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L’ORA SOSPESA di Vincenzo Consolo (recensione)

“L’ORA SOSPESA e altri scritti per artisti” di Vincenzo Consolo (a cura di M. A. Cuevas – Le Farfalle edizioni)

[Leggi l’omaggio di Letteratitudine dedicato a Vincenzo Consolo]

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di Sebastiano Burgaretta

Quindi per gradi, per lenti processi discendiamo in spazi inusitati (dimenticammo l’ora, il punto del passaggio, la consistenza, la figura d’ogni altro; dimenticammo noi sopra la terra, di là della parete: al confine bevemmo il nostro lete). Ora, in questa luce nuova – privazione d’essa o luce stessa rovesciata, frantumo d’una lastra, rovinìo di superficie. Sfondo infinito, abissitade – in nuovi mondi o antichi, in luoghi ignoti risediamo. O ignote forme, presenze vaghe, febbrili assenze, noi aneliamo verso dimore perse, la fonte ove si bagna il passero, la quaglia, l’antica età sepolta, immemorabile.
E in questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccichìo di quell’oro, è possibile ancora la scansione, l’ordine, il racconto? È possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all’ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono?
E tuttavia per frasi monche, parole inadeguate, per accenni, allusioni, sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione[1].

Questa lunga citazione è l’incipit dello scritto che dà anche il titolo al libro L’ora sospesa, di Vincenzo Consolo, raccolta di articoli, brevi saggi, presentazioni di mostre curata con una sapiente scelta di testi, peraltro approvata e postillata negli ultimi suoi mesi di vita dallo scrittore di Sant’Agata Militello, dal critico e italianista spagnolo Miguel Ángel Cuevas. Questi ha arricchito il volume con un accurato apparato di note informative e critiche che colgono ed evidenziano il ruolo non secondario dei testi compresi nel volume, edito dalle edizioni Le Farfalle del poeta e raffinato editore Angelo Scandurra. Ho voluto riportarla, perché mi pare evidente che in essa risieda la cifra chiara, ineludibile non solo di questo libro ma anche dell’intero cammino letterario dello scrittore e narratore-poeta che è Consolo. Non si tratta, come potrebbe suggerire la tipologia specifica degli scritti, soltanto del tempo sospeso, dell’attimo necessario a catturare un’emozione, una sensazione da fermare con lo scatto della macchina fotografica o da dilatare col pennello su una tela. In essa è contenuta la metafora della ricerca continua che, fra tappe e soste, parola e afasia, luce e lutto, illusione e disinganno, lo scrittore e narratore ha svolto in ambito letterario con una rara e sofferta identificazione tra pagina e vita. Leggi tutto…

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QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, di Maria Lucia Riccioli (la prefazione del libro)

Pubblichiamo la prefazione, firmata da Sebastiano Burgaretta, del volume di versi QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, di Maria Lucia Riccioli (Algra editore). Il booktrailer del libri è disponibile qui…

Il libro sarà presentato domenica 26 alle ore 18 presso il Centro Studi di Tradizioni Popolari Turiddu Bella di Viale CADORNA 160 a Siracusa (sarà presente l’autrice).
Interverranno Maria Bella e Sebastiano Burgaretta.
Letture a cura di Dominella Santoro e di Maria Lucia Riccioli

ARIA FRESCA

di Sebastiano Burgaretta

Aria fresca, che pure sa d’antico e che d’antico serba la fragranza, è quella che si respira e si gusta leggendo questi racconti in versi di Maria Lucia Riccioli, la quale in essi si rivela narratrice, anzi poetica raccontatrice, d’antico stampo popolare, quasi una specie di contastorie in proprio, aggiornata cioè al tempo d’oggi e quindi libera nel piegare il ricco patrimonio lessicale siciliano all’esigenza della comunicazione che la vita attuale impone. L’affabulatrice attenta e documentata, che i suoi precedenti lavori e le sue performance artistico-culturali lasciavano intuire, qui si rivela a tutto tondo.
L’aria fresca che circola in questi versi è quella del Vangelo col suo eterno messaggio di salvezza e di sapienza, sempre vivo e attuale in ogni tempo e per ogni uomo.
Il sapore dell’antico emana dalla valenza creativa e salvifica della parola qui declinata nel siciliano verace di matrice popolare usato, da una parte, e nello speciale registro da cantastorie affabulante adottato, dall’altra. Perciò il lettore si trova evangelicamente invitato a gustare vino d’annata conservato in botti di rovere collaudate in tutta sicurezza.
I racconti della Riccioli si enucleano e si sviluppano in un preciso contesto socio-antropologico di riferimento e assumono la funzione di tante antiparità, nell’accezione guastelliana del termine parità, la cui prospettiva in questa caso dalla Riccioli viene rovesciata. Trionfa, infatti, non la terrena logica dei villani siciliani, cui pure San Pietro, che con Gesù è il protagonista di gran parte dei racconti, sembra strettamente imparentato, ma quella celeste del Vangelo con l’avallo della persona stessa di Cristo. Siamo, in effetti, davanti non a delle “parabole” come quelle presenti nel Vangelo e narrate da Gesù, ma a parabole=parità sapienziali nelle quali Gesù in persona è protagonista, quasi sempre assieme a San Pietro. Gesù pertanto appare come trascinato e coinvolto in un processo di umanizzazione spicciola ad opera di Pietro, indotto quasi nella logica del mondo, senza comunque restarne schiacciato né condizionato. Da qui l’esito complessivo da “antiparità” e la conseguente fisionomia propria di questi racconti=aneddoti, nei quali vive il vangelo popolare, narrato per bocca di una contastorie, nel quale Gesù stesso è protagonista e non narratore-annunciatore. Per questo i racconti vanno letti ad alta voce e, per così dire, eseguiti con una loro propria cadenza e tono da racconto popolare, in fedeltà e in coerenza con un’antica tradizione nostra di Sicilia, cui attingono anche sul piano contenutistico.
Ѐ il prologo, in dodici versi distribuiti in tre quartine a rima incrociata, ad annunciare, con il tono amichevole e accattivante del cantore popolare, l’intendimento, ludico e didascalico al tempo stesso, dell’intera silloge dei quattordici racconti, tutti quanti musicalmente modulati sul ritmo eufonico e conquidente della rima baciata.
L’humus del quale si nutrono questi racconti della Riccioli è puramente terreno, è quello in cui domina la logica del mondo così bene scandagliata dal filtro sapienziale del Qohelet. Come avviene nel testo biblico anche qui, per dirla con Brunetto Salvarani, è contemplata la vastità dell’esistenza “sotto il sole”, producendo una vera e propria teologia dal basso, per cimentarsi in una faticosa navigazione, nelle acque tumultuose del vivere nell’oggi”( Qohelet, un eretico nella Bibbia?, Santocono editore 2014): Cu santa pacienza ‘u fici sfogari/ e poi ‘u Signuri accuminciò a parrari:/ «Angilu miu, ora sì ca va beni./ ‘U sacciu, tu penzi ca nun cummeni/ vìviri ‘n terra na ‘sti cundizioni./ N’’o munnu ci su’ ‘i tinti e ci su’ ‘i boni./ Nun è ‘nu ‘Nfennu o ‘na cella ‘i tuttura,/ ma nun è mancu ‘na villeggiatura./ Stari ddà nun è ‘nu divittimentu:/ suffriri e luttari è pi ‘nsignamentu./ Ѐ comu se si pajassi ‘n pedaggiu,/ è scola ‘i vita, ‘u prezzu p’’o passaggiu/ ‘n Pararisu, unni ogni guerra è finuta/ e ‘a luci r’’a virità nun s’astuta»./ L’Angilu a ‘ssu riscussu si cuitò,/ nun prutistò cchiù e l’ali s’’i calò./ “ Fossi è giustu ca ‘u munnu ha’ gghiri accussì…/ Sulu tu, Diu, po’ sapiri picchì”.(Chianci e riri).
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VOCI ALTRE, di Sebastiano Burgaretta

https://i1.wp.com/www.melinonerella.it/wp-content/uploads/2012/11/voci-altre.jpgPubblichiamo la prefazione della silloge di Sebastiano Burgaretta “Voci Altre” (Melino Nerella) firmata da Paolo Di Stefano. Di seguito, alcune poesie dell’opera gentilmente offerte dall’autore per Letteratitudine.

Dalla prefazione di Paolo Di Stefano

Nei luoghi oscuri del martirio

«Stu strazzu i dignità nul-l’agghiu persu!». ‘Sto straccio di dignità non l’ho perso, endecasillabo dalla sonorità tutta in salita, aspra, disperata ma insieme liquida e liberatoria, che può riassumere il senso profondo di questa raccolta poetica. C’è un io che urla, è una voce che cala sulla società “perbene” come da un altro mondo (oscuro, tenebroso), c’è l’orgoglio di chi promette a se stesso un riscatto e la rabbia di chi chiede agli altri fiducia e compassione, partecipazione.
Ma a chi appartengono e da dove provengono queste “voci altre” che raccontano, implorano, sperano, denunciano? Immaginate un luogo di detenzione, un luogo chiuso da alti muri e cancelli, un bunker inaccessibile che raccoglie e isola l’umanità dei margini, l’umanità varia che ha sbagliato (poco o tanto), l’umanità da punire e da redimere. Dal carcere – santuario di dolore, incandescente nucleo originario di esperienze, di linguaggi, di narrazioni, di sofferenza e di risentimento ma anche di illusioni e di sogni a occhi aperti – si leva un coro babelico; su fondo italiano si aprono continui squarci di siciliano, ebraico, arabo, spagnolo, greco…: è il crogiuolo stesso della molteplice microrealtà carceraria auscultata dal poeta (visitatore discreto e insieme interlocutore partecipante), e restituita al lettore con il rispetto sacrale di chi è certo che non c’è diversità (linguistica, etnica) che non meriti cittadinanza, non solo nella poesia. Dunque, ciascuno a suo modo narra se stesso, le proprie paure, la propria alterità, la propria lontananza, il proprio isolamento: al poeta non spetta che l’ascolto silenzioso, che dispone all’empatia e alla necessità della restituzione. Solo nel silenzio può avvertire a poco a poco che la dissonanza diventa armonia, le singole voci finiscono per integrarsi, si riconoscono complementari (“complementare” è l’aggettivo che chiude il libro), la molteplicità non è contrasto ma diventa fusione. Leggi tutto…