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Posts Tagged ‘salvo sequenzia’

Salvo Sequenzia

Salvo Sequenzia è nato a Floridia, in provincia di Siracusa.
Semiologo, saggista, poeta e studioso di letterature comparate e di scienze dei linguaggi è autore di saggi, articoli e recensioni che spaziano dalla critica letteraria e d’arte alla semiotica, alla teoria dei codici e all’antropologia culturale.
Ha tradotto dall’ebraico biblico, dal greco antico e dal latino.
Dopo essersi dedicato all’insegnamento per alcuni anni, ha orientato i suoi interessi verso l’attività di ricerca e di divulgazione nell’ambito dei rapporti tra l’espressione letteraria  e artistica e le forme di rappresentazione dell’immaginario collettivo nell’Occidente europeo.
I suoi studi e le sue ricerche – a cui si dedica da oltre un trentennio –  sono orientati alla conoscenza della storia della mentalità attraverso l’analisi dei linguaggi e  dei processi comunicativi, della produzione  estetica e simbolica.
Ha curato l’allestimento di mostre e di esposizioni d’arte in Italia e all’estero.
E’ stato co-fondatore e presidente dell’Associazione no profit “Agorà”, promotrice, per oltre un trentennio, di attività culturali nella provincia di Siracusa.
Dal 1992 al 2012 è stato consulente per l’area umanistica della Biblioteca Multimediale Civica di Floridia.
Dal 1997 è presidente dell’Associazione “Shalom O.N.G.”, organizzazione non governativa che promuove in Europa attività e progetti socio-culturali.
Dal 2004 è presidente del “Circuito Europeo del no profit”, cartello di associazioni no profit che nei Paesi dell’Unione Europea e del Mediterraneo operano nel campo della valorizzazione dei beni immateriali.
Dal 2015 è Consulente scientifico del Museo etnografico Nunzio Bruno di Floridia.
Dal 2017 è consulente scientifico dell’Organizzazione Nuovi Segni e della Rete Euromediterranea della Conoscenza.
Ha pubblicato, fra l’altro, le raccolte di poesia Metafore e aquiloni (1987), con cui ha vinto il Premio Nazionale di Poesia “Casamicciola – Isola di Ischia” nel 1987; Caligo vitae (1991); Nel vuoto vaso di Kos (1993); Canzone di inverno (2002).
Come traduttore ha pubblicato Sinesio di Cirene: Inno Primo (1992), con cui ha vinto il Premio Nazionale “Valgimigli – Tradurre l’antico”; e, inoltre, la traduzione dall’ebraico del Cantico dei cantici (1994).
Ha pubblicato i saggi: Il semaforo e il codice (1996), Enzo Giudice. Figura d’enigma (1997), Elementare, Adso. Semiotica e detection nell’opera di Umberto Eco (1997), I luoghi del sacro (1999), Nelle terre di Xoridia (2005), Il trionfo triste della poesia. Per un ritratto di Enzo Giudice (2005); La corda spezzata dell’arrivo. Tra cinema e letteratura (2010); Si dice che il silenzio era fuggito. Storia di Lucio Piccolo di Calanovella, poeta e mago (2010); Turi Rovella e i Fedeli d’Amore (2010); Come un’ossessione deliziosa. In margine a “Nerolio”. Pasolini e Siracusa (2011); Carte segrete. Per una lettura politica de “Il Gattopardo (2012); Canone inverso. Il canone occidentale tra tradizione e innovazione. La “Valle delle cose perdute (2012); Floridia. Tracce, memoria e segni di una città plurale (2014); Scritture verticali (2014); Il “corsaro” e le lucciole. Pasolini tra mito, teatro e cinema (2014); Il testamento. Storia, tradizione e magistero dei Cavalieri Templari Federiciani, vol. I (2014); Il testamento. Donne esemplari nel medioevo, vol. II (2015); L’amara saggezza del narrare. Vincenzo Consolo e Los desastres de la guerra di Francisco Goya; Il palio dei palii di Sicilia (2016); Sindaci e podestà a Floridia 1837 -2012 (2018);  White Noise. Appunti per una poetica a venire (2019); White Noise. Il luogo del Bianco (2019);  Mediterraneo. Un luogo comune (2019); Una gioiosa perfezione. Salvatore Viganò coreografo tra due secoli (2020).

Suoi articoli e saggi sono apparsi su: Quaderni del cenobio fiorentino, Terzo Occhio, Critica-mente, Lunario nuovo, Notabilis, Pentelite, Floridia e dintorni, Letteratitudine, La frusta letteraria, Nuovi Segni, La Tribuna, Siracusa Press.

L’ALBATRO di Simona Lo Iacono (recensione)

L’ALBATRO di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

 * * *

Destini, Vocazioni, Affratellamenti

approfondimento critico a cura di Salvo Sequenzia

Sei anni fa usciva il saggio Scritture verticali,  presentato nel 2013 alla Galleria Roma di Ortigia e pubblicato nel 2014 sul numero 0 della rivista Pentelite, nel quale, accostandomi all’opera di alcuni  narratori legati per diverse ragioni a Siracusa, formulavo la definizione di «linea siracusana» recensendo  l’esperienza di quella generazione di scrittori  che muoveva i primi passi sulla scena letteraria nel primo decennio del nuovo millennio individuandosi in una poetica che,  prendendo le distanze dai canoni letterari allora dominanti,  si caratterizzava per la capacità di rileggere – con sguardo disincantato e senza mistificazioni – le trasformazioni della contemporaneità assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.
Incastonata in questa costellazione di autori brillava Simona Lo Iacono, alla cui scrittura ritorno oggi accostandomi al suo nuovo romanzo, L’albatro (Neri Pozza, 2019), con il quale  la giudice  e scrittrice siracusana consegna ai lettori una storia di fedeltà e di abbandono, di verità e di sogno, di eternità e di morte sullo sfondo di quel «sesto continente del pianeta piccolo e clandestino» che è la Sicilia dei Gattopardi, terra di miti e di contraddizioni profonde segnata da drammi sociali e da urgenze storiche, fascinata da fantasmi, nutrita di incantagioni, afferrata al collasso tra due epoche: quella che in Italia vede concludersi l’epopea risorgimentale con il compimento scempiato dell’unità nazionale e quella che in Europa vede incombere e consumarsi  le immani sciagure dei due conflitti mondiali. Leggi tutto…

LentaMente a SLOW 2014

lentamente - floridiaLentaMente a SLOW 2014

Conversazione con Salvo Sequenzia

di Massimo Maugeri

Nell’ambito delle iniziative di SLOW 2014, a Floridia (Sr), sabato 20 settembre, alle h. 19, si svolgerà un incontro intitolato “LentaMente: parole, idee, territorio“, curato e coordinato dal semiologo, saggista e letterato Salvo Sequenzia. Parteciperanno alla conversazione: Silvio Aparo (editore), Alina Catrinoiu (redattrice rivista Le Fate), Roberto Fai (Collegio Siciliano di Filosofia, docente universitario), Giuseppe Giglio (critico letterario), Ivan Manzella (musicista), Giuseppina Martinez (artista, medico), Carlo Muratori (cantautore, direttore rivista Le Fate).
Ne discuto con lo stesso Salvo Sequenzia, che modererà l’incontro…

Caro Salvo, spiegaci in cosa consiste l’iniziativa “Slow 2014”?
Il festival internazionale “Slow” è una iniziativa nata dall’intuizione di un gruppo di intellettuali, di associazioni e di imprese presenti sul territorio che, attraverso questo evento, lanciano una proposta concreta di sviluppo del territorio alternativa alle tendenze, oggi pervasive, in cui economia, finanza e potere tecnocratico, nelle mani di pochi individui, condizionano scelte e stili di vita sugli scenari globali distruggendo i valori e i modelli comportamentali che hanno improntato, da secoli, per generazioni di individui, le forme di convivenza, le economie “dolci” che scandivano i flussi di sviluppo legati alle specificità e alle risorse di un territorio.
Il mercato è un meccanismo freddo: fissa solo le regole del gioco – offerta e domanda – però manca di valori. Slow ritiene che i valori, nel mercato, dovrebbe metterceli la cultura, che stabilisce gerarchie di senso e di significato, tra ciò che è importante è ciò che non lo è per la nostra esistenza. La cultura è tradizione, memoria, appartenenza e vissuto collettivo, territorio.
Contro la massificazione e l’annientamento della originalità di un territorio e di una comunità, caratterizzate da un proprio statuto antropologico – che varia da un luogo all’altro – SLOW propone di tornare ad interpretare il “genius loci” come scelta di vita e come metodo per organizzare forme di sviluppo e di crescita compatibili con la dimensione dell’umano, dimensione che oggi vacilla sotto i colpi della omologazione, del conformismo culturale e della tecno-economia, che impongono la legge violenta della de-territorializzazione, sradicando l’individuo dal tessuto connettivo e memoriale del “ghenos” e della terra a cui appartiene.
“Slow”, in tal senso, si articolerà in eventi che faranno incontrare il pubblico con il territorio: percorsi eno-gastronomici, tavole rotonde su argomenti legati alla bio-economia e alla green economy, seminari di riflessione teorica sulla “decrescita felice” con la partecipazione di personaggi del calibro del filosofo francese Serge Latouche, il teorico del ritorno ai ritmi “lenti” del vivere; e, ancora, concerti, conferenze sulla medicina alternativa, sulle tradizioni e la cultura locali viste da una prospettiva “sprovincializzata”, in un rapporto “tensivo” tra locale e globale. E, continuando, incontri con intellettuali, musicisti, studiosi ed esperti di varie discipline che si confronteranno su temi e problematiche riguardanti il territorio. Tutto, ovviamente, all’insegna della “lentezza”.

– Hai organizzato la conversazione “LentaMente: parole, idee e territorio”. Quale obiettivo si prefigge questo incontro? Leggi tutto…

MAGIE, MASCHERE ED EPIFANIE NELLA SCRITTURA PIRANDELLIANA

Galleria RomaCOME AGLI ORLI DELLA VITA: MAGIE, MASCHERE ED EPIFANIE NELLA SCRITTURA PIRANDELLIANA
Giovedì, 21 novembre 2013 – h. 18:30 – Galleria d’arte contemporanea Roma – piazza San Giuseppe 2, Siracusa
Conversazione curata dal semiologo prof. Salvo Sequenzia

IL TEATRO, ULTIMA DIMORA DEL MITO

di Salvo Sequenzia

Il nesso fra sogni, desideri e realtà, le identità delle persone e la necessità della libertà, la violenza schiacciante dei regimi totalitari, la durezza della società di massa, la crisi perenne del teatro e dei ‘teatranti’, sono alcuni fra i temi cogenti dell’opera di Luigi Pirandello.
Se è vero che nella produzione teatrale pirandelliana realismo analitico e visionarietà si alternano – ma spesso convivono anche – succedendosi con una regolarità quasi ciclica, è altrettanto vero che nell’ultima fase della vicenda creativa dello scrittore agrigentino si coglie un incremento dell’irrazionale.
Questo percorso riassume i momenti salienti di un lavoro di indagine sul rapporto tra l’opera di Pirandello ed il mito nel confronto più ampio con la cultura del primo Novecento.
Rapporto complesso, stratificato, spesso enigmatico e polisemico, non solo per la ‘portata’ del messaggio che lo scrittore agrigentino ha consegnato al mito e ai ‘miti’ all’interno della sua produzione poetica, novellistica, narrativa e teatrale – e perciò non attestabile e non esauribile, in modo esclusivo, soltanto all’ultimo periodo della produzione del Nostro – bensì anche per le implicazioni che la ‘funzione mito’ assume all’interno della riflessione pirandelliana sulla vita, sull’arte, sulla società e sul destino della storia dell’Occidente. Pirandello analizza approfonditamente – e, direi, dolorosamente – le ragioni della morte del mito nella modernità, valutandone con lucidità critica le numerose implicazioni.
E il nodo fondamentale di questa riflessione va a mio parere individuato nel primo decennio del secolo Novecento, negli anni della ideazione del “Fu Mattia Pascal” e della composizione del saggio su “L’umorismo”.
L’interesse per il mito, frequente in molti autori del primo Novecento (dagli espressionisti ai surrealisti, da Kokoshka a Cocteau fino al Brecht dell’Antigone, da D’Annunzio a Thomas Mann fino a Cesare Pavese) consiste, nella stragrande maggioranza dei casi, in una ‘riscrittura’ della tragedia classica o della mitologia ellenica o altro; oppure, in una ‘attualizzazione’ a fini propagandistici diretti o indiretti – Kèrenyi ha definito tale operazione come “tecnicizzazione” – del mito svuotato del suo carattere genuino originario.
Pirandello non appartiene alla categoria dei ‘rifacitori’, bensì a quella dei creatori di miti (nonché a quella dei ‘distruttori’ di miti, come ha ben messo in luce Rössner; e qui valga ancora una volta l’esempio del ‘Serafino Gubbio’, opera demolitrice del mito cinematografico allora in ascesa). Leggi tutto…

CIELI VIOLATI alla Galleria Roma

SALVO SEQUENZIA PRESENTA: CIELI VIOLATI, di ANNA VASTA, Edizioni Ensemble

Silloge di poesie – Domenica 9 giugno 2013, ore 18.30, Galleria Roma,

Piazza San Giuseppe, 1/2/3  Siracusa

Domenica 9 giugno 2013, alle ore 18.30, alla Galleria Roma di Ortigia, il semiologo prof. Salvo Sequenzia presenterà la silloge di poesie di Anna Vasta:

CIELI VIOLATI

Edizioni Ensemble

L’attore Eugenio Patanè leggerà brani tratti dall’opera.


LA POESIA, SE RESTA.

PER UNA LETTURA DI ‘CIELI VIOLATI’ DI ANNA VASTA

di Salvo Sequenzia

Frequento ormai da anni la poesia di Anna Vasta, ed appartengo a una categoria situata a metà strada tra i suoi  antichi e nuovi lettori ed interlocutori.

Questi appunti sul suo itinerario poetico, felicemente approdato alla recente pubblicazione della silloge Cieli violati, risentono, perciò, sia della memoria del suo passato poetico, che si attesta agli anni de I Malnati (2004), di Quaresimale (2006) e di Sposa del vento (2008), sia  delle riflessioni scaturite dalla frequentazione con la poetessa e situate sull’orizzonte del poemetto Di un fantasma  e di mari (2011), da me presentato nella Galleria Roma di Ortigia nel giugno del 2011 e col quale, a mio avviso, tale itinerario poetico si è aperto ad accogliere nuove inaudite soluzioni formali, liriche ed espressive, inseminando un terreno già fertile di ‘voci’ e di «ricorrenze nascoste».
Sono rimasto, a una prima lettura, impressionato dal respiro ampio e regolare di Cieli violati, caratterizzato da una ‘partitura’ linguistica sapientemente colta, preziosa ed evocativa, percorsa da flussi nervosi, continuamente variati, pluridirezionali, ritmati in modi irregolari eppur animati da una intima sostanziale armonia di fondo, da un melos antico, da un rythmos inscritto entro le leggi segrete che governano il fluire della natura e del cosmo e la epifania della parola poetica.
Non è possibile, perciò, considerare le poesie di questa raccolta come distinte l’una dall’altra: il titolo del volumetto – ‘Cieli violati’,  verso tratto dalla poesia ‘Tenebre alte…’ –  le comprende a giusta ragione tutte, perché in tutte – anche nella variazione del disegno o negli ambagi del finissimo ordito – si modula la stessa costante lirica e si accende lo stesso nucleo centrale d’ispirazione, che scaturisce non da implorazione o da gemito, ma, al contrario, da una intelligenza di scrittura che medita continuamente l’inquietudine della parola, relegando quest’ultima nel suo luogo compositivo, situandola nella “dominante” voluta, subordinandola, quindi, al registro unitario lungo il quale discorrono le liriche.
Ciò che appare notevole, in Cieli violati, è la ricchezza di modellato interiore e di disegno, la segreta elaborazione del profondo per la quale anche l’amarezza e lo sbigottimento, il malessere cupo di «animi offesi» si sciolgono nella morsura di uno Sprechgesang, di un recitato-cantato in cui le parole affiorano dolorosamente dal silenzio, e come i “tagli” nelle tele di Lucio Fontana diventano gesto, segno, ferita, piaga e ‘piega’ nel tempo  che pone, indubbiamente, la poesia di Anna Vasta tra le voci più corrosive, inattuali e feconde del nostro tempo. Leggi tutto…

SCRITTURE VERTICALI: Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini e la “linea siracusana”

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SCRITTURE VERTICALI.

SIMONA LO IACONO, VERONICA TOMASSINI

E LA ‘LINEA SIRACUSANA’

Nel suo denso e acuto saggio il semiologo Salvo Sequenzia ripercorre le esperienze letterarie delle scrittrici siracusane Simona Lo Iacono e Veronica Tomassini cogliendo la originalità e le componenti innovative delle loro opere rispetto ad un panorama letterario nazionale piatto e privo di autenticità.
Intrecciando un discorso critico che dall’Italia post unitaria sino al secondo Novecento vede la letteratura siciliana al centro di una complessa sintesi di opposizione e di dissidenza, da cui scaturisce l’originalità e la novità di linguaggi e di espressioni narrative, lo studio di Sequenzia individua una “linea siracusana” che trova nei romanzi della Lo Iacono e della Tomassini la propria felice definizione, per la capacità di rileggere, con sguardo disincantato e senza mistificazioni, le trasformazioni, i miti e i drammi della contemporaneità, assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.

di Salvo Sequenzia

Nel settembre del 2005 l’editore Avagliano di Roma dava alle stampe “Una Sicilia senza aranci”, un libro prezioso, prefato appassionatamente da Massimo Onofri, nel quale lo studioso Ivan Pupo ha raccolto, e salvato dall’oblio, gran parte del materiale inedito dello scrittore siciliano Giuseppe Antonio Borgese. Si tratta di un materiale vario e di grande interesse: carteggi, scritti d’occasione, appunti di viaggio.
Da questa densa nebulosa è emerso il testo di una conferenza tenuta da Borgese nel 1931 fra Catania e  Siracusa, poco prima di partire per il lungo esilio americano, che racchiude e,  in un certo senso, rivela la quintessenza del rapporto che ha ambiguamente legato l’autore di Rubè alla sua terra.
Un testo, questo, circondato da un’ aura leggendaria, di cui si sapeva quel poco che Vitaliano Brancati, testimone d’eccezione, aveva riferito scrivendo sul “Popolo di Sicilia” il 26 maggio 1931. Un testo che va allineato al famoso saggio che fece da introduzione al volume del “Touring Club Italiano” dedicato alla Sicilia, col suo memorabile incipit: «Un’isola non abbastanza isola».
«Una Sicilia senza aranci» è la formula felice usata da Giulio Caprin nel suo “Ricordo di Borgese” del 1958. Il testo della conferenza siracusana  fa luce definitivamente sul “discorso” ininterrotto che lo scrittore e critico polizzano ha fatto sull’ identità isolana, sulla sicilianità della sua stessa opera, sul rapporto fecondo coi suoi illustri conterranei, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, da Rosso di San Secondo a Giovanni Alfredo Cesareo. Una sicilianità, quella di Borgese, davvero sui generis: vissuta sotto una centrifuga spinta al Nord, che ha scongiurato la visceralità di un legame vissuto da altri scrittori isolani come croce e delizia, come alimento per la fantasia ma, anche, come gabbia asfissiante, vera e propria prigione del pensiero. Da qui deriva la particolare declinazione della “similitudine” che ha fatto di Borgese uno scrittore “cosmopolita”, refrattario alla retorica delle sirene dell’ Isola.
Il testo, tuttavia, si apre a ben altre letture, e ci illumina sul complesso e travagliato rapporto che il «divergente» Borgese ebbe nei confronti della propria scrittura e su  quella “linea di opposizione” della scrittura del Sud dell’Italia, lungo la quale si attestano voci singolari della nostra letteratura fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
La narrativa siciliana, infatti, è la prima  non solo a misurare la distanza tra le speranze pre-unitarie e le delusioni successive al 1861, ma ad inaugurare una autentica “linea” letteraria di opposizione rispetto a come si è andata configurando l’Italia unita. Basta aprire le pagine dei romanzi di Verga, di De Roberto di Tomasi di Lampedusa e di Pirandello per comprendere facilmente i temi ed i motivi che fecondano una scrittura originale, nuova, critica e dissidente e che muovono questi autori a raccontare, per esempio, che cosa significhi l’Italia unita per le classi sociali più povere della Sicilia, come nel caso de I Malavoglia; o a pubblicare, come nel caso di Federico De Roberto, il primo romanzo politico dell’Italia unita, I Viceré, storia della famiglia nobiliare degli Uzeda tra il 1855 e il 1882, e che De Roberto, avrebbe poi  proseguito a raccontarne la storia nel romanzo intitolato L’Imperio, il primo romanzo che  inaugura la “letteratura parlamentare” nazionale, che si forma all’indomani dell’apertura del primo Parlamento unitario. Per non parlare di Pirandello, che pubblica uno dei romanzi meno conosciuti della nostra tradizione letteraria, I vecchi e i giovani, violento atto di accusa contro lo Stato unitario: un violento atto d’accusa lanciato, ancora una volta, dalla Sicilia.
Questa “linea di opposizione” al potere istituzionale e ai falsi miti sociali  che la storia, con le sue imposture  e le sue iniquità, perpetra ai danni degli individui, sarà l’eredità più tormentata e cogente che si consegnerà al secondo Novecento letterario siciliano ed alla pagine di altri «divergenti» come Fiore, Savarese, Ripellino, Pizzuto, Sciascia, Addamo, Consolo, Bufalino.
Da tale humus fertilissimo germoglieranno, in seguito, le interessanti e significative esperienze narrative di Livio Romano, Francesco Piccolo, Giulio Mozzi, Gaetano Cappelli, Antonio Pascale; e, più tardi, ai giorni nostri, quelle di Ottavio Cappellani, Salvatore  Scalia, Massimo Maugeri, Silvana La Spina, Silvana Grasso, Roberto Alaimo, Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini.
Esperienze, queste ultime, che si muovono tra la contingenza del dato reale  e la capacità di trasfigurare tale dato in simbolo, in figura, in condizione universale: segnali vitalissimi, irriducibili ad ogni pretesa  di  categorizzazione; testimonianza di una “urgenza” conoscitiva e demistificante e di una talora  “impietosa” tensione gnoseologica, morale.
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Una passeggiata nei boschi narrativi ricordando Chiara Palazzolo

NEL BOSCO DI AUS: Un passeggiata nei boschi della scrittura per ricordare Chiara Palazzolo, a qualche mese dalla sua scomparsa

Giovedì 20 settembre 2012, ore 18.30

La scrittrice nostra conterranea amava i boschi e li frequentava assiduamente, alla ricerca di momenti di serenità e di ispirazione.
Con i boschi, con la loro “aura” e le loro suggestioni, Chiara Palazzolo aveva intessuto un fecondo “menage”, che dalla vita rimbalzava nella sua scrittura, depositandosi in una narrazione di limpidezza e musicalità fluviale, ed in una capacità di raccontare “antica”, “favolosa”, che al bosco, ai suoi miti, ai suoi personaggi ed alle sue leggende attingeva un ricco repertorio metaforico e simbolico.
Fantasmi, streghe, gatte parlanti, “sopramorti” e personaggi turbati da “malesseri” ed angosce ancestrali popolano l’universo narrativo di Chiara Palazzolo, da I bambini sono tornati a Nel bosco di Aus, passando per la fortunata trilogia di Mirta-Luna, l’eroina “gotica” protagonista dei romanzi Non mi uccidere, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue.
L’opera di Chiara Palazzolo rappresenta una profonda rivisitazione del genere fantasy, che la scrittrice innova in modo originale “dal di dentro”, importando non solo elementi del romanzo tradizionale, di quello gotico e della narrazione carrolliana, ma innestando motivi, personaggi e metafore appartenenti a generi letterari antichissimi radicati nell’immaginario narrativo europeo.
Una scrittura felice, musicalissima e venata di preziose sfumature “alte”, unita ad una grande capacità di raccontare le angosce ed il disorientamento della contemporaneità, lo “straniamento” dell’uomo dalla propria corporeità e l’anelito al mistero della natura, costituiscono la cifra saliente dell’opera di Chiara Palazzolo, insieme alla capacità di muoversi su più registri narrativi, secondo una modalità “polifonica”, anzi, “dodecafonica”, straniata e dissonante, che conferisce alla scrittura stessa un sapore “acido”, stridente, ferroso.
Al suo ultimo romanzo, Nel bosco di Aus, scritto strappando alla eccezionalità della dimensione della malattia una visionaria e incantata dimensione onirica ricostruita dentro un bosco popolato di misteriose presenza – Aus, contrazione di Abyssus – Chiara Palazzolo affida il suo ultimo messaggio. Questa storia rivisita tutti i modelli, i temi e le immagini riferite al bosco, che la scrittrice eredita dalla tradizione letteraria occidentale, dal medioevo alla grande narrativa del Novecento, primi fra tutti Buzzati e Calvino.

Salvo Sequenzia Leggi tutto…