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SIBBER, di Walter Nardon

SIBBER, di Walter Nardon
(Effigie, 2014)

recensione di Claudio Morandini

Sibber” di Walter Nardon (Effigie, 2014) è uno strano romanzo in cui sembra non accadere nulla, e invece accadono molte cose, tutte importanti come lo sono le cose che danno colore e qualità alla vita delle persone comuni. Sibber è per l’appunto un uomo comune che ha superato la mezz’età e di cui all’inizio non sappiamo gran che, se non che ha attirato l’attenzione dell’io narrante per una certa sua capacità di stare al mondo, di misurarlo e impreziosirlo con la grazia dei gesti e delle parole. A lui l’io narrante chiede all’inizio di partecipare a un esperimento: portare una valigia attraverso un certo percorso cittadino e farsi osservare da una certa distanza. Lo “studio” – tra la curiosità del sociologo, dell’antropologo, e quella dell’artista, o del bambino – non sembra avere altro scopo, ma finisce per confermare le qualità di Sibber, qualità sovrumane e insieme comuni, come quella di dare senso agli oggetti che tocca, agli ambienti che visita. La seconda parte del romanzo si sofferma sui preparativi di un adeguato ringraziamento per l’opera prestata da Sibber – preparativi che coinvolgono Helga, la donna quieta e curiosa con cui l’io narrante ha una relazione, la sorella di lei, il ragazzo della sorella, e che si concretizzeranno in un pomeriggio a casa di Sibber, il quale si rivela, assieme alla moglie, anche artista. Mi rendo conto, a questo punto, che il semplice riassunto rischia di non trasmettere il valore di questo romanzo, che non sta nell’intreccio, ma piuttosto nella fuga dall’intreccio, nella dimensione contemplativa che carica di un senso particolare oggetti comuni, gesti consueti e vite modeste. Restiamo anche noi affascinati, come l’io narrante, a osservare i semplici eppure fondamentali gesti di Sibber, e ci sentiamo colti dal presentimento di una rivelazione – laica, modesta, anche dimessa, ma non meno importante – che anche nella nostra vita, anche nella più quieta e ritrosa, sia possibile toccare momenti di felicità pura, in cui tutto acquisisce equilibrio e armonia, e gli screzi e i dissapori del mondo sfocano, le malinconie si ridimensionano, le angosce possono essere accolte come piccole irregolarità all’interno di un mondo di sostanziale bellezza.
La luminosità di Sibber, il suo potere “festivizzante”, contagia anche coloro che sono in contatto con lui, anche, per dire, il cane, un bassotto che sembra attraversare il mondo (cioè la cittadina senza nome in cui si svolgono le vicende) con la stessa “dignità onesta e dimessa” del padrone: “Per lui, come per Sibber, non esisteva una situazione, ma solo il progressivo venire in luce di una materia oscura che si animava”.
“Sibber era davvero eccezionale” annota il narratore, incantato. “Avanzava con un passo quasi signorile, ben lontano da quello del facchino che aveva pensato di sentirsi quando gli avevo assegnato l’incarico”. Egli porta quella valigia come se fosse sempre stata sua, come se ne conoscesse il contenuto, come se rivivesse la quotidianità in una dimensione di quieta eccezionalità: “Credo che in quel momento la sua fantasia sia riuscita a concepire che la normalità, vissuta nella sua dimensione più comune, è la dimensione nella quale si celano un po’ tutti i misteri”. Ogni oggetto da lui toccato reca in sé per sempre “la sua impronta, un’impronta augurale”.
L’autorevolezza di Sibber, “autore definitivo di gesti quotidiani”, nel compiere le azioni più elementari e nel caricarle di un significato straordinario, secondo una sua “modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta”, porta le cose oltre i loro confini comuni, le rende “memorabili”. “Sibber poteva rendere esemplare e memorabile perfino il gesto di aprire una porta” ci dice il narratore; “preso in mano un oggetto sapeva scorgerne, in maniera misteriosa, la storia della materia”. Leggi tutto…