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QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, di Maria Lucia Riccioli (la prefazione del libro)

Pubblichiamo la prefazione, firmata da Sebastiano Burgaretta, del volume di versi QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, di Maria Lucia Riccioli (Algra editore). Il booktrailer del libri è disponibile qui…

Il libro sarà presentato domenica 26 alle ore 18 presso il Centro Studi di Tradizioni Popolari Turiddu Bella di Viale CADORNA 160 a Siracusa (sarà presente l’autrice).
Interverranno Maria Bella e Sebastiano Burgaretta.
Letture a cura di Dominella Santoro e di Maria Lucia Riccioli

ARIA FRESCA

di Sebastiano Burgaretta

Aria fresca, che pure sa d’antico e che d’antico serba la fragranza, è quella che si respira e si gusta leggendo questi racconti in versi di Maria Lucia Riccioli, la quale in essi si rivela narratrice, anzi poetica raccontatrice, d’antico stampo popolare, quasi una specie di contastorie in proprio, aggiornata cioè al tempo d’oggi e quindi libera nel piegare il ricco patrimonio lessicale siciliano all’esigenza della comunicazione che la vita attuale impone. L’affabulatrice attenta e documentata, che i suoi precedenti lavori e le sue performance artistico-culturali lasciavano intuire, qui si rivela a tutto tondo.
L’aria fresca che circola in questi versi è quella del Vangelo col suo eterno messaggio di salvezza e di sapienza, sempre vivo e attuale in ogni tempo e per ogni uomo.
Il sapore dell’antico emana dalla valenza creativa e salvifica della parola qui declinata nel siciliano verace di matrice popolare usato, da una parte, e nello speciale registro da cantastorie affabulante adottato, dall’altra. Perciò il lettore si trova evangelicamente invitato a gustare vino d’annata conservato in botti di rovere collaudate in tutta sicurezza.
I racconti della Riccioli si enucleano e si sviluppano in un preciso contesto socio-antropologico di riferimento e assumono la funzione di tante antiparità, nell’accezione guastelliana del termine parità, la cui prospettiva in questa caso dalla Riccioli viene rovesciata. Trionfa, infatti, non la terrena logica dei villani siciliani, cui pure San Pietro, che con Gesù è il protagonista di gran parte dei racconti, sembra strettamente imparentato, ma quella celeste del Vangelo con l’avallo della persona stessa di Cristo. Siamo, in effetti, davanti non a delle “parabole” come quelle presenti nel Vangelo e narrate da Gesù, ma a parabole=parità sapienziali nelle quali Gesù in persona è protagonista, quasi sempre assieme a San Pietro. Gesù pertanto appare come trascinato e coinvolto in un processo di umanizzazione spicciola ad opera di Pietro, indotto quasi nella logica del mondo, senza comunque restarne schiacciato né condizionato. Da qui l’esito complessivo da “antiparità” e la conseguente fisionomia propria di questi racconti=aneddoti, nei quali vive il vangelo popolare, narrato per bocca di una contastorie, nel quale Gesù stesso è protagonista e non narratore-annunciatore. Per questo i racconti vanno letti ad alta voce e, per così dire, eseguiti con una loro propria cadenza e tono da racconto popolare, in fedeltà e in coerenza con un’antica tradizione nostra di Sicilia, cui attingono anche sul piano contenutistico.
Ѐ il prologo, in dodici versi distribuiti in tre quartine a rima incrociata, ad annunciare, con il tono amichevole e accattivante del cantore popolare, l’intendimento, ludico e didascalico al tempo stesso, dell’intera silloge dei quattordici racconti, tutti quanti musicalmente modulati sul ritmo eufonico e conquidente della rima baciata.
L’humus del quale si nutrono questi racconti della Riccioli è puramente terreno, è quello in cui domina la logica del mondo così bene scandagliata dal filtro sapienziale del Qohelet. Come avviene nel testo biblico anche qui, per dirla con Brunetto Salvarani, è contemplata la vastità dell’esistenza “sotto il sole”, producendo una vera e propria teologia dal basso, per cimentarsi in una faticosa navigazione, nelle acque tumultuose del vivere nell’oggi”( Qohelet, un eretico nella Bibbia?, Santocono editore 2014): Cu santa pacienza ‘u fici sfogari/ e poi ‘u Signuri accuminciò a parrari:/ «Angilu miu, ora sì ca va beni./ ‘U sacciu, tu penzi ca nun cummeni/ vìviri ‘n terra na ‘sti cundizioni./ N’’o munnu ci su’ ‘i tinti e ci su’ ‘i boni./ Nun è ‘nu ‘Nfennu o ‘na cella ‘i tuttura,/ ma nun è mancu ‘na villeggiatura./ Stari ddà nun è ‘nu divittimentu:/ suffriri e luttari è pi ‘nsignamentu./ Ѐ comu se si pajassi ‘n pedaggiu,/ è scola ‘i vita, ‘u prezzu p’’o passaggiu/ ‘n Pararisu, unni ogni guerra è finuta/ e ‘a luci r’’a virità nun s’astuta»./ L’Angilu a ‘ssu riscussu si cuitò,/ nun prutistò cchiù e l’ali s’’i calò./ “ Fossi è giustu ca ‘u munnu ha’ gghiri accussì…/ Sulu tu, Diu, po’ sapiri picchì”.(Chianci e riri).
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