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Posts Tagged ‘Neri Pozza’

Tayari Jones vince il Women’s Prize for Fiction con “Un matrimonio americano”

Un matrimonio americano“, quarto romanzo dell’autrice americana Tayari Jones, è il vincitore dell’edizione 2019 del Women’s Prize for Fiction. In Italia lo pubblica “Neri Pozza” (traduzione di Ada Arduini)

Descritto dalla presidente della giuria Kate Williams come un libro che “illumina l’America di oggi”, scritto in “una prosa luminosa, forte e commovente”, Un matrimonio americano è il racconto dell’ingiusta incarcerazione di un giovane uomo afroamericano, Roy, e delle devastanti conseguenze che ciò ha sul suo matrimonio.

Già amato da lettori come Barack Obama e Oprah Winfrey, Un matrimonio americano è stato selezionato come vincitore in una rosa di sei finalisti che includeva le opere di Pat Barker, Anna Burns (entrambe vincitrici del Premio Pulitzer), Madeline Miller, Diana Evans e Oyinkan Braithwaite.

Tayari Jones sarà a Roma martedì 25 giugno, alle 21, presso la Basilica di Massenzio (Clivo di Venere Felice) per il Festival Internazionale delle Letterature.

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IL LIBRO: “Un matrimonio americano” di Tayari Jones (Neri Pozza – traduzione di Ada Arduini) Leggi tutto…

ELEONORA MARANGONI racconta LUX

ELEONORA MARANGONI racconta il suo romanzo LUX (Neri Pozza)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Eleonora Marangoni

Quando ho iniziato a scrivere Lux ero in un minuscolo paese del Calvados chiamato Crépon, nel giardino di un’antica villa di campagna molto diversa – per geografie e carattere – dall’hotel Zelda che sarebbe poi finito al centro del romanzo, ma provvista dello stesso fascino che ci fa sembrare mesi le ore che passiamo lì dentro, e scambiare per tesori tutti i ninnoli e piccoli cimeli che posti del genere proteggono dal mondo.
Ero alle prese con un altro libro, allora, un saggio su Proust di cui stavo scrivendo gli ultimi capitoli, e ricordo che buttare giù in un mattino quelle poche righe che parlavano d’altro fu l’equivalente di una passeggiata, o di una chiacchierata con un amico che non sentivo da tempo.
I libri che scriviamo – come del resto i libri che leggiamo, a volte – ci tengono in ostaggio, e capita che si senta il bisogno di sfuggirgli, anche solo per qualche ora, anche solo per poi tornare ad amarli e capirli nel modo giusto. Così è stato quel giorno, e quella prima paginetta scritta sul tavolo tra i resti di una colazione durata troppo a lungo fu un’imprevista e purissima boccata d’aria, l’intuizione di un suono di cui un giorno sarei andata in cerca.
A lungo, poi, quelle righe non sono state molto di più. Ho fatto e scritto altro, e per molto tempo quel file è rimasto nel mio computer senza che tornassi ad aprirlo, o a parlarne con chi avevo intorno e mi chiedeva a cosa stessi lavorando. Leggi tutto…

SIMONA LO IACONO racconta L’ALBATRO

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo L’ALBATRO (Neri Pozza)

Disponibile in libreria a partire dal 30 maggio 2019

di Simona Lo Iacono

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Cercavo un libro di commedie di Nino Martoglio.
Come sempre, la ricerca nella mia libreria durava ore. Non appena aprivo un testo, mi immergevo nella lettura e dimenticavo ciò che mi interessava. Non sono mai riuscita a resistere al richiamo dei libri. Troppo implorante per essere trascurato.
Il volume de “Il gattopardo” saltò fuori dalla terza mensola. Un’edizione vecchissima, appartenuta a mia madre. Le pagine erano ingiallite. Tra l’una e l’altra sbucavano fuori resti di petali essiccati, vecchie cartoline, una foto tagliata a metà che ritraeva i miei genitori in viaggio di nozze.
Non ho mai voluto che i libri restassero integri. Li ho sempre sottolineati. Li ho riempiti di resti, di carte, di oggetti.
Mi fa piacere che, quando li apro, dalle pagine affiorino anche residui e antiche nostalgie. Qualche rimasuglio di un momento, qualche spasmo di felicità.
In questo modo mi pare che siano vivi, sempre in procinto di dirmi che hanno un’anima, oltre che mani capaci di consegnarmi frattaglie, cose lacere, inutili, che altri avrebbero buttato.
Avevo letto “Il gattopardo” decine di volte. Non solo perché amavo la fierezza di don Fabrizio, la sua malinconia di scrutatore di stelle. Ma anche perché ero una sostenitrice del ruolo degli animali in letteratura. E spasimavo per il suo cane, Bendicò. Leggi tutto…

PREMIO STREGA EUROPEO 2018: il vincitore è DAVID DIOP

David Diop, con Fratelli d’anima, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Giovanni Bogliolo, si aggiudica la sesta edizione del Premio Strega Europeo

Romanzo che è valso al suo autore il prestigioso premio Goncourt des Lycéens e l’entusiastico e unanime apprezzamento della critica, “Fratelli d’anima” mostra come nel naufragio totale della civiltà rappresentato dalla Grande Guerra non soltanto l’Europa, ma anche una parte non trascurabile dell’Africa perse la sua anima e la millenaria tradizione che la custodiva.

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Nato nel 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea per diffondere la conoscenza di alcune tra le voci più originali e profonde della narrativa contemporanea, il Premio Strega Europeo è promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dall’azienda Strega Alberti Benevento, dalla Casa delle Letterature di Roma e in collaborazione con BPER Banca e con il Salone Internazionale del libro di Torino.

L’Europa era al centro degli interessi di Antonio Megalizzi, giovane giornalista radiofonico di Trento ucciso a Strasburgo nell’attentato dell’11 dicembre scorso. Ha scritto Antonio: “Inseguo le mie passioni: il giornalismo e l’Europa. Vorrei che i giovani come me lo capissero. Mai come oggi un’Europa unita è cruciale e mai come oggi siamo a un passo dal distruggerla.” Questa edizione del Premio Strega Europeo è dedicata alla sua memoria.

Nel corso della cerimonia di premiazione, che ha avuto luogo al Circolo dei lettori di Torino nell’ambito della rassegna Salone OFF, condotta dalla giornalista Eva Giovannini, sono intervenuti, con i cinque autori finalisti, Giulio Biino, presidente del Circolo dei Lettori, Maria Ida Gaeta, direttrice di Casa delle Letterature e del Festival Internazionale Letterature, Emanuele Sacerdote, membro del CDA dell’azienda Strega Alberti Benevento, Giovanni Solimine, presidente della Fondazione Bellonci e Eugenio Tangerini, responsabile delle relazioni esterne di BPER Banca.

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DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (intervista)

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (Neri Pozza)

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega

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Intervista all’autrice

di Simona Lo Iacono

Vivian scatta con un click deciso, afferra l’immagine, la archivia nel cuore, ancor prima che nella pellicola. Un gesto intenso e al tempo stesso fugace, che racchiude l’attimo e l’eternità.
E’ così la storia di ciascuno di noi, lo sa bene Vivian Maier. Una foto dietro la quale si acquattano sia i desideri perduti sia i bisogni d’amore. L’arte non fa che stanarli, a volte in modo inopportuno, alle altre con istinto provvidenziale. Ma resta pur sempre l’unica ad obbedire al suo vero padrone: la ferita che richiede l’unguento, la falla che esige il rimedio.
All’inizio è stato tutto un reagire all’istinto di divorare le esistenze degli altri. Come se quell’afferrare le figure di persone incontrate in modo imprevisto avviasse un contagio prodigioso e, nell’immedesimazione, operasse un insperato salvataggio. Ma dopo, quello stesso contagio l’ha portata là dove nessuno ha il coraggio di andare: oltre gli edifici allestiti per glorificare l’apparenza. Al di là dei nomi che proteggono dagli strapiombi. Dentro il buio che fatica a farsi abbeverare dalla luce.
Senza saperlo, Vivian ha imparato a guardare con gli occhi degli altri.
Francesca Diotallevi ritrae la storia di Vivian Maier con sconcertante bellezza. La fotografa vissuta a New York negli anni cinquanta svolgendo la professione di bambinaia, vive tra le sue pagine con umanità, dolore, incanto. L’infanzia difficile, a contatto con il rifiuto e il disamore. La fuga nelle case degli altri, in famiglie che non le appartengono, crescendo figli non generati. E quelli veri, di figli. Ossia gli scatti rubati alla realtà, nel momento preciso in cui quella realtà si rivela. Vivian non ritrae qualunque cosa, qualunque persona. Solo ciò che ha con lei un’affinità feroce e struggente. Il complicato richiamo di un riconoscimento.
Alla fine, non le importa nemmeno di svilupparle, le foto. Come bambini concepiti, preferisce tenerli nel grembo, al caldo di un covo che non vedrà la corruzione del vero, l’atrocità degli abbandoni, il rischio della solitudine. Con l’istinto di ogni madre che genera per necessità, o anche per sopravvivere a se stessa, Vivian non vuole che ai propri figli tocchi il suo stesso destino.

-Francesca, chiedo all’autrice, raccontaci di questa donna, del percorso che hai fatto per impadronirti della sua vita. Leggi tutto…

PREMIO DESSÌ 2018: vince Sandra Petrignani

I vincitori della XXXIII Edizione del Premio Dessì

Banner XXXIII Edizione Premio Letterario G. Dessì
Sandra Petrignani con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Edito da Neri Pozza) per la narrativa, e Alberto Bertoni con “Poesie 1980-2014 (Edito da Nino Aragno) per la poesia, sono i vincitori del trentatreesimo Premio Letterario Giuseppe Dessì.

A Ernesto Ferrero il Premio speciale della giuria.

A Vittorino Andreoli ed a Ferruccio De Bortoli il Premio speciale della Fondazione di Sardegna.

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LA NEMICA di Brunella Schisa (recensione)

LA NEMICA di Brunella Schisa (Neri Pozza)

di Massimo Maugeri

Dopo “La scelta di Giulia” (Mondadori – qui è disponibile l’ottimo Autoracconto d’autore) Brunella Schisa torna in libreria con un romanzo storico ambientato nella Parigi del 1786: un periodo molto particolare, poiché precede di pochi anni la Rivoluzione dell’89 e la fine dell’Ancien Régime. Il romanzo si intitola “La nemica“, lo pubblica Neri Pozza e vede come protagonista una donna molto affascinante che nei suoi memoir si firmava – per l’appunto – con l’appellativo «la nemica mortale» (di Maria Antonietta). Stiamo parlando di Jeanne Valois, la contessa de la Motte.

Il romanzo apre con un prologo intitolato “Il marchio del disonore”. La data di riferimento è il 21 giugno 1786.
Il primo grido sembrò l’urlo sgraziato di un gabbiano. Marcel alzò lo sguardo e vide volteggiare uno stormo di uccelli dietro un’imbarcazione che procedeva lentamente verso il Pont Neuf. Sul molo, un esercito di scaricatori scendeva dalle barche ormeggiate con pesanti casse sulle spalle e le caricava sui carri in attesa. Accelerò il passo, lo zio lo aveva pregato di essere puntuale e non voleva indispettirlo. Il silenzio del mattino fu trafitto da una voce disumana, uno strillo roco, disperato, da ghiacciare le vene. Sarà qualche condannato sulla forca, pensò il giovane e, invece di attraversare il ponte, tornò indietro e si diresse verso il Palazzo di Giustizia, dove un flusso di gente convergeva, nonostante l’ora mattutina.”
Il Marcel in cui si imbatte il lettore, e che si ritrova a farsi largo tra la folla diretta al Palazzo di Giustizia, è un giovane giornalista alle prime armi, Marcel de la Tache. Giunto sul posto, però, rimane molto sorpreso: “Migliaia di persone circondavano un patibolo alto due metri, sopra si dibatteva una donna con le vesti stracciate. Tre sbirri e un tizio con un abito grigio con bottoni di ferro si affannavano a tenerla ferma“.
La donna in questione – la già citata Jeanne de la Motte, avventuriera con il sangue dei re Valois nelle vene  – tiene testa a quattro uomini, mentre il boia di Parigi, accanto a un braciere fumante, si appresta a infliggerle il marchio del disonore.
“La donna mordeva, tirava calci e con una forza sovrumana stracciava con i denti la giacca di una guardia che nella colluttazione aveva perduto la parrucca. Per tenerla ferma le fu assestato un colpo nei garretti e cadde in ginocchio”. (…) “Seguì una salva di oscenità. La maggior parte degli spettatori, indifferente agli sforzi dei carnefici, era ipnotizzata dalla tenacia di quella femmina al limite delle forze. Adesso era in ginocchio, quattro uomini la tenevano ferma, e quando il boia si avvicinò con il ferro incandescente, gli occhi le schizzarono fuori dalle orbite. La carne delicata sfrigolò e un vapore bluastro si levò nell’aria. Come un animale terrorizzato, sussultò, si contorse, riuscì a liberarsi dalla presa e lo strumento, diretto alla seconda spalla, calò sul seno destro. Nonostante il bavaglio, il suo ultimo ruggito forò i timpani. Qualcuno si portò il fazzoletto al naso per difendersi dall’odore di carne bruciata. La disgraziata adesso giaceva vinta, immobile”. Leggi tutto…