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“Nati due volte”, il romanzo di GIUSEPPE PONTIGGIA tra i Novecento di Repubblica

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

Nati due volte, il più noto romanzo di GIUSEPPE PONTIGGIA

[La recensione di Laura Lilli su Repubblica del 18 novembre 2003 in occasione dell’uscita del romanzo di Pontiggia nella collana “I cento romanzi del Novecento di Repubblica“]

di Laura Lilli

Spesso l’intelligenza si accompagna alla sofferenza, ma non sempre la somma delle due dà come risultato testi di grande spessore letterario. E’ questo invece il caso di Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, romanzo tessuto di dolore, di amare consapevolezze e fatiche quotidiane, ma anche di accettazione e, al fondo, di intimissime, invisibili gioie che la penna graffiante e tutt’altro che sentimentale dello scrittore ha saputo rendere palesi con attenzione lenticolare.
Lo fa seguendo un principio di scrittura che potremmo chiamare democratico che (anche se non ha niente a che vedere con l’deologia, e letterariamente è sorvegliatissimo) che aveva già seguito nella bella raccolta di racconti del 1993 ( Mondadori), il cui titolo parla da solo: Vite di uomini non illustri. Anche in Nati due volte, Pontiggia ha dato rilievo a fatti che la rassicurante stupidità dalla norma quotidiana archivia frettolosamente come minori, come un regista che in scena dia spazio e voce a caratteristi e comprimari.
In Nati due volte ogni attimo conta e viene impietosamente messo in luce: gesti, espressioni del volto, toni di voce, passi falsi nei dialoghi e loro recupero (o sconfitta in seguito ad essi).Esemplare è il “recupero”, in chiave quotidiana e democratica appunto, di quell’antica nevrosi degli ambasciatori chiamata, non a caso in francese, ésprit de l’éscalier, spirito dello scalone, [che risale a tempi in questi augusti personaggi portavano la piuma sul cappello, come certe canzoni infantili ancora ricordano]. Discendo le auguste gradinate dopo un colloquio con un re o con un ministro degli esteri, infatti l’alto dignitario ruminava sulle risposte che non aveva saputo dare in modo a lui conveniente, sulle domande che non aveva avuto la prontezza di formulare, sui tranelli verbali che non era stato in grado di tendere o, peggio, su quelli a cui non era riuscito a sfuggire (e di cui magari si rendeva conto solo ora, traendo le conclusioni della sostanza dell’incontro).
[Tutto questo diplomatico rimuginare era, appunto,l’ésprit de l’éscalier.] Ora scrive Pontiggia ricostruendo un suo colloquio con una fisioterapista che non gli era piaciuta:[“Intimidito dall’incertezza della diagnosi e ansioso di essere rassicurato, mi preoccupavo dell’umore dell’oracolo]. Quanti dialoghi dovrebbero svolgersi in tempi diversi!Occorrono talora anni per dare, almeno idealmente, le risposte adeguate: Ma l’interlocutore nel frattempo è morto, o è sparito, o se ne è dimenticato.
Solo pochi fortunati dai riflessi fulminei hanno le reazioni che andrebbero condivise dalla memoria del futuro.Ma non possiamo imitarli, disorientati dal dubbio o pietrificati dalla sorpresa]”.
Insieme alla sofferenza, la consapevolezza non viene mai meno. I dialoghi sono con persone più o meno “qualunque”, certamente “non illustri” con le quali il protagonista/autore (il libro, scritto con magistrale distacco, è tuttavia largamente autobiografico) è costretto ad avere contatti per via della penosa e dunque sempre eccezionale condizione del figlio handicappato. E, per la verità, uscito da Mondadori nel 2002, il romanzo ebbe subito vasti e incondizionati apprezzamenti critici. Morto lo scorso giugno, lo scrittore fece in tempo a percepirne gli echi.
Perché Nati due volte? Ci risponde uno degli infiniti medici che l’io narrante consulta e per i quali, attraverso l’intero libro, ha parole tutt’altro che tenere: li accusa di insipienza, incompetenza, stolida arroganza. E per mascherarsi, nel trattare coi pazienti o coi loro genitori, si fanno forti, dice, dei più logori luoghi comuni ereditati dai loro maestri, tipo “avessi la sfera di cristallo!” se si chiede loro una prognosi. Ma torniamo ai Nati due volte “Questi bambini dice dunque il medico “buono” – devono prima imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda nascita dipende da voi genitori, da quello che saprete dare. Nascono due volte e il percorso sarà più tormentato. ” Ma “alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa almeno è la mia esperienza”, conclude l’unico “camice bianco” al quale l’autore mostri gratitudine, sia pure a distanza di trent’ anni dal loro incontro. Infatti, così sarà nella conclusione. Leggi tutto…

NATI DUE VOLTE, di Giuseppe Pontiggia

NATI DUE VOLTE, di Giuseppe Pontiggia

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

di Simona Lo Iacono

Quanto volte lo ha fatto. Sollevarlo, aiutarlo a salire in macchina, a fare un gradino, a sedersi. Lo afferra sotto le ascelle, tiene salda la presa ed ecco, suo figlio ha raggiunto un piccolo obiettivo, si è spostato o lo ha fatto più velocemente, ed ora a lui non resta che prendere fiato, prima del movimento successivo.
L’handicap ha regole tutte sue, pensa Giuseppe Pontiggia, non ammette i ritmi frenetici della nostra epoca, si oppone all’approssimazione, alla fretta, al consumo. E’ il suo padrone benigno, quello che ha preteso pazienza e gli ha insegnato a tergiversare. Niente, per un disabile, è più utile dell’inutile, ed è per questo che Pontiggia si ferma, sta a guardare il cielo che scolora, le nuvole basse come falene, l’odore dei caldarrostai che si acquattano agli angoli delle strade, intorbidando l’aria di un fumo pastoso, simile a quello di un’immensa foresta agonizzante.
Lo sa, sono pensieri vaghi, di quelli che nell’epoca attuale verrebbero liquidati come antieconomici, perché non servono a nessuno se non alla sua anima, e l’anima – è noto – vien facile apostrofarla come una perditempo, un’oziosa viandante. E poi, chi può dire se esista veramente.
Nei tempi in cui lavorava in banca, ad esempio, gli era quasi sembrato di perderla, l’anima, mentre contabilizzava entrate e allineava numeri.
La scelta di impiegarsi, d’altra parte, non era stata dettata da passione, ma da necessità impellenti.
Nato nel 1934 a Erba, aveva perso il padre nel 1943 ed era stato costretto a lavorare per non pesare sulla famiglia. La sera, però, studiava febbrilmente per concludere gli studi universitari, collaborava alla rivista “Il Verri”, scriveva il suo primo romanzo. Solo nel 1961 – grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini – aveva lasciato la banca per dedicarsi all’insegnamento serale. E poco dopo era nato Andrea, colpito da un grave handicap. Leggi tutto…