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Posts Tagged ‘mursia’

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA (Mursia), romanzo vincitore della prima edizione del Premio RTL 102.5-Mursia

di Elena Moretti

Sono una farmacista. E chi di voi non pensa subito al farmacista, quando si parla di professioni letterarie? Ma come, non c’è proprio nessuno?

Be’, non avete mica tutti i torti. Per quanto appassionata di chimica e farmacologia, però, io sono golosa di storie, vivo di storie, mi ci perdo dentro e, alle volte, va a finire che ne invento di mie.

Questa sete costante è una strategia che ho messo in atto per sopravvivere alla mia stessa testa. Perché, sapete, non è facile convivere con un cervello che non se ne sta mai zitto e, in back-ground, macina e frulla, impasta e reimpasta, rifrulla e rimacina tutto il santo giorno: alla fine della fiera tutto questo frullato da qualche parte devo pur riversarlo, se non voglio che mi fermenti dentro.

Quello che scrivo nasce quindi dalla voglia di dire qualcosa che sento profondamente mio, dando voce a personaggi che, per assurdo, con me hanno solitamente ben poco a che fare. Ma il bello del gioco sta proprio lì: ricreare, anche se solo su carta, delle vite fittizie eppure palpitanti. Leggi tutto…

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LA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO di Mario Di Caro (recensione)

La capitana dell'isola di nessunoLA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO di Mario Di Caro (Mursia)

di Alessandro Russo

Lontano da tutte le rotte del mondo, c’è un posto dove il sole è più testardo d’un mulo e i suoi raggi acuminati sono lame bollenti: un isolotto che odora di capperi e pare un presepe. Una manciata di rocce nere e case bianche abitate da pescatori in attesa di riempire le loro reti e da peccatori dalle facce di terra e salsedine. Un piccolo spazio magico preda dei capricci dei venti dove la risacca s’intestardisce e s’arruffiana il mare. Dalle nostre parti, nella capitale dell’isola di Sicilia, vive un abile scrittore che con la sua penna aguzza plana giornalmente sopra quell’oasi fatata e prova a scrutarne gli accadimenti con occhi femminili. Intanto una donna dai lunghi capelli neri diventa la protagonista del romanzo che lui sta scrivendo. Vede così la luce una fiaba narrata con ritmi sudamericani: La Capitana dell’isola di nessuno (Mursia Ed, pg133, €12) del giornalista Mario Di Caro da Palermo. S’alternano colà tempeste e piaceri, pirati e gelsomini, sfavillanti luci erotiche e ombre buie di malaffare. Fragori di trombe e vassoi ricolmi di cocco, pannocchie fumanti e piatti di ceramica adorni di polpi; e poi petali di pomelie, cestini di fichidindia e grappoli di variopinti pupari e giullari. Un tripudio di colori e profumi di un luogo tenero e selvaggio annientato però da bisbigli taglienti come scimitarre e velenosi più dei serpenti. Avvince la trama del romanzo e si lascia assaporare con gusto; la prosa è colorata di rosa e tutto il testo ha una seducente andatura a tempo di musica. Leggi tutto…

MARIO DI CARO racconta LA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO

Mario Di CaroMARIO DI CARO racconta il suo romanzo LA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO (Mursia)

(a seguire, le prime pagine del libro – leggi la recensione di Emanuela E. Abbadessa su “la Repubblica”)

di Mario Di Caro

Può un uomo guardare il mondo con gli occhi di una donna? Difficile, magari può provare a spiare il mondo delle donne, assai più magico, e provare ad ascoltarne il respiro, a riconoscerne i sentimenti, a rispettarne i codici, ad assecondarne le sensibilità. E allora per costruire un personaggio con una centralità assoluta come la Carmen de “La capitana dell’isola di nessuno”, appena pubblicato da Mursia, ho formato un mosaico di donne, ho sovrapposto archetipi, partendo da un paio di riferimenti precisi: la Carmen di Merimee e Bizet, di cui la mia Carmen spero possa essere considerata una sorella minore, una cuginetta che ha ereditato la sua voglia di libertà, la sua capacità di trascinare. Magari senza bisogno di trasformare un soldato in contrabbandiere ma in grado di minacciare con un forchettone da cucina i suoi estorsori o di scatenare il suo samba di piacere tutte le volte che ne ha voglia. E qui entra in gioco la musica sottintesa del racconto, la colonna sonora che ho avuto nelle orecchie mentre scrivevo: la Habanera di Carmen, certo, ovvero il manifesto dell’amore libero, ma soprattutto la “Garota de Ipanema”, ovvero quel miracolo di grazia che cammina ancheggiando e che è capace di fare sorridere il mondo al suo passaggio.
La capitana dell'isola di nessunoEccola, allora Carmen, bella, forte seduttrice, mezza fata e mezza strega, una capace di cucinare le melanzane in 24 modi diversi, una che quando torna nella sua isola dopo vent’anni di assenza di colpo quieta la risacca, zittisce i gabbiani e ammorbidisce la morsa del sole. Troppo per una comunità che resta maschile e invidiosa. Ed ecco l’altra domanda centrale. Quanto è sopportabile, allora, in un mondo di ominicchi e caporali, una capitana promossa sul campo dai compagni della vigna che si sono visti difesi da lei, una preda di appetiti sessuali che si fa cacciatrice, una donna risoluta che rianima l’economia di una piccola isola e che caccia a maleparole gli estorsori dalla sua Bottega? Quanto da’ fastidio una donna che si ribella, che dice no al pizzo, che ha successo, che attira benevolenze dalla su gente come dagli elementi naturali?
Tanto, evidentemente, se il prezzo della libertà diventa un ammasso di cenere fumante.
Ho pensato allora a come potrebbe reagire una donna di questo tipo alla paura, ho pensato alle peripezie di Teresa Batista, l’eroina di Jorge Amado, e al contesto, semplice ma comunque inquinato, di una piccola isola siciliana che scopre improvvisamente il germe del benessere e le sue tentazioni. Da quali fantasmi e’ visitata la notte di una donna minacciata? Quanto pesa la solitudine di chi  ha scelto l’indipendenza? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (intervista all’autore)

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina
(Mesogea – originariamente pubblicato da Mursia)

cronaca di catania cover

[Leggi il primo capitolo del libro]

di Massimo Maugeri

A Catania brucia una casa del centro storico. Un dirigente d’azienda, Marco Moncada, si getta nelle fiamme per salvare i figli di un’immigrata, ma perde la vita. Comincia così il nuovo ottimo romanzo di Gianni Bonina, che segue il precedente “I sette giorni di Allah“, edito da Sellerio (consigliato anche questo). Il titolo è “Cronaca di Catania“, è edito da Mursia e potremmo definirlo come un thriller giornalistico. Protagonista della storia è Natale Banco, redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» (che, sulla base di quanto ci dice l’autore, potrebbe essere un personaggio seriale).

– Gianni, cominciamo (nello stile di Letteratitudine) ad accennare qualcosa sulla genesi di questo tuo nuovo romanzo. Come nasce “Cronaca di Catania”? Da quale idea, esigenza o fonte di ispirazione?
Non dimentico mai di essere un giornalista, per cui ho osservato la realtà che sta emergendo a Catania. C’è una zona, attorno a Via di San Giuliano fino a ridosso di Corso Sicilia, che va sempre più popolandosi di stranieri. Questa enclave potrebbe diventare un ghetto, cosa che potrebbe spingere qualcuno a pensare di trasferire l’intero ghetto fuori città, come si fece con Librino per altro tipo di emarginati. Il fenomeno non riguarda solo Catania ovviamente, ma a Catania un’eventuale cittadella-satellite potrebbe fare gola a quanti vedono in essa un’occasione, proprio in forza di quella spinta speculativa che a Catania è più forte che altrove.

– Proviamo a conoscere il protagonista di questa storia: il giornalista Natale Banco. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti ai nostri lettori?
Un uomo che alla lontana non può non richiamarmi ma che non è certamente un mio doppio. Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro. E che non accetta nemmeno che il direttore sia un sodale dell’editore e praticamente un suo camerlengo o centurione. Diciamo che Banco avrebbe lavorato molto volentieri con Pippo Fava.

– Tra i protagonisti del romanzo figura senz’altro anche Catania. Che città è la Catania che racconti in questa storia e in cui si muove Natale Banco? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (Mursia editore)

Ormai l’incendio minacciava il tetto e il crepitio copriva le urla della gente radunata a distanza. Le fiamme sprigionavano un fumo così alto da essere visibile in gran parte di Catania. Una donna di aspetto nordafricano, tenuta a forza dai vicini, gridava fissando una finestra, dove anche altri – rumoreggiando e indicando la direzione – avevano intravisto per un attimo una bambina in lacrime. Furono attimi interminabili, come sospesi. Poi la piccola folla si scompaginò alla vista di un uomo diretto di corsa verso il portone che abbatté con una spallata. Molti gli urlarono provando a fermarlo.
«È pazzo, sta crollando tutto» strepitò una voce.
Lo sconosciuto scomparve dietro la cortina scura che invadeva sempre più Largo XVII Agosto e meno di un minuto dopo riapparve con la bambina in braccio. La depose a terra e si precipitò di nuovo verso la casa in fiamme mentre, appena arrivati, i pompieri soccorrevano la piccola che piangeva terrorizzata. Due di loro provarono a raggiungere l’uomo per bloccarlo, ma desistettero a pochi metri dall’ingresso. Trenta secondi dopo la casa crollò dentro un’alta nuvola di polvere che raggiunse la gente in un frastuono.
Nella coltre bianca si vide la donna straniera avvicinarsi barcollante, in lacrime, e ripetere frasi incomprensibili, salmodiando un nome che echeggiava un suono: «Adil, Adil». Un uomo, visibilmente scosso, si rivolse ai Vigili del Fuoco, intenti ad azionare potenti getti d’acqua: «Suo figlio è rimasto là dentro!». La donna mulinava gli occhi verso la casa dov’era il bambino arso vivo e verso la strada, dove due infermieri trasportavano su un’ambulanza la piccola in barella. Arrivarono auto di Polizia e Carabinieri, che allontanarono in gran fretta tutti, compresa la donna. Neppure ai fotografi e ai giornalisti fu permesso avvicinarsi. Dopo un po’, tra i resti della casa, apparvero due corpi carbonizzati: a quello più grande era avvinghiato il più piccolo. La donna straniera fu allontanata con la forza e portata in ospedale dov’era la bambina, mentre la gente commentava ripresa dalle telecamere.
«Quel cristiano mi spuntò dietro e si mise a taglio di me a guardare l’incendio» raccontava un pensionato in preda all’emozione, provando a non parlare in dialetto. «Disse: “Ma nessuno fa niente?” o una cosa così. Allora io mi girai e ci volevo dire chi è quel pazzo che si butta nel fuoco sapendo che ci muore, perché non c’era niente da fare ormai, si vedeva. Era uno tutto giacca e cravatta, di fuori via. Quando spuntò la bambina alla finestra, partì che pareva un razzo, tanto che pensai che era un parente. Ci gridai di fermarsi, che era un pazzo, che era inutile. Anche altri ce lo dissero, ma lui invece niente, si mise a correre e basta. Disse: “Mio Dio” e s’infilò là dentro preciso a un furetto.»
L’uomo si asciugò senza ritegno le lacrime, poi un agente lo chiamò in disparte e lo portò davanti a una Peugeot 406 lasciata aperta in doppia fila all’imbocco dello slargo. Gli mostrò la foto sulla patente trovata nel cruscotto e il pensionato la allontanò dagli occhi per guardarla meglio: «Qua è più giovane, ma lui è, sicuro».
Una donna che viveva in una casa vicina si fece intervistare dalle televisioni: «Io la conosco, è marocchina. Stava in quella casa da tre mesi con i suoi due figli piccoli. Glielo dicevo io che era pericoloso e non ci si poteva stare. Ma dove se ne dovevano andare, volendo? Lei faceva i servizi di casa alla gente e lasciava i bambini soli. Forse accesero la stufa. Chi lo sa. Nelle case vecchie tutto può succedere, questo e altro». Un’altra donna la scostò afferrando un microfono: «La colpa è del sindaco che tiene questo quartiere peggio di un porcile e tutte queste case sfitte che stanno cadendo una appresso all’altra. Bisogna demolirle, invece, che un pericolo sono diventate. Ecco cosa succede poi: che i poveracci ci vanno a stare e finisce che ci muoiono». Un uomo anziano si fece avanti per farsi sentire da tutti: «E se invece di tunisini, o quello che sono, era qualcuno di noi, qua ora non finiva a bordello veramente?». Leggi tutto…

DICONO DI CLELIA, di Remo Bassini

DICONO DI CLELIA di Remo Bassini
Ugo Mursia Editore Anno 2006 – Pag. 180
recensione di Ivo Tiberio Ginevra
Un buon vecchio libro non ha tempo. Un buon giovane libro rispetto ai classici deve anche sapersi imporre sulle nuove impietose regole del business e soprattutto deve essere pubblicato da una casa editrice lungimirante. Detto questo, ho il gran piacere di recensire il buon giovane libroDicono di Clelia” di Remo Bassini  pubblicato nel 2006 da Ugo Mursia Editore e ancora in commercio.

Giacomo ha da poco superato la quarantina. Ha un lavoro sicuro come professore nelle scuole superiori, una moglie coetanea ancora bella, due figlie Laura e Ornella, che adora. Giacomo conduce una vita regolata e serena eppure….
Manfredi ha anche lui da poco superato la quarantina. Ha una moglie seducente, due figli maschi, ed è un maresciallo dei carabinieri realizzato nel suo lavoro e in famiglia, eppure anche lui…
Francesco ha la stessa età di Giacomo e Manfredi. È un medico stimato.  È piuttosto ricco ed ha una bella moglie e una figlia, Marina, che lo adora, ma anche lui ha il suo “eppure”, però contrariamente agli altri due l’ha cercato, l’ha voluto e per questo ha rovinato tutta la sua esistenza.
Francesco, Manfredi e Giacomo non si conoscono neanche. Tutti e tre hanno tanto in comune, compreso quello che manca nelle loro vite. E a loro manca una cosa che con lo scorrere del tempo diventa essenziale. Diventa tormento. A loro manca la vita stessa. Perché da un certo punto in poi non l’hanno più saputa vivere. Complice una provincia noiosa e indifferente, hanno scoperto all’improvviso che sono incompleti. Che il grigiore d’ogni giorno ha tolto loro il colore acceso della vita. Ha tolto loro il rosso vivo. Il colore dell’amore. L’amore.
Tutti e tre lo desiderano, lo cercano, lo bramano. Tutti e tre lo vogliono. Incondizionato e travolgente. E questo desiderio si materializza per Giacomo nei panni di una collega d’università mentre si esibisce in un sensuale spogliarello, per Manfredi nelle perfette e conturbanti gambe di Geltrude, moglie del vice prefetto, e per Francesco nei fugaci amplessi carnali con una donna sposata nel suo stesso studio medico.
Il loro bisogno di evadere dalla stretta mortale della mediocrità umana incartata nel contesto indifferente e noioso di una provincia qualunque dell’Italia settentrionale, guida le esistenze di Giacomo, Manfredi e Francesco soffocandole nel desiderio spirituale e carnale dell’amore, quale riscatto edonistico della propria voglia di vivere.
A queste tre figure maschili d’amore negativo, fanno da contro altare tre figure femminili che potremmo definire positive, e su tutte Clelia, con la sua bellezza, la sua intelligenza e in suo modo di amare incondizionato senza limite alcuno, che eleva l’amore stesso a forza trainante della propria vita. Una vita dedita a questo sentimento, voluto, desiderato, preteso e agognato a sprezzo della dignità stessa. Leggi tutto…