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Premio saggistica “Città delle Rose” 2021 – Sezione italiana vince: Andrea Gentile con “Apparizioni”

Premio saggistica “Città delle Rose” – XIX edizione – Sezione italiana vince: Andrea Gentile con “Apparizioni” (Edizione Nottetempo). Premiazione a Roseto degli Abruzzi il 26 giugno

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Giunto alla XIX edizione quest’anno, il Premio di saggistica italiano “Città delle rose” nella sezione Saggistica autore italiano premia Andrea Gentile con l’assegnazione del riconoscimento il 26 giugno a Roseto degli Abruzzi.

Apparizioni, il libro premiato ed edito da Nottetempo nelle apparizioni stesse consegna a lettori e lettrici il luogo di ciò che appare e crea mutamento, quel novero di esperienze che hanno bisogno di consapevolezza come di capacità di contemplazione nel presente, quando le cose accadono. “Il campo d’elezione delle apparizioni, allora, è quello artistico, perché la letteratura, il cinema, la musica, l’arte sono apparizioni. Spaziose, meditative, contemplative, possono raccontare un’altra storia e andare nell’“altra direzione”. Leggi tutto…

PAOLO COLAGRANDE racconta SENTI LE RANE

Paolo ColagrandePAOLO COLAGRANDE ci racconta il suo romanzo SENTI LE RANE, (Nottetempo). Un estratto del libro è disponibile qui

di Paolo Colagrande

Non ho pratica di protagonisti, che interessano le geometrie elementari e la fisica meccanica, con un baricentro dentro un sistema, un centro in mezzo a una superficie, e una specie di obbligo di rigidità che onestamente non riesco a trovare in natura, o nella cosiddetta realtà, che è fatta di valori medi approssimativi, periferie che traboccano da perimetri storti e provvisori.
Conosco meglio il disturbatore incompetente, l’avulso, il corpo elastico che entra per sbaglio dove non dovrebbe entrare, e magari ci si trova bene, anche se il posto è inospitale, abitato da corpi rigidi imbarazzati fatti di geometrie e meccaniche ideali, e che quindi non lo vogliono.
E’ il discorso che Gerasim, allievo del muratore Paterlini, cerca di fare a Sogliani fin dalla prima pagina: gli uomini, per costituzione e fisiologia, non riescono a star chiusi dentro a un cerchio e a un quadrato come l’uomo nudo Vitruviano, che è poi un imbroglio degli esegeti e dei critici (Leonardo l’aveva disegnato per noia e poi si era dimenticato di buttar via il foglio), perché il corpo umano è un impianto viziato, dozzinale, si muove senza metodo, sempre in cerca di qualcosa che non trova o che non c’è.
Gerasim parla in prima persona, un po’ per sé e un po’ per l’amico Sogliani; l’uno e l’altro parlano di Zuckermann, che ha appena cambiato tavolo per andare a parlare con altri asini. Se Zuckermann fosse rimasto seduto dov’era, insieme a Gerasim e Sogliani, la storia non sarebbe mai cominciata.
Del resto Zuckermann stesso è caduto nell’equivoco del protagonista, che è poi un cascame letterario dell’uomo vitruviano. Ebreo di stirpe, cresciuto dagli zii Avrumele e Nazarena secondo le regole di Abramo e Mosè, diventa cristiano per chiamata divina a bordo della Horizon guidata dal cugino Jazo sulla via di Lumbriasco di ritorno dalla sinagoga di Bolzate. La conversione è il primo passo dell’ascesa, lenta, che porta alla caduta, velocissima; come vuole la fisica.
Per intercessione del monsignor Ballabieni Dellostrogolo dell’istituto Interdiocesano Providus Pater, Zuckermann entra in seminario e qualche anno dopo è pastore delle anime di Zobolo Sant’aurelio Riviera, località balneare di fascia bassa, dove arriva all’inizio dell’estate, già in stima di santo. La stima di santo ha la forza di un assioma, o di un’ideologia: vede spie di santità dappertutto, nel caso specifico in ogni parola o gesto o movimento anche riflesso o involontario di Zuckermann, che da questo piano di stima/autostima guarda le cose del mondo come fiorente produzione della grazia di Dio, cioè spirito puro, pesantissimo, senza coinvolgimenti organici. Leggi tutto…

SENTI LE RANE, di Paolo Colagrande (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo SENTI LE RANE, di Paolo Colagrande (Nottetempo). Domani Paolo Colagrande ci racconterà il suo libro

La scheda
Al tavolino di un bar, Gerasim racconta a Sogliani la storia di un terzo amico seduto poco piú in là, ed è una storia molto avventurosa. Ebreo convertito al cattolicesimo per chiamata divina, Zuckermann prende i voti e diventa “il prete bello” di Zobolo Santaurelio Riviera, località balneare di “fascia bassa”: agli occhi dei fedeli passa per un santo, illuminato, alacre e innocente. Ma un pomeriggio di fine estate, mentre intorno al suo nome diventano sempre piú insistenti le voci di miracoli, a Zuckermann si offre la visione della Romana, la figlia diciassettenne di due devoti parrocchiani. Da lí in poi, fra pallidi tentativi di espiazione, passioni e gelosie, cui fanno da contrappunto le vaneggianti digressioni di Gerasim e Sogliani – dall’Uomo vitruviano agli etologi fiamminghi, dagli asceti di Costantinopoli all’Ikea, da Rossella O’Hara all’olio di nespolo babilonese – lentamente si consuma una tragedia sentimentale che travolge l’intera comunità e trova il suo epilogo in riva a un fosso… Con una scrittura comica e pastosa, Colagrande ci racconta una storia e, insieme, il racconto che ne fa una coppia di inattendibili biografi.

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Un estratto del romanzo SENTI LE RANE, di Paolo Colagrande (Nottetempo) – pagg. 171/174

Sostiene Sogliani che non c’è niente di più infame della serenità, e la parola stessa mette le tremarole alla schiena. E anch’io credo che la parola serenità andrebbe tolta dal vocabolario non tanto per il significato, che non c’è, ma proprio come lemma, che ha un suono pedante e falso, inventato dai filosofi e dai teologi di maggioranza, quando per esempio si sente dire di accettare con serenità l’impotenza umana davanti al destino, o al volere di Dio, o quando si dice che Socrate si sottomette con serenità alle leggi di Atene, o quando si sente un critico d’arte che dice: La serenità del volto di Cristo nel Cenacolo, la serenità di Monna Lisa eccetera eccetera oppure quando si dice, poniamo di un artista o di un poeta o di un prosatore: La serenità delle sue ultime opere. E viene da chiedersi: A chi la vogliam raccontare? Ma Sogliani torna di rabbia sul sorriso sereno della Gioconda come esempio rinascimentale del rapporto d’amore tra l’uomo e la natura, che il sorriso della Gioconda Sogliani ce l’ha di traverso, e dice che secondo lui anche nei mercatini dei pittori da sagra che fanno qui in mediopoli, è difficile trovare un quadro così brutto, proprio dal punto di vista artistico pittorico: che se invece di Leonardo da Vinci, dice Sogliani, quel quadro l’avesse dipinto uno stupido come me o come te Gerasim, ci avrebbero lanciato addosso le secchiate di merda, ma niente invece son dei secoli che lo studiano per trovare a tutti i costi il pretesto per dire non solo che non è brutto, ma è sublime, e invece di ammettere che il sorriso di Monna Lisa non è né sereno né niente, è solo venuto fuori sbagliato da buttar via il quadro, nel rudo, e pazienza verrà meglio il prossimo, dicono che è una figurazione evocativa dell’inaccessibilità dell’anima, o del rapporto sfumato tra Apollo e Dioniso o per esempio potrebbe esprimere la bellezza dell’uomo rappresentato nella sua forma femminile o viceversa, e anche quest’altre frasi, dice sempre Sogliani, se invece di un consorzio di critici d’arte di alta casata le dicessimo noi, cioè me e te Gerasim, diocariòla ci sparerebbero addosso con la lancia dell’autospurgo, altro che rapporto sereno tra l’uomo e la natura. Leggi tutto…

LA PENULTIMA FINE DEL MONDO di Elvira Seminara (tra Catania e Siracusa)

LA PENULTIMA FINE DEL MONDO (Nottetempo) di Elvira Seminara sarà presentato a Catania e a Siracusa nelle seguenti date (in entrambe le occasioni, sarà presente l’autrice):

– martedì 18 giugno, a Catania, h. 18, presso la Feltrinelli Libri e Musica – via Etnea, 285 (Catania) – interventi di Leandra D’Antone e Pippo Raniolo

– venerdì 21 giugno, a Siracusa, h. 18,30, presso il Biblios Cafè – via del Consiglio Reginale, 11 (Siracusa) – intervento di Simona Lo Iacono

Leggi le prime pagine di LA PENULTIMA FINE DEL MONDO

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Il servizio di Ornella Sgroi sul quotidiano “La Sicilia

Elvira Seminara: «Rappresenta il Pianeta esploso per perdita di identità e di senso del domani»

Di questi tempi l’umanità soffre. Disorientata. Persa in una società liquida e stagnante, senza più coordinate. Ed è il presente a raccontarlo, con le sue inquietudini che sfociano in fatti di cronaca dolorosi e strazianti. Come i tanti, troppi suicidi che non danno tregua, a chi li compie e a chi li subisce come spettatore impotente.
La suggestione è immediata nell’impatto con le prime pagine del nuovo romanzo di Elvira Seminara, “La penultima fine del mondo (Nottetempo, collana Il rosa e il nero). Ambientato in un piccolo paese della Sicilia che ricorda Nicolosi con il suo bar e la sua pineta, «un paese da favola in cui – spiega l’autrice catanese – irrompe il contemporaneo con la sua drammaticità e le sue tensioni e tutto comincia a sfaldarsi». Innescando una pioggia inspiegabile di «morti nolenti» dal sorriso assente, come affetti da un morbo alieno o un virus informatico che potrebbe contagiare chiunque passando dal cervello elettronico alla mente umana.
«In tutti i miei romanzi ho sempre raccontato il presente, con le sue effrazioni e le sue fratture. In quest’ultimo c’è la narrazione distopica di un’esplosione personale e collettiva, sullo sfondo di una Sicilia magica che perde il senso delle sue radici e le cerca disperatamente senza trovarle».
Una Sicilia che, però, diventa simbolo oltre la circoscrizione geografica. Specchio dei tempi e dell’umore cupo, grigio e insensato del nostro oggi.
«Questo piccolo paese è dentro un’isola, che è dentro il Paese, che a sua volta è dentro il mondo, come una scatola cinese. Questo piccolo buco si apre e diventa una voragine che rappresenta il pianeta, esploso per una perdita di identità e del senso del domani che sconfina dallo spazio al tempo, inghiottendo il giorno in una notte senza luna».
Si perde così anche il confine tra vita e morte. Tutto sfuma in un caos primigenio dominato dallo smarrimento e persino il buon senso degli abitanti svanisce, assuefatto dalla strumentalizzazione cannibalesca della stampa che trasforma il «caso dei morti inconsapevoli» in turismo del macabro e circo mediatico come nella nostra attualità. «Anche io sono stata una cronista interessata alla notizia e conosco il cinismo spaventoso che alimenta la “notiziabilità”. Un fatto diventa importante non in virtù del suo valore intrinseco, ma in base all’impatto che può avere sui media per “freschezza” e novità. Persino la morte volontaria quando diventa consuetudine non interessa più».
Tutto il romanzo è pervaso dalla contaminazione tra giornalismo e scrittura. Ibridati in una dimensione meta-letteraria in cui chi inventa storie diventa anch’esso protagonista in incognito e salvifico, facendo della solitudine che il processo creativo provoca nello scrittore lo specchio della solitudine dell’umanità. Leggi tutto…

LA PENULTIMA FINE DEL MONDO a “Una Marina di Libri”

penultima<br />LA PENULTIMA FINE DEL MONDO a “Una marina di libri

Palermo: Elvira Seminara presenta “La penultima fine del mondo
in occasione di Una marina di libri
sabato 8 giugno – ore 20.00 – Sagrestia di S.Domenico
interviene Maria Pia Farinella

La scheda del libro
In un piccolo paese dell’isola la gente comincia a morire, lanciandosi da balconi e scarpate: nessuno ha un motivo apparente, ma tutti un vago sorriso. I casi ormai non si contano e la stampa internazionale si riversa nella cittadina per documentare gli eventi. Quando, nel timore di un’epidemia planetaria, si spegnerà il faro dell’attenzione, gli abitanti resteranno soli e smemorati a sprofondare nel regno delle ombre. Non soli del tutto, però. È rimasto in paese uno scrittore di gialli per affrontare il mistero di quei suicidi felici. Un noir metafisico e visionario, la distopia di una società deperibile in questo nuovo romanzo di Elvira Seminara.

Le prime pagine di LA PENULTIMA FINE DEL MONDO
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CAMBIAMENTI, di Mo Yan (Premio Nobel per la Letteratura 2012)

CAMBIAMENTI, di Mo Yan

(da Cambiamenti” di Mo Yan – edizioni Nottetempo – traduzione di Patrizia Liberati)

MO YAN, PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2012

di Mo Yan

Vorrei raccontare i fatti accaduti dopo l’anno 1979, ma i miei pensieri continuano a spingersi oltre quel limite e mi riportano indietro a un pomeriggio d’autunno del 1969, nel sole sfavillante, tra crisantemi giallo oro, mentre le rondini migravano al Sud. A quel punto, la memoria e la coscienza di me stesso si fondono in un amalgama. Eccomi nel mio ricordo, un bambino solo che è appena stato cacciato da scuola. Attirato dagli schiamazzi che provenivano dall’interno, ero scivolato furtivamente attraverso il cancello incustodito e, percorrendo un lungo corridoio buio, avevo raggiunto il cuore dell’edificio, un cortile circondato da costruzioni. Sulla sinistra era piantato un palo in legno di quercia con – in cima – una traversa fissata con del filo metallico da cui pendeva una campana di ferro macchiata di ruggine rossastra. Sul lato destro c’era un tavolo di fortuna in mattoni e cemento per le partite di ping-pong e, intorno al tavolo, era raccolto
un gruppo di spettatori che guardavano due persone impegnate a giocare. Il frastuono proveniva da lí. Era il periodo delle vacanze autunnali per quella scuola di campagna e il pubblico era composto per la maggior parte da insegnanti e da  poche, attraenti studentesse.
Erano state selezionate dalla scuola per partecipare al torneo distrettuale che si sarebbe svolto durante la festa nazionale e non erano andate in vacanza perché dovevano allenarsi. Siccome erano le figlie dei quadri dell’Azienda agricola statale, il loro sviluppo fisico era regolare e avevano la carnagione chiara di chi viene nutrito a sufficienza, e le loro famiglie benestanti le avevano vestite di colori vivaci. Bastava un’occhiata per accorgersi che loro e noi ragazzini poveri non facevamo parte della stessa casta. Noi le osservavamo ammirati e loro non ci degnavano neppure di uno sguardo. Liu Tianguang, il mio insegnante di matematica, era uno dei due giocatori. Era un uomo basso con una bocca dalle dimensioni spropositate. Si diceva che riuscisse a infilarci dentro tutto il pugno, ma noi non eravamo mai stati testimoni di quell’impresa mirabile. Spesso nella mia mente affiora l’immagine di lui che sbadiglia seduto in cattedra, quelle sue fauci spalancate erano una vista spettacolare. Era stato soprannominato hema, “ippopotamo”, ma noi gli ippopotami non li avevamo mai visti e hama, “rospo”, ha un suono simile e una bocca altrettanto grande, e cosí Liu l’Ippopotamo era  diventato Liu il Rospo.
Il nomignolo non era stata una mia invenzione ma le indagini, chissà come, portarono a me. Affibbiare un soprannome al  figlio di un martire di guerra, nonché vicepresidente del Comitato rivoluzionario della scuola, era stato un delitto gravissimo, la cui inevitabile conseguenza fu il depennamento del mio nome dal registro di classe e l’espulsione dalla scuola. Leggi tutto…