo scrivere è sempre gioia, sempre “stato di grazia”. O si è cattivi scrittori. E non solo Dio sa se ce ne sono, e quanti: lo sanno anche i lettori». Temperando il sentimento tragico della vita con l’inesausta ricerca della giustizia giusta, della verità. Di una verità plurale, problematica, dialogica, contro ogni omologazione, contro le fabbriche di consenso del potere: di ogni tipo di potere, e specialmente del potere grigio, occulto, strisciante. Una verità che Sciascia ha disseminato in quel vividissimo teatro della memoria che è tutta la sua opera: dove sempre, stagione dopo stagione, nuovi spettatori, come in un gioco di intelligenza attiva, raccolgono ogni confidenza, ogni confessione. E ne fanno testimonianza.
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DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un ampio stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado
A Est dell’Equatore, 2012 – pagg. 120 – euro 14

Un altro Novecento. Non il novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino. Non il novecento della “Ronda” o di “Solaria”; del neorealismo o delle sedicenti avanguardie. Quattro scrittori ed intellettuali remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza. La consuetudine con la cultura mitteleuropea e l’esilio negli Stati Uniti per Borgese; le due guerre e le rivoluzioni totalitarie per Malaparte, il romitaggio intellettuale e il reiterato rifiuto degli editori patito fino al suicidio per Morselli e infine la Sicilia del crimine mafioso per Sciascia. Divergenti esperienze che tuttavia convergono in un’accigliata, gridata, desolata o pensosa solitudine. Parlare di un “altro Novecento” non significa, perciò, soltanto rivendicare l’importanza di alcuni scrittori ma pure rileggere con i loro occhi un secolo di furori ed emergenze.

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Uno stralcio del saggio DIVERGENZE, di Antonio Di Grado

Istruzioni per l’uso

Giuseppe Antonio Borgese, Curzio Malaparte, Guido Morselli, Leonardo Sciascia: fisionomie intellettuali, modalità di scrittura, scelte di vita assai diverse, le loro. Perché allora schie¬rarli fianco a fianco in una improbabile armata delle ombre? Parrebbe un accostamento arbitrario e fortuito, come in quelle rapsodie raccogliticce di saggi e articoli che noi docenti universitari cuciamo alla svelta, senza curarci della coerenza, per sottoporre più pagine che sia possibile all’arcigna e sbadata commissione d’un concorso.
No, questa non è una raccolta di saggi. È l’immodesta proposta di un altro Novecento. Non il Novecento di Pirandello e Svevo, di Montale e Moravia, di Gadda e Calvino, giusto per fare i nomi consacrati dal “canone” corrente. Non il Novecento della “Ronda” o di “Solaria” o del neorealismo o delle sedicenti neoavanguardie. Quattro scrittori (e intellettuali) remoti, viceversa, da tendenze e schieramenti, isolati dal loro stesso sdegno o dalla loro irrequietezza, trascurati da una critica che accorpa anziché distinguere e che accorre sempre – avrebbe detto un Flaiano – in soccorso del vincitore.

La critica. Da critico, la detesto: anche la mia. Attività parassitaria, morbosa metastasi, delega deresponsabilizzante. Per conto mio, auspico come Lutero o meglio come gli anabattisti il sacerdozio universale e il libero esame. Diffido dei ragionieri della letteratura espertissimi in tecniche da laboratorio con cui selezionare i testi e dissezionarli, così come diffido dei chirurghi della psiche che sminuzzano i sogni o li battezzano, o degli storici delle religioni che mettono in fila delle vuote spoglie. Il torto più grande che si possa fare a una poesia, a un mito, a una fede, a un sogno, a una narrazione, è quello di soppesarne l’involucro: la forma, i moventi, gli esiti. Credere: questa è la parola giusta. Lasciare che quella scorza si schiuda senza forzarla, che si riveli, che il suo segreto innominabile ci invada.
In ogni libro cercare il Libro. Pretesa insensata, che carica ogni pagina di delusa fatica. Ma è proprio quando hai ceduto alla deriva del senso, e stai attraversando con rassegnata in-differenza pagine inerti, che all’improvviso ti ferisce un fiotto di luce. Ti sei imbattuto in un’anima che aspettava solo te per svelarsi, in un compagno segreto che ha valicato secoli e continenti per raggiungerti, e per aprire quel varco anche a te. E la scrittura di chi ne tratta asseconda quella voce, non la sovrasta e non ne sospetta: vola e divaga, accarezza e non fruga, dubita e non asserisce.
Da quella critica che, come Minosse, «giudica e manda secondo ch’avvinghia», o almeno da più d’un compilatore di beneducate storie delle patrie lettere, i quattro autori in questione sono stati trattati da “irregolari” se non addirittura da “minori”, non rientrando nelle opposte schiere (ma per ciò stesso gratificate da una legittimazione bipartisan) dei distillatori d’innocue metafore autorizzate dal pulpito o dei fabbri d’eroici furori be¬nedetti dal partito, anzi disertando le sedi deputate all’italico certame per riprendere fiato nelle ariose temperature d’oltralpe. Perciò eccoli confinati nel limbo sovraffollato in cui sgomitano gli inclassificabili, eccoli costretti alla quarantena in cui espiano i cosiddetti irregolari.

Quanto a una condizione “irregolare”, estranea o addirittura eversiva rispetto a una norma, dovrebbe a rigore parlarsene laddove la norma stessa risultasse indiscutibile ed effettualmente indiscussa: il che non è dato in alcun’epoca o contesto, neppure in quelli che pigre storiografie o strumentali mitografie si ostinano a tramandarci compatti e aureolati. Il Rinascimento, per esempio: questa categoria dello spirito che ha fatto aggio sulla complessa realtà e sul tortuoso svolgimento d’un secolo che a tal punto la smentisce da costringerla a ritrarsi sempre più nei suoi primi decenni; e anche lì a scalpitare tra corpi estranei e inassimilabili tensioni, talmente ingombranti da invadere opere e figure (perfino Ariosto, perfino Bembo) invano tenute al riparo di olimpiche icone; e talmente esigenti da obbligare all’invenzione critica di un “anti-Rinascimento” o di un Rinasci¬mento “inquieto”, suggestive ma infruttuose formule che non rendono conto in alcun modo dei contenuti ideologici, religiosi, estetici di quell’antagonismo o astratta inquietudine che fosse. E si fingono schieramenti contrapposti dove fu accesa pluralità d’idee e polverizzazione di scelte e di destini; e si spingono i classici nell’olimpo della infalsificabilità mentre negl’inferi della trasgressione si ammassano figure tra loro inassimilabili come Cellini o Folengo, Aretino o Doni, Berni o Gelli o Castelvetro.
E il Novecento? Una valutazione più coraggiosa del moralismo dei vociani o delle oltranze di Tozzi rischierebbe di scompaginare certe rassicuranti raffigurazioni dell’età giolittiana e prefascista come scampagnata di fanciullini, superometti e calligrafi; e l’auspicabile riscoperta delle stralunate avanguardie e degli impuri “contenutisti” degli anni Venti-Trenta scardinerebbe l’ossatura di una ricostruzione di parte largamente ac-creditata, che alle raffinatezze iniziatiche e all’“aura” eterea e sfocata del côté ermetico-solariano fa seguire senza soluzioni di continuità un neorealismo pedagogico e buonista, ammansito con consolante leggiadria. Leggi tutto…