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IL BAMBINO PROMESSO di Massimo Bavastro

IL BAMBINO PROMESSO di Massimo Bavastro (Nutrimenti)

Un memoir pudico e spietatamente sincero, un manuale di autoaiuto per chi s’imbarca in un’adozione internazionale e, più in generale, un gesto d’incoraggiamento rivolto a tutti i genitori: perché, alla fine, la fragilità di quattro persone che si cercano diventa la forza di una famiglia.

Ne discutiamo con l’autore e pubblichiamo un estratto del libro

* * *

Massimo Bavastro è autore di testi teatrali che hanno ottenuto riconoscimenti prestigiosi (Cecchini, premiato al Festival di Riccione, Naufragi di Don Chisciotte, finalista al Premio Ubu e Premio della Critica) e di serie televisive di successo, tra cui Ultimo 3 – L’infiltrato, 48 ore, Caccia al re – La narcotici. Per il cinema ha scritto, con Benvenuti-De Bernardi, L’ultima stazione (regia di Bogdan Dreyer) e, con Marco S. Puccioni, Quello che cerchi (Premio miglior film al Los Angeles Italian Film Awards). Il bambino promesso è il suo primo. Ne discutiamo con lui…

<<Sei anni fa, io, mia moglie e il nostro bambino di tre anni, Leone, ci siamo trasferiti a Nairobi per adottare Thomas>>, racconta Massimo Bavastro a Letteratitudine.
<<Siamo restati lì nove mesi, perché la legge keniana prevede che i genitori adottivi rimangano per tutta la durata del procedimento legale.
Durante quel periodo, niente o quasi niente è andato come ci aspettavamo: a partire dal momento in cui, nell’istituto dove Thomas era nato, una donna con il camice bianco mi ha offerto quel bambino dicendo “è tuo figlio”, e io ho pensato “no”.
Sapevo che se non fossi riuscito a riconoscerlo e ad amarlo sarebbe andato tutto all’aria: tradire quel progetto avrebbe significato perdere mia moglie, sfasciare ogni cosa. Tanto più che lei e Leone avevano accolto Thomas subito e in maniera naturale.
D’altra parte, c’erano tante cose da fare laggiù, e questo mi permetteva di allontanarmi da quel rovello, o addirittura di rimuoverlo per lunghi momenti. Abbiamo comprato una macchina e ci siamo messi a viaggiare. Dopo un paio di mesi la macchina ha cominciato a rompersi, quasi sempre nei posti sbagliati: per esempio nel bel mezzo della savana, proprio di fronte a un branco di elefanti che procedevano verso di noi. E quando non si spaccava la fermavano i poliziotti ai posti di blocco, e ci si infilavano dentro con i loro Kalashnikov per farci paura e per spillarci pochi centesimi. Leggi tutto…