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ANNA BANTI

La vita e le opere di Anna Banti, una delle regine della letteratura italiana, a 35 anni dalla sua morte (articolo di Simona Lo Iacono – illustrazioni di Rossella Grasso)

imageLa scrittura era quindi l’abito da indossare, l’unico capace di definirla

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di Simona Lo Iacono

Il nome se lo era scelto, e lo aveva voluto fiero, sonante. E al suo, che considerava banale – Lucia Lopresti – aveva sostituito quello di Anna Banti, prendendolo a prestito da una parente della famiglia della madre.
Nata a Firenze il 27 giugno 1895 da Luigi Vincenzo, avvocato delle Ferrovie, e da Gemma Benini, originaria di Prato, Anna aveva vissuto un’infanzia da figlia unica, solitaria e poco compresa dalla madre, che le aveva consentito di saggiare, fin da piccolissima, il rimedio consolante della scrittura. Come farà dire a uno dei suoi personaggi femminili, Stefanella, “il nero su bianco è un rischio, ma anche un esorcismo”.
La scrittura era quindi l’abito da indossare, l’unico capace di definirla, anche se all’esterno ostentava una figura impeccabile, tailleurs di rigorosa e buona sartoria, un’eleganza compassata e sobria. Ma dentro, era tutto un sommovimento di forze, uno scandaglio lacerante su stessa e – tramite se stessa – sull’esistenza di tutte le donne.
E di donne scriverà sempre.
Laureatasi in lettere, nel 1924 sposò il critico e storico dell’arte Roberto Longhi, che era stato suo professore al liceo Tasso di Roma e col quale aveva intrecciato sin dal 1915 un’intensa relazione. Leggi tutto…

PASSAGGI DI DOGANA: una collana tra luoghi e letteratura

Passaggi di dogana. La linea editoriale di Giulio Perrone Editore che fa viaggiare leggendo

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di Simona Lo Iacono

Un luogo non è mai solo un luogo. Porta in sé tutto ciò che gli uomini vi hanno posato sopra, i piedi scalzi, le lacrime, il sangue. Sorregge le loro case, la quotidianità e la eccezionalità degli eventi. Si impregna dei versi dei poeti, delle delusioni degli erranti, delle preghiere dei fedeli, dell’astio degli sfrattati.
Un luogo è anche una persona. Quando quella persona lo incarna al punto da fare dei propri capelli arpioni al cielo, delle gambe tronchi trafitti alla terra, delle braccia ali dispiegate.
E così accade che evocando un nome, si pensi alla città. Per esempio, Dante è Firenze, Leopardi è Recanati, Manzoni è Milano, Sciascia è la Sicilia.
Oppure un luogo è una parola. Antica o rimodernata. Supplice o estatica. Risolutiva o senza sbocco. Anche le parole identificano i luoghi, e i luoghi le parole.
E poi il luogo è nostalgia. Di coloro che lo lasciano per cercare fortuna. Di coloro che vi restano, sognandolo migliore. Un luogo è ciò che ci basta e ciò che ci manca. Leggi tutto…

SETTE OPERE DI MISERICORDIA di Piera Ventre (recensione)

“Sette opere di misericordia” di Piera Ventre (Neri Pozza)

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di Simona Lo Iacono

Misericordia è una parola misteriosa, che racchiude in sé molti corpi. Corpi da dissetare, da vestire, da curare. Corpi a cui dare da mangiare e a cui elargire ospitalità. Corpi da accompagnare nel trapasso, o a cui sussurrare da dietro le sbarre. In ogni caso, corpi nudi e prigionieri di un bisogno, che hanno molto a che fare con il trauma di venire al mondo e di sopravvivere in esso.
Non è un caso che in ebraico la parola si traduca con il sostantivo rahamîm, utero. Perché la misericordia, prima di tutto, è un ventre, è una madre.
Ed è quindi la vocazione della misericordia quella di spandersi sulle necessità. Di richiamare la fragilità. La falla. La stramatura potente e necessaria per traghettare il corpo verso il sollievo.
Senza imperfezione, non può esserci misericordia.
Ecco perché la città che più attira le grazie è Napoli. Con le labbra aperte del Vesuvio che boccheggiano fumo e sbadigliano in faccia al Padre Eterno. Con la connivenza naturale tra altezza e bassezza, fasto e povertà, vita e morte. Con la sua segreta assonanza ai misteri della misericordia. Con il talento indomabile di farsi madre di tutti, dei femminielli dalle unghie pittate, delle prostitute coi lacrimoni sotto l’ombretto, delle vicine di casa urlanti e medicamentose. Leggi tutto…

LA LICENZA di Mario Falcone (recensione e intervista)

“La licenza” di Mario Falcone (Oakmond Publishing)

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di Simona Lo Iacono

Il viaggio inizia.
Enea Crisafulli lo decide dopo notti visionarie, lasciandosi alle spalle il sommergibile che lo ha portato a vivere una guerra sommersa, affogata dal mare.
Sarà forse perché uccidere non gli pare più un dovere a cui obbedire, e il sangue versato lo interroga sul senso di quell’immane distruzione, sul mistero di ogni guerra.
Una cosa, però, è chiara. Da qualche giorno, fiuta un pericolo che aggredisce quanto ha di più caro. Che pare fagocitare non solo una persona, ma un intero mondo.
Sua madre.
Il sogno è sempre lo stesso. Un’idra dalle fauci aperte sembra ingoiarla, e lui è ammorbato da un incubo che non lo lascia più, che gli mette addosso un senso di minaccia incombente. Basta, non può più resistere e decide di partire.
Ottiene la licenza.
Con quest’atto formale, che sugella una sorta di pausa drammatica mentre l’Italia è cosparsa da rovine e si avvia verso l’armistizio, Enea Crisafulli inizia una lunga discesa da Pola verso la Sicilia.
E’ un siciliano fiero, figlio unico di genitori che si sono amati visceralmente, Mimmo e Gemma. E’ stato cresciuto da frotte di parenti amorevoli, in una Sicilia calda e profumata, dove ha sognato e ha covato il sentimento della Patria.
Quando il padre Mimmo muore in un incidente, non si tira indietro. Interrompe gli studi, si improvvisa uomo di famiglia. Cerca di restituire alla mancanza uno sfogo di autentica gratitudine. Leggi tutto…

LE COSE DA SALVARE di Ilaria Rossetti (recensione)

“Le cose da salvare” di Ilaria Rossetti (Neri Pozza)

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di Simona Lo Iacono

Un pericolo che sta per travolgerci. Un taglio, netto e rovente, con le abitudini del passato. Il tempo che cambia e innalza uno svettante edificio tra il prima e il dopo. Il colpo d’accetta ci spacca come un tronco.
È la vita, quando decide di rivelarsi per quello che è. Fragile, precaria. E bellissima. Ma di una bellezza disperata e mai veramente accolta nell’attimo in cui si manifesta. Una bellezza destinata ad essere sempre rimpianta, e che riesce a parlare in tutta sincerità solo se viene perduta. E allora intona il suo vero linguaggio. Quello della nostalgia.
Così come nell’Italia di questi giorni, martoriata dall’epidemia, nel magnifico libro di Ilaria Rossetti (“Le cose da salvare”, Neri Pozza), ciò che era ordinario, si rivela straordinario. Ciò che si viveva con noia, vibra di mancanza. Il tralasciato evolve in sublime. E pesano i baci non dati. Gli abbracci negati. I rituali rinviati. Improvvisamente le cose si trasformano in testimoni. E i testimoni sono i custodi dei ricordi. Leggi tutto…

Pensieri e parole ai tempi del coronavirus # 12 (di Simona Lo Iacono)

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

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di Simona Lo Iacono

Eccolo, il tempo delle cose accantonate.
Riemergono, ed è come diceva mia nonna, figlia della guerra, che non buttava niente perché “po’ sempri serviri”.
L’esercito dell’interrotto prende a reclamare.
Libri acquistati per momenti migliori. Foto inserite frettolosamente tra le pieghe delle pagine. Gomitoli di lana pronti, da anni, ad aggrovigliarsi in una maglia.
Tutto sbuca fuori, tutto si fa attuale.
In ciò che avevo tralasciato, adesso vivo.
Le ore tornano a collocarsi là dove sono nate. E dove sono dirette. Nell’eterno.
Trovo amore nel tradimento. Salvezza nell’errore.
E a tutto do un nome.
E’ stata mia nonna a insegnarmi a nominare le cose. Anche quelle che non servono più, anche quelle destinate a morire. Leggi tutto…

PRANZI DI FAMIGLIA di Romana Petri (intervista)

PRANZI DI FAMIGLIA di Romana Petri (Neri Pozza)

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recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre mettersi a tavola è un rito che attira il mistero. Già nelle civiltà primitive consumare il pasto apparteneva all’area del sacro, perché mangiare voleva dire avere sconfitto la fame, e quindi la morte, allestire una festa, sopravvivere grazie a una benedizione.
I greci ai propri banchetti invitavano sempre gli dei, e i partecipanti spirituali erano più numerosi di quelli reali.
Il cibo si adattava ai convitati: agli uomini andava la carne dell’animale sacrificale, la materia che avrebbe innervato il loro sangue. Agli dei, i fumi, gli aromi che bruciavano nell’ara, e che si invettavano fino alle nuvole.
Con quei vapori l’uomo si lavava dalla colpa di avere ucciso per restare vivo, cercava di far dimenticare che il sacrificio non era che una macellazione, indispensabile per consentirgli di continuare a esserci.
Dunque, riunirsi a tavola, è più che un atto quotidiano. E’ rito, coniuganza del senso della vita e dell’eterno, intuizione di oscurità e luce, di menzogna e verità.
Romana Petri lo sa perfettamente.
Nel suo ultimo, bellissimo, romanzo, “Pranzi di famiglia” (ed. Neri Pozza), il pranzo famigliare è riunione intorno ai vivi, ma soprattutto ai morti, è atto comunitario, ma anche urlo di solitudine, è appello al vincolo di sangue, ma anche a chi quel vincolo ha tradito, a chi lo ha violato, a chi – come agnello sacrificale – ha preferito macellare gli innocenti sull’altare del proprio io. Leggi tutto…

NON HO TEMPO DA PERDERE di Giuseppe Artino Innaria (intervista)

Intervista a Giuseppe Artino Innaria, autore di Non ho tempo da perdere (Prova d’Autore)

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di Simona Lo Iacono

Un esordio letterario sorprendente, quello di Giuseppe Artino Innaria, magistrato del Tribunale di Catania, e – da sempre – lettore appassionato. Il suo romanzo, “Non ho tempo da perdere” (che vede la luce per i tipi di Prova d’autore, grazie alla stoffa  da vero scopritore di talenti di Mario Grasso [entrambi nella foto in basso: ndr]) trascina il lettore nel grembo delle irrequietezze di un uomo dei nostri tempi, alle prese con i risvolti – spesso dirompenti – della ricerca di senso.

Il libro (già presentato a Siracusa il 6 Aprile presso la sala convegni ISISC, e impreziosito dagli interventi, nel ruolo di relatore dal prof. Massimiliano Magnano, e dall’interpretazione del bravissimo attore Sebastiano Lo Monaco che ha letto i testi), è stata l’occasione gradita per volgere all’autore qualche domanda.

– Caro Giuseppe, da quale ispirazione nasce il romanzo? Leggi tutto…

LE STRAORDINARIE BILOCAZIONI DI LILY BELLS di Valentina Ferri (intervista)

LE STRAORDINARIE BILOCAZIONI DI LILY BELLS di Valentina Ferri (L’iguana editrice)

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di Simona Lo Iacono

Lily Bells si acquatta tra le lenzuola con un libro in mano. Si stiracchia sorridendo alle ombre e pregustando le peregrinazioni che – a breve – le concederà la notte. Non si allarma per ciò che gli altri definirebbero realtà. Per lei, ogni evento ha la possibilità di essere letto. Di essere interpretato in un modo inusuale. Persino di evolversi in una visione.
Dunque, senza troppo interrogarsi sul perché le capiti di spostarsi da un luogo all’altro in una manciata di secondi, inizia il rituale della lettura notturna.
Lily ad altri potrebbe sembrare un’eccentrica. Disegna pappagalli per tappezzerie, festeggia i compleanni di bambini immaginari, raccoglie gatti e indossa guepiere. Inoltre, quando legge, va in bilocazione, si ritrova catapultata nella Spagna di Filippo IV, oppure rinchiusa in un sotterraneo dove attende di essere arsa sul rogo come strega.
Insomma… chi è Lily Bells?
Lo chiedo alla sua autrice, la bravissima Valentina Ferri, che in questo nuovo libro, “Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells” (L’iguana editrice), è riuscita a creare un personaggio bizzarro ma anche incredibilmente tenero, perché se c’è una qualità che colpisce il Lily è proprio la sua disarmante innocenza.

-Valentina, parlaci di Lily. Come nasce questa incantevole creatura? Leggi tutto…

LIBERACI DAI NOSTRI MALI di Katya Maugeri (recensione)

LIBERACI DAI NOSTRI MALI di Katya Maugeri (Villaggio Maori Edizioni)

di Simona Lo Iacono

Il cancello è sempre il primo simbolo, anche in paradiso.
Per accedere sia al bene che al male, sia nel luogo della privazione che in quello della pienezza, bisogna avere una chiave.
Poi l’apertura. Che – nel secondo caso – è ferrosa e affaticata. Un attrito contro le giunture. Lo sforzo allucinato di una gazza rinchiusa nella trappola, che tossicchia un ultimo canto.
Entrare in carcere è sempre un trapasso tra mondi. Non un semplice andare verso luoghi. Ma un’espiazione al male della normalità. Un rovesciamento di sguardo.
Quando le guardie penitenziarie trascrivono il tuo nome sul registro di ingresso, hai acquisito – sia pure transitoriamente – l’identità degli sbagliati. Dei limitati.
Sei il minotauro che si aggira irrequieto tra i muri di Minosse.
I corridoi possono variare. Ne ho visti di tutti i tipi.
Al carcere di Brucoli sono dipinti. Un detenuto ergastolano ha trasformato ogni superficie in una finestra affacciata all’esterno. Ha colorato la realtà che i suoi occhi riescono ancora a vedere.
Nella casa di reclusione di Foggia, invece, le celle vi si aprono come bocche. Le mani dei reclusi cingono le sbarre. Vi ciondolano come altalene che spingono l’aria. Leggi tutto…

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (intervista)

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (Neri Pozza)

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega

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Intervista all’autrice

di Simona Lo Iacono

Vivian scatta con un click deciso, afferra l’immagine, la archivia nel cuore, ancor prima che nella pellicola. Un gesto intenso e al tempo stesso fugace, che racchiude l’attimo e l’eternità.
E’ così la storia di ciascuno di noi, lo sa bene Vivian Maier. Una foto dietro la quale si acquattano sia i desideri perduti sia i bisogni d’amore. L’arte non fa che stanarli, a volte in modo inopportuno, alle altre con istinto provvidenziale. Ma resta pur sempre l’unica ad obbedire al suo vero padrone: la ferita che richiede l’unguento, la falla che esige il rimedio.
All’inizio è stato tutto un reagire all’istinto di divorare le esistenze degli altri. Come se quell’afferrare le figure di persone incontrate in modo imprevisto avviasse un contagio prodigioso e, nell’immedesimazione, operasse un insperato salvataggio. Ma dopo, quello stesso contagio l’ha portata là dove nessuno ha il coraggio di andare: oltre gli edifici allestiti per glorificare l’apparenza. Al di là dei nomi che proteggono dagli strapiombi. Dentro il buio che fatica a farsi abbeverare dalla luce.
Senza saperlo, Vivian ha imparato a guardare con gli occhi degli altri.
Francesca Diotallevi ritrae la storia di Vivian Maier con sconcertante bellezza. La fotografa vissuta a New York negli anni cinquanta svolgendo la professione di bambinaia, vive tra le sue pagine con umanità, dolore, incanto. L’infanzia difficile, a contatto con il rifiuto e il disamore. La fuga nelle case degli altri, in famiglie che non le appartengono, crescendo figli non generati. E quelli veri, di figli. Ossia gli scatti rubati alla realtà, nel momento preciso in cui quella realtà si rivela. Vivian non ritrae qualunque cosa, qualunque persona. Solo ciò che ha con lei un’affinità feroce e struggente. Il complicato richiamo di un riconoscimento.
Alla fine, non le importa nemmeno di svilupparle, le foto. Come bambini concepiti, preferisce tenerli nel grembo, al caldo di un covo che non vedrà la corruzione del vero, l’atrocità degli abbandoni, il rischio della solitudine. Con l’istinto di ogni madre che genera per necessità, o anche per sopravvivere a se stessa, Vivian non vuole che ai propri figli tocchi il suo stesso destino.

-Francesca, chiedo all’autrice, raccontaci di questa donna, del percorso che hai fatto per impadronirti della sua vita. Leggi tutto…

CRISTINA CAMPO

cristina-campo-illustrazione-di-rossella-grassoCRISTINA CAMPO: una scrittrice da ricordare

Illustrazione di Rossella Grasso

di Simona Lo Iacono

Era nata nel mese di tutte le resurrezioni, aprile. L’anno era il 1923. La casa, un villino di famiglia in stile liberty a Bologna.
Il vagito era sembrato quello di un maschio, tanto era forte e ardito. Ma poi si era visto che era una bambina rosea, con lo sguardo afflitto dalla cecità dei neonati.
Il padre, un compositore affermato, Guido Guerrini, era autoritario, forte, dedito al lavoro. La mamma, Emilia Putti, era la sorella di Vittorio Putti, uno degli ortopedici più famosi al mondo, direttore dell’ospedale Rizzoli dal 1915.
La chiamarono Vittoria proprio in ricordo dell’amatissimo zio, anche se si firmerà sempre come Cristina Campo.
Crebbe tra adulti, Cristina, nel villino del Rizzoli che aveva l’incanto dei mondi inccessibili, cinto da edera miracolosa e da un boschetto infestato dalle ombre dei personaggi letterari. Iniziò a leggere prestissimo. Favole francesi soprattutto, ricolme di re prodigiosi e gatti ammaestrati, carrozze trascinate da topi, principesse smemorate o addormentate in radure di spine inaccessibili. La affascinava la visione che il racconto sapeva evocare, ma anche la religiosità della parola, il suo sbocciare dall’intimità degli oggetti, persuadendoli a divenire belli, ammantati di sacro perchè pronunziati.
Sebbene nata a Bologna, la città del cuore era Firenze, con la cupola del Brunelleschi che svettava verso l’infinito, il coro supplice dei monaci di san Miniato, l’Arno implacabile e placido come un rivolo di sangue. Leggi tutto…

UN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE di Edgarda Ferri (recensione e intervista)

la-femmina-nudaUN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE. Vita di Etty Hillesum di Edgarda Ferri (La nave di Teseo)

L’amore per tutti è meglio dell’amore per una persona sola. L’amore per una persona sola non è altro che l’amore di se stessi

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Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

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Nello zaino ha messo poche cose. Una piccola Bibbia, la grammatica russa e Tolstoj. Un solo paio di calze. Le lenti rotte. La carta musicale di suo fratello Mischa. Il vagone è il numero 12, contiene novecentottantasette ebrei diretti Auschwitz. Lei è Ester Hillesum, ma tutti la chiamano Etty.
Quando parte da Westerbork, un campo di transizione, destinato a smistare i deportati verso la destinazione finale, ha appena finito di leggere una poesia di Rilke. Non ricorda le parole, la ressa vicino ai vagoni è troppa. Madri con i figli appesi al collo, anziani, bambini, donne di tutte le età. Sa però che Rilke è adatto anche a quel momento caotico, debordante, che nessuno penserebbe di classificare come una morte. Così è la poesia. Uno sguardo tumefatto, che sa andare contro l’apparenza delle cose.
Ed è strano che mentre la spingono sul vagone, e i suoi genitori la precedono solo di qualche convoglio, la sua mente sia così presa dal pensiero di un poeta, e che pur sapendo che quello è l’ultimo passo – l’ultima destinazione prima della fine – la sua anima risuoni di bellezza.
E’ che guardano oltre le rotaie i lupini sfrigolano al vento. Pochi raggi di sole creano cerchi che smodano il contorno delle cose. E in lontananza un cucciolo ha preso a uggiolare, ed è la mamma cagna ad acquietarlo a furia di carezze.
La vita, nonostante tutto, è in tutte le cose, fremente e solitaria, supplice e arrendevole, ed Etty sa che non saranno i convogli destinati ai campi di sterminio a fermarla. La vita continuerà a risorgere da ogni cosa morta, e rotta, e piagata. Anzi, proprio da lì  ricrescerà come l’erba gramigna. Più forte, più rigogliosa, più annaffiata dalle lacrime umane.
Per questo motivo – pur avendone la possibilità – Etty non ha voluto lasciare il suo popolo. Sarebbe potuta restare al Consiglio ebraico fino alla fine della guerra, avrebbe avuto il privilegio di partire per ultima, o di non partire affatto. E invece ha deciso che proprio lì, a Westerbork, dove si può immaginare solo una vita di passaggio, precaria e avvelenata dalla paura, proprio lì sarà se stessa. Proprio lì intonerà le parole della sua gente. Proprio lì sarà il dolore di tutti, ed essendo tutti, sarà anche misteriosamente felice.
Riportata alla luce prima da Adelphi che ne ha pubblicato lo sconcertante diario, ed ora da “La nave di Teseo” attraverso lo splendore del saggio scritto da Edgarda Ferri, (“Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore”) l’esperienza di Etty Hillesum scava queste giornate in modo dolorosamente attuale.

La prima domanda che rivolgo dunque ad Edgarda Ferri riguarda proprio la sconcertante contemporaneità di Etty,  la sua  voce persistente, che trafigge il tempo e lo spazio, e ancora parla al nostro cuore di uomini moderni e spaesati. Le chiedo, in che modo Etty è arrivata a lei, in che modo l’ha raccolta. Leggi tutto…

IL VENDICATORE OSCURO di Annalisa Stancanelli: intervista all’autrice

IL VENDICATORE OSCURO di Annalisa Stancanelli (Mondadori Electa): intervista all’autrice ed estratto del romanzo

Mercoledì 28 febbraio, alle ore 10.30, a Milano, presso la Sala Napoleone dell’Accademia di belle Arti di Brera, Annalisa Stancanelli presenta il suo libro “Il vendicatore oscuro”, con Giuseppe Bonini, Giuseppe Di Napoli e Enrica Melossi.

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di Simona Lo Iacono

Era l’ottobre 1608. Malconcio e fuggitivo, Michelangelo Merisi o Amerighi, noto come il Caravaggio, varcava le porte della città di Siracusa.
Se in realtà fosse una di quelle giornate assolate che anche in autunno asfissiano la città con raggi e saette, non è dato saperlo. Né se vorticasse da sud il solito scirocco.
Si sapeva però che l’uomo proveniva da Malta, dove aveva scontato una pena detentiva in una prigione sotterranea per un delitto infamante. E da dove alcuni amici potenti lo avevano fatto fuggire.
Era stato nascosto nel Convento dei frati Cappuccini, alle soglie delle antiche latomie. Cave in cui, in passato, i detenuti tagliavano l’arenaria, la pietra bianca di Siracusa. E lì, pur ripresosi dallo stato febbricitante in cui era caduto, la morte aveva continuato a perseguitarlo.
Durante il suo soggiorno infatti strani omicidi iniziano a coinvolgere i frati, la fine sembra asserragliare il convento, e così pure il mistero. Persino Frate Anselmo che lo ha curato dalla malaria, scompare nel vortice inspiegabile. E poi. Un misterioso confratello si aggira tra gli altri. Chi è? Perché a lui lo avvince un’attrazione vorticosa e viscerale?
Ispirato alla permanenza del grande pittore a Siracusa, dove ha lasciato la meravigliosa pala del seppellimento di Santa Lucia, il romanzo di Annalisa Stancanelli – “Il vendicatore oscuro” (Mondadori Electa) ricostruisce con disinvoltura e irresistibile fascino il travagliato soggiorno a Siracusa del Merisi.  Accanto a lui si muovono personaggi veri, Vincenzo Mirabella, Fra’Raffaele da Malta, i nobili siracusani delle famiglie più in vista, ma anche servi, schiave e semplici religiosi.
Un magma di condizioni e travagli, che arriva a vette di mirabile descrizione della luce e del buio che attanagliano tutta l’esistenza del pittore. Come anche del bene e del male, della vita e della morte che sempre il Caravaggio covò, indistintamente, in sé.

-Chiedo innanzi tutto all’autrice da dove è nata l’ispirazione dell’opera… Leggi tutto…

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (recensione e intervista)

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (Melville edizioni)

Segnaliamo le due date del minitour siciliano di “Uno spazio minimo”: Venerdì 9 febbraio a Siracusa, alle 19, presso La casa del Libro – via Maestranza n. 20. Presentano: Maria Lucia Riccioli e Lucia Corsale; Sabato 10 febbraio a Catania, alle 17:30, presso la Biblioteca della Città Metropolitana di Catania – via Prefettura 24. Presenta: Gabriella Vergari – In entrambi gli incontri, sarà presente l’autrice

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recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Parole che non riescono ad affiorare. Un silenzio che si appropria delle cose, perché tacerle, non nominarle, vuol dire negar loro esistenza, e – dunque – capacità di ferire.
Così cresce Angelica Alabiso, avvolta da un silenzio che è come una coltre, una spessa tenda di protezione, o anche un muro difficile da valicare.
Il suo mondo di bambina si consuma senza parole, delegando all’immaginazione la forza di creare i sogni, giocando con un laccio che può assumere forme mutevoli, disegnando una via d’accesso alle possibilità.
Perché comunque, anche se intabarrata in grida mute, Angelica Alabiso vuole sognare.
Certo, dei sogni ha anche paura. La sua educazione familiare sembra quasi bandirli, per approdare a conquiste più concrete, alla stabilità tanto agognata, al raggiungimento di certezze capaci di sconfiggere i timori e la precarietà. La sua famiglia è tutta compressa in questo sforzo di normalità. Marianna e Germano, i due fratelli, le crescono accanto avvolti dalla medesima patina di apparenze e buon senso.
Ma basta una vita incanalata negli argini dell’ordinario per garantire una evoluzione piena, l’approdo alla felicità?
Così, Angelica cresce senza quasi formulare domande. Il liceo classico a Catania, la voglia di spensieratezza dei diciotto anni, un primo matrimonio non scelto, o meglio arrivato come una conseguenza necessaria di ritmi di vita scanditi da altri.
La voce di Angelica finalmente prorompe, è dalle pagine che si leva alta e cristallina, quando piange i figli perduti, gli amori finiti troppo precocemente, le scelte universitarie sostituite da percorsi professionali.  E come in uno specchio riflesso, si alzano anche le voci dei genitori, voci quasi sempre inadatte a decifrarla, a cogliere nelle sue mute aspettative la voglia di una gratificazione o di un riconoscimento. L’esigenza – mai tradotta in vere pretese – di essere pienamente amata.
E allora si scopre che anche il loro infliggere inconsapevoli ferite, proviene da altri smacchi del destino o della fortuna. Che anche il padre di Angelica è frutto della mancanza di uno sguardo paterno, e così pure la madre è a sua volta figlia di una generazione sbalestrata.
In questo incedere di generazioni che cercano sempre in quella successiva un ristoro, o una riparazione tardiva ai propri sbagli, alle proprie incompletezze, alle proprie povertà, Angelica scopre poco per volta la sua vera vocazione alla felicità. Una felicità timida, capace di scavarsi una strada semplice e al tempo stesso contemplativa. Uno spazio minimo, forse, ma dotato dell’equilibrio necessario per dare finalmente un senso, un significato profondo a tanto cercare.
Con una scrittura tersa e cristallina, dotata di picchi alti, poetici e pensierosi, Rosalia Messina in questo suo ultimo romanzo “Uno spazio minimo” (Melville edizioni) regala una storia lucida, sofferta e al tempo stesso compostissima. Un gioiello di rara e preziosa solidità letteraria.
 
-Cara Lia, le chiedo, nel silenzio di Angelica si scoprono tante parole non dette. Qual è il rapporto tra vita e parola? Leggi tutto…

È STATO BREVE IL NOSTRO LUNGO VIAGGIO di Elena Mearini (intervista)

È STATO BREVE IL NOSTRO LUNGO VIAGGIO di Elena Mearini (Cairo editore)

Il libro è entrato nella cinquina dei finalisti dell’edizione 2017 del Premio Scerbanenco

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di Simona Lo Iacono

Cesare Forti. Il cognome rimanda alla virtù della forza, della compiutezza, della presenza. E, in effetti, questo sembra. Un uomo incrollabile, la cui vita non risente neanche di una sbeccatura, una di quelle imperfezioni così scontate negli altri.
Ma lui no.
Ha una moglie elegante, espertissima nell’arte di arredare, intrattenere, presenziare. Una figlia amata, tirata su con il rispetto delle buone regole dello stare al mondo.
Eppure, al di là della maschera inappuntabile dell’uomo arrivato, qualcosa è ferito, crepato.
E quel qualcosa lo porta a cercare altro, un appagamento diverso, una risposta a esigenze mai rivelate.
Bisognerebbe sempre ascoltare i propri desideri, persino i propri tradimenti, perché molto rivelerebbero sulle strade interrotte, sui destini mancati, persino sulle richieste – mai veramente adempiute – di uno sguardo. Non farlo, significa correre su un crinale pericoloso che mescola verità e finzione. Indossare maschere pronte a sbriciolarsi. Affidare alla parte nascosta di noi il compito di ribaltare quella affiorante, ma meno autentica.
Con una sapienza poetica altissima, Elena Mearini ci racconta quest’uomo. Le sue ipocrisie ma anche le sue ferite. La sua debolezza ma anche il suo finale coraggio. La sua malattia interiore e la sua inaspettata guarigione.
È stato breve il nostro lungo viaggio”, (Cairo editore) è un romanzo che lucidamente disamina l’assillo dell’apparenza, seziona le voragini del cuore, riepiloga gli anelli – presenti e mancanti – della maglia complessa dell’esistere.

-Elena – chiedo allora alla bravissima autrice – mai come in questo libro possiamo dire che la letteratura fa andare oltre, sgomina ciò che appare, il manto che nasconde la verità, e le ferite delle cose. Chi è veramente Cesare Forti? Leggi tutto…

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (recensione e intervista)

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (Neri Pozza)

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Osac, il cane del Klondike.

di Simona Lo Iacono

Un riconoscimento. Comincia così, in genere, l’amore vero. Con uno sguardo sull’altro, un altro che però non rimanda la sua immagine. Ma la tua.
Da lì in poi, la vita non è più la stessa. Il riconoscimento affonda in ciò che siamo stati, in ciò che vogliamo e persino in ciò che non vogliamo.
Richiama, come da una lontanissima e selvaggia foresta, la parte più nascosta e più ferita di noi.
Ma cosa accade se a riconoscersi non sono due esseri umani ma una donna e un cane?
Che tipo di amore può venire fuori da un essere su due gambe e un altro su quattro?
Se poi il cane è nero come la pece, furibondo come un folletto, enorme e geloso, è ben possibile che la vita non solo cambi, ma sia completamente stravolta. E che il riconoscimento si trasformi in qualcosa di ancor più radicale. Un legame arcaico, viscerale e quasi sacro, che impedirà al cane di lasciare la sua amata, e che farà sentire l’amata – all’arrivo di un figlio proprio – il peso di un insostenibile tradimento.
Libro di passioni forti, radicate, e di impareggiabile verità, “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri (Neri Pozza editore) non è però solo la storia,  esilarante e al tempo stesso tragica, di Osac, ossia dell’indomito animale che l’autrice – ai tempi insegnante precaria – salva dalla strada. Né va limitato all’avventura, per quanto bizzarra, di una bestia che decide di amare perdutamente la propria salvatrice.
Questo libro di Romana Petri è invece un viaggio nella inesorabile scoperta della maternità, che Romana si trova a vivere – e non a caso – proprio dopo aver adottato il suo ingombrante amico a quattro zampe.
Quasi contemporaneamente, infatti, un figlio e un cane si impadroniscono della sua esistenza, e la donna fa esperienza giorno dopo giorno del mistero, umile e onnipotente, del generare.
Quando infatti il suo “Citto”, il suo bambino, viene alla luce, la madre non può fare a meno di capire che il legame con il figlio la porterà inevitabilmente a dover tradire l’amore di Osac, e nella ineluttabilità di questo tradimento, scoprirà la forza e la fatica dell’essere – da quel momento in poi – un genitore.
La maternità inizia a diventare una modalità dell’essere, e Romana capisce di non poter più tornare indietro, che il “Citto”, sin dal momento in cui si è scavato in lei una strada per venire al mondo, ha impresso al suo destino la forza di un mistero eterno e imperioso.
Ama, la madre, e più impara ad amare, più il mondo e la condizione umana passano da quella maternità, costringendola a rinascere e a morire, a espandersi e a ritrarsi, a fare spazio e a togliere spazio.
Di fronte a quell’amore potente e doloroso, e all’allontanamento necessario del neonato e della donna, Osac non potrà che fuggire, ululare alla notte la sua solitudine, aggrapparsi a un nugolo di scapestrati amici canini e cercare di dimenticare – come ogni creatura innamorata – la propria infelicità.

-Romana, chiedo allora all’autrice, che legame c’è in questo bellissimo romanzo tra la scoperta della maternità e il salvataggio di Osac?
Immagine correlataOsac è il protagonista assoluto di questo romanzo, l’unico che abbia un nome e anche un cognome, e di ogni cosa è una specie di untore. Il suo “selvaggiume” contagia tutto, anche la maternità che si fa primordiale, quasi biblica. Nel parto la donna soffre atrocemente, ma non vuole anestesie. Contagiata dal selvaggio Klondike che il cane le ha portato in casa, decide che deve mettere al mondo la sua creatura in questo modo barbaro. “Partorirai con dolore” per lei non è nemmeno più una minaccia, quel dolore lo sceglie quasi superstiziosamente, come se si dicesse: “Più soffro ora e meno soffrirà mio figlio nella vita.” Ma è Osac a metterle queste cose nella mente, lui e il mondo selvatico e primitivo che si porta dietro quasi inconsapevolmente. Tra cane e figlio, la madre sta in mezzo non a fare da bilancia, ma ad assorbire Natura.

-Nel romanzo la salvatrice di Osac cerca non solo il nome del suo cane, ma anche il suo cognome. Perché? Leggi tutto…

CI SONO IO di Alessandro Savona (intervista)

CI SONO IO. Un adulto, un bambino, un viaggio. Oppure un rapimento?” di Alessandro Savona (Dario Flaccovio editore)

recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Lui e Pitar non sono vincolati dal sangue. E nemmeno da uno di quei provvedimenti del Tribunale che sugellano i destini. Né l’anagrafe si è mai preoccupata di associare i loro cognomi, o qualche numero di protocollo li ha appaiati per asseverare che si appartengono. Eppure, nel viaggio che iniziano a fare insieme è come se recuperassero in una volta sola i lacci della legge e del cuore, i nodi benedetti delle intrusioni, e cioè quello che è essere un padre e un figlio.
Certo, nessuno darebbe molta fiducia a una aggregazione così. Un bambino sbilenco e un uomo che fa il volontario in una casa famiglia, due mondi affollati dalla stessa, pericolosa necessità. Amare. Ed essere amati.
Eppure, nel viaggio che intraprendono, il bambino e l’uomo diventano in qualche modo partecipi di quel mistero che è generare, se vero è che la nascita non sempre è tale la prima volta, quando si esce da un grembo di madre, e si scava dal suo corpo il cunicolo che porterà alla luce. L’uomo e il bambino vivono invece la rinascita, quella possibilità di essere generati con miglior fortuna una seconda volta, quando si è forse più pronti all’ignoto, quando si ha la bisaccia dei propositi ormai vuota, e alla paura si è sostituita l’audacia di essere felici.
Così vanno, il bimbo di cinque o sei anni, un incisivo cariato e i capelli neri che sventolano al sole, e l’uomo al volante, già consapevole di quanto sia importante, per nascere di nuovo, essere salvati.
L’auto è ammaccata e pericolante, la strada polverosa e segnata solo dall’estro del momento. Né vengono consultati navigatori, o mappe precise e geografie ancorate ai meticolosi radar di un satellite.
D’altra parte non sarà un viaggio di soli luoghi, ma di ricordi, di sogni audaci e necessari, di invocazioni di aiuto e di libertà. E sarà un viaggio tra i libri. Tra i dolori che le pagine sanno lenire, e tra quelli che nessun romanzo può consolare, ma solo aiutare a stanare.

– Chiedo dunque ad Alessandro Savona, scrittore di quel viaggio – confluito nel magnifico romanzo “Ci sono io” (Flaccovio editore): Alessandro, per parafrasare il titolo del tuo libro, ci sei tu in Pitar?
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Uno scrittore allo specchio: TRILUSSA

File:Trilussa 15.jpgUno scrittore allo specchio: TRILUSSA

di Simona Lo Iacono

Ma lo sapevate, signori miei, che lo specchio nun è cosa che sceglie la persona, che riflette e nun jela perdona, e che se je dai una sberla poi te l’ arrimanda?
E’ come ‘na soffiata de lavanda, che te libera il petto e la ragione, e che se guardi bene e senza grilli ‘n testa, t’istruisce e te da’ pure ‘na lezione.
Certo, c’è da capì che non è ‘na festa se te credi bello e poi te vedi brutto, se te senti onesto e quello te dice: truffatore, se fai ‘l pietoso e poi sei ‘l peggio malfattore.
Ma lo specchio è così, è un po’ poeta, je piace de dì pane al pane e vino al vino, je piace de fasse piccolo e bambino, e je piace de sputà…
ma no saliva, bensì la pura verità.
E sempre m’è piaciuto questo specchio che non tace e nun conosce ipocrisia, e me lo so’ messo nella tasca mia, e tutto ho detto, tranne la bugia.
Così, je l’ho cantate alli potenti, je l’ho detto che se uno s’accorge d’esse prigioniero, canta e urla come no’ sparviero, chè tanto, che c’ha da perde, forse i denti?
Un povero non perde mai, ha perso tutto, e tanto vale allora, sora mia, se proprio il mondo è farabutto, riempisse le tasche de poesia.
Per questo, in certe sere arrovesciate che, a Roma, la terra pare cielo e il cielo terra, me so’ messo in trincea come in guerra, ho mescolato quattro rime un po’ indecenti, e li ho fatti piagne, li potenti, e li ho fatti ride, li perdenti.
D’altra parte a questo serve la poesia. A dì sempre la verità vera, quella che se tace per diplomazia…
Ma cos’è poi ‘sta decenza che c’ impedisce – in fonno – d’esse uguali, e c’impone di parlare pe’ segnali, e ci fa lupi, arrubboni e soli?
Per me è stata sempre libbertà, ma libbertà con due “b” e con le ali, è stato trasformà li straccioni nei reali, e pochi spicci in un mucchio de tesori.
A modo mio, e con rispetto, ho fatto er rivoluzionario, ho dato onore a chi l’aveva perso, ho dato nome a chi non c’ha destino, ho messo gioia al core d’un bambino, e al prepotente c’ho cantato un nuovo sillabario. Leggi tutto…

L’ALTRO ADDIO di Veronica Tomassini (recensione)

L'altro addio L’ALTRO ADDIO di Veronica Tomassini (Marsilio)

di Simona Lo Iacono

La testa era come quella di un neonato, venata di ciuffi e abbandonata sul seno di lei. E le mani la stringevano convulsamente, come se quella ragazza bella, aperta, calda di dolore, non fosse più, né mai fosse stata, l’amata, ma una genitrice che consolava e che tendeva le braccia. La più perfetta delle donne: una madre.
La valigia, poi, non tradiva neanche per un attimo il passato sventrato, le peregrinazioni stanche in cerca di lavoro e futuro, lo spaesamento che lo coglieva innanzi alle città nuove, la cui opulenza lo feriva.
Era piuttosto la valigia di un pellegrino, odorosa dei panni che lei aveva lavato e stirato con cura, da cui svaporava il sentore della lavanda e del pulito. Tra le poche cose che portava con sé c’era anche il rosario, la foto di Papa Wojtila, la Bibbia nella lingua dei padri: il polacco.
Masticarla e dirla, quella lingua, consolava ed alleviava lo sradicamento, lo restituiva all’origine, come se tornare a casa volesse dire, semplicemente, pregare il Dio dei morti con parole domestiche: un atto di tregua misericordioso e insondabile, simile a quello che proveniva dalle braccia aperte sulla croce.
Ma per il resto, la misericordia non era degli uomini, solo di lei, dello sguardo che sorvolava sulla sua imperfezione, sulle macerie. Perché proprio in quelle sbeccature, proprio in quella sua fragilità scomposta, lei trovava un motivo per amarlo. Leggi tutto…

SE MI TORNASSI QUESTA SERA ACCANTO di Carmen Pellegrino (recensione)

SE MI TORNASSI QUESTA SERA ACCANTO di Carmen Pellegrino (Giunti)

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[ascolta la puntata di “Letteratitudine in Fm” dove Carmen Pellegrino conversa con Massimo Maugeri su “Se mi tornassi questa sera accanto”]

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di Simona Lo Iacono

Un altro giorno senza Lulù, pensa Giosuè Pindari mentre firma l’ultima lettera e l’affida al fiume. Un altro giorno speso a scrutarne l’arrivo, a raccogliere le parole, a prendersi cura di Nora, svagata e divertita.
Ha fatto tutto come dev’essere quando si aspetta qualcuno, Giosuè.
Ha dato alla casa un aspetto più ridente, e accanto alle finestre che le conferivano un’aria stanca – quasi due occhi mesti e in giù – ha disegnato con le tegole uno sguardo fiducioso e senza malinconie.
Ha coltivato la terra con accondiscendenza, ignorando le pale eoliche che l’hanno invasa, saggiandone le zolle tenere o ruvide, preparandole all’arrivo di lei.
Ha fatto indossare a Nora un abito della festa, con amore le ha pettinato i capelli, ha raccolto i suoi mormorii, accontentandosi di sguardi trasognati e felici.
Ma Lulù non è ancora tornata.
Richiamare i figli dalla loro fuga è un’impresa che riesce solo a Dio. Solo Lui è capace di trasformare la paura in verità, la prepotenza in attesa, e padri ingombranti in uomini con le mani vuote.
Ma per Giosuè Pindari è molto più difficile, e così scrive, appallottola la carta e la chiude nella bottiglia. Con un gesto propiziatorio la affida al fiume, perché il fiume, come Dio, sa sempre dove andare.
E infatti va, il fiume. Supera sassi, sporgenze, gomiti. E’ sapiente, ha imparato a prendere la forma delle cose, ad adattarsi alla terra. Forse per questo Giosuè l’ha sempre chiamato “fiumeterra”, e forse per questo Lulù ha sempre visto nell’acqua un’appartenenza. Leggi tutto…

CATERINA DELLA NOTTE di Sabina Minardi (recensione)

CATERINA DELLA NOTTE di Sabina Minardi (Piemme)

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di Simona Lo Iacono

È notte.
L’aria di Siena è pregna degli odori delle locande. I barbagli di qualche lume arrivano anche dallo Spedale. Ed è qui, sul piano ruvido di una cella, che una donna comincia a scrivere la propria storia.
Glielo ha comandato Caterina, Caterina la Santa, la preferita del Signore. Perciò oggi, 29 aprile 1380, Giovanna da Fontebranda obbedisce al comando e scrive.
Ha mani tremanti, Giovanna. E la carta pare non contenere lo sguazzo dell’inchiostro e le curve delle vocali. Ma soprattutto, lo spazio è sempre troppo angusto, per tutte le memorie  che la assalgono, la marcia all’indietro, il passo del tempo cadenzato sui ricordi.
E i ricordi, poi.
Quanti.
Qualche secolo dopo, a Londra, una donna – Catherine – rientra a casa, al numero 2 di Redcliffe Square. L’appartamento è grande, fin troppo grande per lei e suo padre. Ed è moderno, a differenza del Santa Maria alla Scala, dove  Caterina ha vissuto e pregato.
Lì, si alternano infatti mantellate silenziose e penitenti; balie dai seni gonfi di latte per i “gettatelli”; mendicanti in cerca di cibo; appestati da soccorrere per una morte dignitosa.
Qui, invece, le stanze sono moderne e segnate dal passaggio di Catherine: gli abiti lasciati in disordine per rimarcare gli spazi; le lenzuola attorcigliate sui bordi del letto; l’odore di doccia e bagno schiuma, che ancora esala nell’aria un sentore di spezie, di agrumi.
Eppure, nonostante la diversità di luoghi e di tempi, queste due donne – Catherine e Giovanna – si somigliano.
Non fisicamente, ché l’una – Giovanna – ha sempre vissuto inguainata dal mantello nero della Scala,  e non ha mai ceduto a civetterie o ad abiti mondani. E nemmeno interiormente, dato che Catherine ha girato il mondo e lavora come giornalista, mentre l’altra non è mai uscita dalle mura in cui è stata reclusa sin da bambina.
Piuttosto è uguale una mancanza. Leggi tutto…

VENTO TRAVERSO di Anna Pavone

VENTO TRAVERSO di Anna Pavone (edizioni Le Farfalle)

[La prima presentazione del libro si svolgerà sabato 8 aprile, alle 19, al teatro Machiavelli di Catania]

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di Simona Lo Iacono

In apparenza non sono che frammenti. Parole singhiozzate tra una pausa e l’altra, che  lasciano chi legge con la sensazione di una vertiginosa bellezza frammista a un dolore sottile, nel cuore.
Poi, salgono su, raggiungono una armonia segreta, iniziano a vestirsi di un unico tono, che le rende supplici, perfette, come un solo discorso.
Le parole che la pazzia farfuglia sembrano schegge solitarie, ma è come se fossero pronunciate da una sola bocca, perché in esse la verità sulla condizione umana balza fuori, infierisce come le sette piaghe, o come quei pesi  che l’egiziano devoto metteva sulla bilancia del Dio dei morti.
Sono infatti parole che solo in punto di morte un uomo normale saprebbe dire. E che il folle, o quello che definiamo tale, nella sua lucidità senza maschere e senza preconcetti, pronuncia tutte le mattine.
Come quando dice: “Io non ho peso specifico. Sono disabitato”. O come quando, stancamente, sospira: “Se solo il mondo si fermasse un attimo, potrei raggiungerlo”.
Frasi in cui si agita tutto il mistero dell’universo.
Anna Pavone ha raccolto queste frasi. Una per una, come si colgono i fiori di un prato, le ha unite in un discorso fatto di pause e affondi. Non ha dato importanza al fatto che fossero le parole dei pazzi, al contrario, e proprio per questo, le ha tessute su un lenzuolo vasto, prodigioso, inanellandole ed esponendole al sole.
E così, a vederlo, il lenzuolo di Anna – steso su un filo dritto, tenuto da pinze e lasciato asciugare – si gonfia di vento. Un vento turbinoso e arricciante, che a ogni sboffo fa riemergere qualche parola, le strappa la sua vera voce, gemendo e ululando di stupore.
Certo, il vento che può smuovere un simile lenzuolo,  non sarà mai un vento disciplinato. Piuttosto, un vento traverso, che entra di sbieco, valicando le consuete regole di gravità. Un vento un po’ scomposto, insomma, come scomposte sembrano essere le vite che contiene. E che invece rivela, proprio nelle crepe di quelle vite, proprio nella loro imperfezione, una assordante libertà.
E “Vento traverso”si chiama infatti l’ultimo libro di Anna Pavone, edizioni “Le farfalle”, un testo che raccoglie le frasi pronunziate dai “matti”, da coloro che in apparenza non sono adatti a vivere la realtà. E che, invece, a giudicare dalle loro parole, della realtà hanno compreso a tal punto, da non poter fare altro che allontanarsi da chi, come noi, non l’ha mai veramente capita.
Intervallato dai disegni infilzanti, meravigliosi, di Bruno Caruso, “Vento traverso” dipinge un mondo al contrario, dove la vera saggezza è in bocca agli ultimi, ai dimenticati, agli emarginati.

Anna, ti chiedo quindi, raccontami come nasce questo libro. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: AGATHA CHRISTIE

Immagine correlataUno scrittore allo specchio: AGATHA CHRISTIE

di Simona Lo Iacono

Quando mi guardo allo specchio non sono mai sola, ho sempre due figure ai lati, un uomo e una donna.
L’uno ha baffetti neri, abiti impeccabili, la cravatta annodata sotto un mento pendulo e perfettamente sbarbato. L’altra ostenta un’aria svampita, i capelli grigi con onde demodè sul davanti, mani artritiche che si ostinano a sferruzzare un maglione colorato.
Se sorrido, sorridono. Se sollevo le sopracciglia, fanno altrettanto. Se parlo, mi infestano le orecchie con le loro chiacchiere, assennate, petulanti, morbose.
Lei mastica un inglese ordinario e poco ricercato, che copre con un tono pigolante. Lui ostenta un accento belga sfarzoso, e non nasconde un certo compiacimento.
Mi sono detta che devo sopportare, d’altra parte è risaputo che ciascuno di noi ha almeno un’anima… averne due, però, è troppo.
Colpa mia, d’altronde. Qualsiasi bravo scrittore si limita a inventare un solo personaggio, ad affezionarglisi e a cucirgli addosso almeno la metà dei propri difetti. Io ne ho creati due, e adesso è inevitabile che mi ossessionino con la loro presenza, sovrapponendosi di continuo alla mia vita e pretendendo di dettare legge.
Per di più si tratta di un uomo e di una donna che si tollerano poco e fanno a gara per mettersi in mostra l’uno a scapito dell’altra.
Lui rimprovera a lei una certa tendenza al pettegolezzo, che mal si addice a una indagine minuziosa ed efficace. Lei sorride delle sue fisime e gli insinua il dubbio di non essere un buon detective.
Quando si accapigliano così alle mie spalle, creando un cicaleccio insopportabile, devo ricorrere a un atto estremo: mi allontano dallo specchio all’improvviso e li lascio lì a fare i conti con la loro vanità, tipica dei personaggi letterari che hanno avuto un eccesso di fortuna.
Ma dura poco. Appena si accorgono della mia scomparsa, ecco che mi sono alle spalle, il fiato raso sul collo, l’invadenza dei loro litigi a seguirmi dappertutto.

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Uno scrittore allo specchio: GIACOMO CASANOVA

Uno scrittore allo specchio: GIACOMO CASANOVA

di Simona Lo Iacono

Risultati immagini per GIACOMO CASANOVASono stato davanti allo specchio in tutti i momenti della mia vita. Nell’abbondanza, nella carestia. Nell’amore, nell’odio. Nella trepidazione, nell’indifferenza.
Davanti allo specchio mi sono travestito, calzando parrucche a boccoli su cui spruzzavo canfora per tenere lontane le cimici, indossando giacche ricamate con oro e lapislazzuli, o giamberghe all’ultima moda, fatte venire per me dalla sartorie di Parigi.
Davanti allo specchio ho portato tutte le mie amanti, per verificare che fossero veramente come il mio sguardo le vedeva, e per dimostrare loro che io sapevo cingerle di spalle senza lussuria, ma con tenerezza.
Davanti allo specchio ho scoperto che il castrato Bellino non era un uomo ma una adolescente, Teresa, che si fingeva maschio per poter cantare nei teatri dello Stato della Chiesa, dove era vietata la presenza di donne sul palco.
Ero certo della sua femminilità, dell’assenza di violenza e prepotenza. Lo compresi dalla naturalezza con cui gorgheggiava tra le voci bianche: senza affettazione, con uno sfogo accorato e doloroso del petto.
Quando mi si rivelò e fu costretta ad ammettere il suo inganno, non le permisi di spogliarsi davanti a me. La rivestii con le mie mani senza amarla, per assecondare quella finzione fino in fondo.
D’altra parte a Venezia non era inusuale scoprire altre identità sotto le maschere beccute del Carnevale, o dietro le “baute”, quei travestimenti che uomini e donne usavano sfoggiare anche nella quotidianità o per strada, per coprirsi di anonimato durante un affare importante, un incontro licenzioso, una fuga spericolata.
Era una città carnale e viziosa che si beava degli infingimenti, che giocava con le personalità sovrapposte e con apparenze debordanti, fatte per indurre alla malizia.
Ci si amava ovunque, a Venezia. Sulle gondole che cigolavano tendendo un passo lento, di veglia funebre. Tra le calli strettissime e spiritate, dove era facile incontrare anime dell’oltremondo che si fingevano ancora in vita. Tra i ponti sospirosi che congiungevano isolotti e terre di fiume, come bracci tesi a stringere l’amante. Leggi tutto…

LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini (recensione)

LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini (Avagliano, 2016)

di Simona Lo Iacono

Programmi di vita improvvisamente cambiati, nozze rispettabili cancellate dalla furia di un innamoramento inopportuno, esistenze che si mettono in viaggio.
Quando la Pillo manda in aria il suo matrimonio con Pinuccio, è come se un equilibrio venisse meno anche tra le amiche di sempre, come se quel gesto rivoluzionario e senza buona decenza riportasse tutte all’origine delle proprie emozioni.
E allora via, al seguito di un gruppo di musicisti scapestrati e sognatori, che masticano concerti e rutilano la propria voglia di vivere, spizzicando strumenti, cercando baci accorati, rinnegando l’ordinarietà della vita per urlare la foga della propria esistenza.
Non è solo un viaggio – avventuroso, emotivo, surreale – è anche un modo per definirsi, trovarsi, tracciare il proprio destino, scovare la felicità. E’ una strada da fiutare tra sbandamenti e desideri, in cui essere se stessi costa caro, costringe a subire giudizi e silenziosi processi, a perdere la buona reputazione.
Nel corso delle scorribande in macchina in cui si mescola tenerezza, paura, amore, riflessione, delusione, la Pillo e Nina tesseranno sogni per il futuro, rivivranno il passato e una ferita mai cancellata, incroceranno altri volti e altri sguardi.
E il viaggio non sarà più solo in strada, ma dentro le storie degli altri, là dove si muovono le stesse ansie, i misteriosi palpiti interiori, le inevitabili amarezze. Leggi tutto…

LE GRAFORECENSIONI di Alberto Zuccalà

LE GRAFORECENSIONI di Alberto Zuccalà: libri che diventano immagini e immagini che sono libri

Equazione di un amore - graforecensione

Intervista al “graforecensore” Alberto Zuccalà

di Simona Lo Iacono

Guizzi di matita lievi, che all’inizio non sembrano che ombre. Poi, lo spazio che va colmandosi come la crescita di un figlio nel ventre della madre.
I tratteggi che pian piano diventano forma. I chiari che evolvono in scuri, i corpi che affiorano dalla nudità del bianco. E la figura completa, finita, che – proprio come la gestazione di un fibrillo di niente –  viene alla luce.
Sono questo i disegni di Aberto Zuccalà. Creature movimentate e pietose, che nascono dalla mano ma che sembrano, anche, avere una stranissima indipendenza.
E sono più di questo.
Perchè, dopo averli visti affiorare  (anzi quasi ricomporre  dalla abilità di un espertissimo prestigiatore), l’osservatore incantato scopre che sono anche libri.
E sì, perchè Alberto Zuccalà, medico per professione, ma visionario e artista per vocazione, disegna la recensione di un libro.
Raffigura cioè, dopo attentissima lettura, ciò che di un libro è il cuore, e lo racchiude in una immagine che si va formando velocemente grazie alla leggerezza delle sue mani.
Subito dopo, in una successione video in cui riecheggia anche musica, palpitano le parole del libro raffigurato.
Sono le “graforecensioni”, una sua geniale invenzione che fonde estro da disegnatore, talento da letterato e sensibilità da narratore.
Un modo fresco, fantasioso e fiabesco di immettere i lettori nel mistero delle pagine di un libro.
Strabiliata dalla scoperta, chiedo ad Alberto:

– “Alberto, raccontaci come è nata l’idea delle graforecensioni”. Leggi tutto…

SIMONA LO IACONO racconta LE STREGHE DI LENZAVACCHE (Edizioni E/O)

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo LE STREGHE DI LENZAVACCHE (Edizioni E/O)

“Le streghe di Lenzavacche” sarà presentato ad Acireale (CT) sabato, 9 luglio 2016, ore 19:00, presso la Libreria Ubik di Corso Umberto 214/216.
Con l’autrice dialogherà Massimo Maugeri

 

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Simona Lo Iacono

Ero in udienza. Fascicoli polverosi si accalcavano intorno a me e alle scranne. Avvocati e testimoni sudati sbraitavano per il caldo.
Non avevano torto: il fumo dello scirocco ci lambiva come una lingua dell’inferno. La toga mi pesava sulle spalle.
Era luglio inoltrato e dalla finestra spalancata della sezione distaccata di Avola (una ex Pretura che dirigevo ormai da otto anni) arrivava l’alito del mare e il garrito sbieco di qualche gabbiano.
Dietro la porta dell’aula di udienza, il solito scalpiccio mi avvertiva che il sig. Mario Di Gregorio, mio fidatissimo assistente (quasi un giudice, a dire il vero, per essersi conquistato sul campo una notevole cultura giuridica), stava per arrivare con qualche novità.
E infatti eccolo, per annunciarmi che il guasto all’aria condizionata non sarebbe stato riparato.
Sospirai.
Avevo tra le mani un processo ambientato in contrada Lenzavacche, un territorio di Noto che rientrava nella mia giurisdizione e dove accadevano sempre i fatti più strani. Un processo per lesioni ad una minore disabile. Il colpevole era un professore che – per negligenza – non era riuscito ad evitare che la ragazza cadesse a terra, procurandosi varie ferite.
Fu così che feci la scoperta.
Mi resi infatti conto che una delle parti invocava l’applicazione di un regio decreto del 1925 ancora in vigore, che costituiva la base – l’ossatura direi – della legislazione scolastica.
Tra le varie disposizioni una in particolare mi colpì. Era quella che – già a far data dai primi anni venti del secolo scorso – consentiva ai disabili di accedere all’istruzione pubblica in classi differenziate.
Strabiliai.
Come, una legge così aperta in pieno regime? Leggi tutto…

L’INCANTESIMO DELLE CIVETTE di Amedeo La Mattina (recensione e intervista)

Pubblichiamo una recensione/intervista dedicata al romanzo L’INCANTESIMO DELLE CIVETTE di Amedeo La Mattina (edizioni E/O)

a cura di Simona Lo Iacono

Era un’estate di scirocco che neanche a nerbate il Signore avrebbe fatto scemare.
Partinico giaceva sotto la calura e sotto i raggiri di un vento ostinato, che arrotolava covoni e bioccoli di polvere. Il tempo scorreva coi suoi ritmi viscerali, da sempre uguali a se stessi, e nessuno immaginava che di lì a poco sarebbe stato rotto da una novità inaspettata.
Cento uomini con macchine e arnesi da cinematografo, “seggie” da regista e truccatrici esperte. Quasi un popolo nuovo venuto a insediarsi come uno straniero, con regole sue, sogni, strumenti misteriosi e parole senza cadenza. Un’invasione, ma senza armi e senza guerrieri.
Fino a quel momento Luca non aveva mai pensato ad altro che a impossessarsi del campo di calcio, a sopravvivere tra Sasà e Maciste, e a scazzottare, se necessario, dall’alto dei suoi pochi anni, per non perdere la faccia.
Ma quando, in quell’estate memorabile,  la troupe del regista Damiano Damiani si innestò in paese per girare “Il giorno della civetta”, la sua vita – improvvisamente – cambiò.
E cambiò non solo perché il cinema trascinava con sé mode nuove, abiti di donna lievi come zucchero, zaffate di profumi evanescenti e sensuali, che infiammavano le notti e facevano sognare. E neanche perché l’attore Franco Nero, noto come il pistolero Django, pareva uscito da una di quelle pellicole western che riempivano le domeniche pigre davanti allo schermo, mentre un esercito di elettricisti, macchinisti, autisti e produttori sciamavano da una strada all’altra, invadendo botteghe, case e ville padronali.
No. Cambiò perché lei, Claudia Cardinale, venne a vivere proprio lì, a due passi da lui, provando le parti da recitare, facendo rivolare perle di sudore sul collo, tentando di imitare il dialetto per esigenze di copione e chiamandolo, inaspettatamente: “Occhi belli”. Leggi tutto…

LE SERENATE DEL CICLONE di Romana Petri (recensione)

Pubblichiamo una recensione del romanzo LE SERENATE DEL CICLONE (Neri Pozza) di ROMANA PETRI 

(l’ “autoracconto” firmato dalla stessa Romana Petri è disponibile qui)

di Simona Lo Iacono

Il ciclone era nato in campagna, coi grilli che si lamentavano e l’erba amara che copriva i bordi delle strade.
In città avrebbe fatto scalpore, grosso com’era, adagiato nella cesta di vimini che sua madre trascinava con sé e col colorito sanguigno. Ma lì, a Cenerente, erano abituati ai maschi che ingurgitavano uova ancora umide del caldo delle galline e ai figli tirati su tra panni sventolanti e stagioni storte.
Quando i suoi tornarono a Perugia, quel bambino fuori misura stupì quindi per il corpo già adulto, la voce grossa e baritonale, il cuore pietoso e recalcitrante. Non ce n’erano come lui, belli e silenziosi, adatti a fare innamorare, o a prendersi a pugni per principio.
E sì che non aveva gioie domestiche, il ciclone, con quel padre donnaiolo e senza tenerezza, che in tutta la vita gli aveva fatto un regalo soltanto, un grammofono e qualche disco, senza sapere che gli avrebbe regalato anche un destino.
Un regalo solo, ma era bastato. In quelle poche note che addomesticava con la passione, aveva scoperto una vocazione prepotente e sciantosa che aveva convinto il gruppo dei suoi amici a fargli fare serenate a pagamento.
Era cominciata così, per scherzo e per guadagnare qualche soldo, anche se le destinatarie delle sue sonate sbagliavano regolarmente innamorato e si perdevano per lui invece che per chi aveva commissionato la musica.
Ma non ci badava. Erano anni svagati, quelli precedenti la guerra, e la prima donna che aveva amato, l’Angelinaccia, non era bastata a frenare l’entusiasmo di una vita nuova, lontana dalle scudisciate paterne e piena zeppa di sogni di vittoria.
Se n’era andato a Roma così, senza dire niente a nessuno, mantenendosi con le gare di pugilato e iniziando a prendere lezioni dal miglior maestro che era riuscito a trovare. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ANTONIO TABUCCHI

File:Antonio Tabucchi.jpgUno scrittore allo specchio: ANTONIO TABUCCHI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio somiglia a un gioco che facevo da bambino, il gioco del rovescio. Mi acquattavo tra le campagne brullose che costeggiavano la casa dei nonni, in Toscana. Disteso, i calzoni sbragati sulle ortiche, estraevo dalla cintola uno specchietto da borsa, trafugato dalla cassa dei vestiti invernali.
Era, quella cassa, un inaspettato covo di fantasmi, perchè poteva contenere ogni genere di residuo, scampoli sopravvissuti alla ferocia del tempo. Scarpe di un moribondo, ad esempio, che al momento del trapasso aveva deciso di morire scalzo; velette di antenate civettuole che esalavano odore di naftalina e camposanto. O guanti di seta, tarlati e ancora sporchi della polvere di un loggione di teatro. Gli oggetti parlavano ed evocavano storie di morti senza rassegnazione, e io che li trafugavo come un ladro ero stato eletto re di tutte le loro incompiutezze.
Per questo lo specchio venne a posarsi sulle mie mani, perché scoprissi in esso un’altra dimensione della realtà, la più vera, quella del contrario.
Se infatti me lo mettevo davanti, vedevo ciò che mi stava dietro. E se alzavo la mano destra lui mi faceva alzare la sinistra, e se anche mi guardavo, non era me stesso che vedevo, ma un altro, che mi osservava.
Ho così compreso che per cogliere la dimensione del reale, dovevo attraversare la superficie di quello specchietto, e che oltre avrei finalmente dato un altro volto alle cose e mi sarei chiesto, fiducioso e al tempo stesso titubante, quale delle due visioni fosse vera, se quella che si specchiava o quella specchiata.
Così, rincorrevo le lucertole con il solo riflesso, e quando le immobilizzavo con il bastoncino ne afferravo, sullo specchio, lo sguardo annichilito e sofferente, che mai l’osservazione diretta mi avrebbe dato, e le lasciavo andare.
Oppure mettevo gli scarafaggi sulla superficie e così ne scoprivo il ventre rugoso, le zampette esauste e rinsecchite, tutta la fisionomia invertebrata e purissima come quella di un angelo.
Ferire gli animali mi era impossibile dopo averli osservati allo specchio, e rifuggivo tutti i giochi che prima mi divertivano, perché sapevo ormai che la realtà aveva un altra e più dolorosa natura, che con lo specchio mi era ormai chiara.
E finii per diventare specchio io stesso. Leggi tutto…

Al tramonto della luna

Al Tramonto della LunaAL TRAMONTO DELLA LUNA

Intervista a Concita Gallo a cura di Simona Lo Iacono

Un libro d’esordio. Uno sfogo potente e doloroso che affonda le parole nel viaggio alla conquista di sé. L’autrice – Concita Gallo – è un avvocato netino, che ci fa dono di questa sua opera prima con forza e profonda sensibilità.

-Cara Concita, il suo libro affronta la caduta delle illusioni. Un amore che svela un volto doloroso. Il passaggio dall’innocenza alla consapevolezza del male. Questo, e molto altro è “Al tramonto della luna“, un romanzo di iniziazione alla vita, alle sue ferite. Pensa che il suo libro possa essere definito, nonostante la protagonista sia una donna adulta, un “romanzo di formazione”?
Sì, certo. Penso proprio che questo romanzo possa annoverarsi in quel genere letterario che illustra un percorso di formazione del protagonista e che solitamente si conclude con l’inserimento dello stesso nella vita vera. Nello specifico, anche se la protagonista, Linda, è una donna in età adulta, passando attraverso il mondo “uterino” della piccola città dove nasce e cresce, per quello giovanile e goliardico dell’università ed, infine, per quello più impegnativo del mondo del lavoro in cui presto riesce ad inserirsi, carpisce gli insegnamenti e subisce (temprandosi) le sferzate spesso violente della disillusione e dell’esperienza della vita: si forma, appunto.

-La scoperta della realtà che la protagonista deve affrontare appare al lettore una graduale e progressiva conquista del senso nascosto delle cose. Quasi una presa di possesso della grande scissione tra apparenza e realtà. Quanto conta in questo suo libro la ricerca della verità, e – in particolare – della verità su se stessi? Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ELSA MORANTE

Uno scrittore allo specchio: ELSA MORANTE

In collegamento con il forum di Letteratitudine: Omaggio a Elsa Morante (in occasione della ricorrenza del trentesimo anniversario della morte della scrittrice)

di Simona Lo Iacono

Era Alberto ad amare gli specchi, a riflettersi facendo le smorfie, mentre si rasava senza sbavature e schiaffeggiava la pelle con un dopobarba fresco, al sapore di menta.
Io li evitavo coscienziosamente, soprattutto al mattino presto, quando la notte mi lasciava addosso quella stanchezza da sogni in eccesso.
Troppo dolore vedersi lì, senza difese.
Una donna al mattino è sempre troppo vera, e quindi sempre troppo fragile – gli dicevo. Non ha un filo di rossetto a imbarazzare gli sguardi, né ombretti che smussino le lacrime. E non c’è cipria capace di colmare il pallore di una delusione, o mascara che ispessisca le ciglia, allestendo una santa protezione contro il giudizio. No, non c’è nulla di tutto questo, Alberto – gli dicevo – e, invece, avrei fatto meglio a tacere, perché in quel modo gli consegnavo la mia arrendevolezza.
E, infatti, le scenate peggiori erano al mattino presto, quando non riuscivo ad evitare di essere sincera.
Era facile per Alberto entrare nelle mie barricate già sventrate, in quella mia città senza assedio, in quel mio esercito fuggevole e malmesso.
Sei una donna senza artifici, diceva.
Ma si sbagliava, perché il mio vero artificio erano le parole.
Così, quando usciva con quel suo passo danzante – le sopracciglia sempre troppo aggrottate e ferine, amara la bocca anche quando rideva – io prendevo possesso del mio sommo artificio e, parola dopo parola, riconquistavo il campo perduto.
Scrivevo sempre per rivolta, all’inizio, e con il gusto di infrangere un limite sacro. Scagliavo frecce, non frasi, e aguzzavo le punte estraendole, una ad una, dalla faretra di un soldato esperto. Non facevo fatica a versare il cuore, a svernare sulla cima di un segreto inaccessibile, a trovare casa tra le nicchie dei libri.
Ma quasi mai trovavo la pace.
Infatti, dopo, vedermi lì, sulla pagina, era come avere eretto un monumento ai caduti, mentre io non cercavo la morte, ma la vita, e questo chiedevo alla letteratura: non che urlasse una canzone di epilogo, ma che mi rendesse ciò a cui, vivendo, abdicavo attimo dopo attimo. La realtà. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

di Simona Lo Iacono

I cieli olandesi somigliano a volte a uno specchio, specie quando la soffitta ne ritaglia un angolo storto, afferrabile solo dopo le ore del coprifuoco. Rifrangono il mondo sottostante capovolgendolo e dilavandolo dal male, soprattutto dopo un acquazzone.
Durante i bombardamenti, invece, lo specchio si rompe, scaglie come angeli caduti e ribelli piovono sulla terra. L’impressione d’incanto è infranta: lo specchio è esattamente come la vita. Rovesciabile, segreta. E la mia immagine riflessa si scoriandola in mille particelle, briciole di un corpo.
Quando, nel 1942, mi portarono nell’alloggio segreto, mi sembrò una specie di gioco. Un covo misterioso e abitanti sconosciuti, i nemici che – in qualche modo – ci perseguitavano ma che noi evitavamo con una trovata fantasiosa, da bambini.
Guardare il cielo da quella soffitta abbarbicata, quasi una scala tra le nuvole, era ancora come sgattaiolare furtivamente dopo un rimprovero, cingersi della veste dell’invisibilità dei re delle favole, imitare le fate beduine o le streghe vichinghe di cui la sera mio padre Pim ci parlava.
Nascondersi, insomma, somigliava a quella conta al rovescio che io e mia sorella Margot pronunciavamo frettolosamente prima di cercarci, un modo per trascorrere le ore dei pomeriggi estivi di Amsterdam, per poi consumare la merenda in giardino: un passatempo, appunto, che non immaginavamo avesse altro contorno che la purezza dei nostri primissimi anni.
A quei tempi essere ebrea aveva aspetti buffi e inconsueti, che non riuscivano a guastare la gioia dei compleanni in famiglia, degli amori a scuola, delle passeggiate in bicicletta: una stella gialla cucita stretta sul lato del cappotto, dove sentivo palpitare il cuore, alcuni locali preclusi, strade da evitare.
Ma niente che riuscisse a turbare il sacro fuoco del candeliere a sei braccia, i giorni pigri del Ramadàn, o l’intimità che le parole dei padri evocavano se pronunciate con la devozione dei quaranta giorni nel deserto.
Essere ebrei, nel 1942, era ancora essere a casa.
Poi, impercettibili segnali di fine, ostacoli sempre più grandi, paure che iniziavano a serpeggiare, famiglie del vicinato prelevate e fatte sparire.
La vita s’indolenziva, imbarbariva.
Cambiava.
Furoreggiavano altoparlanti, e le frasi che aprivano il giorno non erano più rivolte al Dio dell’Antico testamento, né la Mezuzzah conteneva più il sacro rotolo della scrittura.
Mio padre ce lo comunicò improvvisamente, ma tutto era pronto da tempo.
Dovevamo fingere di partire, anche se saremmo stati a pochi metri da lì. Incastrati tra due edifici, sepolti senza essere morti, archiviati senza avere ancora vissuto. Dietro l’ufficio di papà, in un retrobottega nascosto da una finta libreria.
Così facemmo ingresso nell’alloggio segreto. Così ho vissuto fino a questo momento. Leggi tutto…

CIATU

 

CIATU

di Simona Lo Iacono

Quando mia nonna voleva dirmi che ero tutta la sua vita, che viveva per me, che s’incarnava nei miei giorni al punto da essere il mio passato ma anche il mio futuro, mi diceva: “Ciatu mio” , e cioè “fiato mio”, respiro del mio respiro.
Ciatu“, però, è anche più di respiro. Perchè il fiato è flebile e tuttavia fortissimo, è vento ma anche vapore, è materia invisibile che unisce.
chi siamoNon poteva quindi scegliere titolo migliore la regista Monica Felloni per lo spettacolo teatrale che ha esordito il 21 agosto al Teatro Antico di Taormina e a cui ho assistito con stupore crescente. Messo in scena dalla sua compagnia, Neon, il cui direttore artistico è Piero Ristagno e che da più di un ventennio valorizza ogni diversità attraverso il teatro, “Ciatu” è più di una rappresentazione teatrale. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: DANTE ALIGHIERI

Uno scrittore allo specchio: DANTE ALIGHIERI

di Simona Lo Iacono

Speculum si nomava al tempo mio. Specchio.
Ma io ch’avea il capo bardato, e ingombranti le vesti, io che a stento lasciava gli occhi a scrutare il mondo, io – mai – avea avuto desiderio di rifrangermi in esso, di vedermi dipinto come umana forma.
Non era difatti, il mio, un volto che potesse rimirarsi senza sollevare dubbio. Troppo affossato l’occhio. Troppa protuberanza nelle nari. Infine, troppo spaziosa fronte, segnata da rugature.
Pertanto preferivo cercare lo specchio nella natura, che è magno riflesso della veritate, o nelle littere che – al pari di specchio – non mutano il sembiante.
Dunque, mai accadde che mi volsi al par delle umane genti a rimirare le fattezze mie, e solo cercavo – nel viver giorno per giorno – la scintilla divina che tutto puote. La scintilla che accalora e tace, quella – pure – che fa vaticinare le genti e che, alle medesime genti, illumina l’anima e consola il cuore.
Cercavo, insomma, e per tutta la vita infino al trapasso, lo Dio del cielo e della terra, e del mare e dell’aria, e di tutti i gradi di quello che nomano purgatorio e paradiso.
E – cercando lui – puranco cercavo me stesso, e perché, perché, tanto inquieto fossi nell’andare.
Avea avuto difatti, la persona mia, incommensurati privilegi.
C’erano state madonne a far sì che cantassi amore. C’erano stati poeti sapienti dell’antico tempo a prendermi come rapito, portandomi sulla vetta del poetar magnifico.
E c’era stato dolore, certo, l’umano compagno delle sorti avverse, l’unico che nemmeno il sommo Bene, Dio magnificentissimo, può negare.
E però, la persona mia continuava a errare inquieta, a vivere un esilio che non era soltanto dalla terra amata di Florentia, né solo del vivere o solo del morire.
Era invece un esilio sferzoso e mai fugace, una rosolante e pavida tensione, un voler superare – sempre – puranco me stesso con imperitura gloria e imperituro onore.
Cercavo affannosamente una lapide immortale, una bocca che ovunque nomasse il mio verseggio, cercavo con mestizia ciò che all’uomo è miraggio: eternitate, cesello valoroso di chi non muore, artificio sommo, sognante sogno. Leggi tutto…

A TESTA IN GIU’, di Elena Mearini (una recensione)

Pubblichiamo una recensione del romanzo “A testa in giù” di Elena Mearini (Morellini)

di Simona Lo Iacono

Il mondo è uno strano scenario per chi prova meraviglia.
Per chi non getta sguardi d’abitudine sulle cose, per chi sa trasalire di entusiasmo, per chi si lascia abbagliare dalla bellezza quotidiana dell’ordinario.
Un mondo così, vissuto con uno spasmo di gratitudine per ogni particolare, è – anzi – insostenibile. Perchè ogni colore dice e rivela. Perchè ogni oggetto intreccia un abecedario, perchè ogni suono, anche il rombo di un motore, è altro, e sfugge a una catalogazione ordinata, per farsi vitale, zampillante, una pozza di luce disarmata.
E forse, non è neanche un mondo per uomini, questo, ma per poeti, per chi sa sopravvivere alla verità dello stupore, o per sognatori sbalestrati, insomma per chi – rispetto all’ottica tradizionale – vive capovolto, a testa in giù.
Sarà allora per questo che Gioele (che ha la capacità di vedere nel giallo un essere parlante, e in un magiolone un tenore che canta a pieni polmoni) viene catalogato come un diverso, un matto, una di quelle creature inadatte alla terra e al cielo, incomprensibile al Dio dei vivi e al Dio dei morti.
E sarà allora per questo che – per trovare comprensione – dovrà imbattersi in una donna che non si lascia impressionare dal ticchettio ritmato delle sue dita, dalla sua capacità di parlare usando silenzi. Una donna anziana e incorrotta, sulle cui ossa si sono abbattute intemperie e violenze, ma che non ha smesso di covare i ricordi come una bambina in attesa, senza perdere un primitivo stato di innocenza.
Gioele e Maria, un ragazzo bollato come autistico e una vecchia signora in bicicletta, che si scontrano per strada e uniscono in modo misterioso i propri destini. Un pessimo assortimento per il mondo – che ricovera i pazzi ed emargina i vecchi – ma un connubio perfetto per quel Dio giullare che Gioele ha imparato ad amare, e che – lungi dall’inquadrare l’esistenza in modo precostituito – è il primo a vivere a “testa in giù”. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: EDUARDO DE FILIPPO

Uno scrittore allo specchio: EDUARDO DE FILIPPO

di Simona Lo Iacono

Specchio, lo chiamano. E che è uno specchio? Un nemico, penserete voi, nu’ pazzariello che vi mortifica dicendo: “E guarda questa ruga, e tappa ‘sto pertuso, e levati, mi hai stancato, sempre cu’ ‘sti uocchi, pari un pupo”.
E però, pur’io che lo trovavo antipatico, da qualche tempo mi ci sono riconciliato, e ho cominciato a fargli alcune domande.
Anche perché il mio è uno specchio tutto lampadoso, uno specchio da vecchio girovago, che la sera deve levarsi il trucco, e ha bisogno di luce buona.
Specie di questi tempi, poi, in cui la vecchiaia mi spacca la fronte di tagli, lo specchio s’addolcisce, pare in vena di intimità, e se lo interrogo induce a qualche consolazione.
“Specchio – gli chiedo mentre da fuori arrivano strepiti di urlatori napoletani e i guaglioni schioccano baci alle signore – specchio, raccontami cosa sono stato”.
“E come, proprio tu lo chiedi a me? – gorgoglia infastidito lo specchio – non lo sai a questa età quello che sei stato?”
“Ma perché – rispondo – c’è uomo che sappia davvero che mistero ha in corpo? Allora sei un illuso, specchio. Pure tu che parli di verità”.
E a questa mia rimostranza, lo specchio si convince, comincia a riflettere immagini lontane di me bambino, uno sputariello di quattro anni, appeso a una mano grande.
Ecco, ora quel bambino si guarda intorno, scruta i loggioni barocchi, le luci che sfarfallìano, il tendone rosso che trema sotto gli spifferi.
Si accorge di trovarsi in teatro.
Il padre che lo tiene per mano, dev’essere uomo di palco, perché a un tratto è richiamato da certi problemi di quinte, saltella tra una comparsa e l’altra, dà ordini, sistema, aggiusta, olia.
Lo lascia lì, proprio al centro del palco, a guardare alberi di cartone, nuvole di ovatta, barche che navigano in un mare di stagnola.
E, a questo punto, tutto cambia. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: GIACOMO LEOPARDI

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c6/Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi.jpgUno scrittore allo specchio: GIACOMO LEOPARDI

di Simona Lo Iacono

Non ho mai amato gli specchi, il loro rimando, la crudezza con cui dipingono gli occhi sporgenti, le labbra desiderose.
Ho sempre preferito i riflessi dei laghi, o tutte le superfici su cui la natura deforma l’apparenza, e la fa più vicina al vero.
E d’altra parte, nella casa paterna ce n’erano pochi.
Mia madre preferiva non coltivare la vanità, che diceva nemica della buona coscienza, e mio padre Monaldo non ne sentiva il bisogno, circondato com’era da pareti di libri.
Solo io e i miei fratelli da piccoli ne disquisivamo, perchè nei nostri giochi infantili lo specchio chiudeva i fantasmi non rassegnati, ed era quindi la prigione delle anime in pena.
Divenuto adulto, cercando nello specchio una qualche tregua decorosa, il core spauriva al trovarsi in mezzo al nulla, e un nulla io medesimo, e ogni cosa umana impressa del suo passare troppo veloce.
Erano ancora gli anni giovanili. Leggi tutto…

INTERVISTA A DANILO FERRARI

INTERVISTA A DANILO FERRARI (a fine post, il servizio andato in onda su TG4)

a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre comunicare non è della voce, né la parola è nata per essere un suono. Logos (λόγος) deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare. Eraclito, poi, dava al Logos il significato di “ascolto”, mentre nel Cristianesimo il logos compare all’inizio del Vangelo di Giovanni, dov’è detto che venne ad «abitare in mezzo a noi».
La parola, dunque, travalica il significato, si pone come un’entità che crea e rivela, un nodo da sciogliere, un mistero.
Chiunque scriva, poi, sa che è capricciosa, invadente, persino ostinata. Perché può impennarsi, regalare bellezza e visione. O può tacere, rivoltandosi contro il suo autore, facendogli sperimentare le stimmate del silenzio.
Tutto ciò prescinde dai sensi.
E, anzi, può anche accadere che proprio i sensi tradiscano la parola, impedendole di approdare oltre, di estendere le sue dita, sfiorando e toccando, pregando e accarezzando, supplicando e chiedendo.
Allora spetta all’uomo scovare metodi ingegnosi, sfruttare la fantasia, giocare con un alfabeto che non è più solo dei segni, ma dei gesti e dei sorrisi, restituendo alla parola il suo destino: creare la relazione, rilucere di una dualità segreta e completa, restituire all’essere umano la sua vera vocazione. Porsi in comunione con l’altro, e nell’altro scoprirsi, cercarsi, trovarsi.
E’ quanto accade a Danilo Ferrari.
Classe 1984, siculo di origine e vulcanico per temperamento (l’Etna gli ribolle alle spalle e domina la città in cui è nato: Catania), Danilo è affetto dalla nascita da tetraparesi spastico-distonica, ed è quindi impossibilitato a parlare e a muoversi.
Però ha occhi penetranti e loquaci, ciglia crespose che sanno battere e reggere il ritmo, una bocca sorridente che si apre spesso a sottolineare una gioia pienissima di stare al mondo.
Così, gli occhi sono diventati la sua parola.
Grazie al loro movimento comunica ciò che sente, detta articoli giornalistici, scrive libri. Maria Stella Accolla, la sua insegnante di sostegno, raccoglie pazientemente il rimando dello sguardo e traduce, perchè in fin dei conti la lingua di Danilo non è che una delle tante parlate straniere che vanno interpretate a questo mondo, e lei non ha fretta, sa bene anzi che il linguaggio vuole concentrazione e allegria, predisposizione al gioco e moltissimo buon umore.
Sarà per questo, allora, che Danilo non patisce alcuna incomprensione, e che persino a teatro, dove ha recitato nello spettacolo tratto dal suo ultimo romanzo “Il coraggio è una cosa” , nessuno è caduto in equivoci o in malintesi, nè ad alcuno è sfuggito il senso della sua interpretazione.
Danilo si è laureato, ha intrapreso una carriera letteraria, è un attore di quel “Teatro della diversità” che dal 1989 Piero Ristagno e Monica Felloni portano avanti con tenacia e fiducia nelle possibilità impensate di ciò che viene chiamato handicap.
Per questo oggi ho voglia di chiacchierare con lui, di immergermi in quell’universo di frammenti e occhiate che hanno la forza di trasformarsi in lingua viva, amorosa e generosa, uno scroscio d’acqua che se pure non ha suono, riesce a spezzare il silenzio.

– Danilo, chiedo riferendomi al titolo del suo libro (“Il coraggio è una cosa”), che cos’è il coraggio? Leggi tutto…

BLUES DI MEZZ’AUTUNNO di Santo Piazzese (recensione e intervista)

Blues di mezz'autunnoBLUES DI MEZZ’AUTUNNO di Santo Piazzese (Sellerio).

Il 22 novembre alle 18,00, presso la “Casa del libro” (via Maestranza n. 20, Siracusa), nell’ambito della rassegna ARTE E LETTERATURA curata da Simona Lo Iacono, sarà presentato – con la partecipazione dell’autore – “Blues di mezz’autunno” il nuovo romanzo di Santo Piazzese (edito da Sellerio)
Alle domande e alla chiacchierata con l’autore si alternerà il canto di Giulia Mazzara una giovane e bravissima soprano che intonerà arie della tradizione popolare siciliana e del repertorio Belliniano (dato che il libro ha toni fortemente isolani).

Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Il mare sanguina, la notte.
Lorenzo La Marca lo ha scoperto molti anni prima, quando il tempo non era un compagno che svelava il volto, ma uno sconosciuto che gli si piegava accanto e che non gli chiedeva ancora conto.
Adesso – invece – ha fatto l’abitudine all’idea dei passaggi, delle stagioni della vita e di un mare che – se anche solcato – non smette di sanguinare come una ferita rigurgitando galeoni, satrapi incrostati, relitti e schegge di continenti.
Non è solo la maturità ad incalzare, pensa La Marca, ma è anche il passato che si offre ad essere letto con altri occhi, venendo su all’improvviso, picchiando sull’uscio dei sensi, sol che un incontro inatteso torni a pungolarlo e a renderlo vivo.
E così, in un giorno come altri, in cui si trova ad Erice e ciancola in cerca di sollievo dalla calura lancinante, La Marca si imbatte in Rizzitano, un amico dei primissimi anni universitari.
L’impatto è inevitabile, il tempo – ormai avvezzo a chiedere e domandare – s’imbizza. E la memoria non può che scivolare a molti anni prima.
Ed ecco, subito si rivede, La Marca, giovanissimo studente, alle prese con un primo incarico per conto di un suo professore.
Gli viene affidato infatti il compito di imbarcarsi su un peschereccio, il Santa Ninfa, e da lì prendere il largo verso un viaggio che non è solo d’acqua, ma di occhi, suoni, scoperte nel guscio segreto dell’esistenza.
Chiedo allora all’autore:

– Caro Santo, questo è forse il romanzo in cui noi lettori sperimentiamo per la prima volta un’altra faccia del simpatico La Marca: la memoria e, con essa, una innegabile malinconia nel ricordare. E’ un taglio inedito che colpisce e getta sul romanzo una luce quasi contemplativa. Cosa accade a La Marca? Come mai in questo romanzo il nostro amato personaggio decide di fare un passo indietro? Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

di Simona Lo Iacono

In prigione non ci sono specchi, la prima cosa che ti insegnano è perdere l’immagine che ti eri fatto di te.
La afferri ancora, a tratti, nell’acqua ristagnante del catino, da dove puoi scorgere il viso imbarbato, su cui passi la lama da taglio solo per abitudine. Che senso ha radersi qui, lasciare che la pelle rinsavisca. Che senso ha rimodellare l’ovale, gli occhi intensi e riguardosi, le rughe da cui colano alcune gocce di pianto.
Non sei triste, piuttosto commosso da tanta umanità senza lavacri, senza preghiere e senza morti.
I tuoi compagni di cella sono sporchi e ammansiti dalla noia, ma in essi vedi anche te stesso, la stessa solitudine, la stessa luce incorrotta nelle pupille, a dispetto di tanta purezza perduta.
Se c’è una cosa che non ti aspettavi è questa ritrovata e sorprendente innocenza, proprio qui, nel luogo della colpa. E stringere mani, abbracciare solo per pietà, accarezzare teste rade e infestate da pidocchi, sulle cui croste i polpastrelli inciampano.
E’ tutto così diverso da prima. Dalle bocche cercate con malizia, dagli abbracci esibiti come scaramucce, dalle carezze su teste soffici e tumide, che sfioravi con dita inanellate indecentemente.
E tutto è anche così lontano.
Sembrano passati secoli da quelle mattine londinesi in cui ti svegliavi tardissimo e con aria civettuola pretendevi miscele di the fatte venire dall’India, tazzine di purissimo biscuit, pane croccante e burro candido come neve.
La colazione era il primo rituale della giornata, e lo inscenavi con la stessa pedanteria con cui a teatro preparavi il palco, forzando gli attori a tempismi perfetti. Seguiva la toeletta accuratissima, che prevedeva un’acconciatura simile a quella di Nerone prima che desse alle fiamme Roma, e una manicure pedante, per la quale facevi venire a casa un espertissimo servitore di sua maestà la regina.
Esagerazioni, lo sapevi allora e lo sai ancor meglio adesso, ma eri convinto che il trucco e le parrucche, le battute pungenti, le maniere eccessive e zuccherose, fossero gli armamenti di una battaglia necessaria contro le convenzioni.
Quanto ti sbagliavi, com’eri lontano dalla verità.
Lo comprendi adesso che i capelli ti scivolano in fronte senza nessun artificio, le unghie si spezzano, e la colazione non è che questa ciotola di metallo colma d’acqua, in cui intingi pane duro.
E le convenzioni, poi, che inutile nemico. Leggi tutto…

GIUSEPPINA NORCIA: Siracusa. Dizionario sentimentale di una città

norciaGIUSEPPINA NORCIA: Siracusa. Dizionario sentimentale di una città (VandA ePublishing)

di Simona Lo Iacono

E’ l’alba. Siracusa si sveglia.
Scalpitano i primi passi sul selciato, garriscono i gabbiani.
Sulla vetta della cattedrale, dove prima sfavillava lo scudo d’Atena, si scioglie il sole.
Ecco i barconi carichi di reti che tornano borbottando, mentre i pescatori storditi dal sonno gettano la corda dalla prora.
Ecco la bottega artigiana schincagliare i suoi ciondoli marini, misti a stelle porose e a sassi di lava.
Ecco la vita, passata e presente, che si mescola sotto gli occhi esterrefatti di un turista.
Ogni mattina così, da mille e più anni, in mille e più risvegli sovrapposti, ognuno dei quali ha lasciato una traccia misteriosa, un segnale da codificare, una cicatrice e una ferita.
Come se Siracusa non potesse che essere la somma di ogni tempo e di ogni condizione, di tutte le resurrezioni e di tutte morti.
Per questo non stupisce che nel traffico delle auto, in mezzo ai clacson che strepitano e ululano, si affaccendino ancora calzolai e sarti operosi, che arricciano la vista sull’ago.
Né che tra i passanti impegnati in frettolose faccende, spassino i fantasmi dei coreuti o dei sacerdoti che andavano a pregare nel vicino tempio d’Apollo.
Una confusione di stati e secoli, dunque, Siracusa, di vivi e di trapassati, di chiese nuove erette sulle scaglie di antichissimi templi. Di nomi greci (Gelone, Teocrito, Pindaro) sussurrati tra quelli moderni.
Come raccontarla, allora, senza perdere l’incanto di questa sua indistricabile corposità? Dell’antico come del nuovo, del sacro come del profano, del mitico come dell’ordinario?
Per Giuseppina Norcia non è stato difficile.
Siracusana e laureata in lettera classiche, Giuseppina, che ha lavorato per oltre un decennio presso l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, da moltissimo tempo studia la cultura classica e le sue “persistenze” nella contemporaneità.
Con “Siracusa. Dizionario sentimentale di una città” (VandA ePublishing) ha calendato un alfabeto tutto amoroso e senza tempo, in cui ad ogni lettera segue non una definizione ma un sussurro, un gemito, un riconoscimento.
Vocali che ricordano la bellissima Ninfa trasformata in acqua e proveniente dal regno delle notturne esperidi (A, come Aretusa).
Consonanti che dicono della materia di cui Siracusa è fatta, tutta impressa di luce propria (C, come cave di pietra).
Lettere che invocano nomi (D, come Dionisio), scrittori (V, come Vittorini), cibi fragranti e colorati (Z,come zucchero).
Un abecedario dei sensi e della memoria, che non si limita a indicare luoghi ma a riviverli in una sconcertante attualità, rendendo omaggio a quella frotta di dèi del passato che ancora sovrastano il nostro cielo, e agli uggiolanti canti che ancora fanno trepidare le scalinate del vecchio teatro.

– Giusi, le chiedo ancora scossa dalla meraviglia di queste pagine, com’è nato questo viaggio nella Siracusa del nostro tempo e di tutti i tempi?
Talora intraprendiamo viaggi senza neanche accorgercene. Questo accade soprattutto con i percorsi interiori che hanno un tempo emotivo e il dono dell’invisibilità.
Di Siracusa ho sempre amato la luce e questa pietra bianca scavata dall’acqua, la roccia da cui la città è stata ‘estratta’ e forgiata come se fosse una scultura vivente.
Credo che i primi semi di questo libro risalgano ai miei vent’anni, quando studiavo lettere in Lombardia e trascorrevo molti mesi lontana dalla Sicilia: ad ogni ritorno visitavo luoghi (che tra l’altro, paradossalmente, erano spesso oggetto dei miei studi universitari) e trascorrevo interi pomeriggi nell’isola di Ortigia che molti giovani come me stavano riscoprendo, dopo anni bui, di dimenticanza. Tra i testi e gli appunti di quel periodo ho ritrovato frasi e spunti che avrei riutilizzato, senza accorgermene, molto tempo dopo, scrivendo questo libro.

– Il titolo “dizionario sentimentale”, già fa comprendere la assoluta originalità del viaggio che tu proponi, perché la caratteristica del dizionario dovrebbe essere quella di dare aride definizioni, mentre invece tu – lettera dopo lettera – introduci il lettore in una narrazione colma di suggestione, che attinge al mito e alla storia, alla fantasia e alla realtà. Perché narrare Siracusa attraverso l’alfabeto? Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ALDA MERINI

Uno scrittore allo specchio: ALDA MERINI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio lascia solo un angolo libero, quello in basso a destra, per il resto è un corpo carico di segnali.
Numeri di telefono, per lo più, scritti alla rinfusa e con il rossetto. Li traccio velocemente e senza mai annotare a chi appartengano, e adesso sono un inno alla mia smemoratezza. Vagano orfani, in cerca di un nome.
Anche io sono così, non faccio che cercarmi, e tutti i giorni invoco un padre, come i miei numeri. Non l’ho trovato, perché Lui è stato più veloce e ha trovato me, si è chinato su questi capelli indisciplinati, sulle unghie lunghe e laccate imperfettamente, sull’indice e sul medio con cui trattengo la sigaretta.
Gli è piaciuta la collana lunga di perle finte, la bocca arrossata, il disordine della mia casa sul naviglio, dove Milano si riflette sempre attraverso un velo di nebbia. Gli è piaciuto che lo invocassi in certe sere di solitudine, vieni Padre, parlami Padre, scendi sulla carne addolorata, sul passo incerto da viandante, sui martirii della mancanza di compassione.
Così, adesso, ci crogioliamo insieme allo specchio, io e il Padre, ci facciamo spazio tra i numeri dipinti e sbavati, io non vedo me stessa ma vedo Lui, e Lui non vede se stesso, ma vede me.
Mi piace perché è un esperto delle asimmetrie, ama senza essere riamato, parla senza essere ascoltato, versa lacrime che nessuno asciuga. S’impiglia in questa nostra umanità feroce e sgraziata, la benedice, la perdona.
Per il mondo è pazzo come il peggiore dei visionari, ed è per questo che – in fondo – mi piace, perché in manicomio ho imparato ad amare proprio queste esagerazioni che nessuno vuole ricondurre alla ragione, che i più bollano come follia. Anche se proprio lì, nei luoghi della mancanza di senno, ho trovato la vera saggezza.
Non sarà allora che questa pazzia che fa tanta paura, è solo una di quelle asimmetrie che sperimenta il Padre? E che nasca da chi, amando, non è amato, parlando, non è ascoltato, piangendo, non è consolato? Non sarà, Padre, che i pazzi sono i più tumefatti?
E mentre blatero allo specchio, i numeri arrancano in salita, prendono a muoversi e a ballare, si trasformano in lettere dell’alfabeto e poi in versi.
D’altra parte perché stupirsi. E’ questa la poesia: numeri che – per la magia del Padre – si umanizzano. Leggi tutto…

CASA DI CARNE di Francesca Bonafini

CASA DI CARNE di Francesca Bonafini (Avagliano editore)

intervista di Simona Lo Iacono

Abitare non è invadere con il proprio corpo un luogo. Non è occupare spazio. Abitare è qualcosa di più che installarsi con valigie e sacche, orpelli pesanti e vettovaglie. Forse perché abitare è la più intima e la più straziante delle lacerazioni, un attaccarsi a ciò che ci rappresenta e che ci completa: una casa.
Dunque, abitare è qualcosa che ha più a che fare con la ricerca, con la conquista, con l’approdo. La casa non è la partenza ma l’arrivo, e abitare diventa allora abitarsi, conoscersi, vivere in sé e negli altri.
Quando cambia il concetto di “trovare casa”, cambiano anche gli occhi, gli sguardi, le vicende umane.
Improvvisamente ciò che è grande perde importanza, e prendono vita le piccole cose, le piccole circostanze, i particolari, le piccolissime attenzioni.
Perché se abitare è un fatto dell’anima, anche condividere un’abitazione è più che convivere. E’ affratellarsi in un comune e pietoso atto di compartecipazione.
Bene lo dice Francesca Bonafini in “Casa di carne” (Avagliano editore), in cui la casa perde le connotazioni della costruzione e da edificio si fa simulacro, carne da offrire e donare, atto di transumanza commossa da un inizio spaesato a un arrivo consapevole.

-Mia carissima Francesca, in “Casa di carne” dici: “L’alloro, le corone, e la storia ufficiale luccicante di quelli che ce li hanno avuti in testa, non mi appassionano proprio per niente. Piuttosto mi piace fantasticare sulle storie minuscole, biografie di ignoti di cui non si ricorda nessuno. La storia, quella maiuscola, non è un posto abitabile“. Cosa vuol dire “abitare”? Leggi tutto…

IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

di Simona Lo Iacono

Leonardo Sciascia guarda la neve cadere. Il cielo pare di ovatta, incombe e sfalda i suoi fiocchi, mentre un’aria gelida gli ferisce le narici.
E’ a Parigi. Il bavero del cappotto a stento basta a proteggergli il viso, a tagliare una barriera tra lui e questa giornata invernale, così diversa da quelle siciliane. Rabbrividisce.
E di nuovo, il pensiero dell’isola lo assale, una ventata più rovinosa di altre, anzi, va a trafiggerlo proprio lì, tra stomaco e cuore, dove la Sicilia si è scavata una tana, vivedogli in corpo dispettosamente.
Riuscisse a capirli, questi suoi siciliani vestiti di virtù, che rotolano rosari tra le dita, che quando tacciono parlano e quando parlano stanno in silenzio. Che sfilano nelle processioni del santo patrono intabarrati in sete e pizzi, sfoggiando litanie sarracine e facendo dondolare la statua con devozione e sussiego.
Sospira.
A Parigi si reca spesso, da qualche tempo, anche se poi non fa che viverla nel triangolo che sta tra le rue de Bourgogne, il Louvre e il Lussemburgo, senza mai sconfinare oltre, e senza mai lasciarsi prendere dai rituali dei turisti.
D’altra parte i suoi viaggi in Francia non sono fatti che per affinità di spirito con gli illuministi e procedono in base a segrete combinazioni di libri e luoghi, di parole e citazioni, presentimenti e voglie letterarie.
E’ così che prende le distanze dalla sua isola, che sigla tregue dolorose con quel lembo di terra che da Agrigento irripidisce fino al mare e lì trasuda di una misteriosa arroganza, come se la bellezza feroce dei paesaggi, la malìa ingovernabile dei templi, del sole, del cielo, fosse anche un peccato da scontare.
Poi, però, se ne pente, si rammarica come se avesse tradito una donna amatissima, e – di nuovo – quella contraddizione per la Sicilia lo lacera: passione e rifiuto, affatamento e disincanto, tutto insieme.
E inizia a sfrigolare tra le dita la sigaretta sempre accesa, la palpeggia e se ne sente quasi rassicurato. Sa che non gli fa bene, ma non la lascia mai neanche quando batte nervosamente sui tasti dell’Olivetti, e la cenere va a sfrangiarsi tra una parola e l’altra, quasi ansimando per le sferzate tabaccose della nicotina.

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Simona Lo Iacono ricorda ANNA MARIA ORTESE

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Simona Lo Iacono

Aveva iniziato a Tripoli.
Passeggiate a filo di sabbia, nei deserti circostanti, in cui affondava i piedi, sprofondando nell’anima della terra. Il sole colava a picco, ed era una condizione perenne, quella del corpo che agonizzava per il caldo, senza rimedio.
Ma già lì, una misteriosa armonia le si era rivelata. Il tutto. Fatto di segrete assonanze col niente. E con lei. E con gli altri. Con l’eterno trasmutare delle cose. Come se il gigante di sabbia che attraversava, fosse un dio addormentato che le rivelava la sostanza dell’universo.
Era il 1925. Anna Maria Ortese si era trasferita in Africa con la famiglia. Il padre, Oreste, impiegato governativo, aveva portato con sé la moglie e i figli, come altri illuso dall’avventura coloniale.
Ma era durato poco. Già nel 1928 erano tutti a Napoli, e Anna aveva dovuto abbandonare gli studi, si era data a un peregrinare che, dal deserto, si era trasferito ai quartieri popolosi e gloglottanti, in cui la parlata dei napoletani, le goliardie e le scugnizzate, si alternavano a ingegnosi strappi alla sfortuna, a trovate mascalzone per ribaltare la sorte.
E Napoli le è entrata nel sangue.
Come l’aria d’Africa le era circolata in corpo, con le sue strade, con il suo porto sormontato dal pennacchio fumoso del Vesuvio, con la malia maledetta e benedetta della sua gente.
Ci tornerà nel 1948, dopo avere percorso tutta la penisola ferita dai bombardamenti, sepolta sotto le macerie. Martoriata.
Qui, trasferitasi nella vecchia casa di famiglia ormai dissestata e abitata dagli sfollati, Anna aveva continuato il suo girovagare. Leggi tutto…

UNA SECONDA OCCASIONE – intervista a Elvira Siringo

https://i1.wp.com/www.edizionidifelice.it/2014/copertine/L-siringo.jpgUNA SECONDA OCCASIONE – intervista a Elvira Siringo 

[un estratto del romanzo è disponibile qui]

di Simona Lo Iacono

Una villa che splende sotto le falcate ardenti del sole siciliano e ne porta il nome: Villa Dorata. Un barone che non rifiuta figli illegittimi tra le sue pareti, né servi o mogli insoddisfatte, ma li aggrega in una mescolanza viscerale. Donne colme di desideri che fanno i conti con le massicciate della realtà, col tempo che scorre impietoso, le disarma e le vince. E un carabiniere in cerca della verità, che sarà costretto a fare un viaggio tra le selci infuocate dell’isola scandagliando il passato.
Molti personaggi, uno scenario mitico e luttuoso, l’evolversi dei costumi e delle conquiste della donna. “Una seconda occasione” di Elvira Siringo (Di Felice Edizioni) incalza e arretra, narra gli anni in una dimensione sempre fluida, portando il lettore avanti e indietro, con uno spasmo tra tempo sognato e tempo esistito.

– Cara Elvira, questo tuo romanzo (continuazione ideale del primo, “La zia di Lampedusa”) rincorre i personaggi su vari livelli temporali. Perché questa scelta narrativa?

Carissima Simona, grazie per questa domanda che mi permette di chiarire subito quella che è stata una scelta tecnica ben precisa.
La scelta di svelare lentamente il passato nasce dalla voglia di mantenere sempre viva l’attenzione del lettore alimentandone picchi di curiosità, facendolo partecipare alla ricerca delle ragioni profonde che guidano le azioni del tempo presente della narrazione e, naturalmente, dalla necessità di esercitare uno scavo nella vita precedente dei protagonisti per rivelarne progressivamente le facce segrete.
C’è sicuramente una suggestione che deriva dalle mie amate letture pirandelliane. Il lettore si costruisce una prima idea dei protagonisti che, via, via, sarà costretto a modificare. Infatti in questo romanzo, come si capirà alla fine, nessuno è realmente come appare.
Alcuni personaggi hanno un passato ingombrante, ben nascosto sotto un cumulo di bugie, si presentano con una maschera perbene, coprendo accuratamente la loro vera essenza. Altri personaggi sono addirittura inconsapevoli, ignorano una parte importante del loro passato (vi sono dei segreti che saranno progressivamente svelati), essi perciò non sanno di avere un’identità diversa da quella che hanno nella loro quotidianità.
Ci sono situazioni che generano parecchi equivoci, non solo di identità.
Fra l’altro io ribalto e amplio il luogo comune secondo il quale “mater semper certa est”. (Così, tanto per chiarire meglio, ad esempio, senza far nomi… c’è una madre che non sa di essere tale, mentre un’altra crede di avere dei figli che in realtà non ha mai partorito.)
Sono consapevole che, raccontato così, potrebbe sembrare un maledetto imbroglio ai limiti dell’inverosimile. Eppure la vicenda non è affatto surreale, anzi, rispecchia la condizione delle donne siciliane che fino a una cinquantina di anni fa non riuscivano ad esercitare il controllo delle nascite e spesso diventavano vittime del potere smisurato delle mammane, donne in grado di cancellare colpe inconfessabili, che talvolta si arrogavano il diritto di tentare di compensare due infelicità operando perfino opportuni… scambi di culla (e qui mi fermo…).

 

– Il genere scelto è, in apparenza il giallo. Un giovane carabiniere che giunge in Sicilia e inizia a indagare su un omicidio, anche se il colpevole è già stato arrestato ed è morto. Tuttavia il genere letterario si fa evanescente via via che la narrazione si inoltra tra le pieghe dei vari capitoli, dove scopriamo invece una storia composita e articolata, che non può certo stare negli schemi di un semplice giallo. Come nasce l’idea di questa opera?
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GIORNI DI SPASIMATO AMORE, di Romana Petri

Giorni di spasimato amoreGIORNI DI SPASIMATO AMORE, di Romana Petri

di Simona Lo Iacono

La cucina è ingombra, tazze con un fondo di caffè, brocche asciutte in cui hanno navigato limonata e ghiaccio, piattini con sbecchi di marmellata.
Sono i resti di una colazione che si rinnova ad ogni risveglio, che scandisce un’unica, interminabile giornata fatta di silenzi e lunghe contemplazioni del mare di Posillipo.
Eccolo, infatti, davanti a lui, sconfinato e quasi umano, un essere tentacoloso che a volte pare fuggire ed altre andargli incontro.
E Antonio allunga le dita, lo accarezza e se ne fa stordire, la solita domanda gli scava quel rovello nel cuore: “Ma cos’è che chiama le persone, cosa, cosa, le fa tornare”.
Dev’esserci un senso, confida al roscetto, un senso trasognato e fedele nei frammenti che il mare fa vacillare, nella sua ansia di infinito, nel suo scandire un tempo che non ne vuole sapere dei conti nè delle ragioni, e che ha deciso di fare a modo suo, di scegliere un solo ricordo in cui abitare.
Lui, ad esempio, ha deciso di fermarlo, il tempo, ha deciso che sarà fatto di piccole e comuni cose, senza clamori che non siano quelli di chi condivide la giornata con la donna che ama, sia che la vita abbia falciato la sua presenza, sia che gliela abbia pietosamente restituita.
Forse, a far tornare le persone non è che la pazienza, conclude Antonio mentre il gatto Mascherino biascica un miagolio scomposto e fiero. Forse ciò che le chiama, ovunque siano, è questa appartenenza che non si rassegna a essere disciplinata, a seguire le logiche del mondo.
E sorride, Antonio. Mette ordine ai mille messaggi telegrafici che ha trascritto su un quaderno quando lavorava alla posta di Mergellina.
Ad altri potrebbero forse sembrare un oscuro ammasso di parole, ma per lui quelle frasi mozzicate, interrotte da uno “stop”, quegli appelli di vita e di morte che volano da una persona all’altra nel mondo, sono fili che tessono un’unica storia, voci di un solo linguaggio. Forse, capitoli di un immane libro.
E se ne sta così, affacciato alla sua finestra che si specchia sul mare, concedendo al roscetto quattro chiacchiere composte, i modi gentili, le riflessioni su quella vita sempre troppo misteriosa, che le onde rimandano a scaglie.
La sua donna, Lucia, li contempla distrattamente, spignattando con grazia alle loro spalle e preparando la cena.
In lontananza, tutto si sfoca, le bombardate della guerra, le raffiche di pallottole assassine e traditrici, le fughe sotto la pioggia di cannonate in un tempo lontanissimo.
I boati tuonano ancora nel cuore di Antonio, Leggi tutto…

DON GIOVANNI IN SICILIA, di Vitaliano Brancati

DON GIOVANNI IN SICILIA, di Vitaliano Brancati

di Simona Lo Iacono

Spassa leggera, facendo ondulare il panno della gonna.
Le gambe svettano dai tacchi e risentono di uno strano cigolare, che accompagna l’andatura come una danza.
Non sa che ogni suo movimento è seguito e soppesato, e che guizzerà quasi come i flash di un film amatissimo, rivisto mille volte alla moviola.
Eccola, diranno gli spettatori, è qui, prende a braccetto un’amica, cala sulla fronte la veletta nera. Ecco, ora asciuga il sudore, e una goccia sfugge alla mano, facendo un rigagnolo e un solco. Ecco, ora assesta un colpo al soprabito e non sa che – stringendolo al petto – è ancora più desiderabile.
E’ la donna.
Ma non la donna di ogni paese, o di ogni luogo, no. Quella che adesso oscilla e ciangola, investendo con zaffate di profumo le vie cittadine, è la donna per eccellenza, che si nega e si offre, che ammalia e recede.
E’, cioè, la donna vista da un siciliano.
E’, dunque, una donna che va immaginata, la cui ombra deve balenare come un sogno sulle pareti, quando la canicola spande vorace la sua forza, e gli scuri vengono socchiusi per schermare l’insistenza di un sole arraggiato e sconturbante.
Una donna così, non può che rendere inattivi, indurre a fantasticherie, a peregrinazioni dello spirito e dei sensi.
Ben lo sa Vitaliano Brancati, autore di “Don Giovanni in Sicilia“, che all’osservazione della donna ha dedicato ore trasognate.
File:Vitaliano Brancati.jpgE ben lo sa il protagonista del suo romanzo, Giovanni Percolla.
Catanese, unico fratello di tre vecchie signorine senza marito che lo circondano di attenzioni, Giovanni Percolla si trascina tra la villa Bellini e la via Etnea fiutando piste languorose, inventando scenari, murmuriando – con gli inseparabili amici Muscarà e Scannapieco – di questa e di quella.
Vitaliano Brancati sa che dietro tutto questo fermento c’è dell’altro. Sa che il “discorrere sulla donna”, è – per un siciliano – più importante che averla davvero.
Perhè – attraverso quelle infinite discussioni – la donna aggrega, spinge a una condivisione arcana, fatta di mistero e dolore, di vita e senso della morte. Ed è come se, per il solo fatto di parlarne, si stabilisse un prodigioso fenomeno di socializzazione, che insaporisce le giornate di poesia.
La donna si ritrova a conferire senso a un’epoca fatale, ai limiti della seconda guerra, a compensare le solitudini dell’anima, i vuoti esistenziali. Leggi tutto…

L’INCASTRO di Bruno Formosa – intervista di Simona Lo Iacono

L’INCASTRO di Bruno Formosa (Ycama Edizioni)

Intervista di Simona Lo Iacono

– Caro Bruno, l’incastro è un giallo impastato di rosa. O forse un noir con venature ironiche e sornione. Impossibile definirlo, insomma. Per te che cosa rappresenta?

 Un divertimento, prima di tutto, e una bella terapia psicologica a costo zero. Cimentarsi nella scrittura di un libro è, come tu sai molto meglio di me, un tentativo di scavarsi dentro, di trovare risposte a domande scomode circa i reconditi recessi del proprio inconscio, e per me anche un modo per conoscere meglio gli altri, ponendo un occhio impietoso sulle loro manie, sui loro tic, sulle loro debolezze. Infine, non so se “L’incastro” sia un noir, un rosa, un giallo, forse è l’insieme cromatico di tutto ciò o forse non è niente di questo. Il mio amico Toi Bianca, giornalista e scrittore, l’ha definito persino pulp, in sede di presentazione. Toi ritiene che sia un libro molto cinematografico, stanando così l’inguaribile appassionato di cinema che sono.

– Vuoi parlarci di Camillo? Chi è? Come vive il suo lavoro in banca?

  Camillo è un giovane raffinato, di temperamento mite, vittima di un’insicurezza patologica. Ma, a volerla dire tutta, è il meno perdente fra i perdenti che popolano il romanzo. E’ un sognatore, un cultore delle arti, una persona delicata e gentile, ma al termine della storia opererà delle scelte che lo sveleranno per ciò che è: un pavido individuo che non ha il coraggio di affrontare una situazione che sente troppo impegnativa. Il rapporto di Camillo con la banca nella quale lavora è disastroso. Ma il giovane “vive la sua coercizione bancaria con una salvifica dose di spicciola filosofia, cercando di scovare gli aspetti grotteschi che il suo monotono lavoro gli offre. Camillo conta le banconote e, con la coda dell’occhio o con un fulmineo alzar di palpebre, si gode lo spettacolo del cliente che, aspettando in fila, si fruga nel naso, convinto di non essere visto. Una sorta di candid camera personale”. E’ solo così e pensando ai suoi libri, ai suoi dischi ed ai suoi Dvd che Camillo riesce a tirare sera.

– E Virginia?
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