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PRANZI DI FAMIGLIA di Romana Petri (intervista)

PRANZI DI FAMIGLIA di Romana Petri (Neri Pozza)

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recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre mettersi a tavola è un rito che attira il mistero. Già nelle civiltà primitive consumare il pasto apparteneva all’area del sacro, perché mangiare voleva dire avere sconfitto la fame, e quindi la morte, allestire una festa, sopravvivere grazie a una benedizione.
I greci ai propri banchetti invitavano sempre gli dei, e i partecipanti spirituali erano più numerosi di quelli reali.
Il cibo si adattava ai convitati: agli uomini andava la carne dell’animale sacrificale, la materia che avrebbe innervato il loro sangue. Agli dei, i fumi, gli aromi che bruciavano nell’ara, e che si invettavano fino alle nuvole.
Con quei vapori l’uomo si lavava dalla colpa di avere ucciso per restare vivo, cercava di far dimenticare che il sacrificio non era che una macellazione, indispensabile per consentirgli di continuare a esserci.
Dunque, riunirsi a tavola, è più che un atto quotidiano. E’ rito, coniuganza del senso della vita e dell’eterno, intuizione di oscurità e luce, di menzogna e verità.
Romana Petri lo sa perfettamente.
Nel suo ultimo, bellissimo, romanzo, “Pranzi di famiglia” (ed. Neri Pozza), il pranzo famigliare è riunione intorno ai vivi, ma soprattutto ai morti, è atto comunitario, ma anche urlo di solitudine, è appello al vincolo di sangue, ma anche a chi quel vincolo ha tradito, a chi lo ha violato, a chi – come agnello sacrificale – ha preferito macellare gli innocenti sull’altare del proprio io. Leggi tutto…

NON HO TEMPO DA PERDERE di Giuseppe Artino Innaria (intervista)

Intervista a Giuseppe Artino Innaria, autore di Non ho tempo da perdere (Prova d’Autore)

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di Simona Lo Iacono

Un esordio letterario sorprendente, quello di Giuseppe Artino Innaria, magistrato del Tribunale di Catania, e – da sempre – lettore appassionato. Il suo romanzo, “Non ho tempo da perdere” (che vede la luce per i tipi di Prova d’autore, grazie alla stoffa  da vero scopritore di talenti di Mario Grasso [entrambi nella foto in basso: ndr]) trascina il lettore nel grembo delle irrequietezze di un uomo dei nostri tempi, alle prese con i risvolti – spesso dirompenti – della ricerca di senso.

Il libro (già presentato a Siracusa il 6 Aprile presso la sala convegni ISISC, e impreziosito dagli interventi, nel ruolo di relatore dal prof. Massimiliano Magnano, e dall’interpretazione del bravissimo attore Sebastiano Lo Monaco che ha letto i testi), è stata l’occasione gradita per volgere all’autore qualche domanda.

– Caro Giuseppe, da quale ispirazione nasce il romanzo? Leggi tutto…

LE STRAORDINARIE BILOCAZIONI DI LILY BELLS di Valentina Ferri (intervista)

LE STRAORDINARIE BILOCAZIONI DI LILY BELLS di Valentina Ferri (L’iguana editrice)

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di Simona Lo Iacono

Lily Bells si acquatta tra le lenzuola con un libro in mano. Si stiracchia sorridendo alle ombre e pregustando le peregrinazioni che – a breve – le concederà la notte. Non si allarma per ciò che gli altri definirebbero realtà. Per lei, ogni evento ha la possibilità di essere letto. Di essere interpretato in un modo inusuale. Persino di evolversi in una visione.
Dunque, senza troppo interrogarsi sul perché le capiti di spostarsi da un luogo all’altro in una manciata di secondi, inizia il rituale della lettura notturna.
Lily ad altri potrebbe sembrare un’eccentrica. Disegna pappagalli per tappezzerie, festeggia i compleanni di bambini immaginari, raccoglie gatti e indossa guepiere. Inoltre, quando legge, va in bilocazione, si ritrova catapultata nella Spagna di Filippo IV, oppure rinchiusa in un sotterraneo dove attende di essere arsa sul rogo come strega.
Insomma… chi è Lily Bells?
Lo chiedo alla sua autrice, la bravissima Valentina Ferri, che in questo nuovo libro, “Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells” (L’iguana editrice), è riuscita a creare un personaggio bizzarro ma anche incredibilmente tenero, perché se c’è una qualità che colpisce il Lily è proprio la sua disarmante innocenza.

-Valentina, parlaci di Lily. Come nasce questa incantevole creatura? Leggi tutto…

LIBERACI DAI NOSTRI MALI di Katya Maugeri (recensione)

LIBERACI DAI NOSTRI MALI di Katya Maugeri (Villaggio Maori Edizioni)

di Simona Lo Iacono

Il cancello è sempre il primo simbolo, anche in paradiso.
Per accedere sia al bene che al male, sia nel luogo della privazione che in quello della pienezza, bisogna avere una chiave.
Poi l’apertura. Che – nel secondo caso – è ferrosa e affaticata. Un attrito contro le giunture. Lo sforzo allucinato di una gazza rinchiusa nella trappola, che tossicchia un ultimo canto.
Entrare in carcere è sempre un trapasso tra mondi. Non un semplice andare verso luoghi. Ma un’espiazione al male della normalità. Un rovesciamento di sguardo.
Quando le guardie penitenziarie trascrivono il tuo nome sul registro di ingresso, hai acquisito – sia pure transitoriamente – l’identità degli sbagliati. Dei limitati.
Sei il minotauro che si aggira irrequieto tra i muri di Minosse.
I corridoi possono variare. Ne ho visti di tutti i tipi.
Al carcere di Brucoli sono dipinti. Un detenuto ergastolano ha trasformato ogni superficie in una finestra affacciata all’esterno. Ha colorato la realtà che i suoi occhi riescono ancora a vedere.
Nella casa di reclusione di Foggia, invece, le celle vi si aprono come bocche. Le mani dei reclusi cingono le sbarre. Vi ciondolano come altalene che spingono l’aria. Leggi tutto…

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (intervista)

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (Neri Pozza)

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega

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Intervista all’autrice

di Simona Lo Iacono

Vivian scatta con un click deciso, afferra l’immagine, la archivia nel cuore, ancor prima che nella pellicola. Un gesto intenso e al tempo stesso fugace, che racchiude l’attimo e l’eternità.
E’ così la storia di ciascuno di noi, lo sa bene Vivian Maier. Una foto dietro la quale si acquattano sia i desideri perduti sia i bisogni d’amore. L’arte non fa che stanarli, a volte in modo inopportuno, alle altre con istinto provvidenziale. Ma resta pur sempre l’unica ad obbedire al suo vero padrone: la ferita che richiede l’unguento, la falla che esige il rimedio.
All’inizio è stato tutto un reagire all’istinto di divorare le esistenze degli altri. Come se quell’afferrare le figure di persone incontrate in modo imprevisto avviasse un contagio prodigioso e, nell’immedesimazione, operasse un insperato salvataggio. Ma dopo, quello stesso contagio l’ha portata là dove nessuno ha il coraggio di andare: oltre gli edifici allestiti per glorificare l’apparenza. Al di là dei nomi che proteggono dagli strapiombi. Dentro il buio che fatica a farsi abbeverare dalla luce.
Senza saperlo, Vivian ha imparato a guardare con gli occhi degli altri.
Francesca Diotallevi ritrae la storia di Vivian Maier con sconcertante bellezza. La fotografa vissuta a New York negli anni cinquanta svolgendo la professione di bambinaia, vive tra le sue pagine con umanità, dolore, incanto. L’infanzia difficile, a contatto con il rifiuto e il disamore. La fuga nelle case degli altri, in famiglie che non le appartengono, crescendo figli non generati. E quelli veri, di figli. Ossia gli scatti rubati alla realtà, nel momento preciso in cui quella realtà si rivela. Vivian non ritrae qualunque cosa, qualunque persona. Solo ciò che ha con lei un’affinità feroce e struggente. Il complicato richiamo di un riconoscimento.
Alla fine, non le importa nemmeno di svilupparle, le foto. Come bambini concepiti, preferisce tenerli nel grembo, al caldo di un covo che non vedrà la corruzione del vero, l’atrocità degli abbandoni, il rischio della solitudine. Con l’istinto di ogni madre che genera per necessità, o anche per sopravvivere a se stessa, Vivian non vuole che ai propri figli tocchi il suo stesso destino.

-Francesca, chiedo all’autrice, raccontaci di questa donna, del percorso che hai fatto per impadronirti della sua vita. Leggi tutto…

CRISTINA CAMPO

cristina-campo-illustrazione-di-rossella-grassoCRISTINA CAMPO: una scrittrice da ricordare

Illustrazione di Rossella Grasso

di Simona Lo Iacono

Era nata nel mese di tutte le resurrezioni, aprile. L’anno era il 1923. La casa, un villino di famiglia in stile liberty a Bologna.
Il vagito era sembrato quello di un maschio, tanto era forte e ardito. Ma poi si era visto che era una bambina rosea, con lo sguardo afflitto dalla cecità dei neonati.
Il padre, un compositore affermato, Guido Guerrini, era autoritario, forte, dedito al lavoro. La mamma, Emilia Putti, era la sorella di Vittorio Putti, uno degli ortopedici più famosi al mondo, direttore dell’ospedale Rizzoli dal 1915.
La chiamarono Vittoria proprio in ricordo dell’amatissimo zio, anche se si firmerà sempre come Cristina Campo.
Crebbe tra adulti, Cristina, nel villino del Rizzoli che aveva l’incanto dei mondi inccessibili, cinto da edera miracolosa e da un boschetto infestato dalle ombre dei personaggi letterari. Iniziò a leggere prestissimo. Favole francesi soprattutto, ricolme di re prodigiosi e gatti ammaestrati, carrozze trascinate da topi, principesse smemorate o addormentate in radure di spine inaccessibili. La affascinava la visione che il racconto sapeva evocare, ma anche la religiosità della parola, il suo sbocciare dall’intimità degli oggetti, persuadendoli a divenire belli, ammantati di sacro perchè pronunziati.
Sebbene nata a Bologna, la città del cuore era Firenze, con la cupola del Brunelleschi che svettava verso l’infinito, il coro supplice dei monaci di san Miniato, l’Arno implacabile e placido come un rivolo di sangue. Leggi tutto…

UN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE di Edgarda Ferri (recensione e intervista)

la-femmina-nudaUN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE. Vita di Etty Hillesum di Edgarda Ferri (La nave di Teseo)

L’amore per tutti è meglio dell’amore per una persona sola. L’amore per una persona sola non è altro che l’amore di se stessi

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Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

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Nello zaino ha messo poche cose. Una piccola Bibbia, la grammatica russa e Tolstoj. Un solo paio di calze. Le lenti rotte. La carta musicale di suo fratello Mischa. Il vagone è il numero 12, contiene novecentottantasette ebrei diretti Auschwitz. Lei è Ester Hillesum, ma tutti la chiamano Etty.
Quando parte da Westerbork, un campo di transizione, destinato a smistare i deportati verso la destinazione finale, ha appena finito di leggere una poesia di Rilke. Non ricorda le parole, la ressa vicino ai vagoni è troppa. Madri con i figli appesi al collo, anziani, bambini, donne di tutte le età. Sa però che Rilke è adatto anche a quel momento caotico, debordante, che nessuno penserebbe di classificare come una morte. Così è la poesia. Uno sguardo tumefatto, che sa andare contro l’apparenza delle cose.
Ed è strano che mentre la spingono sul vagone, e i suoi genitori la precedono solo di qualche convoglio, la sua mente sia così presa dal pensiero di un poeta, e che pur sapendo che quello è l’ultimo passo – l’ultima destinazione prima della fine – la sua anima risuoni di bellezza.
E’ che guardano oltre le rotaie i lupini sfrigolano al vento. Pochi raggi di sole creano cerchi che smodano il contorno delle cose. E in lontananza un cucciolo ha preso a uggiolare, ed è la mamma cagna ad acquietarlo a furia di carezze.
La vita, nonostante tutto, è in tutte le cose, fremente e solitaria, supplice e arrendevole, ed Etty sa che non saranno i convogli destinati ai campi di sterminio a fermarla. La vita continuerà a risorgere da ogni cosa morta, e rotta, e piagata. Anzi, proprio da lì  ricrescerà come l’erba gramigna. Più forte, più rigogliosa, più annaffiata dalle lacrime umane.
Per questo motivo – pur avendone la possibilità – Etty non ha voluto lasciare il suo popolo. Sarebbe potuta restare al Consiglio ebraico fino alla fine della guerra, avrebbe avuto il privilegio di partire per ultima, o di non partire affatto. E invece ha deciso che proprio lì, a Westerbork, dove si può immaginare solo una vita di passaggio, precaria e avvelenata dalla paura, proprio lì sarà se stessa. Proprio lì intonerà le parole della sua gente. Proprio lì sarà il dolore di tutti, ed essendo tutti, sarà anche misteriosamente felice.
Riportata alla luce prima da Adelphi che ne ha pubblicato lo sconcertante diario, ed ora da “La nave di Teseo” attraverso lo splendore del saggio scritto da Edgarda Ferri, (“Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore”) l’esperienza di Etty Hillesum scava queste giornate in modo dolorosamente attuale.

La prima domanda che rivolgo dunque ad Edgarda Ferri riguarda proprio la sconcertante contemporaneità di Etty,  la sua  voce persistente, che trafigge il tempo e lo spazio, e ancora parla al nostro cuore di uomini moderni e spaesati. Le chiedo, in che modo Etty è arrivata a lei, in che modo l’ha raccolta. Leggi tutto…