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RACCONTI DA RIDERE a cura di Marco Rossari (intervista)

RACCONTI DA RIDERE a cura di Marco Rossari (Einaudi, Supercoralli)

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di Massimo Maugeri

Marco Rossari è scrittore e traduttore. Il suo libro più recente è “Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità” (add editore, 2017). Per le edizioni E/O ha pubblicato nel 2012 “L’unico scrittore buono è quello morto” e nel 2016 “Le cento vite di Nemesio” (finalista al Premio Strega 2017). Tra i tanti autori tradotti, Charles Dickens, Mark Twain, Percival Everett, Dave Eggers, James M. Cain, Hunter S. Thompson. Collabora con numerose riviste.
Di recente ha curato, per Einaudi, la raccolta di racconti intitolata “Racconti da ridere” (è possibile leggere un estratto cliccando qui). Discuto con Marco Rossari di questo suo nuovo lavoro…

– Caro Marco, partiamo da questa frase: “Una buona battuta rompe il ghiaccio, ma un racconto esilarante può spiegare il mondo”. Ti andrebbe di commentarla?
Non ricordo bene che tipo di gas esilarante avessi inalato la sera prima, ma immagino che volessi raccontare in un breve giro di parole la doppia faccia dello humour. È un lato che può aiutare la vita sociale (a me piacciono le persone spiritose: mi è sempre sembrato un segno di intelligenza, e anche di tolleranza) ma allo stesso tempo è in grado di spalancare un universo di senso e di stile. C’è l’ottima battuta di un conoscente che ti strappa una risata in una giornata rovinosa e poi c’è un racconto di Mrozek che semplicemente ti fa vedere le cose in modo completamente diverso.
 
– Cosa puoi dirci sul tuo personale rapporto con l’umorismo (nella vita e nella scrittura)?
Abbiamo rapporti continui e non protetti. Ci piace rotolarci sul letto e a volte perfino nel fango. Poi ci beviamo un milkshake, corriamo sulla spiaggia mano nella mano e andiamo a fare gli scherzi al citofono in giro per Milano. No, scherzo. Non saprei: è una componente stabile della mia formazione. Con i miei genitori si rideva (si ride), con le morose si rideva (si ride). I romanzi di Mark Twain, gli sketch di Dario Fo, i film di Woody Allen, i viaggi con gli amici, Opera Buffa di Guccini, gli scherzi a mia nonna: non saprei da dove è cominciato, di sicuro già nel mio primo (sepolto) romanzo usavo l’umorismo per parlare di un fatto luttuoso. Mi sembrava interessante. Poi è tornato in altri libri successivi, fino alle Cento vite di Nemesio, dove ha un ruolo preponderante. Mi piace, non so che farci, dev’essere una debolezza. Che poi a volte diventa una forza. Detto questo, io non rido mai: sono un personaggio bergmaniano, con venature tarkovskijane. Penso al suicidio ogni volta che mi dicono quant’è bella la vita.
 
– A tuo avviso, in Italia, c’è stata (o c’è tuttora) una forma di pregiudizio nei confronti della letteratura umoristica? C’è (o c’è stata) la tendenza a considerarla come una “letteratura minore”?

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