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Posts Tagged ‘Lux in tenebris’

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (quarta e ultima parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la quarta e ultima puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Una ricognizione sia pure sommaria non può certo ignorare il multiforme arcipelago dell’associazionismo culturale: quasi tutte iniziative tanto generose quanto effimere, quasi tutte avventure alle quali partecipai da promotore o da affiliato, quasi tutte dissoltesi nell’inerte atmosfera da Anni perduti brancatiani, con quegli innocui visionari – ieri come nell’altrieri di Brancati – assorti a sognare favolose “torri” che facessero emergere la città dalla sua prostrata piattezza. Sarebbe lungo enumerare sigle associative e profili umani eterogenei: istituzioni storiche come la “Dante Alighieri”, che negli anni di cui tratto si avvalse della direzione di docenti della Facoltà di Lettere quali Carmelina Naselli, Carmelo Musumarra, Paolo Mario Sipala, oppure il Lyceum di Amalia Pantano ed Elettra Battaglini che per almeno un cinquantennio, dagli anni ’20 ai ’70, pur in una cornice da bon ton mondano ospitò figure come Borgese e Ungaretti, Bontempelli e Benedetti Michelangeli; altre più engagées come la Casa della cultura degli anni ‘60, di matrice socialista, o il CUC di cui ho detto prima, o più in là il CIAC fondato dal critico teatrale Domenico Danzuso nella casa-museo dedicata allo scultore Carmelo Mendola, l’autore della bella e oggi negletta fontana dei Malavoglia in piazza Verga. E ancora il Centro Voltaire, e tante altre realtà vivaci e propositive. Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (terza parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la terza puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Ma il teatro a Catania, città teatrale e innamorata del teatro, non era e non è solo lo Stabile: innumerevoli compagnie, da quelle amatoriali alle avanguardie, hanno calcato le scene etnee, spesso in competizione con il teatro di Giusti, ritenuto poco incline all’innovazione e alle sperimentazioni: ed ecco, giusto per citare i due casi più antichi ed emblematici, il Teatro Club di Nando Greco, nobile e generoso innovatore, capace di portare a Catania il meglio della più avanzata produzione teatrale coeva, dal Living Theatre a Carmelo Bene, e il Piccolo Teatro di Gianni Salvo.
E dovremmo dire, quanto alle istituzioni culturali, del Teatro Massimo Bellini, delle sue proposte spesso rilevanti ma inficiate da mortificanti vicissitudini di sottogoverno e da una deleteria elefantiasi, ma anche della vivace Associazione Musicale Etnea fondata nel 1973 e diretta da Enrico Failla; dovremmo dire dell’Accademia di Belle Arti e in genere dell’attività artistica, in quegli anni svettante nei nomi di pittori quali Rimini, Comes, Romano, Milluzzo, Sciavarrello, Contrafatto. E se è d’arte che si parla, non si può certo trascurare l’attività, sempre attenta alle risorse e alle urgenze del territorio, d’un geniale cineasta come Ugo Saitta, dal capolavoro del neorealismo documentaristico Zolfara ai successivi cortometraggi quasi sempre sceneggiati da Giuseppe Berretta, un docente liceale che in gioventù s’era accompagnato con Giaime Pintor, Mario Alicata, Ruggero Jacobbi. Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (seconda parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la seconda puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Dicevo di don Antonio Corsaro, lontano dal potere politico ed ecclesiastico; anzi all’uno e all’altro inviso non solo per il suo cattolicesimo eterodosso ma più per le sue aperture alla intellighenzia marxista. E dire che in quegli anni perfino istituzioni culturali decisamente laiche e di alto profilo dovevano di tanto in tanto piegarsi alle censure di quegli occhiuti poteri: come quando il Teatro Stabile di Catania, che aveva in cartellone L’onorevole di Sciascia e già l’aveva messo in prova, lo cassò improvvisamente dalla programmazione perché pare che l’onorevole democristiano Domenico Magrì si fosse riconosciuto nel personaggio certo non esemplare del protagonista.
Ma questa è un’altra storia: quella delle istituzioni culturali cittadine. Anzitutto l’università che, al riparo di alcune indiscutibili eccellenze, vegetava negli anni dell’interminabile e immota gestione del rettore Cesare Sanfilippo, senza eventi significativi all’infuori della fondazione, nel 1954, dell’Istituto di fisica nucleare, esemplare avvio di un laboratorio di ricerca tra i migliori in Italia in quel campo. Un campo, quello delle scienze, ingiustamente trascurato in occasione di bilanci storiografici come questo mio, che è succinto e parziale perché è redatto da un umanista consapevole, tuttavia, della centralità dei saperi scientifici nella storia sette-otto-novecentesca della cultura catanese. E come spiegare, prescindendo da quel primato, la stagione dei “lumi”, l’assenza del vaniloquio romantico, lo spietato rigore realistico dei veristi? Leggi tutto…

LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (prima parte)

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la prima di quattro puntate, di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Mezzo secolo, e cioè il secondo Novecento, di cultura a Catania: di “astratti furori” sovversivi o di sudditanze cortigiane, di voci clamantes in deserto o di generosi tentativi di aggregazione intorno a un’idea, a un progetto, a una chimera subito dissolti dall’indifferenza, dall’impotenza, dall’ostilità di un “contesto” in tutt’altre faccende affaccendato.
Per me che nacqui nel ’49, alla vigilia di quel cinquantennio, trattarne ha il sapore di un bilancio; e tanto più se si pensa che in quell’anno veniva pubblicato Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, che a rileggerlo oggi ci appare non solo un accorato requiem sulla sognante inerzia e l’impotenza progettuale delle giovani generazioni etnee tra le due guerre, ma pure una triste profezia del vano agitarsi e dei miraggi di riscatto delle generazioni a venire.
E proprio nel Bell’Antonio Brancati marcava un punto di non ritorno, una irrimediabile cesura, fissandone una data categorica: era il 5 agosto 1943, in piena guerra e al culmine di quei bombardamenti che spazzeranno via anche materialmente ogni traccia del passato, anzi cancelleranno il tempo stesso. E infatti: «si spezzano gli orologi in cima agli edifici pubblici e le sfere rimangono ferme sul minuto in cui la bomba uccise in piazza un gruppo di povera gente spaventata». Leggi tutto…