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RICATTO ALLO STATO, di Sebastiano Ardita

Ricatto allo Stato. Il «41 bis», le stragi mafiose, la trattativa fra Cosa Nostra e le istituzioniSebastiano Ardita, “Ricatto allo Stato”

di Marinella Fiume

“Ma in questa scivolosa materia i misteri sono tanti e le certezze davvero poche, a parte quella di avere fatto fino in fondo il proprio dovere (S. Ardita, “Ricatto allo Stato”, pag. 116).” Fare il proprio dovere: è la parola chiave di questo libro che descrive con grande umiltà l’assoluta onestà dell’autore e del magistrato, tanto alieno da ideologizzazioni, da lasciare i fatti parlare, quasi senza sovrapporsi ad essi e lasciando il giudizio al lettore. Un atteggiamento di onestà intellettuale tale da non prestare il fianco a nessuna accusa di strumentalizzazione, anche quando il magistrato dice pane al pane e vino al vino. Allo stesso modo, non c’è nessuna enfasi quando parla delle sue azioni spesso pericolosissime. Eppure, di questi fatti relativi – e non solo – al regime carcerario del carcere duro per i mafiosi, per impedire che essi lanciassero messaggi di morte all’esterno, egli è stato uno dei maggiori protagonisti, se non il protagonista. Almeno nella travagliata storia del 41 bis. E pur nel suo ruolo di primissimo piano, non credo che egli sia stato mai tentato dalla politica, così come non ha mai amato i riflettori puntati sulla sua persona. Una sola punta di orgoglio, più che mai giustificata, nella prima pagina di sapore autobiografico: “Appartengo alla specie dei giudici-ragazzi del 1991, quella di chi è entrato in magistratura a ridosso delle stragi. Idealisti per necessità e convinti che, dopo quell’inferno, sarebbe stata sempre primavera”…
Permettetemi però qualche considerazione letteraria, perché il libro in questione lo merita. C’è in questo libro una quantità di registri che rendono vivace e letteraria la scrittura: dalla autobiografia, alle numerose pagine narrative che denotano il sicuro possesso dei mezzi espressivi, alla storia giudiziaria, alla “crime story”, alla cronaca dettagliata dei fatti fino alle intercettazioni telefoniche, allo studio della psicologia dei personaggi, i potenti tra la mafia e lo Stato, e i detenuti, non tutti mafiosi, verso i quali ultimi va spesso la “pietas” del magistrato, nella consapevolezza che la situazione delle carceri è spesso così drammatica – per via del sovraffollamento – che la pena smette il suo ruolo rieducativo che essa ha a buon diritto nella nostra Carta Costituzionale.

ardita
Ma è anche un libro di preziosa testimonianza memoriale: “Vorrei che questa memoria non si perdesse, che non si perdesse la tradizione di coraggio che si formò in quell’epoca, unita a quel desiderio ardente di migliorare la vita dei detenuti”, con riferimento a una scuola di magistrati che lo hanno preceduto nell’ufficio detenuti, “tutti magistrati – è la conclusione del libro di Ardita – dell’amministrazione penitenziaria accomunati dalla stessa passione e mai separati da correnti, fazioni, ideologie. Tutti convinti del principio che noi magistrati siamo sempre dalla parte della legge. Tutti con il culto della memoria. Perché un’istituzione, un corpo, una società che non hanno memoria non possono avere nemmeno un futuro.” (pag. 169). E credo che il libro si legga anche con commozione nella memoria dei tanti magistrati vittime dello stragismo mafioso a cui va il nostro pensiero grato e commosso. Perché dal momento delle stragi mafiose di Falcone e Borsellino, anche la società civile ha fatto sentire la sua rabbia, il suo sdegno, la sua volontà di non delegare interamente allo Stato o ai professionisti dell’antimafia, la sua solidarietà con chi sta davvero in prima linea nella lotta alla mafia. “Sai, – ebbe a dire Falcone a Borsellino pochi giorni prima di essere trucidato a Capaci con la moglie e i ragazzi della scorta – sento che la gente fa il tifo per noi!” Ed ebbe a riferirlo Paolo Borsellino poco prima che le bombe mafiose lo trucidassero con gli agenti della scorta mentre faceva la consueta visita alla madre in Via D’Amelio…
È pesante dunque l’eredità che questi giovani magistrati si sentirono e si sentono addosso, per questo non bisogna lasciarli soli!
“Senza Stato la mafia sarebbe già morta”: è in sintesi il contenuto del libro che, scritto nel 2011, ha il suo prosieguo nel recente memoriale del pool di Palermo sulla trattativa Stato-mafia vista dalla Procura, la storia dei due anni che hanno cambiato il Paese all’insegna della convivenza con i poteri criminali. La memoria del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e dei pm Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, è la ricostruzione del percorso investigativo che ha portato i pm a chiedere il processo per sei uomini dello Stato e sei capimafia, insieme sullo stesso banco degli imputati. Venti pagine che illustrano al gup Piergiorgio Morosini l’indagine che, tra polemiche e accuse ai magistrati, ha provocato lo scontro istituzionale con il Quirinale. È il racconto di ciò che accadde nei sotterranei del potere tra il ’92 e il ’94 quando, sotto la minaccia dello stragismo, i massimi esponenti delle istituzioni abdicarono al loro ruolo di contrasto e all’azione repressiva contro le cosche e, con un cedimento senza precedenti, scelsero la linea “morbida” per salvare la vita a un pugno di parlamentari finiti nella lista dei sicari mafiosi. La Procura di Palermo – sede naturale del processo perché le minacce a Mannino, primo segnale di violenza al governo Andreotti, sono avvenute a Palermo così come l’omicidio Lima, primo atto di esecuzione di quelle minacce – denuncia quella malintesa e mai dichiarata “ragion di Stato” che ha fornito un’apparente legittimazione alla trattativa e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali.
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