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L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè

L’ETÀ BIANCA di Alessandro Moscè (Avagliano)

L’Età bianca: il romanzo di un poeta

di Anna Vasta

Bianca è l’età adolescente – più che un attributo, un nome, un nome di donna -, la stagione breve che allunga le sue ali sul tempo che segue. Per il marchigiano Alessandro Moscè, poeta, saggista, narratore di atmosfere liriche, di trascinanti visioni e disincantati risvegli, essa non è tanto l’età leopardiana del “tempo che precede”, del sogno, della rêverie, quanto l’ora che che ci abita, “ci colma della sua durata/minuto per minuto/forte, non certo ignara”. Forse in questo verso di Mario Luzi – figura archetipica di poesia, e di sapienza esistenziale – citato dall’autore nel racconto del suo incontro col poeta, è possibile rinvenire il senso di una educazione sentimentale che – iniziata col Talento della malattia, suo primo romanzo, del 2012, prosegue  nel secondo, “L’Età bianca” del 2016 (Avagliano Editore, pag. 228,  € 15,00).
Un’età che ha fattezze di donna, Elena, l’amore adolescente  vissuto e inseguito sino agli anni  adulti come l’ombra di un sogno, fino a diventare la personificazione di quel tempo irrisolto, che è stato per Alessandro, l’adolescenza.  Bianca, non  nel senso di pura, inconsapevole, innocente; bianca  come una pagina  non scritta, spazio vuoto d’incompiutezza e possibilità.  Per Alessandrò Moscè  l’età bianca è  topos di attesa, di vigilia, di iniziazione alla vita nella sua non aurea mediocritas. La malattia che lo ha colpito ignaro- una malattia che non perdona, che non consente illusioni- sul finire della fanciullezza, lo ha isolato e preservato  in una dimensione temporale sospesa, dilatata, incompiuta. La morte per un bambino di dieci anni non ha contenuti di realtà, pur nella sua ferocia. È questo restare ignari, questo non sentirla come castigo o colpa, che lo ha guarito, di una miracolosa guarigione. Solo parecchi anni dopo, ormai adolescente, Alessandro realizza  come marchio d’eccezione, una sorta di talento,  la malattia che lo ha bloccato in uno  stato edenico di beata innocenza,  tutelandolo dalla solitudine che afferra gli adolescenti con la forza  del garbino, il vento che viene dal Nord, e che “ dicono faccia cambiare l’umore dei marinai, per questo lo chiamano il vento folle”. Anche il suo male è stato un vento folle che, una volta cessato,  lo ha riconsegnato a se stesso, un sé estraneo,  che ha dovuto  imparare  a vivere in situazioni di normalità. Leggi tutto…