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L’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO, di Umberto Piersanti

L' estate dell'altro millennioL’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO, di Umberto Piersanti
Mursia, 2013 – pagg. 392 – euro 18

Un luogo, un tempo di un altro millennio.

di Anna Vasta

Mai luoghi, spazi e tempi d’esistenza, soggettivi e corali-Urbino e la campagna che la circonda,  isolandola in un’aura rarefatta e attonita, in una luce immateriale e vivida, la stessa che circola e ristagna tra colonnati e arcate nei dipinti di Piero della Francesca; le Cesane, i greppi, le forre, i fossi, gli stradini, le morbide colline che si perdono nell’orizzonte come in uno sfumato leonardesco, e quinci il mar da lungi e quindi il monte- appaiono così persi e imperdibili a un tempo, distanti e prossimi nell’Epos del poeta urbinate, come nel romanzo  “L’estate dell’altro millennio”, pubblicato nel 2001 da Marsilio e ristampato da Mursia dodici anni dopo (2013, pag 379, € 18,00).
L’estate narrata da Umberto Piersanti, ripresa con un’ampiezza di sguardo da cinemascope, evocata  come stagione dell’animo di leopardiane ricordanze, è quella del ’39’, che precedette l’invasione della Polonia e l’inizio della seconda guerra mondiale. Essa segna la fine di un tempo che s’identifica con  un luogo; conclude un ciclo di storie e vicende, le accende dei suoi ultimi fuochi, le ferma nell’irrevocabile fatalità di un evento-la catastrofe bellica- , assumendo  i toni apocalittici di un millennio che muore.
Con l’estate che declina verso un autunno da crepuscolo, declinano il caro immaginar, gli ameni inganni, i fantasmi del giovanile errore. Franano per Marco, Ettore, Laura, Antonio-giovani studenti di città protesi verso arcani mondi, arcana felicità- i dolci sogni, si rimpiccioliscono i pensieri immensi, si appannano le luminose speranze, si oscurano le strisce azzurre  di quel lontano mar , si smorzano i generosi. slanci. Mutati  in cenere gli ardori e le fiammate della novella etate.
Per Franco, ragazzo contadino, cresciuto ed educato alle fatiche e al sudore dei campi, dotato di  un sano senso di  realtà, che gli fa guardare le cose con occhi disincantati e puri, l’estate del 39 rappresenta l’inizio di un amore- quello per Maria, fanciulla contadina dal volto pallido, la  chioma fulva e fuggente, e le  fattezze delicate di una ninfa boschiva, o della soave Afrodite botticelliana- scevro da romanticherie e vaghezze poetiche, ma saldo e forte, radicato nell’animo come le querce nella terra scura della Pineta. Ai primi botti di guerra va in frantumi il  mondo arcadico, bucolico, ma fragile come un presepe di cartapesta, di Marco; l’intellettuale-poeta, con la testa tra le nuvole e i versi di Pascoli, il cuore alle canzoni ingenue e sentimentali d’anteguerra, il corpo rapito dai capelli biondi e dalle  forme perfette della contessina Laura Albani, una Micòl della razza dei carnefici. Sperso  nelle sue fantasticherie, ma non al punto di non avvertire  i venti d’inquietudine che attraversano l’intatto cielo di Raffaello, arrecando precoci brume e  premature ombre. Resisterà alla furia distruttrice della guerra l’universo contadino delle Cesane,  delle opere e i giorni di Franco-anche lui soldato in Montenegro col  tenente Marco, al quale salverò la vita-delle dure, inesorabili leggi della natura che mescola vita e morte anche nel giallo fulgore di un foglia di luglio. Ettore Venanzi, l’ardimentoso compagno di studi e di scorribande, infiammato di adolescenti furori, di un senso romantico e libresco di patria e onore, contaminati dal baldanzoso, cinico  superomismo dei tempi, partito volontario alla chiamata del Duce, morirà  tra le sabbie africane, milite incompianto, piangendo come l’omonimo eroe omerico la giovinezza e il vigore. Portandosi nell’Ade il rimpianto per i  balli, gli amori, le chiacchierate al Caffè Grande, il desiderio pungente di Laura tenera e sensuale tra i pampini e gli acini dorati, le viti, l’erba e i gusci verdi delle noci, nel querceto, in una non lontana luminosa giornata di novembre, appena un anno prima. I canti goliardici <<vent’anni son gemme dischiuse>>, e una paura matta della morte <<a noi la morte non ci fa paura>> con un  irreparabile senso di sconfitta, di perdita, più atroce della stessa morte. Leggi tutto…