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Posts Tagged ‘Paola Mastrocola’

PAOLA MASTROCOLA racconta L’ESERCITO DELLE COSE INUTILI

PAOLA MASTROCOLA racconta il suo romanzo L’ESERCITO DELLE COSE INUTILI (Einaudi).
Un estratto del romanzo è disponibile qui

di Paola Mastrocola

Dicembre 2012: ricevo come regalo di Natale, da un amico carissimo, l’adozione a distanza di un asino. È una mail, un certificato di adozione via mail. Scopro così che esiste un posto vicino a Biella che si chiama “Rifugio degli asinelli”, dove raccattano e salvano asini provenienti da tutta Europa e dove, come forma di finanziamento, offrono adozioni simboliche (a distanza, appunto) dei loro asini ospiti. Apprendo che in certi Paesi gli asini vengono sfiancati di lavoro e poi da vecchi, abbandonati, diventano randagi creando un problema sociale di difficile soluzione: il randagismo degli asini.
Non ne sapevo niente. Mai occupata di asini. Né volevo fare l’ennesima storia di animali. (So benissimo che una delle etichette che mi vengono appioppate è scrittrice di animali. L’altra è scrittrice di scuola. Capisco, ma vorrei disettichettarmi, prima o poi…). Però mi comincia in testa l’idea di un asino randagio, vecchio. In questa fase lo voglio chiamare Biagio. Nient’altro, non so nulla della storia che vorrei raccontare, del senso che potrebbe avere.

Passa un anno e succedono tante cose. Vado a Biella a vedere il Rifugio, mi scoprono un male e mi operano, l’amico carissimo che mi ha regalato l’adozione si ammala gravemente e di lì a pochi mesi muore.
Allora decido. Cioè, non decido proprio per niente: non si decide un libro, si sta a vedere che libro si delinea, e si presenta come necessario. Ed è questo. Capisco che non posso che scrivere questa storia, è lei che si impone. Volevo fare tutt’altro romanzo, ma mi butto a scrivere la storia di Raimond, nei mesi della mia convalescenza. Invento un asino che non è un asino e lo chiamo Raimond perché il chirurgo meraviglioso che mi ha operata si chiama Raimondo. Ma questo libro, lo so, non parlerà né di asini né di chirurghi.

Forse potrei dire che è il mio “romanzo della convalescenza”, il romanzo di quando provo a credere, provo a sperare, di avere ancora del tempo davanti.
Alcuni lettori poi mi diranno che in questo mio libro hanno ravvisato qualcosa di curativo, qualcosa che aiuta a guarire: mi torna che possa essere così, e mi piacerebbe molto che fosse davvero così, una lettura che porta beneficio….

Raimond è un asino greco, vecchio, randagio; un asino che si sente finito e che invece, in un certo modo e del tutto casualmente, viene salvato: gli vien data, proprio quando sente prossima la fine, la possibilità di un’altra vita (un altro pezzetto di vita?).
Raimond ha sempre lavorato ed è stato sempre felice di lavorare, nella vita: portava pesi. “Porto pesi. Sono uno che porta pesi”, dice; si sente nato per far quello. Prima mattoni, travi, cemento per costruire case. Poi le valigie e i bauli dei turisti, sulla sua bellissima isola greca, dal porto all’hotel. Ma poi diventa vecchio e viene allontanato. Succede. Sbarca sul continente e non sa dove andare: è un asino randagio, con nostalgie, ricordi, rimorsi, e un doloroso sentimento della fine. In poche parole, è un vecchio messo da parte che si sente inutile.
Lo so, avrei potuto raccontare la storia di un pensionato. O di un esodato. Sarei stata più… realistica (più “vera”), più da “romanzo sociale”, più impegnata, più attuale. Ma anche più banale, secondo me, più opportunista, furbetta, conformista da politicamente corretto, non mi sarebbe piaciuto (sopporto poco l’onda di “romanzi umanitari” che ci sta travolgendo). Preferisco mettermi “fuori”, essere “traslata”, meta-forica. Parlar di asini insomma mi pareva meglio, mi ci trovavo più a mio agio. Sono così. Il prezzo sono le etichette che mi porto addosso. Pazienza. Porto pesi…

L’inutilità. Sentirsi inutili. L’inutilità è solo un sentimento, perlopiù sbagliato. Utili o inutili verso chi? E per che cosa mai, visto che siamo mortali? Eppure ci sembra brutto essere inutili nel mondo: che cosa passa a fare la nostra vita? Vogliamo tutti lasciare un segno, non sopportiamo di finire nel nulla. Vogliamo un senso, certo, è umano. Il problema è che perlopiù lo troviamo, questo benedetto senso, solo nel lavoro. Oggi più che mai. Il lavoro ci dà un’identità sociale, dunque una utilità riconosciuta. E quando “usciamo” dal lavoro? Quando smettiamo di lavorare, o perché siamo vecchi o perché ci licenziano di colpo, o perché non c’è più lavoro?
È qui che mi nasce la domanda: e vivere e basta? Semplicemente vivere, prendendo piacere dei giorni, del tempo che passa, delle persone cui ci affezioniamo, degli amori, delle nostre pur labili passioni, anche solo la passione per il cielo, le nuvole, gli alberi… e per le cose insignificanti, cioè apparentemente insignificanti; raccogliere funghi, giocare a carte, dipingere, coltivare pomodori, scrivere… Magris sottolineava che per Tolstoj scrivere era come tagliar legna, era uguale: due gesti del vivere, tutto lì. Pari dignità, pari significato. Non c’è qualcosa che vale meno e qualcosa che vale di più. È la società che, nel tempo, dà valore diverso alle cose, alle persone e ai gesti. Ma noi siamo sopra la società, siamo oltre. O, almeno, dovremmo cercare di recuperare anche questa altra dimensione, più sovra-sociale, se così si può dire. Leggi tutto…

NON SO NIENTE DI TE, di Paola Mastrocola

Non so niente di teOggi 26/9/2013 al TaoBuk di Taormina, alle 18,30, al San Domenico Palace, Paola Mastrocola presenta il romanzo “Non so niente di te” (Einaudi)

La libertà di non essere

di Dionea Mentis

Succede nei libri e succede nella vita: qualche volta una frase, una frase sola, semplice e saggia, finisce per rispondere a un grande interrogativo.
Paola Mastrocola nel suo “Non so niente di te” (Einaudi), per esempio, ne fa dire una così ad un pastore cieco ma felice. “Se non son gaie, le pecore, fanno una lana triste, e il latte anche non é buono”. Ed ecco una verità che vale tanto per gli animali, molto cari alla narrazione della Mastrocola, che per gli umani, che in questo romanzo vagano da una parte all’altra del mondo come un gregge sperso, alla ricerca di una verità che faccia loro da luce-guida. Umani dalle facce tristi perché hanno dimenticato come si fa ad essere felici.
Le pecore sono la grande metafora di questo libro scritto con quella leggerezza che tanto sarebbe piaciuta a Italo Calvino. Il protagonista é invece Filippo, giovane di una certa Italia alto borghese, dotato di genio e sensibilità, che suo malgrado fa della sua vita un vero e proprio giallo. Fil, come lo chiamano i suoi cari, getta nello scompiglio amici e parenti, presentandosi ad un convegno di Oxford accompagnato da un gregge di cento, forse duecento pecore. Sul perché di questa scelta, e sulle ragioni che lo hanno spinto negli ultimi tre anni a mentire all’amata famiglia, spetta al lettore scoprirlo, mettendo insieme i pezzi di un’ esistenza acerba, che inizialmente somiglia a quella di tanti brillanti giovani dei nostri tempi, figli di Skype e delle email, chiamati a studiare e vivere fuori dall’Italia.
Filippo é un genio dell’economia, studia a Londra e poi a Stanford, pubblica paper con i docenti e partecipa a grandi convegni. Peccato che nulla sia vero e che abbia incaricato l’amico Jeremy a vivere, al posto suo, il destino che altri avevano confezionato per lui. Leggi tutto…