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I PRIMI CINQUE DEL PREMIO STREGA 2021: Paolo Di Stefano, Antonella Lattanzi, Loredana Lipperini, Stefano Sgambati, Emanuele Trevi

Sono stati resi noti i titoli dei primi cinque libri proposti dagli “Amici della Domenica” per l’edizione 2021 del Premio Strega

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Premio Strega 2021“Noi” di Paolo di Stefano (Bompiani), proposto da Luca Serianni

“Questo giorno che incombe” di Antonella Lattanzi (HarperCollins), proposto da Domenico Starnone

“La notte si avvicina” di Loredana Lipperini (Bompiani), proposto da Romana Petri

“I divoratori” di Stefano Sgambati (Mondadori), proposto da Daria Bignardi

“Due vite” di Emanuele Trevi (Neri Pozza), proposto da Francesco Piccolo

Di seguito, le schede di proposta dei cinque Amici della Domenica al Premio Strega 2021
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LOREDANA LIPPERINI racconta LA NOTTE SI AVVICINA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LOREDANA LIPPERINI racconta LA NOTTE SI AVVICINA (Bompiani)

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di Loredana Lipperini

La notte si avvicina” racconta un’epidemia di peste che scoppia nel 2008 in un piccolo e inesistente paese delle Marche, Vallescura. Nasce con l’intento di raccontare un flagello, di cui la peste è metafora, e nasce molto prima del flagello vero. Era il 2016. Partecipavo a una residenza letteraria, Sconfinare a Lampedusa, dove ero stata invitata da Evelina Santangelo: scrittori che restano una settimana sull’isola, osservano, la raccontano nell’ultimo giorno. L’idea iniziale era quella di un gemellaggio con Gita al Faro, a Ventotene, ma scopriamo quasi subito che non può essere così. A Ventotene tutto è già avvenuto: il confino di Giulia, figlia dell’imperatore, il carcere borbonico a Santo Stefano, la morte di Gaetano Bresci, Altiero Spinelli, il manifesto per l’Europa.
Ecco, l’Europa. Quando arrivi a Lampedusa capisci che qui tutto sta accadendo, invece, e che c’è un mondo millenario che sta vacillando (il centro vacilla, dice Yeats, e non sapeva quanto fosse profetica questa frase) e una mutazione che non è ancora raccontabile, e che sicuramente in molti, moltissimi, non vogliono neppure provare a raccontare. Leggi tutto…

MAGIA NERA di Loredana Lipperini (incontro con l’autrice)

MAGIA NERA di Loredana Lipperini (Bompiani)

Loredana Lipperini è giornalista, narratrice, amatissima voce di Fahrenheit su Radiotre e scrive per le pagine culturali de “la Repubblica”. Il suo blog Lipperatura, attivo dal 2004, è un punto di riferimento per la discussione letteraria, culturale, politica. Ha pubblicato romanzi gotici con lo pseudonimo di Lara Manni e fra l’altro i saggi Ancora dalle parte delle bambine (2007), Non è un paese per vecchie (2012), L’ho uccisa perché l’amavo con Michela Murgia (2013), il libro per ragazzi Pupa (Rrose Sélavy, 2013). Nel 2016 per Bompiani, è uscito L’arrivo di Saturno. E sempre per i tipi di Bompiani, di recente, è uscito un nuovo libro di Loredana Lipperini: la raccolta di racconti intitolata Magia nera

Una serie di racconti al limite tra vero e fantastico, che qualche volta pescano nei ritmi della fiaba tradizionale, qualche volta si spingono al limitare della distopia, dando la ribalta a personaggi sulla soglia di una scelta indispensabile e terribile, che cambierà la loro vita.

Abbiamo incontrato Loredana Lipperini e le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su Magia nera.

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«Non è mai una questione di scaffali. O meglio, è una questione di scaffali se si è un libraio, o un editore, ma se si è un lettore, o persino una scrittrice, gli scaffali hanno poco senso», ha detto Loredana Lipperini a Letteratitudine. «Perché se dovessimo ragionare in termini di scaffali dovremmo avere un bel po’ di etichette a disposizione: rossa per l’horror, gialla per la fantasy, verde per la fantascienza, e poi comincerebbero le discussioni. E l’urban fantasy? Il dark fantasy? L’epic fantasy? La distopia? L’ucronia? Il post-apocalittico? Il paranormal romance? Il gotico? Lo steampunk? Il cyberpunk? New weird? Bizarro fiction? Leggi tutto…

SCHIAVI DI UN DIO MINORE di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (un estratto)

Pubblichiamo l’introduzione del volume SCHIAVI DI UN DIO MINORE di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (Utet)

Introduzione

Questo non è un saggio ma una storia che ne racconta altre. Quelle di un mondo del lavoro allo sfascio. Di schiavismo. Di inganni, soprusi, beffe, sfruttatori e sfruttati, intere generazioni cancellate o rassegnate, giovani dipendenti “schizzinosi” e aziende che sono “grandi allegre famiglie”. Di perdita della dignità, umiliazioni, mancanza di rispetto, disprezzo per esperienza e cultura, guerre tra poveri innescate e fomentate da chi ci ride sopra contando monete d’oro come il dio bulimico di una cosmogonia minore. Questo non è un saggio ma una storia che racconta di quando ogni diritto acquisito viene calpestato incolpando la “crisi mondiale”, “lo stato attuale delle cose”,  “le richieste del mercato” o dichiarando con uno sberleffo che “oggi va in questo modo, in fondo siete già fortunati”.
Questo non è un saggio ma una storia che non si potrebbe aprire se non così, con la frase dell’«ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini» (la definizione è del fumettista Andrea Pazienza). Con un’affermazione che ormai rischia di suonarci strana, lontana, quasi risalisse agli albori della rivoluzione industriale e non a meno di trentatré anni fa: «La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile e si risolve per molti nella libertà di morire di fame» (Sandro Pertini, discorso di fine anno, 31 dicembre 1983). Leggi tutto…

INTERVISTA A LOREDANA LIPPERINI

INTERVISTA A LOREDANA LIPPERINI

di Massimo Maugeri

Questo 2013 è stato un anno molto impegnativo, dal punto di vista editoriale, per Loredana Lipperini: scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica italiana (voce storica della trasmissione Fahrenheit di Radio3), creatrice di Lipperatura. Sono state ben tre, le uscite a sua firma: “Di mamma ce n’è più d’una” (Feltrinelli), “L’ho uccisa perché l’amavo” (Laterza, scritto con Michela Murgia); “Morti di fama” (Corbaccio, scritto con Giovanni Arduino).

[Potete leggere le prime pagine di “Di mamma ce n’è più d’una”, cliccando qui. La prefazione a “Morti di fama”, è disponibile qui].

Ne ho discusso con l’autrice…

Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web– Cara Loredana, come accennavo in premessa quest’anno è stato molto proficuo per te dal punto di vista editoriale: ben tre libri pubblicati (due dei quali scritti a quattro mani con altri autori). Partiamo dal più recente, intitolato “Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web”, edito da Corbaccio (e scritto a quattro mani con Giovanni Arduino). Premesso che il titolo mi pare geniale, ti chiedo di raccontarci qualcosa sulla genesi del libro. Come è nato? Da quale idea, spunto o necessità?
Gli spunti sono stati molteplici, direi. Per quello che riguarda la mia esperienza, già durante la stesura di “Di mamma ce n’è più d’una”, mi colpiva l’utilizzo delle mamme blogger come “brand ambassadors”, pubblicità viventi di prodotti per l’infanzia. Mi è tornato in mente un libro che ho molto amato, e di cui ormai si parla relativamente poco: “No logo” di Naomi Klein. Ho pensato che tredici anni dopo siamo andati ancora più avanti: non solo il nostro corpo fisico è veicolo di un marchio, ma anche la nostra presenza immateriale. Nella maggior parte dei casi, senza averne consapevolezza. Quanto a Giovanni, è presente in rete dai tempi pionieristici, e ha avuto modo di osservarne la trasformazione. Tutti e due ci occupiamo di libri e scriviamo (lui traduce ed è editor, in più), e abbiamo dato visibilità maggiore ai cambiamenti avvenuti in ambito editoriale.

– Come vi siete suddivisi il lavoro con Giovanni Arduino?
Per gruppi di capitoli e tematiche. Abbiamo scritto separatamente e rivisto ognuno la parte dell’altro, così come è avvenuto con Michela Murgia per “L’ho uccisa perché l’amavo”.

– Entriamo un po’ nei temi trattati dal libro: come è cambiato il concetto di “fama” ai tempi della Rete?
Si è diffuso e reso manifesto, e fin qui siamo nell’ovvio. E’ divenuto fugacissimo, inoltre, restringendosi rispetto ai famigerati quindici minuti warholiani. E soprattutto è, nella maggior parte dei casi, indotto. E’ Amazon (con il suo corredo di cantori in buona o in pessima fede) che ci dice che autopubblicarsi su Kindle è non un modo per rendere pubblico e condividere quel che si ha da raccontare ma la via per il successo. Sono Facebook e Twitter a suggerire che molti amici o seguaci sono una premessa o una conferma della nostra microfama. E’ Google, ovvero YouTube, a farci partecipi degli incassi pubblicitari (in quale percentuale? Ah, saperlo) se i nostri video superano un certo numero di visualizzazioni. Cosa diamo ai giganti del web? Molto. I nostri dati, per cominciare. E soprattutto la nostra presenza, a conferma che quel tipo di socialità funziona ed è desiderabile. Cosa riceviamo? Un piatto di lenticchie in cambio della continua produzione di “bene cognitivo”. Lavoriamo quasi gratis, insomma. Come scrivono gli amici di Nexusmoves, “nell’universo mediatico in cui viviamo, non siamo individui se non interiorizziamo una certa dose di self-marketing. E questo è inquietante, perché lega la produzione di capitale alla produzione del Sé”.

– In che modo la Rete ha cambiato il concetto stesso di identità? Leggi tutto…

MORTI DI FAMA. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web (la prefazione del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo la prefazione del volume “MORTI DI FAMA. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web” (Corbaccio, 2013) di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini

Morti di fama


Se non si diffonde, è morto.
Henry Jenkins, accademico e saggista

La rabbia e l’indignazione dei fruitori sono
la base per il successo di molte operazioni
commerciali.
Ryan Holiday,
scrittore e social media strategist

La microfama non è una fama in piccolo:
è l’unica, triste notorietà di chi è Schiavo
dei Tempi Della Rete.
Neil Strauss, scrittore e giornalista

Il nostro non è esattamente un saggio sulla rete, anche se forse ne ha l’aspetto. Sembra una frase degna di Cocteau. Una volta, parlando con un’agente letteraria americana, la parte maschile del dinamico duo che sta testé scrivendo si sentì porre la domanda: « Sai perché i saggi sul porno e Internet in genere vendono poco? » Scrollata di capo. Poco dopo la risposta: « La gente guarda il porno e usa Internet. Perché dovrebbe anche leggerne? »
Memori di questa obiezione, e porno a parte (anche se qui entrerà di straforo), il nostro è un libro che parla del web anche se in realtà tocca bisogni fondamentali da sempre: la necessità di appartenenza, accettazione, riconoscimento e approvazione. E di Internet ricalca quasi solo, se così si può dire, la struttura: un flusso denso, ricco di informazioni, proteiforme, talvolta caotico e in continuo divenire, in continuo essere, disseminarsi, propagarsi, confermarsi e negarsi. Una specie di nastro di Möbius o di frattale.
Ecco perché non è un saggio: il saggio dà l’idea di immobilità, di qualcosa di fi n troppo stabile, che esiste solo per essere consultato, di muschio che cresce sugli alberi, di muffa che macchia le pagine. Ed ecco perché talvolta avrete l’idea di una sorta di sdoppiamento: a parte il fatto che gli autori sono due (il « noi » nasconde in parte le singole identità, ma le esperienze raccontate spesso si toccano per poi allontanarsi anni luce), la schizofrenia della rete non è una novità, per chiunque ci bazzichi da un po’ (o navighi o surfi , per fare i vecchioni della situazione). Perché ci sei tu e l’avatar. Perché ci sei tu e lo pseudonimo. Perché ci sei tu e l’eteronimo. Perché c’è Loredana e c’è Giovanni. E se non si gioca sporco, se dietro la maschera non si nasconde la Morte Rossa, non c’è niente di male.
Morti di fama non si ferma qui. Ecco perché il sito abbinato, mortidifama.tumblr.com. Perché tutto continui a scorrere. Allora, se le cose stanno così (non è un saggio, non è esattamente su Internet, non è fatto per essere consultato…), a cosa diavolo mi serve? Per quale motivo dovrei leggerlo e ancor meno comprarlo? Leggi tutto…

DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo le prime pagine del volume DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (Feltrinelli) di Loredana Lipperini

[Ulteriori informazioni sul libro, disponibili su Lipperatura]

Il libro
Il Palazzo d’Inverno di Pechino era luogo di meraviglie e splendore. L’imperatore della Cina, che deteneva il potere più alto, era prigioniero del suo palazzo, proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità è un Palazzo d’Inverno: dove è splendido aggirarsi ma da dove non si può uscire. Per secoli è stato l’unico potere concesso alle donne, e oggi torna a essere prospettato come il più importante: l’irrinunciabile, anzi. Lo ribadiscono televisione, giornali, libri, pubblicità, blog. Alle donne, in nome del nuovo culto della Natura, si chiede di allattare per anni e di dedicare ogni istante del proprio tempo ai figli: si dice loro che tornando a chiudersi in casa, facendo il sapone da sole e lasciando libero il proprio posto di lavoro salveranno il paese, e forse il mondo, da una crisi economica devastante. Oppure, se proprio vogliono lavorare, devono diventare “mamme acrobate” in grado non solo di conciliare lavoro e famiglia, ma di farlo con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta, magari per raccontarsi su blog che sono il territorio di caccia preferito per tutte le aziende che producono passeggini e detersivi. Nell’Italia dove il mito del materno è potentissimo per le madri si fa assai poco sul piano delle leggi, dei servizi, del welfare, dell’occupazione, dell’immaginario. Ma invece di unirsi, le donne si spaccano: le fautrici dei pannolini lavabili contro le “madri al mojito”, madri totalizzanti contro le madri dai mille impegni, femminismi contro femminismi.

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Le prime pagine del volume DI MAMMA CE N’È PIÙ D’UNA (Feltrinelli) di Loredana Lipperini

0.1. Di muffin e di polli

Dove eravamo rimaste, e rimasti, tutti quanti? Me lo
chiedo il primo giorno del 2012, davanti a un cesto
foderato di tovaglioli rossi e traboccante di muffin. Due
gusti, vaniglia e cioccolato. I muffin sono al centro del
tavolo, illuminati dalle candele. Guardo i volti delle altre
donne chini sul cesto, con gli occhi brillanti di ammirazione
e invidia per chi ha preparato il dono. “Ancor che
falso, il dono / è reale e lo accetto,” scriveva Pessoa. Non
ha senso interrogarsi, mi dico ancora: sono solo dolcetti.
È stata una mamma a cucinare i muffin. Una mamma:
è così che si presenta e questo soltanto saprò di lei.
Sto bevendo un bicchiere di vino a casa di amici, nelle
Marche, per festeggiare un anno che si annuncia – e sarà
– difficilissimo. Gli amici hanno invitato i compagni
di scuola del figlio e i loro genitori, per non farlo sentire
solo, come spesso avviene ai figli unici. Dunque, le donne
che siedono con me al tavolo, davanti al cesto, alle candele
e alle briciole del panettone, sono presenti in quanto
madri di bambini che condividono la stessa sezione di
una scuola elementare romana. Questo è lo status che le
caratterizza in quel momento e che non si dissolverà nel
corso dell’intera serata. Né della cuoca, né delle altre, conoscerò
nulla: non il loro lavoro, non i loro gusti, i loro
sogni, i loro desideri. Non ne conoscerò neanche il no-
me: da frammenti di conversazione, saprò solo che sono
la mamma di Gianluca, la mamma di Paola, la mamma
di Francesco. Mentre Gianluca, Paola e Francesco si rincorrono,
litigano e giocano per le scale della grande casa
di campagna, le mamme esibiscono alla tavolata i propri
segni di riconoscimento e le proprie medaglie: una teglia
di lasagne, un torrone fatto in casa, il vassoio dei muffin.
È tutto normale, cosa c’è che non va? Leggi tutto…