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Posts Tagged ‘rizzoli’

GENOVA È MIA MOGLIE di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti

GENOVA È MIA MOGLIE

“Genova è mia moglie. La città di Fabrizio De André” di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti (Rizzoli, Ediz. illustrata – prefazione di Dori Ghezzi)

di Tea Ranno

La prima volta che vidi Genova avevo quattro anni. Vi giunsi dopo un viaggio di tre giorni a bordo di una Fiat 850 che dalla Sicilia arrancò su per il Continente senza dolersi del carico di cinque persone (nonna inclusa) che avrebbe dovuto affaticarla; era d’un grigio quasi nero e odorava di nuovo. La graziammo di una prima sosta a Maratea e di una seconda a Roma – comprensiva di una visita allo zoo dove una leonessa, intenta ad allattare un cucciolo, ci guardò col fastidio di chi vede violata la propria intimità.
Genova ci accolse con la parlata streusa di zia Angelina, una fotocopia della nonna con dieci anni di meno e gli occhi azzurri che, al vederci, cominciò a sparare parole al ritmo di una mitraglia e intanto gesticolava e intanto rideva e intanto scherzava e intanto indicava una strada, un palazzo, e intanto mi sorrideva e intanto mi carezzava i capelli e intanto io la guardavo e non la capivo: niente capivo di ciò che stava dicendo, niente di niente. Ma come parlava? Dovetti sembrare prossima al pianto se la nonna: «Zittiti ’n mumentu» le disse, «c’a ’bbarrulisci!». Zittirsi lei? Ma quando mai! Sorrise e riprese a parlare, stavolta in italiano però, e quello che disse l’ho dimenticato. Leggi tutto…

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I PESCI DEVONO NUOTARE all’Artemision (Paolo Di Stefano e il suo nuovo romanzo)

I pesci devono nuotareAppuntamento con il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano I PESCI DEVONO NUOTARE (Rizzoli) – Siracusa, 22 luglio, h. 19, nell’ambito della rassegna “Je suis au jardin” Romanzi all’Artemision

Si terrà il 22 luglio a Siracusa, nell’incantevole cornice dell’Artemision (ove giacciono i resti dell’antico tempio di Artemide), la presentazione dell’ultimo libro di Paolo Di Stefano, “I pesci devono nuotare“, Rizzoli editore.
La conversazione, che sarà guidata da Simona Lo Iacono, si incentrerà sul piccolo protagonista del romanzo, Selim, un ragazzo egiziano che decide di lasciare il suo paesino, afflitto da miseria e privazioni, per approdare in Sicilia attraverso un viaggio fortunoso e pericoloso.
La narrazione, che ha quindi al centro il doloroso dramma degli sbarchi, sarà un’occasione attualissima per riflettere sulle storie che gli immigrati portano con sé, come un difficile e sempre immanente fardello che li segue anche nel viaggio.
Ma si tratterà anche di una occasione per ascoltare dal vivo le testimonianze di coloro che vivono ogni giorno sulla propria pelle questa esperienza.
Simona Lo Iacono sarà quindi accostata da Elena Flavia Castagnino (vice presidente della UWE, University Women of Europe) e dai ragazzi dei centri di accoglienza di Siracusa, cui il Centro Provinciale Istruzioni Adulti di Siracusa (C.P.I.A), con l’ausilio del regista Michele Dell’Utri, sta dando una opportunità di inserimento attraverso il teatro e l’esperienza artistica. Leggi tutto…

PREMIO STREGA 2016: vince EDOARDO ALBINATI con “La scuola cattolica” (Rizzoli)

È EDOARDO ALBINATI IL VINCITORE DEL LXX PREMIO STREGA

Edoardo Albinati vince Il Premio Strega

Ascolta la voce di EDOARDO ALBINATI nel programma radiofonico LETTERATITUDINE IN FM

Roma, 8 luglio 2016. Nella nuova cornice dell’Auditorium Parco della Musica è stato proclamato il vincitore del settantesimo Premio Strega. Al termine dello scrutinio dei 395 voti espressi (pari all’85,86% degli aventi diritto al voto; 319 voti online e 76 cartacei) il Presidente di seggio Nicola Lagioia, vincitore del Premio Strega 2015, e Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci, hanno proclamato vincitore:

La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, con voti 143

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L’autore ha ricevuto da Giuseppe D’Avino, amministratore delegato di Strega Alberti Benevento, il premio di 5.000 euro e la classica bottiglia formato magnum di Liquore Strega. Gli altri libri finalisti hanno totalizzato i seguenti voti:

L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, voti 92

Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, voti 89

Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci, voti 46

La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli, voti 25 Leggi tutto…

EMANUELA E. ABBADESSA racconta FIAMMETTA

EMANUELA E. ABBADESSA racconta il suo romanzo FIAMMETTA (Rizzoli)

Emanuela E. Abbadessadi Emanuela E. Abbadessa

Fiammetta ed io ci incontrammo molti anni fa in una stanza polverosa, piena di carte e di buone cose di pessimo gusto, per dirla con Gozzano.
Ma a quel tempo Fiammetta Renzi si chiamava ancora Giselda Fojanesi. Mi si presentò con alcuni versi sotto i pentagrammi di una lirica da camera di poco valore, proprio una bagatella. A me piaceva solo il suo nome e pensai di conoscerla meglio. Era una maestra venuta da Firenze: aveva un fuoco dentro, un marito insopportabile come Mario Rapisardi e un amante taccagno (anche di sentimenti) come Giovanni Verga. Io, che in certe questioni di corna non volevo mettere becco, le feci un saluto cortese e la abbandonai quasi subito.
Ma, sapete come succede? Capita che a volte il ricordo di quanti accostano il nostro passo torni pressante. E Giselda, “pizzuta” come solo lei sapeva essere, venne ancora e ripetutamente a bussare alla mia porta chiedendomi di raccontare la sua storia.
Ora, ammettiamolo, di narrare un’ennesima questione di corna a me non importava e, peggio, a chi mai sarebbe potuto interessare? Per un po’ quindi la tenni sulla corda ma alla fine dovetti cedere perché quando Giselda si mette in testa una cosa è dura dirle di no.
Così feci un patto: spostai avanti nel tempo la sua vicenda; la resi orfana perché mi piaceva saperla sola e autonoma nelle scelte; le misi una ciocca rossa tra i capelli; le diedi un nome da musa stilnovista e la feci innamorare di un poeta, Mario Valastro appunto, che col vero Mario Rapisardi aveva ben poco in comune. Ma anche sull’amante giocai non poco, modellando l’autore dei Malavoglia piuttosto che su Verga, sul seduttore eterno, Don Giovanni, cui accostai i tratti brillanti e perfidi del nipote delle sorelle Materassi. Loro poi, insieme alle favolose Anastasia e Genoveffa, mi servirono per dare a Valastro una famiglia tutta al femminile, matriarcale e opprimente. Leggi tutto…

MIO PADRE IN UNA SCATOLA DA SCARPE di Giulio Cavalli (recensione)

MIO PADRE IN UNA SCATOLA DA SCARPE di Giulio Cavalli (Rizzoli)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Eliana Camaioni

È una storia di famiglie, “Mio padre in una scatola da scarpe” (Giulio Cavalli, Rizzoli ed.): quella di Michele e del Nonno, composta da ‘brave persone, che lavorano e tacciono’, e quella dei Torre, simile ad ‘una marchiatura a fuoco sull’orecchio o una targhetta pinzata in mezzo alle palle come un toro’, capace di ‘allargare le regole finché non ti entrano perfettamente’. Sono le regole non scritte del paesino di Mondragone, dell’entroterra napoletano: appartenenze suggellate da battesimi di sangue e persiane chiuse, omertose e vigliacche; baci in piazza che timbrano come bestiame, e gonne da processione paesana –gonne debutto, per donne da marito, e gonne gabella, assenzi taciti di sottomissione ai boss.
‘Non guardare e non sentire è il modo più maturo e responsabile per difendere la tua famiglia e i figli che vorrai’, questa la ricetta per sopravvivere a Mondragone, paese di poche anime e tanti segreti, dal lessico silenzioso dell’abito buono esibito alla messa domenicale, di una scollatura che ti rende donna e di morti sparati, ‘morti interrotti’, guardie e ladri, corriere e corrieri.
Un affresco collettivo, nitido e tridimensionale per l’uso intenso che Giulio Cavalli fa di similitudini e metafore; ci sono caffè all’alba e turni di notte, cervelli che schizzano e mogli che aspettano, odore di salsa ed esalazioni di vino, amici che muoiono e carabinieri che archiviano.
E poi ci sono gli occhi, di chi tutto guarda e nulla vede, occhi che piangono e occhi che seccano, occhi che urlano parole non pronunciate, e picchiano più delle bastonate; occhi di bue da regista, che Giulio Cavalli stringe su ciascun capitolo, con una focalizzazione disincarnata e variabile, raccontando quarant’anni e quattro generazioni di una terra ‘così omertosa e schiava’ di cui il Nonno, agli occhi del nipote Michele, sembra essere il ‘certificato’. Michele e la famiglia coraggiosa che farà con Rosalba, secondo i dettami delle ‘brave persone’: perché ‘c’è tanta bellezza e tanto coraggio a crescere una famiglia con dignità’, lo stesso coraggio necessario ‘a rinunciare, anche ai principi se serve’. Un mos maiorum che si tramanda di Nonno in nipote, una rabbia sorda impossibile da accettare per Michele se non quando sarà nonno a sua volta, perché a Mondragone ‘la vita è molto più semplice di come la pensi: basta non fare la rivoluzione tutte le mattine’, basta sposare una donna onesta ed accontentarsi di un onesto lavoro, dribblando le ingiustizie, stando fuori dagli affari dei potenti. Leggi tutto…

IL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (recensione)

Il figlio maschioIL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (Rizzoli)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Giovanni Parlato

La vita continua, tutti i giorni. La libreria Cavallotto di Catania apre la mattina per chiudere la sera. Clienti nuovi e abitudinari fanno il loro ingresso, gente che esce con un libro da portare a casa: vendere libri, ecco cosa fanno Adalgisa e le figlie. Dietro questa giornata, c’è una storia raccontata da Giuseppina Torregrossa nel suo ultimo libro “Il figlio maschio” pubblicato da Rizzoli. Dopo la lettura del libro, entrare in libreria non sarà più come prima, non si potrà più guardare soltanto con gli occhi del presente, ma anche con gli occhi del passato.
Possiamo facilmente immaginare Adalgisa e le figlie che raccontano a Giuseppina Torregrossa la storia di famiglia, una carrellata di ricordi dove la scrittrice intuisce che c’è materia per il suo lavoro. Da una parte le persone e i fatti di per sé carichi di sogni e coraggio, dall’altra i personaggi del libro che conservano i nomi della storia: i fatti sono quelli, veri, cui Giuseppina Torregrossa tesse la sua tela immaginando e fantasticando, passando dal piano della verità del racconto orale alla verosimiglianza della parola scritta. Un’operazione che si regge, come un palazzo sulle sue fondamenta, su un linguaggio compenetrato d’italiano e siciliano perché come ha spiegato la stessa autrice “il siciliano è la lingua del cuore, l’italiano la lingua della ragione”.
I capitoli portano tutti il nome di uno o più personaggi. Appare quasi un omaggio al teatro, un’apparizione scenica dove sul palco arrivano di volta in volta, loro, i personaggi del romanzo raccontando se stessi e Giuseppina Torregrossa li ascolta donandoli al lettore in terza persona. Un distacco necessario per mantenere la coralità del libro e, soprattutto, per comunicare i sentimenti di cui vive ogni pagina.
Concetta Russo è il primo forte personaggio che incontriamo. Dalla sua unione col marito don Turiddu Ciuni nascono dodici figli. Siamo a Sommatino nel 1924. Il figlio prediletto è Filippo su cui cade il destino della famiglia. Il padre vuole che sia Filippo a guidare il feudo di Testasecca, a curare la terra e i suoi frutti. La moglie Concetta ha mandato a scuola tutti i figli, maschi e femmine, nessuno escluso. Il percorso si deve ora concludere e Filippo non è uomo in grado di raccogliere l’eredità del padre. Si chiude, definitivamente, l’era del verismo narrato da Verga, del possesso della roba. I tempi sono cambiati e Concetta lo ha capito a differenza della caparbia ostinazione dello sposo che ama. È giunto il tempo di passare dalla zappa ai libri, dalla terra alla cultura. Perché le donne e i libri, in questo romanzo, vanno di pari passo. La madre, la figlia, la moglie, la vedova non sono soltanto avvolte dalla sensualità della carne, ma anche dalla sensualità della parola e i libri diventano il contenitore naturale. Il figlio maschio, Filippo in questo caso, è il risultato di questa gestazione che solo le donne potevano compiere. Filippo apre una bancarella di libri in piazza Bologni a Palermo, affitta un mezzanino nel principesco palazzo Alliata, apre poi una libreria davanti al Teatro Massimo. Con lui, la sorella Concettina appassionata anche lei di libri. Filippo sposa la bella contessa Luisa Sarcinelli con il conseguente arretramento di Concettina. Filippo Ciuni, è storia vera, diventa anche un editore che, nonostante abbia aderito all’ideologia fascista, pubblicherà Benedetto Croce. Morirà, infine, in montagna con i partigiani. Leggi tutto…

CODICE SCORSESE di Sergio Fanucci (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo CODICE SCORSESE di Sergio Fanucci (Rizzoli)

I

New York, undici anni dopo

L’aria che si respirava al 3280 di Broadway, sede della Manhattan
North Homicide Squad, quando un probabile assassino usciva
su cauzione era sempre la stessa: un forte senso di scoramento
misto a una rassegnazione fin troppo nota. Tutti i poliziotti erano
di pessimo umore. Si salutavano a malapena, non si attardavano
davanti alla macchina del caffè e cercavano qualsiasi scusa
per uscire a fare qualche commissione. Anche il comandante del
distretto, l’assistente capo Hoffman, aveva chiuso la porta del
suo ufficio e tirato le tendine: un segnale molto chiaro per dire
che non voleva essere disturbato se non per situazioni di assoluta
emergenza.
Quando il detective Peter Makarov fece il suo ingresso negli
uffici della Omicidi, sentì immediatamente che qualcosa non
andava. Aveva trascorso l’ultima settimana di ferie a Chicago e
si rese conto che tutto il riposo accumulato era stato vanificato
in un attimo. Cercò di capire cosa stava succedendo ma nessuno
gli rivolse la parola. Nulla di nuovo: Peter Makarov era da
sempre considerato un solitario. Di origine russa e famiglia povera,
era giunto a New York all’età di otto anni ed era cresciuto
praticamente per strada, a Brighton Beach. Appena tredicenne
aveva perso il fratello durante una rapina finita male. Si
era sentito in colpa per quattro anni, finché aveva pensato che
la migliore soluzione era farsi assumere in polizia, nonostante il
parere contrario del padre. Con sua sorpresa era stato scelto e
da quel momento aveva indossato la divisa senza un solo istante
di ripensamento. Sua madre, parecchio tempo prima, sul letto
dell’ospedale gli aveva sussurrato in un orecchio: «Hai fatto
la scelta giusta, Pjotr. Non come la nostra famiglia». Gli aveva
stretto le dita e fatto l’occhiolino. A Peter era sembrato che sorridesse,
come se si fosse concessa un gesto d’affetto lontano dagli
occhi del marito, un uomo gelido e tutto d’un pezzo. Ivan,
suo fratello, aveva seguito invece le orme del padre e cominciato
fin da piccolo a frequentare la banda del cugino Andrej
il Rosso, di cinque anni più grande di lui. Peter si era sempre
chiesto che fine avesse fatto… Leggi tutto…