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Posts Tagged ‘melino nerella’

HAPPY HOUR CON GLI DEI a Catania

VOLALIBRO 2014

VOLALIBRO – Festival della Cultura per Ragazzi
Noto (Sr), dal 22 al 30 novembre 2014

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La brochure con tutti gli eventi

Il video con Corrada Vinci, l’organizzatrice dell’evento

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Si segnala, in particolare, l’evento di lunedì mattina 24 novembre 2014 dedicato alla presentazione del volume “Happy hour con gli Dei” (Melino Nerella, 2014)

Questo progetto editoriale nasce da un’idea di Corrada Vinci, curatrice dell’opera ed organizzatrice della rassegna di cultura per ragazzi “Volalibro” e di Silvio Aparo, editore della Melino Nerella Edizioni, con lo scopo, attraverso un’azione di patrocinio gratuito, di promuovere tra i giovanissimi la conoscenza dei Siti Unesco della Sicilia.
Ultimamente si registra un affievolimento del concetto di identità. Si afferma un’idea debole, sfocata, quasi in crisi dell’individuo e da questa analisi si è partiti per cercare un metodo di ricentramento.
Una riposta concreta e di sensibilizzazione pratica alla evanescente e fuggente società contemporanea. L’idea che i ragazzi possano in una prima fase leggere ed immaginare con la fantasia dello scrittore i siti UNESCO e in un secondo momento andare di persona a visitare e vivere i medesimi siti rappresenta il miglior antidoto alla emergenza di valori e alla caoticità della realtà in cui siamo caduti.
L’obiettivo è quindi quello di rafforzare il valore dell’identità siciliana avendo la consapevolezza di appartenere ad una terra che ha il maggior numero di siti Unesco in tutta Europa. Siti che hanno un valore estetico scientifico, artistico; straordinari, tali da avere riconosciuto il titolo di patrimonio Mondiale, facendo sì che la loro tutela diventi una responsabilità ripartita tra tutti i membri della comunità.
Lo strumento che meglio di altri può veicolare tra i ragazzi la curiosità iniziale e lo stimolo all’approfondimento successivo è stato individuato nella realizzazione di una raccolta di racconti ambientati nei vari siti Unesco della Sicilia.
Un particolare ringraziamento va a tutti i professionisti della scrittura che a titolo di stima ed amicizia hanno accettato questa piccola sfida e a Paolo Patanè quale vicedirettore del coordinamento dei Comuni Unesco Sicilia.
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KAFKA E IL MISTERO DEL PROCESSO

KAFKA E IL MISTERO DEL PROCESSO, di Salvo Zappulla (Melino Nerella edizioni) – recensione di Renzo Montagnoli. La prefazione del romanzo è disponibile qui…

di Renzo Montagnoli

Ecco, sono arrivato con trepidazione all’ultima riga, chiudo il libro e pure gli occhi, perché a dire che sono emozionato è poco; la verità è che sono entusiasta, perché mai, e ripeto il mai, mi era capitato di leggere qualche cosa di così grandioso. Guardo la copertina e leggo il nome dell’autore: Salvo Zappulla. Mi viene spontaneo chiedermi se sia lo stesso Salvo Zappulla che conosco e che ha già scritto In viaggio con Dante all’inferno, un buon libro, ma nemmeno paragonabile per qualità a questo. La trama, per quanto assai complicata, avvince dall’inizio alla fine, con quell’idea geniale di base di uno scrittore di modesto livello che, pungolato dal suo editore, si mette d’impegno per scrivere il libro che gli darà la celebrità e per far questo sconvolge il suo solito modus operandi, trasformando il protagonista Pedro Escobar, rozzo scaricatore di porto secondo l’idea originale, in una persona completamente diversa, personaggio che si stacca dall’autore, assume una propria autonomia, di fatto dando inizio a uno dei più bei romanzi apparsi sulla scena mondiale. Non aggiungo altro sulla vicenda che presenta di volta in volta le caratteristiche di genere del fantasy, del thriller e anche del mainstream, mai in contrasto fra di loro, ma anzi perfettamente amalgamate. E come nel Processo di Kafka l’autore verrà sottoposto a giudizio sulla base di una orrenda macchinazione, poiché il nuovo Pedro Escobar procede come una mina vagante, inquinando i testi sacri della letteratura, modificando trame e personaggi, con inevitabile crisi dell’editoria, a tutto vantaggio delle grandi compagnie televisive che intendono, in accordo con i governi di tutto il mondo, arrogarsi il diritto di acculturare le genti, rendendole di fatto supine alla volontà dei potenti. Leggi tutto…

KAFKA E IL MISTERO DEL PROCESSO, di Salvo Zappulla

KAFKA E IL MISTERO DEL PROCESSO, di Salvo Zappulla (Melino Nerella edizioni). La prefazione del romanzo.

di Massimo Maugeri

“Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale”. Sono parole di Luigi Pirandello, queste. Tratte dalla sua prefazione a Sei personaggi in cerca d’autore: una delle opere teatrali più celebri del Premio Nobel della Letteratura nato ad Agrigento, ma anche uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale in grado di esprimere lo strettissimo rapporto che lega personaggi e autori.

Come nascono i personaggi? Lo stesso Pirandello, nella citata prefazione, sostiene che “un artista, vivendo, accoglie in sé tanti germi della vita, e non può mai dire come e perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia per divenire anch’esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana”.

Credo che non ci sia definizione migliore di questa, per spiegare cosa è un personaggio letterario: una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana.

Chissà se Pedro Escobar, sub-protagonista de Il processo di Salvo Zappulla, ha mai letto questa definizione. Non è un caso se utilizzo il termine sub-protagonista; perché il protagonista vero di quest’opera di Zappulla è in realtà proprio l’autore (che dunque riveste anche i panni di personaggio principale). Anzi, l’Autore. Con la “a” maiuscola.

La storia narrata da Zappulla si innesta nell’ampio filone di opere narrative che contemplano palesi legami tra personaggi e loro creatori. È probabile che Pedro Escobar si senta davvero una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana. E forse è proprio alla volubile esistenza quotidiana che decide di ribellarsi, sfuggendo di mano all’Autore e conquistando una propria autonomia con l’obiettivo di infilarsi nei meandri della letteratura che conta: quella destinata a durare nel tempo. Ed ecco che Escobar – da piccolo personaggio di un autore di provincia – si conquista il ruolo di comprimario all’interno di opere considerate pietre miliari della letteratura, corrompendole: da Madame Bovary a La piccola fiammiferaia, fino al Deserto dei Tartari… giusto per citarne qualcuna.

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IL RITRATTO SCOMPARSO, di Patrizia Debicke (un capitolo del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un capitolo del romanzo IL RITRATTO SCOMPARSO, di Patrizia Debicke Van der Noot (edito da Melino Nerella). L’autrice ci ha “raccontato” il suo libro qui

Clervaux, luglio 2003

La longilinea signora sessantenne dai capelli corti, argentati, alzò i suoi vivaci occhi chiari e guardò davanti a sé.
Il ritratto, appeso al muro, raffigurava un antenato di Edouard von Kammer. Grande e importante, con una pesante cornice dorata, era appeso al centro della parete di fronte al camino. Lo sguardo accigliato del gentiluomo in parrucca bianca con un’armatura brunita dai riflessi d’oro, coperta sopra la spalla destra da una cappa d’ermellino, pareva seguirla con indignazione. Da quando nel pomeriggio aveva sollevato il cencio che ricopriva la tela per riprendere il lavoro interrotto per colazione, aveva la sensazione che le sopracciglia dell’antenato si fossero aggrottate minacciosamente, sopra gli occhi grigioverdi. Avrebbe quasi potuto giurare che la piega di quelle labbra carnose, atteggiate da secoli in una linea severa, fosse divenuta sdegnosa, se non riprovatrice.
« Hai torto marcio!» contestò Adrienne Lecrouet, dopo aver contemplato con assoluta obbiettività il ritratto del suo committente cominciato da due settimane.
«Non è niente male e il tuo pronipote è più simpatico di te» dichiarò ad alta voce.
Studiò il corrusco sfondo guerriero del ritratto settecentesco con, a destra, una grandiosa battaglia tra cavalieri in sella a destrieri poderosi e, a sinistra, un’altera rocca di pietra grigia, coronata di torri inespugnabili, e lo mise a confronto senza tema di critiche, con il dipinto anche se solo abbozzato a cui stava lavorando.
Raffigurava un giovane biondo dagli occhi verdi, che rammentavano vagamente quelli del suo antenato. La specchiera barocca con la sua massiccia cornice, che pendeva alle spalle d’Edouard von Kammer, rifletteva una villa toscana. Bella, piena di fascino e di armonia, si affacciava verso il giardino all’italiana, severo con le sue siepi di bosso, potate a formare animali fantastici, mentre la porta finestra sul lato destro si apriva su un degradare di vigne che scendeva a lambire la riva di un fiume che scorreva placido.
«Ma ti capisco. Deve essere difficile per un uomo d’armi comprendere un pronipote che alla spada preferisce fare l’albergatore e il produttore di vini» concluse divertita.
La stanza, dove si trovava in quel momento, era esposta a sud ovest e, in quell’ora meridiana abbastanza calda per il nord del Lussemburgo, la luce era perfetta.
Aveva scrosciato per un paio d’ore durante la mattinata, come succede spesso nelle Ardenne anche in piena estate, ma le nuvole, com’erano venute, nere e foriere di pioggia, erano ripartite presto, trasportate via dal vento teso e il cielo era tornato azzurro, cristallino. Leggi tutto…

Patrizia Debicke Van der Noot ci racconta IL RITRATTO SCOMPARSO

Patrizia Debicke Van der Noot ci racconta IL RITRATTO SCOMPARSO (Melino Nerella edizioni). In serata pubblicheremo un capitolo del romanzo.

di Patrizia Debicke Van der Noot

L’idea di Il ritratto scomparso nasce nell’estate del 2003, durante la fuga del famoso Mostro di Marcinelle nel corso di un trasferimento da una prigione all’altra della Vallonia per rispondere davanti a un ennesimo processo a suo carico.
Io, in Lussemburgo, vivo a Clervaux a circa 20 Km in linea d’aria dalla frontiera belga.
Clervaux è nelle Ardenne, un’impenetrabile baluardo di foresta ( impenetrabile si fa per dire perché a dicembre del 44 von Rumpstead se ne fece un baffo e l’aggirò senza problemi con la sua terribile divisione di carri armati per porre sotto assedio Bastogne, assedio finito a gennaio 45 con l’arrivo del Generale Patton).
Comunque una foresta in grado di fornire rifugio e copertura per giorni a un uomo in fuga.
Io a Clervaux ho una casa con giardino che ammiro attraverso grandi vetrate e che confina con il bosco. In Lussemburgo non c’è uso di porte blindate o serrature di sicurezza, ero sola, mio marito era in viaggio… Seguii le notizie delle ricerche del pericoloso detenuto evaso con una certa apprensione (anche se non mi potevo considerare una preda appetibile data l’età) e quando lo ripresero dopo tre giorni tirai un respiro di sollievo.
Però da quel momento decisi di scrivere un thriller ambientato nell’ovattata atmosfera di un mondo benestante di questa zona, ma sulla quale incombeva l’ombra sinistra di un Mostro, che rapiva e uccideva bambine.

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FILIVESPIRI, di Santi Terranova

FilivespiriSanti Terranova: “Filivespiri” (ed. Melino Nerella)

Il libro verrà presentato a Siracusa il 30 aprile, h. 18, presso UNA Hotel ONE, sito in Via Diodoro Siculo 4.
Relatori: Simona Lo Iacono e Sebastiano Grimaldi
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di Simona Lo Iacono

La canicola balza feroce, svena le forze, s’abbatte – arraggiata – sulle poche teste ancora erette, non intorpidite dal sonno.
Nessuno a quest’ora, in Sicilia, e nel mezzo d’una estate rapace, s’intestardirebbe a mettere naso fuori  casa, dove le donne hanno combattuto contro l’afa appiattendo gli scuri, coprendo le aperture, creando penombra e un poco di ristoro.
E c’è chi si lascia cadere sul divano buono, su cui è stato steso un lenzuolo pulito, bianco e ricamato, per far passare quelle ore trasognate, dispettose. Chi invoca requie col ghiaccio e la strategica posizione delle correnti d’aria. Chi si lascia vincere, e preferisce un’immobilità che le vespe e le mosche scambieranno per quella d’un morto.
E’ la controra, quel passaggio ardente e infervorato che va dal dopo pranzo al tramonto, e che in Sicilia ha la consistenza degli inferi luciferini, delle maccalube fumose di un vulcano.
Nessun siciliano è ben disposto in quest’ora, né si troverebbe alcuno incline alla conversazione o al lavoro. E’ un’ora oziosa per necessità, ma anche sognosa e maliarda. D’altra parte, non potendo fare altro, il siciliano in quest’ora diventa contemplativo, e si lascia rosolare volentieri dai ricordi.
E sarà allora per questo che Santi Terranova con  ironia  dolcissima, raccoglie i suoi racconti sotto il nome di “Filivespiri”. Una parola arcana, che pare alludere a un finissimo respiro, e che invece no. Non è che un’espressione del suo paese (Lentini)  per indicare l’approssimarsi del vespro, del sollievo e della tregua dal male lancinante della calura.
Con leggerezza tutta venata di umanità, di divertitissima arte di stare al mondo, Santi Terranova narra le vicende dell’avvocato Valenti ripercorrendo le estati adolescenziali a Santhià, i casi giudiziari più curiosi, persino uno sfortunato viaggio a Istanbul con finale rivincita processuale. Una verve godibilissima, la sua, che sa però affondare nel cuore, nella pietà umana, nel dolente andare e venire del tempo. E che – soprattutto – ci restituisce una Sicilia nostalgica e saporosa, in cui la bellezza fa da contraltare al dolore, alle faide sempre latenti nelle aule di tribunale, alle imbizzite della sorte.
Chiedo quindi all’autore di parlarci di questo personaggio così riuscito, che alterna buon umore e malinconia, amore per la vita e dolentissima consapevolezza della precarietà delle cose umane.
– Carissimo Santi, chi è, in sostanza, l’avvocato Valenti? Leggi tutto…

VOCI ALTRE, di Sebastiano Burgaretta

https://i0.wp.com/www.melinonerella.it/wp-content/uploads/2012/11/voci-altre.jpgPubblichiamo la prefazione della silloge di Sebastiano Burgaretta “Voci Altre” (Melino Nerella) firmata da Paolo Di Stefano. Di seguito, alcune poesie dell’opera gentilmente offerte dall’autore per Letteratitudine.

Dalla prefazione di Paolo Di Stefano

Nei luoghi oscuri del martirio

«Stu strazzu i dignità nul-l’agghiu persu!». ‘Sto straccio di dignità non l’ho perso, endecasillabo dalla sonorità tutta in salita, aspra, disperata ma insieme liquida e liberatoria, che può riassumere il senso profondo di questa raccolta poetica. C’è un io che urla, è una voce che cala sulla società “perbene” come da un altro mondo (oscuro, tenebroso), c’è l’orgoglio di chi promette a se stesso un riscatto e la rabbia di chi chiede agli altri fiducia e compassione, partecipazione.
Ma a chi appartengono e da dove provengono queste “voci altre” che raccontano, implorano, sperano, denunciano? Immaginate un luogo di detenzione, un luogo chiuso da alti muri e cancelli, un bunker inaccessibile che raccoglie e isola l’umanità dei margini, l’umanità varia che ha sbagliato (poco o tanto), l’umanità da punire e da redimere. Dal carcere – santuario di dolore, incandescente nucleo originario di esperienze, di linguaggi, di narrazioni, di sofferenza e di risentimento ma anche di illusioni e di sogni a occhi aperti – si leva un coro babelico; su fondo italiano si aprono continui squarci di siciliano, ebraico, arabo, spagnolo, greco…: è il crogiuolo stesso della molteplice microrealtà carceraria auscultata dal poeta (visitatore discreto e insieme interlocutore partecipante), e restituita al lettore con il rispetto sacrale di chi è certo che non c’è diversità (linguistica, etnica) che non meriti cittadinanza, non solo nella poesia. Dunque, ciascuno a suo modo narra se stesso, le proprie paure, la propria alterità, la propria lontananza, il proprio isolamento: al poeta non spetta che l’ascolto silenzioso, che dispone all’empatia e alla necessità della restituzione. Solo nel silenzio può avvertire a poco a poco che la dissonanza diventa armonia, le singole voci finiscono per integrarsi, si riconoscono complementari (“complementare” è l’aggettivo che chiude il libro), la molteplicità non è contrasto ma diventa fusione. Leggi tutto…

AUDI QUO REM DEDUCAM, di Grazia Maria Schirinà

Audi que rem no reflexAUDI QUO REM DEDUCAM di Grazia Maria Schirinà
Melino Nerella, 2012 – pagg. 120 – euro 10

“Stamane ricorre il 47° compleanno di mia madre. Non ho avuto il coraggio di farle gli auguri. In questo giorno, negli altri anni, abbiamo fatto festa, ora no”

Queste parole, annotate nel suo breve diario di guerra tenuto a Bronte nel 1943, scrive Giuseppe Schirinà, a significare l’intorpidimento e il blocco dei sentimenti e delle manifestazioni d’affetto primarie causate dalle quotidiane violenze della guerra.

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Abbiamo chiesto a Grazia Maria Schirinà di parlarci di questo volume, partendo dalla scelta del titolo, e di raccontarci di suo padre Giuseppe…

di Grazia Maria Schirinà

Mi piace cominciare col chiarire a cosa si deve la scelta del titolo. In effetti, il quaderno, contenente il testo cardine di questo volume, portava sul frontespizio, come titolo, “Audi quo rem deducam”; si tratta di un verso tratto dalla prima satira, del primo libro di Satire di Orazio posto in enjambement tra il v. 14 e il v. 15. In particolare è la satira sulla medietas e, nello stesso tempo, sull’incontentabilità degli uomini e sulla felicità. “Est modus in rebus”, diceva Orazio e Giuseppe Schirinà, attento osservatore dei caratteri dell’uomo, spirito critico e dotato di grande senso dell’ironia, ha fatto suo il detto oraziano e lo ha sviluppato soprattutto nella prima parte del suo diario, che è una critica decisa e ferma del regime e dei comportamenti di chi, all’epoca, deteneva il potere. A questa prima parte segue l’annotazione diaristica del percorso intrapreso al seguito della madre, in tempo di Guerra, e, in particolare, nelle giornate cruciali che portarono allo sbarco ad Avola e al bombardamento a Bronte, dove si trovava ospite della sorella. La storia delle città della Sicilia Sud-orientale ha trovato un motivo d’unione nel ricordo affettuoso che di essa e dei suoi personaggi ha tracciato l’autore che, nonostante la giovane età, ha tratteggiato gli eventi con realismo e maestria toccante. La storia della famiglia è divenuta, attraverso la sua penna, la storia di Bronte e dei suoi palazzi, delle sue anime, dei loro drammi; ma la storia di Bronte, intrecciandosi con quella di Avola, ha avuto come scenario anche la storia condivisa di tutta la popolazione italiana che sperava nell’armistizio; è divenuta storia nazionale a riprova che ogni storia non è mai isolata, ma, pur appartenendo alla comunità in cui si vive e opera, nel contempo appartiene alla vita di tutto il popolo.
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IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto (edito in versione cartacea da Melino Nerella)…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

Siracusa, 31 dicembre 1492

Se mi darai ascolto, Dio di Abramo, forse questa mattina riuscirò a dirti tutto come non ho mai fatto, come non sarebbe stato possibile neanche al tempio, con i tefillin annodati alla fronte che oscillano sul mio respiro. Qui, a Siracusa, li chiamano filatteri, e per quanto abbia osteggiato questo termine, Dio d’Abramo, adesso mi è caro.
Lo so che ti chiederai come mai il vecchio rabbi Aronne, che si alza al mattino con la Shacharit sulla bocca e chiude la sera con la Ma’ariv, si rivolga a Te raccontandoti soltanto una storia.
Ma ascolta, Dio di Abramo. Perché questa è la mia storia.

***

Non so bene quando i miei progenitori scelsero la Sicilia. Vagavano da troppi anni, ormai, e Siracusa era giunta al loro sguardo dal mare. Si raccontava di uno scoglio su cui si era posato un gabbiano.
I padri dissero: è qui.
Da bambino chiedevo perché a mia nonna Ester e le tiravo le gonne, interrompendo il rito del pasto.
Perché la Sicilia è bar mizwà, figlia del precetto.
Detto questo, cominciava le benedizioni, per il viaggio del passato e per quello del futuro, per il mestruo e per l’alba, per le evacuazioni della giornata e per la vista dei sapienti, per essere nata donna e per me che ero nato maschio – ti ringrazio Dio d’Abramo, diceva, che ad Aronne hai risparmiato il dolore e l’impurità della madre, anche se di questo io Ti benedico.
E mi sospingeva fuori dall’uscio, dove i bambini siciliani si mescolavano a noi ebrei senza numero e ordine di appartenenza, svicolando su strade appaiate e strettissime, che i miei padri studiarono in tutto identiche a Gerusalemme (sia benedetto il suo nome) per proteggerci dallo scirocco. Misero su un quartiere di filatorie, merciai, calzolai e mastri ferrai, sommandosi ai siculi che sorridevano addomesticati e indifferenti, pronti a unirsi e a separarsi senza rimpianto, chè un isolano, pontificavano, è solo un approdo. Una zattera che tira vento.
Mai visto un popolo più duttile, Dio d’Abramo, mai vista appartenenza meno certa, dicevano i padri, o forse mai vista tanta appartenenza. Agli ispanici, ai libici, ai fenici d’Africa e ora, speravamo, a noi.
Se non fosse che noi giudei l’appartenenza la covavamo nella carne, e alle donne siracusane che strabiliavano innanzi alla milà, alla circoncisione del destino e del sesso, raccontavamo con orgoglio che la terra promessa la portavamo incisa in un taglio, netto e filato, rispetto al resto del mondo.

***

All’inizio, dunque, ci sfioravamo. Siracusani ed ebrei, gli uni sugli altri a respirare l’afa, a percorrere cunicoli a fior di mare, a piegarci sul lavatoio nei pressi dell’antico tempio d’Atena dove i cristiani avevano edificato la loro cattedrale. Ci entravamo anche noi, Dio d’Abramo, perché sorgeva tra le stesse colonne del tempio greco, e sentivamo – senza ombra di dubbio – che se tu eri stato lì per chi ci aveva preceduto, potevi essere lì anche per noi, senza curarti da che terra provenissimo.
Col tempo costruimmo la sinagoga, i bagni, il macello, la casa dei limosinieri. Un intera Gerusalemme stretta da quattro vie che delimitavano la soglia del nostro mondo, che ergevano una sfidante torre a guardia di un regno che non era di dominatori ma di dominati e che, tuttavia, pareva più libero dei padroni, ovunque andasse, e su qualunque terra si innestasse, come se noi ebrei, pur restando in Sicilia, non avessimo alcun ospite a cui rendere grazie.
Ma sempre e soltanto la storia, a cui slegavamo, di giorno in giorno, un nodo. Leggi tutto…