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Posts Tagged ‘simona lo iacono’

LA PROMESSA di Simona Lo Iacono

Pubblichiamo il racconto “La promessa” di Simona Lo Iacono

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Appuntamento qui tra trent’anni ci siamo promessi, voltando le spalle allo spavento. Stessa ora e stessi vestiti, così ti riconosco, stesse scarpe senza lacci e stesso ciondolo sul cuore.
L’abbiamo diviso in due e ce lo siamo spartito, una medaglia della Vergine del buon consiglio che adesso ha metà faccia e metà corpo, una parte che batte sul mio petto e l’altra sul tuo. Come sempre, sei stato più fortunato di me, ti è toccato il braccio di Maria che regge una stella, a me la mano aperta, senza appigli se non pochi raggi che scoscendono a picco, e a cui gli uomini non prestano attenzione.
Ma tant’è, il sorteggio non si discute, e ci siamo divisi quell’unica cosa che ci restava come i beni trafugati a un morto di guerra.
L’oro è difficile da tagliare, hai detto, ma poi hai preso a limare in verticale quell’ovale leggero, quasi di latta, che si è spezzato perfettamente a metà. Buon segno, hai sorriso alla solita maniera, senza svelare che una rottura così precisa e netta faceva pensare a una ferita.
Buon segno, ho borbottato senza crederci, perchè sapevo che, separandoci, la vita sarebbe andata alla rovescia. Leggi tutto…

L’ALBATRO di Simona Lo Iacono (recensione)

L’ALBATRO di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

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Destini, Vocazioni, Affratellamenti

approfondimento critico a cura di Salvo Sequenzia

Sei anni fa usciva il saggio Scritture verticali,  presentato nel 2013 alla Galleria Roma di Ortigia e pubblicato nel 2014 sul numero 0 della rivista Pentelite, nel quale, accostandomi all’opera di alcuni  narratori legati per diverse ragioni a Siracusa, formulavo la definizione di «linea siracusana» recensendo  l’esperienza di quella generazione di scrittori  che muoveva i primi passi sulla scena letteraria nel primo decennio del nuovo millennio individuandosi in una poetica che,  prendendo le distanze dai canoni letterari allora dominanti,  si caratterizzava per la capacità di rileggere – con sguardo disincantato e senza mistificazioni – le trasformazioni della contemporaneità assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.
Incastonata in questa costellazione di autori brillava Simona Lo Iacono, alla cui scrittura ritorno oggi accostandomi al suo nuovo romanzo, L’albatro (Neri Pozza, 2019), con il quale  la giudice  e scrittrice siracusana consegna ai lettori una storia di fedeltà e di abbandono, di verità e di sogno, di eternità e di morte sullo sfondo di quel «sesto continente del pianeta piccolo e clandestino» che è la Sicilia dei Gattopardi, terra di miti e di contraddizioni profonde segnata da drammi sociali e da urgenze storiche, fascinata da fantasmi, nutrita di incantagioni, afferrata al collasso tra due epoche: quella che in Italia vede concludersi l’epopea risorgimentale con il compimento scempiato dell’unità nazionale e quella che in Europa vede incombere e consumarsi  le immani sciagure dei due conflitti mondiali. Leggi tutto…

SIMONA LO IACONO racconta L’ALBATRO

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo L’ALBATRO (Neri Pozza)

[ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a “L’albatro”: Simona Lo Iacono in conversazione con Massimo Maugeri]

di Simona Lo Iacono

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Cercavo un libro di commedie di Nino Martoglio.
Come sempre, la ricerca nella mia libreria durava ore. Non appena aprivo un testo, mi immergevo nella lettura e dimenticavo ciò che mi interessava. Non sono mai riuscita a resistere al richiamo dei libri. Troppo implorante per essere trascurato.
Il volume de “Il gattopardo” saltò fuori dalla terza mensola. Un’edizione vecchissima, appartenuta a mia madre. Le pagine erano ingiallite. Tra l’una e l’altra sbucavano fuori resti di petali essiccati, vecchie cartoline, una foto tagliata a metà che ritraeva i miei genitori in viaggio di nozze.
Non ho mai voluto che i libri restassero integri. Li ho sempre sottolineati. Li ho riempiti di resti, di carte, di oggetti.
Mi fa piacere che, quando li apro, dalle pagine affiorino anche residui e antiche nostalgie. Qualche rimasuglio di un momento, qualche spasmo di felicità.
In questo modo mi pare che siano vivi, sempre in procinto di dirmi che hanno un’anima, oltre che mani capaci di consegnarmi frattaglie, cose lacere, inutili, che altri avrebbero buttato.
Avevo letto “Il gattopardo” decine di volte. Non solo perché amavo la fierezza di don Fabrizio, la sua malinconia di scrutatore di stelle. Ma anche perché ero una sostenitrice del ruolo degli animali in letteratura. E spasimavo per il suo cane, Bendicò. Leggi tutto…

Il progetto GUANTINI BIANCHI di Simona Lo Iacono

imageUn progetto tra letteratura, suggestione musicale e mondo della disabilità

di Massimo Maugeri

Il progetto “Guantini bianchi”, ideato e realizzato da Simona Lo Iacono, con l’ausilio della storica libreria “La casa del libro” (retta dalla attivissima Marilia Di Giovanni), della associazione “Sicilia Turismo per tutti” (presieduta da Bernadette Lo Bianco) e del coro di mani bianche del Collegio Sacro cuore di Siracusa (diretto da Silvia Simonelli), è il frutto di una sinergia di forze e di intenti.
In esso confluisce lo sguardo letterario, la suggestione musicale e il mondo della disabilità.
Partiamo da quest’ultima per chiedere a Simona Lo Iacono…

-Che cos’è la disabilità?
Che cos’è la disabilità se non un diverso modo di approcciarsi alla realtà?
In verità chi vive una situazione di fragilità coltiva solo una maniera meno usuale di stare al mondo, e non è diverso da noi, che cerchiamo comunque la nostra dimensione, che ci sforziamo di adattarci alla realtà, che la interpretiamo con i nostri sensi, la nostra storia personale, la nostra sensibilità.
Pertanto, ogni diversità non è che una “unicità” che – in qualche modo – ci accomuna profondamente al vissuto dell’altro. Infatti non è solo il disabile a potersi dire fragile, precario, in difficoltà.
Lo siamo tutti.
Dalla “debolezza”, si può quindi trarre un importante insegnamento per la propria vita. Non solo come trasformare le minorità in opportunità, ma soprattutto come cambiare “sguardo”.
Il cambio di prospettiva è fondamentale per la crescita umana. Impedisce all’Io di ingigantire, permette il rispetto, la pietà, l’apertura.
Consente anche di guardare all’altro come a un compagno indefettibile del nostro cammino.

-Perché unire la disabilità al mondo della parola?
Perché nel percorso di avvicinamento alla diversità, la parola letteraria è una grande alleata.
Intanto perché un libro costringe necessariamente a un mutamento di prospettiva. Immedesimarsi nei personaggi, siano essi positivi o negativi, impone giudizio, senso critico, ma soprattutto un salutare “cambiamento di stato e di pelle”.
Entrare nella storia di un personaggio impone infatti di vivere i suoi pensieri, i suoi dolori, le sue aberrazioni e le sue rinascite. Abitua ed allena alla solidarietà, alla capacità di fare nostro il destino degli altri.
Inoltre la “parola” funge da ponte.
E’ ciò che mette in comunione, ma anche ciò che – se usato male – può dividere.
Approcciarsi alla parola letteraria, e a un percorso di lettura, abitua dunque alla RELAZIONE e alla responsabilità nell’uso della parola.
Ma la relazione è anche del gesto, del corpo, dello sguardo. A maggior ragione se la parola affronta il problema di una disabilità, può essere affidata ad altre strade.
Pensiamo agli alfabeti dei disabili, ma anche alla magnifica gestualità della lingua LIS, la lingua italiana segni, che trasforma il segno semantico in  interpretazione.
Imparare la lingua LIS quindi vuol dire fare non solo una esperienza linguistica, ma anche artistica, perché spesso i segni procedono per immagini, per evocazione. Il LIS è un linguaggio poetico, perché deve non solo DIRE ma suscitare il pensiero e la fantasia.

-Appunto, che cos’è la  LIS? Leggi tutto…

TU NON DICI PAROLE di Simona Lo Iacono – nuova edizione

Torna in libreria il romanzo d’esordio di Simona Lo Iacono intitolato “Tu non dici parole” (Perrone editore), vincitore del Premio Vittorini Opera prima.

Il romanzo sarà presentato in anteprima nazionale il 10 settembre, a Roma, presso la libreria Feltrinelli di Viale Eritrea, 72.

Di seguito, un video dedicato alla nuova edizione del libro e l’intervista a Simona Lo Iacono pubblicata sul quotidiano La Sicilia del 27 dicembre 2008.

Segnaliamo, inoltre, questa pagina dedicata al dibattito sul libro con la partecipazione della stessa autrice.

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di Massimo Maugeri

Bronte, 1638. Periodo di malcontento popolare e di Santa Inquisizione. Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però, viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio. Francisca è la protagonista di “Tu non dici parole” (Perrone), romanzo d’esordio della siracusana Simona Lo Iacono, magistrato e dirigente del Tribunale di Avola (n.d.r. – attualmente esercita il ruolo di magistrato presso il Tribunale di Catania). Una storia tragica, dolente; ispirata da personaggi realmente esistiti e caratterizzata da visionarietà artistica e grandissima teatralità; “messa in scena” con un riuscito impasto linguistico imperlato di espressioni in latino, in volgare e in dialetto siciliano.

Risultati immagini per simona lo iacono letteratitudine“Tu non dici parole”. Un titolo molto evocativo. Da dove nasce?
– Da una poesia di Pavese, tratta da “La terra e la morte”. Non dire parole è più di un silenzio. È una privazione. Quando mancano le parole è perché la vita non si manifesta. Perché la bellezza cessa di stupire. Una fine. Chi scrive, invece, compie un atto vitale, scaglia continuamente parole contro la morte.

La storia del romanzo si incrocia con quella dell’Inquisizione in Sicilia. Che tipo di ricerca hai svolto per ambientarla?
– Ho consultato carteggi processuali. Materiale d’archivio. Tra essi il “Codice rosso di Sortino” (che raccoglie gli antichi editti e divieti dei signorotti del 1600) mi ha consentito di creare intorno alle udienze (i costituti) della Santa Inquisizione un’atmosfera corposa. Satura di imposizioni.

Che relazione c’è tra “parola” e “processo”? Leggi tutto…

LETTERATURA E MODA: intervista a Stefania Federico

Nell’ambito di Taomoda 2018, il 15 luglio, la costumista e scenografa Stefania Federico allestirà una sfilata di abiti che interpreteranno il romanzo “Il morso” di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

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di Erika Di Giorgio

Siamo abituati a pensare all’abito come una maschera, qualcosa che cela, che copre e che esalta solo l’aspetto formale dell’esistenza. Ma in realtà l’abito racconta l’anima, la storia, finanche i desideri più nascosti del cuore. Nato per coprire, l’abito finisce per rivelare.
Quindi non è solo segno esteriore, ma simbolo interiore.
Da questa riflessione nasce l’arte di Stefania Federico, costumista e scenografa,  specializzata in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo ad indirizzo scenografico all’Accademia di Belle Arti di Catania, appassionata frequentatrice dei corsi di perfezionamento in abiti del ‘700 presso il LabCostume di Roma.

Stefania Federico sa che l’abito parla, e per questo motivo sin dall’inizio della sua carriera ha approfondito i rapporti tra costume e dramma. Per esempio nelle sue collaborazioni teatrali (si veda  l’opera “Salomè” rappresentata nel Teatro Museo del Cinema a Siracusa nel 2016), o nei fastosi allestimenti del melodramma in musica (“Amor quando si fugge, allor si trova” nel 2016, o l’intermezzo buffo “Un buon vin, fa un buon pro” nel 2017, sono esperienze significative in tal senso).
L’approccio con la parola letteraria era quindi un passaggio quasi obbligato, dato che la letteratura usa lo stesso metodo di comunicazione della moda: in apparenza è infingimento, come le vesti. Ma nasconde la verità dell’anima. E in superficie è forma. Ma copre tutta la sostanza dell’essere. Sembra un messaggio forte. E invece racconta un’ umanità fragile, trasognata, in cerca della felicità.

Il 15 Luglio infatti, nella meravigliosa cornice dell’Excelsior Palace Hotel di Taormina, sulla lunga scalinata in pietra che scorre accanto alle vestigia degli antichi insediamenti, l’organizzazione del TAOMODA, capitanata dalla geniale Agata Saccone (una vera eccellenza del territorio siciliano, creatrice della storica rassegna) unitamente alla Fildis Siracusa, presieduta dalla dinamica Elena Flavia Castagnino, daranno vita a “TAOMODA CULTURA THEOTOKOS: gli infiniti volti delle donne”. Un pomeriggio che dedicherà all’arte al femminile molte declinazioni. In seno a questa giornata speciale, in cui il Taomoda si apre anche all’esperienza letteraria e artistica in genere, Stefania Federico sarà quindi presente con le sue creazioni. E, dato che in quella occasione si occuperà di letteratura (allestendo una sfilata di abiti che interpreteranno il romanzo “IL MORSO”, di Simona Lo Iacono), ci è sembrato che l’occasione fosse propizia per rivolgerle qualche domanda.
Chiediamo quindi a Stefania Federico:

– Come nasce la sua vocazione? Leggi tutto…

CETTI CURFINO va a Messina, Acireale e Siracusa

Cetti Curfino (Cover)CETTI CURFINO va a Messina, Acireale e Siracusa

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Tour siciliano per CETTI CURFINO di Massimo Maugeri (La nave di Teseo).

– Giovedì 7 giugno il romanzo sarà presentato, alle h. 18:30, alla libreria La Gilda dei Narratori – Ubik di Messina, Via Garibaldi 56, con Francesco Musolino e Cristina Marra – interverrà Roberta D’Amico. Sarà presente l’autore.

Venerdì 8 giugno il romanzo sarà presentato, alle h. 18, alla libreria Ubik di Acireale (Ct), Corso Umberto I, 214. Converserà con l’autore, lo scrittore e docente di letteratura prof. Orazio Caruso

Sabato 9 giugno il romanzo sarà presentato, alle h. 19,30 al teatro dei pupi (Ortigia, Siracusa, Via della Giudecca, n. 22), da Simona Lo Iacono con l’aiuto dei fratelli pupari Vaccaro Mauceri. Sarà presente l’autore. La rappresentazione è inserita nella rassegna “Libri da bere, Vini da leggere” curata da Simona Lo Iacono con Elena Flavia Castagnino e con la Fildis Siracusa e con la presenza di Marilia Di Giovanni e della storica Casa del Libro. La sceneggiatura è di Simona Lo Iacono, sui testi di Massimo Maugeri. Voci narranti: Alfredo Mauceri e Arianna Vinci. Coreografie e movimenti di scena di Daniele Carrubba e Daniel Mauceri.

In fondo al post: le locandine con gli eventi.

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CETTI CURFINO di Massimo Maugeri (La nave di Teseo)

Un giornalista, una donna detenuta in carcere, una confessione che non può più aspettare.

Cetti Curfino è un romanzo potente sull’origine delle azioni umane e sul mistero di ogni delitto, costruito come un valzer tra due personaggi che cercano nella scrittura la propria verità.

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Dalla rassegna stampa del romanzo

Tuttolibri – La Stampa (Amedeo La Mattina)
Cetti, dotata di «una bellezza ferale», di quelle che toglie il fiato, sceglie la strada che la porta in una cella. Massimo Maugeri ci conduce dentro questa prigione, ci fa entrare nella testa di una donna che concentra l’umiliazione e la disperazione di milioni di donne alla ricerca della propria dignità. (…) Il j’accuse di un uomo scagliato contro gli uomini stessi. Azzardando, con un eccesso storico più che letterario, un esergo tratto dall’incipit di una canzone di John Lennon del 1972, motivo di polemiche così accese che venne esclusa dalle radio. Faceva così: la donna è il negro del mondo. Sì, lo è, pensaci, fai qualcosa.

L’Espresso (Sabina Minardi)
Da un apprezzato testo teatrale di Maugeri, prende ora corpo nella forma piena del romanzo la figura appassionante della quarantenne Cetti, vittima e carnefice, emblema di soprusi e di resistenza, di abusi e di forza. Intorno, temi altrettanto forti: la vita in carcere, le morti bianche, la disoccupazione, la dipendenza dalle slot machine, la politica senza scrupoli, la difficile esistenza nelle periferie abbandonate di molte città. Con un linguaggio che sa affrontare con credibilità registri diversi, incluso quello imperfetto e sincero della detenuta siciliana.

La Repubblica – Palermo (Gianni Bonina)
Cetti Curfino non si fa vendetta, non avanza attenuanti, non si sottrae alla pena, ma chiede solo di essere ascoltata: perciò prima scrive un diario al commissario e poi un libro perché il mondo senta il suo grido di angoscia e di rabbia. È il suo urlo così contemporaneo che, chiudendo alla fine il libro di Maugeri, sentiamo riecheggiare. Un urlo di donna che sostituisce il viandante di Munch e si infrange contro le nostre coscienze sorde.

Vivere – La Sicilia (Domenico Trischitta)
Cetti Curfino (La nave di Teseo) di Massimo Maugeri è un romanzo travolgente, avvincente, e la sua protagonista è uno di quei personaggi che difficilmente dimenticheremo. Innanzitutto per la sua bellezza ferina, la sua fierezza e allo stesso tempo la sua fragilità; poi ci sono i quartieri popolari catanesi, la voracità e la decadenza di una città avvitata su se stessa, con tutte le sue contraddizioni e attrazioni.

Libreriamo Leggi tutto…

CETTI CURFINO va a Catania

CETTI CURFINO va a Catania il 25 maggio 2018

Venerdì 25 maggio: ore 17:30, Libreria Cavallotto di Corso Sicilia, 91.

Simona Lo Iacono accompagnerà “Cetti Curfino” e la presenterà al pubblico dei lettori con l’ausilio di effetti scenici. Sarà presente Massimo Maugeri

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CETTI CURFINO di Massimo Maugeri (La nave di Teseo)

Un giornalista, una donna detenuta in carcere, una confessione che non può più aspettare.

Cetti Curfino è un romanzo potente sull’origine delle azioni umane e sul mistero di ogni delitto, costruito come un valzer tra due personaggi che cercano nella scrittura la propria verità.

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Dalla rassegna stampa del romanzo

L’Espresso (Sabina Minardi)
Da un apprezzato testo teatrale di Maugeri, prende ora corpo nella forma piena del romanzo la figura appassionante della quarantenne Cetti, vittima e carnefice, emblema di soprusi e di resistenza, di abusi e di forza. Intorno, temi altrettanto forti: la vita in carcere, le morti bianche, la disoccupazione, la dipendenza dalle slot machine, la politica senza scrupoli, la difficile esistenza nelle periferie abbandonate di molte città. Con un linguaggio che sa affrontare con credibilità registri diversi, incluso quello imperfetto e sincero della detenuta siciliana.

La Repubblica – Palermo (Gianni Bonina)
Cetti Curfino non si fa vendetta, non avanza attenuanti, non si sottrae alla pena, ma chiede solo di essere ascoltata: perciò prima scrive un diario al commissario e poi un libro perché il mondo senta il suo grido di angoscia e di rabbia. È il suo urlo così contemporaneo che, chiudendo alla fine il libro di Maugeri, sentiamo riecheggiare. Un urlo di donna che sostituisce il viandante di Munch e si infrange contro le nostre coscienze sorde.

Vivere – La Sicilia (Domenico Trischitta)
Cetti Curfino (La nave di Teseo) di Massimo Maugeri è un romanzo travolgente, avvincente, e la sua protagonista è uno di quei personaggi che difficilmente dimenticheremo. Innanzitutto per la sua bellezza ferina, la sua fierezza e allo stesso tempo la sua fragilità; poi ci sono i quartieri popolari catanesi, la voracità e la decadenza di una città avvitata su se stessa, con tutte le sue contraddizioni e attrazioni.

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CRISTINA CAMPO

cristina-campo-illustrazione-di-rossella-grassoCRISTINA CAMPO: una scrittrice da ricordare

Illustrazione di Rossella Grasso

di Simona Lo Iacono

Era nata nel mese di tutte le resurrezioni, aprile. L’anno era il 1923. La casa, un villino di famiglia in stile liberty a Bologna.
Il vagito era sembrato quello di un maschio, tanto era forte e ardito. Ma poi si era visto che era una bambina rosea, con lo sguardo afflitto dalla cecità dei neonati.
Il padre, un compositore affermato, Guido Guerrini, era autoritario, forte, dedito al lavoro. La mamma, Emilia Putti, era la sorella di Vittorio Putti, uno degli ortopedici più famosi al mondo, direttore dell’ospedale Rizzoli dal 1915.
La chiamarono Vittoria proprio in ricordo dell’amatissimo zio, anche se si firmerà sempre come Cristina Campo.
Crebbe tra adulti, Cristina, nel villino del Rizzoli che aveva l’incanto dei mondi inccessibili, cinto da edera miracolosa e da un boschetto infestato dalle ombre dei personaggi letterari. Iniziò a leggere prestissimo. Favole francesi soprattutto, ricolme di re prodigiosi e gatti ammaestrati, carrozze trascinate da topi, principesse smemorate o addormentate in radure di spine inaccessibili. La affascinava la visione che il racconto sapeva evocare, ma anche la religiosità della parola, il suo sbocciare dall’intimità degli oggetti, persuadendoli a divenire belli, ammantati di sacro perchè pronunziati.
Sebbene nata a Bologna, la città del cuore era Firenze, con la cupola del Brunelleschi che svettava verso l’infinito, il coro supplice dei monaci di san Miniato, l’Arno implacabile e placido come un rivolo di sangue. Leggi tutto…

UN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE di Edgarda Ferri (recensione e intervista)

la-femmina-nudaUN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE. Vita di Etty Hillesum di Edgarda Ferri (La nave di Teseo)

L’amore per tutti è meglio dell’amore per una persona sola. L’amore per una persona sola non è altro che l’amore di se stessi

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Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

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Nello zaino ha messo poche cose. Una piccola Bibbia, la grammatica russa e Tolstoj. Un solo paio di calze. Le lenti rotte. La carta musicale di suo fratello Mischa. Il vagone è il numero 12, contiene novecentottantasette ebrei diretti Auschwitz. Lei è Ester Hillesum, ma tutti la chiamano Etty.
Quando parte da Westerbork, un campo di transizione, destinato a smistare i deportati verso la destinazione finale, ha appena finito di leggere una poesia di Rilke. Non ricorda le parole, la ressa vicino ai vagoni è troppa. Madri con i figli appesi al collo, anziani, bambini, donne di tutte le età. Sa però che Rilke è adatto anche a quel momento caotico, debordante, che nessuno penserebbe di classificare come una morte. Così è la poesia. Uno sguardo tumefatto, che sa andare contro l’apparenza delle cose.
Ed è strano che mentre la spingono sul vagone, e i suoi genitori la precedono solo di qualche convoglio, la sua mente sia così presa dal pensiero di un poeta, e che pur sapendo che quello è l’ultimo passo – l’ultima destinazione prima della fine – la sua anima risuoni di bellezza.
E’ che guardano oltre le rotaie i lupini sfrigolano al vento. Pochi raggi di sole creano cerchi che smodano il contorno delle cose. E in lontananza un cucciolo ha preso a uggiolare, ed è la mamma cagna ad acquietarlo a furia di carezze.
La vita, nonostante tutto, è in tutte le cose, fremente e solitaria, supplice e arrendevole, ed Etty sa che non saranno i convogli destinati ai campi di sterminio a fermarla. La vita continuerà a risorgere da ogni cosa morta, e rotta, e piagata. Anzi, proprio da lì  ricrescerà come l’erba gramigna. Più forte, più rigogliosa, più annaffiata dalle lacrime umane.
Per questo motivo – pur avendone la possibilità – Etty non ha voluto lasciare il suo popolo. Sarebbe potuta restare al Consiglio ebraico fino alla fine della guerra, avrebbe avuto il privilegio di partire per ultima, o di non partire affatto. E invece ha deciso che proprio lì, a Westerbork, dove si può immaginare solo una vita di passaggio, precaria e avvelenata dalla paura, proprio lì sarà se stessa. Proprio lì intonerà le parole della sua gente. Proprio lì sarà il dolore di tutti, ed essendo tutti, sarà anche misteriosamente felice.
Riportata alla luce prima da Adelphi che ne ha pubblicato lo sconcertante diario, ed ora da “La nave di Teseo” attraverso lo splendore del saggio scritto da Edgarda Ferri, (“Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore”) l’esperienza di Etty Hillesum scava queste giornate in modo dolorosamente attuale.

La prima domanda che rivolgo dunque ad Edgarda Ferri riguarda proprio la sconcertante contemporaneità di Etty,  la sua  voce persistente, che trafigge il tempo e lo spazio, e ancora parla al nostro cuore di uomini moderni e spaesati. Le chiedo, in che modo Etty è arrivata a lei, in che modo l’ha raccolta. Leggi tutto…

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (recensione e intervista)

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (Melville edizioni)

Segnaliamo le due date del minitour siciliano di “Uno spazio minimo”: Venerdì 9 febbraio a Siracusa, alle 19, presso La casa del Libro – via Maestranza n. 20. Presentano: Maria Lucia Riccioli e Lucia Corsale; Sabato 10 febbraio a Catania, alle 17:30, presso la Biblioteca della Città Metropolitana di Catania – via Prefettura 24. Presenta: Gabriella Vergari – In entrambi gli incontri, sarà presente l’autrice

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recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Parole che non riescono ad affiorare. Un silenzio che si appropria delle cose, perché tacerle, non nominarle, vuol dire negar loro esistenza, e – dunque – capacità di ferire.
Così cresce Angelica Alabiso, avvolta da un silenzio che è come una coltre, una spessa tenda di protezione, o anche un muro difficile da valicare.
Il suo mondo di bambina si consuma senza parole, delegando all’immaginazione la forza di creare i sogni, giocando con un laccio che può assumere forme mutevoli, disegnando una via d’accesso alle possibilità.
Perché comunque, anche se intabarrata in grida mute, Angelica Alabiso vuole sognare.
Certo, dei sogni ha anche paura. La sua educazione familiare sembra quasi bandirli, per approdare a conquiste più concrete, alla stabilità tanto agognata, al raggiungimento di certezze capaci di sconfiggere i timori e la precarietà. La sua famiglia è tutta compressa in questo sforzo di normalità. Marianna e Germano, i due fratelli, le crescono accanto avvolti dalla medesima patina di apparenze e buon senso.
Ma basta una vita incanalata negli argini dell’ordinario per garantire una evoluzione piena, l’approdo alla felicità?
Così, Angelica cresce senza quasi formulare domande. Il liceo classico a Catania, la voglia di spensieratezza dei diciotto anni, un primo matrimonio non scelto, o meglio arrivato come una conseguenza necessaria di ritmi di vita scanditi da altri.
La voce di Angelica finalmente prorompe, è dalle pagine che si leva alta e cristallina, quando piange i figli perduti, gli amori finiti troppo precocemente, le scelte universitarie sostituite da percorsi professionali.  E come in uno specchio riflesso, si alzano anche le voci dei genitori, voci quasi sempre inadatte a decifrarla, a cogliere nelle sue mute aspettative la voglia di una gratificazione o di un riconoscimento. L’esigenza – mai tradotta in vere pretese – di essere pienamente amata.
E allora si scopre che anche il loro infliggere inconsapevoli ferite, proviene da altri smacchi del destino o della fortuna. Che anche il padre di Angelica è frutto della mancanza di uno sguardo paterno, e così pure la madre è a sua volta figlia di una generazione sbalestrata.
In questo incedere di generazioni che cercano sempre in quella successiva un ristoro, o una riparazione tardiva ai propri sbagli, alle proprie incompletezze, alle proprie povertà, Angelica scopre poco per volta la sua vera vocazione alla felicità. Una felicità timida, capace di scavarsi una strada semplice e al tempo stesso contemplativa. Uno spazio minimo, forse, ma dotato dell’equilibrio necessario per dare finalmente un senso, un significato profondo a tanto cercare.
Con una scrittura tersa e cristallina, dotata di picchi alti, poetici e pensierosi, Rosalia Messina in questo suo ultimo romanzo “Uno spazio minimo” (Melville edizioni) regala una storia lucida, sofferta e al tempo stesso compostissima. Un gioiello di rara e preziosa solidità letteraria.
 
-Cara Lia, le chiedo, nel silenzio di Angelica si scoprono tante parole non dette. Qual è il rapporto tra vita e parola? Leggi tutto…

È STATO BREVE IL NOSTRO LUNGO VIAGGIO di Elena Mearini (intervista)

È STATO BREVE IL NOSTRO LUNGO VIAGGIO di Elena Mearini (Cairo editore)

Il libro è entrato nella cinquina dei finalisti dell’edizione 2017 del Premio Scerbanenco

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di Simona Lo Iacono

Cesare Forti. Il cognome rimanda alla virtù della forza, della compiutezza, della presenza. E, in effetti, questo sembra. Un uomo incrollabile, la cui vita non risente neanche di una sbeccatura, una di quelle imperfezioni così scontate negli altri.
Ma lui no.
Ha una moglie elegante, espertissima nell’arte di arredare, intrattenere, presenziare. Una figlia amata, tirata su con il rispetto delle buone regole dello stare al mondo.
Eppure, al di là della maschera inappuntabile dell’uomo arrivato, qualcosa è ferito, crepato.
E quel qualcosa lo porta a cercare altro, un appagamento diverso, una risposta a esigenze mai rivelate.
Bisognerebbe sempre ascoltare i propri desideri, persino i propri tradimenti, perché molto rivelerebbero sulle strade interrotte, sui destini mancati, persino sulle richieste – mai veramente adempiute – di uno sguardo. Non farlo, significa correre su un crinale pericoloso che mescola verità e finzione. Indossare maschere pronte a sbriciolarsi. Affidare alla parte nascosta di noi il compito di ribaltare quella affiorante, ma meno autentica.
Con una sapienza poetica altissima, Elena Mearini ci racconta quest’uomo. Le sue ipocrisie ma anche le sue ferite. La sua debolezza ma anche il suo finale coraggio. La sua malattia interiore e la sua inaspettata guarigione.
È stato breve il nostro lungo viaggio”, (Cairo editore) è un romanzo che lucidamente disamina l’assillo dell’apparenza, seziona le voragini del cuore, riepiloga gli anelli – presenti e mancanti – della maglia complessa dell’esistere.

-Elena – chiedo allora alla bravissima autrice – mai come in questo libro possiamo dire che la letteratura fa andare oltre, sgomina ciò che appare, il manto che nasconde la verità, e le ferite delle cose. Chi è veramente Cesare Forti? Leggi tutto…

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (recensione e intervista)

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (Neri Pozza)

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Osac, il cane del Klondike.

di Simona Lo Iacono

Un riconoscimento. Comincia così, in genere, l’amore vero. Con uno sguardo sull’altro, un altro che però non rimanda la sua immagine. Ma la tua.
Da lì in poi, la vita non è più la stessa. Il riconoscimento affonda in ciò che siamo stati, in ciò che vogliamo e persino in ciò che non vogliamo.
Richiama, come da una lontanissima e selvaggia foresta, la parte più nascosta e più ferita di noi.
Ma cosa accade se a riconoscersi non sono due esseri umani ma una donna e un cane?
Che tipo di amore può venire fuori da un essere su due gambe e un altro su quattro?
Se poi il cane è nero come la pece, furibondo come un folletto, enorme e geloso, è ben possibile che la vita non solo cambi, ma sia completamente stravolta. E che il riconoscimento si trasformi in qualcosa di ancor più radicale. Un legame arcaico, viscerale e quasi sacro, che impedirà al cane di lasciare la sua amata, e che farà sentire l’amata – all’arrivo di un figlio proprio – il peso di un insostenibile tradimento.
Libro di passioni forti, radicate, e di impareggiabile verità, “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri (Neri Pozza editore) non è però solo la storia,  esilarante e al tempo stesso tragica, di Osac, ossia dell’indomito animale che l’autrice – ai tempi insegnante precaria – salva dalla strada. Né va limitato all’avventura, per quanto bizzarra, di una bestia che decide di amare perdutamente la propria salvatrice.
Questo libro di Romana Petri è invece un viaggio nella inesorabile scoperta della maternità, che Romana si trova a vivere – e non a caso – proprio dopo aver adottato il suo ingombrante amico a quattro zampe.
Quasi contemporaneamente, infatti, un figlio e un cane si impadroniscono della sua esistenza, e la donna fa esperienza giorno dopo giorno del mistero, umile e onnipotente, del generare.
Quando infatti il suo “Citto”, il suo bambino, viene alla luce, la madre non può fare a meno di capire che il legame con il figlio la porterà inevitabilmente a dover tradire l’amore di Osac, e nella ineluttabilità di questo tradimento, scoprirà la forza e la fatica dell’essere – da quel momento in poi – un genitore.
La maternità inizia a diventare una modalità dell’essere, e Romana capisce di non poter più tornare indietro, che il “Citto”, sin dal momento in cui si è scavato in lei una strada per venire al mondo, ha impresso al suo destino la forza di un mistero eterno e imperioso.
Ama, la madre, e più impara ad amare, più il mondo e la condizione umana passano da quella maternità, costringendola a rinascere e a morire, a espandersi e a ritrarsi, a fare spazio e a togliere spazio.
Di fronte a quell’amore potente e doloroso, e all’allontanamento necessario del neonato e della donna, Osac non potrà che fuggire, ululare alla notte la sua solitudine, aggrapparsi a un nugolo di scapestrati amici canini e cercare di dimenticare – come ogni creatura innamorata – la propria infelicità.

-Romana, chiedo allora all’autrice, che legame c’è in questo bellissimo romanzo tra la scoperta della maternità e il salvataggio di Osac?
Immagine correlataOsac è il protagonista assoluto di questo romanzo, l’unico che abbia un nome e anche un cognome, e di ogni cosa è una specie di untore. Il suo “selvaggiume” contagia tutto, anche la maternità che si fa primordiale, quasi biblica. Nel parto la donna soffre atrocemente, ma non vuole anestesie. Contagiata dal selvaggio Klondike che il cane le ha portato in casa, decide che deve mettere al mondo la sua creatura in questo modo barbaro. “Partorirai con dolore” per lei non è nemmeno più una minaccia, quel dolore lo sceglie quasi superstiziosamente, come se si dicesse: “Più soffro ora e meno soffrirà mio figlio nella vita.” Ma è Osac a metterle queste cose nella mente, lui e il mondo selvatico e primitivo che si porta dietro quasi inconsapevolmente. Tra cane e figlio, la madre sta in mezzo non a fare da bilancia, ma ad assorbire Natura.

-Nel romanzo la salvatrice di Osac cerca non solo il nome del suo cane, ma anche il suo cognome. Perché? Leggi tutto…

IL MORSO di Simona Lo Iacono (recensione)

IL MORSO di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

di Tea Ranno

È una scrittura avvolgente quella che, come fumo d’oppio, ti porta dentro Il morso, un magnifico romanzo ambientato in una terra densa di eccessi: eccessivo il sole, le voci, le voglie, le fami, i bisogni, le notti sfioccate da giorni di cui conservano ancora una certa luminosità; e densa, pure, di visioni che fanno di quella Palermo – pronta a entrare nel “folle” 1848 – una città magarica, intrisa di un bollore rivoluzionario che darà l’innesco a uno dei grandi cambiamenti della nostra Storia.
Simona Lo Iacono, sapiente dosatrice di parole e suggestioni, ci conduce con mano sicura dentro un mondo intessuto di contrasti e lo fa per mezzo di una serva, Lucia la siracusana, a cui non manca bellezza, intelligenza e sapienza, ma pure – visto appunto che siamo in tema di contrasti – un vizio, una tacca. Le capita cioè, all’improvviso, di entrare in un buio vischioso in cui la mente smette di esistere e abbandona il corpo a rantoli, sussulti, bava alla bocca, occhi rovesciati. Un sconquasso del corpo che sparge intorno a lei fama di pazzia: cos’altro potrebbe essere, altrimenti, quel suo quasi morire per poi rinascere alla luce?
Per Lucia è solo il fatto, una condizione della carne e dello spirito a cui è ormai abituata e che cerca, muovendosi con prudenza e controllando ogni gesto, di sottrarre agli occhi degli altri: “Inizia sempre con un formicolio. Poi una scossa, e la testa artigliata da corvi, mille corvi che rodono in fronte, travasano il male e la battono di destra e di mancina, e Lucia non può che dire: «Basta, basta!» ma, mentre lo dice, la prende anche un eccesso di vita che deve fuoriuscire dalle orbite, sorpassare la schiuma della bocca”. Leggi tutto…

MARIA E LE BEATITUDINI di Simona Lo Iacono

La prima dello spettacolo teatrale “MARIA E LE BEATITUDINI” di Simona Lo Iacono.

Lo spettacolo, in forma di musical, è stato interpretato a cura della compagnia teatrale “I commedianti di Dio” e trasmesso in diretta Facebook da Frascati.

Intorno alle ore 21,00 del 28 dicembre 2017 è andata in scena la prima dello spettacolo teatrale “Maria e le beatitudini” di Simona Lo Iacono, ribattezzato – in forma di musical – con il nome “Mi chiameranno beata“. Questo primo appuntamento, a cui farà seguito un tour nazionale, ha avuto luogo a Frascati nell’ambito del XXXII Convegno Giovani USC ed è stato trasmesso in diretta Facebook.

Il video del secondo atto dello spettacolo è disponibile qui…

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Lo spettacolo è nato da una intuizione“, ha raccontato Simona Lo Iacono a Letteratitudine. “E cioè la profonda affinità tra le varie beatitudini di cui al celebre discorso di Gesù e la personalità di Miriam di Nazareth. Leggi tutto…

Il Premio Racalmare-Sciascia 2017 a Simona Lo Iacono

Simona Lo Iacono con il romanzo “Il morso” (Neri Pozza) vince l’edizione 2017 del Premio “Racalmare-Sciascia”. Seconda classificata: Silvana La Spina con “L’uomo che veniva da Messina” (Giunti). In terza posizione Orazio Labbate con “Stelle ossee” (LiberAria)

Ascolta la puntata di “Letteratitudine in Fm” dedicata a “Il morso” (Neri Pozza) dove Simona Lo Iacono conversa con Massimo Maugeri

Per l’ascolto diretto della puntata, cliccare qui

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Le schede dei tre libri del Premio “Racalmare-Sciascia”

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Uno scrittore allo specchio: TRILUSSA

File:Trilussa 15.jpgUno scrittore allo specchio: TRILUSSA

di Simona Lo Iacono

Ma lo sapevate, signori miei, che lo specchio nun è cosa che sceglie la persona, che riflette e nun jela perdona, e che se je dai una sberla poi te l’ arrimanda?
E’ come ‘na soffiata de lavanda, che te libera il petto e la ragione, e che se guardi bene e senza grilli ‘n testa, t’istruisce e te da’ pure ‘na lezione.
Certo, c’è da capì che non è ‘na festa se te credi bello e poi te vedi brutto, se te senti onesto e quello te dice: truffatore, se fai ‘l pietoso e poi sei ‘l peggio malfattore.
Ma lo specchio è così, è un po’ poeta, je piace de dì pane al pane e vino al vino, je piace de fasse piccolo e bambino, e je piace de sputà…
ma no saliva, bensì la pura verità.
E sempre m’è piaciuto questo specchio che non tace e nun conosce ipocrisia, e me lo so’ messo nella tasca mia, e tutto ho detto, tranne la bugia.
Così, je l’ho cantate alli potenti, je l’ho detto che se uno s’accorge d’esse prigioniero, canta e urla come no’ sparviero, chè tanto, che c’ha da perde, forse i denti?
Un povero non perde mai, ha perso tutto, e tanto vale allora, sora mia, se proprio il mondo è farabutto, riempisse le tasche de poesia.
Per questo, in certe sere arrovesciate che, a Roma, la terra pare cielo e il cielo terra, me so’ messo in trincea come in guerra, ho mescolato quattro rime un po’ indecenti, e li ho fatti piagne, li potenti, e li ho fatti ride, li perdenti.
D’altra parte a questo serve la poesia. A dì sempre la verità vera, quella che se tace per diplomazia…
Ma cos’è poi ‘sta decenza che c’ impedisce – in fonno – d’esse uguali, e c’impone di parlare pe’ segnali, e ci fa lupi, arrubboni e soli?
Per me è stata sempre libbertà, ma libbertà con due “b” e con le ali, è stato trasformà li straccioni nei reali, e pochi spicci in un mucchio de tesori.
A modo mio, e con rispetto, ho fatto er rivoluzionario, ho dato onore a chi l’aveva perso, ho dato nome a chi non c’ha destino, ho messo gioia al core d’un bambino, e al prepotente c’ho cantato un nuovo sillabario. Leggi tutto…

PREMIO CHIANTI 2017: vince Simona Lo Iacono

Simona Lo Iacono con “Le streghe di Lenzavacche” (Edizioni E/O) si aggiudica la trentesima edizione del PREMIO LETTERARIO CHIANTI

Ascolta la puntata di “Letteratitudine in Fm”, con Simona Lo Iacono, dedicata a “Le streghe di Lenzavacche”

I 350 giurati del Premio letterario Chianti hanno votato i seguenti libri finalisti

Giulio Perrone ” L’esatto contrario “ Rizzoli Editore 2015
Simona Lo Iacono ” Le Streghe di Lenzavacche “ E/O Editore 2016
Marco Missiroli ” Atti osceni in luogo privato “ Feltrinelli Editore 2015
Yigal Leykin ” Una vita qualunque “ Giuntina Editore 2015
Gianluca Barbera ” La truffa come una delle belle arti “ Comp. Edit. Aliberti 2016
Patrizio Fiore ” Il ricamo mortale “ Tullio Pironti Editore 2016
Marino Magliani ” Carlos Paz e altre mitologie private “ Amos Edizioni 2016

 

Alla fine delle votazioni, l’edizione numero trenta del Premio letterario Chianti è stata tributata a Simona Lo Iacono con ‘Le streghe di Lenzavacche’ (edizioni E/O). Leggi tutto…

IL MORSO di Simona Lo Iacono (un estratto)

Le prime pagine del nuovo romanzo di Simona Lo Iacono: IL MORSO (Neri Pozza

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Martedì 16 maggio alle 18:00, alla Feltrinelli di via Etnea, Simona Lo Iacono presenta al pubblico catanese il suo nuovo romanzo, “Il morso” (Neri Pozza). La affianca per l’occasione Massimo Maugeri. Partecipano all’incontro i ballerini della Società di Danza Siciliana.

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Prologo

Palermo, Real Casa dei pazzi, 18 febbraio 1861

Dalla parete della cella n. 27, angolo sud-est. Iscrizione muraria 122, rep. 18:

Se chiedete in giro, non vi diranno che ho un nome. Non vi diranno neanche che ho mente e lingua. Scrolleranno le spalle con insofferenza, qualcuno con pietà. Sorrideranno, altri. Vi riferiranno che, forse, un tempo capivo. Che, forse, babba ci sono diventata. La vita, diranno. I dolori, i parti, le morti.
Nessuno, poi, saprà riferirvi con precisione l’età, il tempo di queste assi che scricchiolano e mi reggono con sbalordimento. Forse cinquanta. No, forse meno. O di più. Chi potrebbe dire – sospireranno – in che modo gli anni le hanno scavato addosso quel naso adunco, le labbra tagliate da rughe, le fenditure degli occhi neri. Da corvo. E figli ne avrà avuti, certo, a giudicare dai fianchi larghi. Amanti, forse, se a qualcuno sarà andato di prenderla tra un vaneggiamento e un silenzio. Mariti, chissà. Potrebbe essere, in gioventù avrà pur avuto sotto la carica di quelle chiome qualche forma piena. I seni, a vederli bene, non sono retti dal busto, eppure non sembrano cadere sull’addome. E le natiche sono svelte, dure, ancora palpitanti sotto la stoffa nera del lutto.
I documenti, chi pensa a chiederli più in questo nuovo Stato che non è uno Stato, in questi luoghi da ribattezzare, in questi uffici del dazio o dell’anagrafe dove paiono tutti nati e morti cento volte.
Diranno: lasciate pure che scriva ciò che vuole sui muri. Anche se non ha un nome, avrà comunque una storia da raccontare.

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Prima parte

1847

Casa Ramacca

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LETTERATITUDINE 3 a Siracusa (tra i personaggi del libro)

LETTERATITUDINE 3: letture, scritture e metanarrazioni” a Siracusa

Il 7 aprile alle ore 18,00 presso la CASA DEL LIBRO, via Maestranza, Siracusa, si svolgerà la presentazione del volume “LETTERATITUDINE 3: letture, scritture e metanarrazioni” (LiberAria) curato da Massimo Maugeri in occasione del decennale di vita del blog.

Simona Lo Iacono e Daniela Sessa converseranno con Massimo Maugeri. Nel corso della presentazione, personaggi del libro… balzeranno fuori dal pubblico!

Di seguito, l’articolo di Simona Lo Iacono pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” e un video promozionale dedicato al libro e all’evento.

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di Simona Lo Iacono

Dieci anni.
Arrotolando la memoria, costringendo il tempo ad andare indietro, sembra ieri.
E, invece, è trascorso un decennio da quando Massimo Maugeri, catanese, scrittore e giornalista, ha deciso di creare “Letteratitudine”, un blog letterario in cui trovarsi e discutere di letteratura, e che, più che un luogo virtuale, sembrava un salotto buono, la stanza calda e riparata di una casa accogliente, in cui si poteva sostare e prendere un caffè, conversando e scambiando opinioni.
Erano anni in cui riunirsi per parlare di libri su internet era inusuale.
Facebook non imperversava, le discussioni erano garbate e a toni pacati, noi frequentatori della “casa” di Letteratitudine amavamo definirci sognatori e stringevamo legami di solidarietà e affetto.
Il blog, frattanto cresceva.
Aumentavano gli iscritti, si espandeva il campo d’azione: l’Australia, gli istituti di cultura italiana all’estero, gli articoli tradotti in più lingue, interviste su Rai letteratura.
Il tempo rapidamente cambiava, lo stesso web si evolveva, e anche “Letteratitudine” – pur restando fedele alla ferrea regola del garbo e della condivisione – prendeva altri volti. Diventava, ad esempio, una emittente radiofonica, che raccoglieva le voci più significative della letteratura italiana. E veniva studiata dalle Università, fornendo spunti a tesi di laurea e ad approfondimenti sul mondo della letteratura in rete.
Pur restando un testimone del libro (e cioè di quella lente che sa interpretare la realtà oltre le apparenze, che dissesta il potere, e che sa generare vere rivoluzioni, le migliori, quelle interiori), Letteratitudine si trasformava in un immenso volume parlante che si scriveva da sé e che sembrava vivere del respiro delle parole.
Indimenticabili le discussioni intorno al futuro dell’ e-book, ad esempio, quando sembrava che il digitale stesse ingoiando le pagine filigranate, profumatissime, dei volumi di cartone. O quelle sui romanzi più belli dell’anno, che generavano appassionate discussioni notturne, o – ancora – quelle dedicate alle commistioni tra letteratura e musica. Leggi tutto…

VENTO TRAVERSO di Anna Pavone

VENTO TRAVERSO di Anna Pavone (edizioni Le Farfalle)

[La prima presentazione del libro si svolgerà sabato 8 aprile, alle 19, al teatro Machiavelli di Catania]

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di Simona Lo Iacono

In apparenza non sono che frammenti. Parole singhiozzate tra una pausa e l’altra, che  lasciano chi legge con la sensazione di una vertiginosa bellezza frammista a un dolore sottile, nel cuore.
Poi, salgono su, raggiungono una armonia segreta, iniziano a vestirsi di un unico tono, che le rende supplici, perfette, come un solo discorso.
Le parole che la pazzia farfuglia sembrano schegge solitarie, ma è come se fossero pronunciate da una sola bocca, perché in esse la verità sulla condizione umana balza fuori, infierisce come le sette piaghe, o come quei pesi  che l’egiziano devoto metteva sulla bilancia del Dio dei morti.
Sono infatti parole che solo in punto di morte un uomo normale saprebbe dire. E che il folle, o quello che definiamo tale, nella sua lucidità senza maschere e senza preconcetti, pronuncia tutte le mattine.
Come quando dice: “Io non ho peso specifico. Sono disabitato”. O come quando, stancamente, sospira: “Se solo il mondo si fermasse un attimo, potrei raggiungerlo”.
Frasi in cui si agita tutto il mistero dell’universo.
Anna Pavone ha raccolto queste frasi. Una per una, come si colgono i fiori di un prato, le ha unite in un discorso fatto di pause e affondi. Non ha dato importanza al fatto che fossero le parole dei pazzi, al contrario, e proprio per questo, le ha tessute su un lenzuolo vasto, prodigioso, inanellandole ed esponendole al sole.
E così, a vederlo, il lenzuolo di Anna – steso su un filo dritto, tenuto da pinze e lasciato asciugare – si gonfia di vento. Un vento turbinoso e arricciante, che a ogni sboffo fa riemergere qualche parola, le strappa la sua vera voce, gemendo e ululando di stupore.
Certo, il vento che può smuovere un simile lenzuolo,  non sarà mai un vento disciplinato. Piuttosto, un vento traverso, che entra di sbieco, valicando le consuete regole di gravità. Un vento un po’ scomposto, insomma, come scomposte sembrano essere le vite che contiene. E che invece rivela, proprio nelle crepe di quelle vite, proprio nella loro imperfezione, una assordante libertà.
E “Vento traverso”si chiama infatti l’ultimo libro di Anna Pavone, edizioni “Le farfalle”, un testo che raccoglie le frasi pronunziate dai “matti”, da coloro che in apparenza non sono adatti a vivere la realtà. E che, invece, a giudicare dalle loro parole, della realtà hanno compreso a tal punto, da non poter fare altro che allontanarsi da chi, come noi, non l’ha mai veramente capita.
Intervallato dai disegni infilzanti, meravigliosi, di Bruno Caruso, “Vento traverso” dipinge un mondo al contrario, dove la vera saggezza è in bocca agli ultimi, ai dimenticati, agli emarginati.

Anna, ti chiedo quindi, raccontami come nasce questo libro. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: AGATHA CHRISTIE

Immagine correlataUno scrittore allo specchio: AGATHA CHRISTIE

di Simona Lo Iacono

Quando mi guardo allo specchio non sono mai sola, ho sempre due figure ai lati, un uomo e una donna.
L’uno ha baffetti neri, abiti impeccabili, la cravatta annodata sotto un mento pendulo e perfettamente sbarbato. L’altra ostenta un’aria svampita, i capelli grigi con onde demodè sul davanti, mani artritiche che si ostinano a sferruzzare un maglione colorato.
Se sorrido, sorridono. Se sollevo le sopracciglia, fanno altrettanto. Se parlo, mi infestano le orecchie con le loro chiacchiere, assennate, petulanti, morbose.
Lei mastica un inglese ordinario e poco ricercato, che copre con un tono pigolante. Lui ostenta un accento belga sfarzoso, e non nasconde un certo compiacimento.
Mi sono detta che devo sopportare, d’altra parte è risaputo che ciascuno di noi ha almeno un’anima… averne due, però, è troppo.
Colpa mia, d’altronde. Qualsiasi bravo scrittore si limita a inventare un solo personaggio, ad affezionarglisi e a cucirgli addosso almeno la metà dei propri difetti. Io ne ho creati due, e adesso è inevitabile che mi ossessionino con la loro presenza, sovrapponendosi di continuo alla mia vita e pretendendo di dettare legge.
Per di più si tratta di un uomo e di una donna che si tollerano poco e fanno a gara per mettersi in mostra l’uno a scapito dell’altra.
Lui rimprovera a lei una certa tendenza al pettegolezzo, che mal si addice a una indagine minuziosa ed efficace. Lei sorride delle sue fisime e gli insinua il dubbio di non essere un buon detective.
Quando si accapigliano così alle mie spalle, creando un cicaleccio insopportabile, devo ricorrere a un atto estremo: mi allontano dallo specchio all’improvviso e li lascio lì a fare i conti con la loro vanità, tipica dei personaggi letterari che hanno avuto un eccesso di fortuna.
Ma dura poco. Appena si accorgono della mia scomparsa, ecco che mi sono alle spalle, il fiato raso sul collo, l’invadenza dei loro litigi a seguirmi dappertutto.

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Uno scrittore allo specchio: GIACOMO CASANOVA

Uno scrittore allo specchio: GIACOMO CASANOVA

di Simona Lo Iacono

Risultati immagini per GIACOMO CASANOVASono stato davanti allo specchio in tutti i momenti della mia vita. Nell’abbondanza, nella carestia. Nell’amore, nell’odio. Nella trepidazione, nell’indifferenza.
Davanti allo specchio mi sono travestito, calzando parrucche a boccoli su cui spruzzavo canfora per tenere lontane le cimici, indossando giacche ricamate con oro e lapislazzuli, o giamberghe all’ultima moda, fatte venire per me dalla sartorie di Parigi.
Davanti allo specchio ho portato tutte le mie amanti, per verificare che fossero veramente come il mio sguardo le vedeva, e per dimostrare loro che io sapevo cingerle di spalle senza lussuria, ma con tenerezza.
Davanti allo specchio ho scoperto che il castrato Bellino non era un uomo ma una adolescente, Teresa, che si fingeva maschio per poter cantare nei teatri dello Stato della Chiesa, dove era vietata la presenza di donne sul palco.
Ero certo della sua femminilità, dell’assenza di violenza e prepotenza. Lo compresi dalla naturalezza con cui gorgheggiava tra le voci bianche: senza affettazione, con uno sfogo accorato e doloroso del petto.
Quando mi si rivelò e fu costretta ad ammettere il suo inganno, non le permisi di spogliarsi davanti a me. La rivestii con le mie mani senza amarla, per assecondare quella finzione fino in fondo.
D’altra parte a Venezia non era inusuale scoprire altre identità sotto le maschere beccute del Carnevale, o dietro le “baute”, quei travestimenti che uomini e donne usavano sfoggiare anche nella quotidianità o per strada, per coprirsi di anonimato durante un affare importante, un incontro licenzioso, una fuga spericolata.
Era una città carnale e viziosa che si beava degli infingimenti, che giocava con le personalità sovrapposte e con apparenze debordanti, fatte per indurre alla malizia.
Ci si amava ovunque, a Venezia. Sulle gondole che cigolavano tendendo un passo lento, di veglia funebre. Tra le calli strettissime e spiritate, dove era facile incontrare anime dell’oltremondo che si fingevano ancora in vita. Tra i ponti sospirosi che congiungevano isolotti e terre di fiume, come bracci tesi a stringere l’amante. Leggi tutto…

LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini (recensione)

LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini (Avagliano, 2016)

di Simona Lo Iacono

Programmi di vita improvvisamente cambiati, nozze rispettabili cancellate dalla furia di un innamoramento inopportuno, esistenze che si mettono in viaggio.
Quando la Pillo manda in aria il suo matrimonio con Pinuccio, è come se un equilibrio venisse meno anche tra le amiche di sempre, come se quel gesto rivoluzionario e senza buona decenza riportasse tutte all’origine delle proprie emozioni.
E allora via, al seguito di un gruppo di musicisti scapestrati e sognatori, che masticano concerti e rutilano la propria voglia di vivere, spizzicando strumenti, cercando baci accorati, rinnegando l’ordinarietà della vita per urlare la foga della propria esistenza.
Non è solo un viaggio – avventuroso, emotivo, surreale – è anche un modo per definirsi, trovarsi, tracciare il proprio destino, scovare la felicità. E’ una strada da fiutare tra sbandamenti e desideri, in cui essere se stessi costa caro, costringe a subire giudizi e silenziosi processi, a perdere la buona reputazione.
Nel corso delle scorribande in macchina in cui si mescola tenerezza, paura, amore, riflessione, delusione, la Pillo e Nina tesseranno sogni per il futuro, rivivranno il passato e una ferita mai cancellata, incroceranno altri volti e altri sguardi.
E il viaggio non sarà più solo in strada, ma dentro le storie degli altri, là dove si muovono le stesse ansie, i misteriosi palpiti interiori, le inevitabili amarezze. Leggi tutto…

LE GRAFORECENSIONI di Alberto Zuccalà

LE GRAFORECENSIONI di Alberto Zuccalà: libri che diventano immagini e immagini che sono libri

Equazione di un amore - graforecensione

Intervista al “graforecensore” Alberto Zuccalà

di Simona Lo Iacono

Guizzi di matita lievi, che all’inizio non sembrano che ombre. Poi, lo spazio che va colmandosi come la crescita di un figlio nel ventre della madre.
I tratteggi che pian piano diventano forma. I chiari che evolvono in scuri, i corpi che affiorano dalla nudità del bianco. E la figura completa, finita, che – proprio come la gestazione di un fibrillo di niente –  viene alla luce.
Sono questo i disegni di Aberto Zuccalà. Creature movimentate e pietose, che nascono dalla mano ma che sembrano, anche, avere una stranissima indipendenza.
E sono più di questo.
Perchè, dopo averli visti affiorare  (anzi quasi ricomporre  dalla abilità di un espertissimo prestigiatore), l’osservatore incantato scopre che sono anche libri.
E sì, perchè Alberto Zuccalà, medico per professione, ma visionario e artista per vocazione, disegna la recensione di un libro.
Raffigura cioè, dopo attentissima lettura, ciò che di un libro è il cuore, e lo racchiude in una immagine che si va formando velocemente grazie alla leggerezza delle sue mani.
Subito dopo, in una successione video in cui riecheggia anche musica, palpitano le parole del libro raffigurato.
Sono le “graforecensioni”, una sua geniale invenzione che fonde estro da disegnatore, talento da letterato e sensibilità da narratore.
Un modo fresco, fantasioso e fiabesco di immettere i lettori nel mistero delle pagine di un libro.
Strabiliata dalla scoperta, chiedo ad Alberto:

– “Alberto, raccontaci come è nata l’idea delle graforecensioni”. Leggi tutto…

I PESCI DEVONO NUOTARE all’Artemision (Paolo Di Stefano e il suo nuovo romanzo)

I pesci devono nuotareAppuntamento con il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano I PESCI DEVONO NUOTARE (Rizzoli) – Siracusa, 22 luglio, h. 19, nell’ambito della rassegna “Je suis au jardin” Romanzi all’Artemision

Si terrà il 22 luglio a Siracusa, nell’incantevole cornice dell’Artemision (ove giacciono i resti dell’antico tempio di Artemide), la presentazione dell’ultimo libro di Paolo Di Stefano, “I pesci devono nuotare“, Rizzoli editore.
La conversazione, che sarà guidata da Simona Lo Iacono, si incentrerà sul piccolo protagonista del romanzo, Selim, un ragazzo egiziano che decide di lasciare il suo paesino, afflitto da miseria e privazioni, per approdare in Sicilia attraverso un viaggio fortunoso e pericoloso.
La narrazione, che ha quindi al centro il doloroso dramma degli sbarchi, sarà un’occasione attualissima per riflettere sulle storie che gli immigrati portano con sé, come un difficile e sempre immanente fardello che li segue anche nel viaggio.
Ma si tratterà anche di una occasione per ascoltare dal vivo le testimonianze di coloro che vivono ogni giorno sulla propria pelle questa esperienza.
Simona Lo Iacono sarà quindi accostata da Elena Flavia Castagnino (vice presidente della UWE, University Women of Europe) e dai ragazzi dei centri di accoglienza di Siracusa, cui il Centro Provinciale Istruzioni Adulti di Siracusa (C.P.I.A), con l’ausilio del regista Michele Dell’Utri, sta dando una opportunità di inserimento attraverso il teatro e l’esperienza artistica. Leggi tutto…

LE STREGHE a Motta Sant’Anastasia

LE STREGHE DI LENZAVACCHE a Motta Sant’Anastasia

Sabato 23 luglio ore 18,30 nella Biblioteca comunale il libro “Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono

di Vito Caruso

A cura dell’assessorato comunale alla Cultura, sarà presentato sabato 23 luglio 2016, ore 18,30, a Motta Sant’Anastasia, nel cortile esterno della Biblioteca com.le, al n. 48 di via Roma, il libro “Le streghe di Lenzavacche” (Edizioni e/o) di Simona Lo Iacono, magistrato siracusana che scrive di letteratura per diversi mezzi di informazione, già autrice di alcuni romanzi apprezzati per introspezione psicologica e sapiente intreccio di creazione letteraria e riflessione giuridica.
Nell’ambito dell’incontro, i saluti del sindaco Anastasio Carrà, dell’assessore alla Cultura Tommaso Distefano, la lettura di brani dell’opera a cura delle signore Eleonora Tricomi e Laura Uva del Centro terapeutico riabilitativo “Oasi Regina Pacis” di Motta S.A., gli interventi delle prof.sse Ivana Zuccarello e Agata Caruso, del cantautore Carlo Festa e le domande del pubblico. Evento nell’evento, la partecipazione straordinaria della Marionettistica Fratelli Napoli di Catania con una chicca stregosa.
Un libro, quello della Lo Iacono, nella dozzina dello Strega quest’anno e terzo nello Strega Giovani, che parte da uno spunto, il regio decreto 653/1925 sull’inserimento di invalidi nelle classi differenziate, per dare voce a Felice, il disabile, amato sin dal concepimento e raccontato dalla voce narrante di mamma Rosalba, aiutato a crescere da nonna Tilde e dal farmacista epicureo-generoso Mussumeli, accolto dal maestro Alfredo Mancuso, che scrive a una misteriosa zia dei valori del fascismo non condivisi, della Scuola di Lenzavacche e delle sue difficoltà di integrazione nel tessuto della borgata. Leggi tutto…

SIMONA LO IACONO racconta LE STREGHE DI LENZAVACCHE (Edizioni E/O)

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo LE STREGHE DI LENZAVACCHE (Edizioni E/O)

“Le streghe di Lenzavacche” sarà presentato ad Acireale (CT) sabato, 9 luglio 2016, ore 19:00, presso la Libreria Ubik di Corso Umberto 214/216.
Con l’autrice dialogherà Massimo Maugeri

 

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Simona Lo Iacono

Ero in udienza. Fascicoli polverosi si accalcavano intorno a me e alle scranne. Avvocati e testimoni sudati sbraitavano per il caldo.
Non avevano torto: il fumo dello scirocco ci lambiva come una lingua dell’inferno. La toga mi pesava sulle spalle.
Era luglio inoltrato e dalla finestra spalancata della sezione distaccata di Avola (una ex Pretura che dirigevo ormai da otto anni) arrivava l’alito del mare e il garrito sbieco di qualche gabbiano.
Dietro la porta dell’aula di udienza, il solito scalpiccio mi avvertiva che il sig. Mario Di Gregorio, mio fidatissimo assistente (quasi un giudice, a dire il vero, per essersi conquistato sul campo una notevole cultura giuridica), stava per arrivare con qualche novità.
E infatti eccolo, per annunciarmi che il guasto all’aria condizionata non sarebbe stato riparato.
Sospirai.
Avevo tra le mani un processo ambientato in contrada Lenzavacche, un territorio di Noto che rientrava nella mia giurisdizione e dove accadevano sempre i fatti più strani. Un processo per lesioni ad una minore disabile. Il colpevole era un professore che – per negligenza – non era riuscito ad evitare che la ragazza cadesse a terra, procurandosi varie ferite.
Fu così che feci la scoperta.
Mi resi infatti conto che una delle parti invocava l’applicazione di un regio decreto del 1925 ancora in vigore, che costituiva la base – l’ossatura direi – della legislazione scolastica.
Tra le varie disposizioni una in particolare mi colpì. Era quella che – già a far data dai primi anni venti del secolo scorso – consentiva ai disabili di accedere all’istruzione pubblica in classi differenziate.
Strabiliai.
Come, una legge così aperta in pieno regime? Leggi tutto…

ROSSANA CAMPO vince il PREMIO STREGA GIOVANI 2016 (nel terzetto dei finalisti anche SIMONA LO IACONO e RAFFAELLA ROMAGNOLO)

ROSSANA CAMPO vince il PREMIO STREGA GIOVANI 2016

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Un terzetto di scrittrici – Rossana Campo, Simona Lo Iacono e Raffaella Romagnolo – le più votate al Premio Strega Giovani 2016

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È Rossana Campo la vincitrice della terza edizione del Premio Strega Giovani, un’iniziativa promossa dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e da Strega Alberti Spa con il sostegno di Roma Capitale, Unindustria – Unione degli Industriali e delle Imprese Roma Frosinone Latina Rieti Viterbo e BPER Banca. La cerimonia di proclamazione si è svolta oggi pomeriggio a Palazzo Montecitorio alla presenza della presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini.

Rossana CampoDove troverete un altro padre come il mio (Ponte alle Grazie) di Rossana Campo  è stato il libro più votato da una giuria composta da 500 ragazze e ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni, in rappresentanza di 50 licei e istituti tecnici diffusi su tutto il territorio italiano e all’estero (Berlino, Bucarest, Parigi). Gli studenti, raccolti in gruppi di lettura di dieci per scuola, hanno letto le dodici opere concorrenti al LXX Premio Strega e inviato il loro voto per via telematica. Alla vincitrice sarà consegnato un assegno di 3.000 euro nel corso della serata conclusiva del Premio Strega, venerdì 8 luglio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Durante la cerimonia, coordinata dalla scrittrice e giornalista di Rai Radio 3 Loredana Lipperini, sono intervenuti Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci, Giuseppe D’Avino, presidente e amministratore delegato di Strega Alberti Benevento e la scrittrice Premio Strega 1999 Dacia Maraini.

Sono stati quindi invitati a leggere gli autori delle tre migliori motivazioni, ciascuna relativa a una delle tre opere più votate. I tre libri prescelti dalla giovane giuria (396 le preferenze complessivamente pervenute) ricevono un  voto valido per la designazione dei finalisti all’edizione 2016 del Premio Strega:

Finalisti Premio Strega Giovani 2016 Leggi tutto…

L’INCANTESIMO DELLE CIVETTE di Amedeo La Mattina (recensione e intervista)

Pubblichiamo una recensione/intervista dedicata al romanzo L’INCANTESIMO DELLE CIVETTE di Amedeo La Mattina (edizioni E/O)

a cura di Simona Lo Iacono

Era un’estate di scirocco che neanche a nerbate il Signore avrebbe fatto scemare.
Partinico giaceva sotto la calura e sotto i raggiri di un vento ostinato, che arrotolava covoni e bioccoli di polvere. Il tempo scorreva coi suoi ritmi viscerali, da sempre uguali a se stessi, e nessuno immaginava che di lì a poco sarebbe stato rotto da una novità inaspettata.
Cento uomini con macchine e arnesi da cinematografo, “seggie” da regista e truccatrici esperte. Quasi un popolo nuovo venuto a insediarsi come uno straniero, con regole sue, sogni, strumenti misteriosi e parole senza cadenza. Un’invasione, ma senza armi e senza guerrieri.
Fino a quel momento Luca non aveva mai pensato ad altro che a impossessarsi del campo di calcio, a sopravvivere tra Sasà e Maciste, e a scazzottare, se necessario, dall’alto dei suoi pochi anni, per non perdere la faccia.
Ma quando, in quell’estate memorabile,  la troupe del regista Damiano Damiani si innestò in paese per girare “Il giorno della civetta”, la sua vita – improvvisamente – cambiò.
E cambiò non solo perché il cinema trascinava con sé mode nuove, abiti di donna lievi come zucchero, zaffate di profumi evanescenti e sensuali, che infiammavano le notti e facevano sognare. E neanche perché l’attore Franco Nero, noto come il pistolero Django, pareva uscito da una di quelle pellicole western che riempivano le domeniche pigre davanti allo schermo, mentre un esercito di elettricisti, macchinisti, autisti e produttori sciamavano da una strada all’altra, invadendo botteghe, case e ville padronali.
No. Cambiò perché lei, Claudia Cardinale, venne a vivere proprio lì, a due passi da lui, provando le parti da recitare, facendo rivolare perle di sudore sul collo, tentando di imitare il dialetto per esigenze di copione e chiamandolo, inaspettatamente: “Occhi belli”. Leggi tutto…

LE SERENATE DEL CICLONE di Romana Petri (recensione)

Pubblichiamo una recensione del romanzo LE SERENATE DEL CICLONE (Neri Pozza) di ROMANA PETRI 

(l’ “autoracconto” firmato dalla stessa Romana Petri è disponibile qui)

di Simona Lo Iacono

Il ciclone era nato in campagna, coi grilli che si lamentavano e l’erba amara che copriva i bordi delle strade.
In città avrebbe fatto scalpore, grosso com’era, adagiato nella cesta di vimini che sua madre trascinava con sé e col colorito sanguigno. Ma lì, a Cenerente, erano abituati ai maschi che ingurgitavano uova ancora umide del caldo delle galline e ai figli tirati su tra panni sventolanti e stagioni storte.
Quando i suoi tornarono a Perugia, quel bambino fuori misura stupì quindi per il corpo già adulto, la voce grossa e baritonale, il cuore pietoso e recalcitrante. Non ce n’erano come lui, belli e silenziosi, adatti a fare innamorare, o a prendersi a pugni per principio.
E sì che non aveva gioie domestiche, il ciclone, con quel padre donnaiolo e senza tenerezza, che in tutta la vita gli aveva fatto un regalo soltanto, un grammofono e qualche disco, senza sapere che gli avrebbe regalato anche un destino.
Un regalo solo, ma era bastato. In quelle poche note che addomesticava con la passione, aveva scoperto una vocazione prepotente e sciantosa che aveva convinto il gruppo dei suoi amici a fargli fare serenate a pagamento.
Era cominciata così, per scherzo e per guadagnare qualche soldo, anche se le destinatarie delle sue sonate sbagliavano regolarmente innamorato e si perdevano per lui invece che per chi aveva commissionato la musica.
Ma non ci badava. Erano anni svagati, quelli precedenti la guerra, e la prima donna che aveva amato, l’Angelinaccia, non era bastata a frenare l’entusiasmo di una vita nuova, lontana dalle scudisciate paterne e piena zeppa di sogni di vittoria.
Se n’era andato a Roma così, senza dire niente a nessuno, mantenendosi con le gare di pugilato e iniziando a prendere lezioni dal miglior maestro che era riuscito a trovare. Leggi tutto…

85 anni dalla nascita di ALDA MERINI

In occasione dell’85° anniversario della nascita di ALDA MERINI (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009) riproproniamo la puntata di “Uno scrittore allo specchio” a lei dedicata.

di Simona Lo Iacono

Lo specchio lascia solo un angolo libero, quello in basso a destra, per il resto è un corpo carico di segnali.
Numeri di telefono, per lo più, scritti alla rinfusa e con il rossetto. Li traccio velocemente e senza mai annotare a chi appartengano, e adesso sono un inno alla mia smemoratezza. Vagano orfani, in cerca di un nome.
Anche io sono così, non faccio che cercarmi, e tutti i giorni invoco un padre, come i miei numeri. Non l’ho trovato, perché Lui è stato più veloce e ha trovato me, si è chinato su questi capelli indisciplinati, sulle unghie lunghe e laccate imperfettamente, sull’indice e sul medio con cui trattengo la sigaretta.
Gli è piaciuta la collana lunga di perle finte, la bocca arrossata, il disordine della mia casa sul naviglio, dove Milano si riflette sempre attraverso un velo di nebbia. Gli è piaciuto che lo invocassi in certe sere di solitudine, vieni Padre, parlami Padre, scendi sulla carne addolorata, sul passo incerto da viandante, sui martirii della mancanza di compassione.
Così, adesso, ci crogioliamo insieme allo specchio, io e il Padre, ci facciamo spazio tra i numeri dipinti e sbavati, io non vedo me stessa ma vedo Lui, e Lui non vede se stesso, ma vede me.
Mi piace perché è un esperto delle asimmetrie, ama senza essere riamato, parla senza essere ascoltato, versa lacrime che nessuno asciuga. S’impiglia in questa nostra umanità feroce e sgraziata, la benedice, la perdona.
Per il mondo è pazzo come il peggiore dei visionari, ed è per questo che – in fondo – mi piace, perché in manicomio ho imparato ad amare proprio queste esagerazioni che nessuno vuole ricondurre alla ragione, che i più bollano come follia. Anche se proprio lì, nei luoghi della mancanza di senno, ho trovato la vera saggezza.
Non sarà allora che questa pazzia che fa tanta paura, è solo una di quelle asimmetrie che sperimenta il Padre? E che nasca da chi, amando, non è amato, parlando, non è ascoltato, piangendo, non è consolato? Non sarà, Padre, che i pazzi sono i più tumefatti?
E mentre blatero allo specchio, i numeri arrancano in salita, prendono a muoversi e a ballare, si trasformano in lettere dell’alfabeto e poi in versi.
D’altra parte perché stupirsi. E’ questa la poesia: numeri che – per la magia del Padre – si umanizzano. Leggi tutto…

LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono – un estratto (presentazione del libro a Catania il 7 marzo 2015)

LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)

Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo, in uscita a marzo…

Lunedì 7 Marzo, alle 18:00, alla Feltrinelli di Catania, Simona Lo Iacono incontra il pubblico per la presentazione del suo nuovo romanzo Le streghe di Lenzavacche (E/O). Ad affiancare l’autrice, Massimo Maugeri. L’incontro sarà arricchito da un contributo a cura di Monica Felloni e Piero Ristagno dell’associazione culturale Neon.

Le streghe di lenzavacche - feltrinelli ct

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LE PRIME PAGINE DI LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)

PARTE PRIMA

CAPITOLO PRIMO

La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: «Maria Santissima abbi pietà di lui», affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte.
Non lo avevo fatto.
D’altra parte eri un imprevisto, e con gli imprevisti non si allestiscono scongiuri e preparativi. Al più qualche rimedio per i tuoi occhi allungati, la fronte bitorzoluta, il broncio spellato dalle troppe spinte. Nonna Tilde ti ha guardato scettica ed è corsa a chiamare un sacerdote pontificando che solo gli esorcismi ti avrebbero salvato dalla malasorte. Poi ti ha sciacquato dal sangue del parto, ti ha sistemato sul mio seno ed è sparita per andare a seppellire la placenta sotto il vecchio noce. In silenzio, ha invocato i nomi degli antenati. Ma la luna calava invece che alzarsi, non era tempo di marea né di santi, i fantasmi tacevano e non una stella brillava nella notte. Tutti cattivi presagi, figlio mio, ma tu eri nato, e pur squadernato da un vento di sfortuna, ti chiamai Felice, e decretai che quello era il primo passo per ribaltare il destino.

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Uno scrittore allo specchio: ANTONIO TABUCCHI

File:Antonio Tabucchi.jpgUno scrittore allo specchio: ANTONIO TABUCCHI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio somiglia a un gioco che facevo da bambino, il gioco del rovescio. Mi acquattavo tra le campagne brullose che costeggiavano la casa dei nonni, in Toscana. Disteso, i calzoni sbragati sulle ortiche, estraevo dalla cintola uno specchietto da borsa, trafugato dalla cassa dei vestiti invernali.
Era, quella cassa, un inaspettato covo di fantasmi, perchè poteva contenere ogni genere di residuo, scampoli sopravvissuti alla ferocia del tempo. Scarpe di un moribondo, ad esempio, che al momento del trapasso aveva deciso di morire scalzo; velette di antenate civettuole che esalavano odore di naftalina e camposanto. O guanti di seta, tarlati e ancora sporchi della polvere di un loggione di teatro. Gli oggetti parlavano ed evocavano storie di morti senza rassegnazione, e io che li trafugavo come un ladro ero stato eletto re di tutte le loro incompiutezze.
Per questo lo specchio venne a posarsi sulle mie mani, perché scoprissi in esso un’altra dimensione della realtà, la più vera, quella del contrario.
Se infatti me lo mettevo davanti, vedevo ciò che mi stava dietro. E se alzavo la mano destra lui mi faceva alzare la sinistra, e se anche mi guardavo, non era me stesso che vedevo, ma un altro, che mi osservava.
Ho così compreso che per cogliere la dimensione del reale, dovevo attraversare la superficie di quello specchietto, e che oltre avrei finalmente dato un altro volto alle cose e mi sarei chiesto, fiducioso e al tempo stesso titubante, quale delle due visioni fosse vera, se quella che si specchiava o quella specchiata.
Così, rincorrevo le lucertole con il solo riflesso, e quando le immobilizzavo con il bastoncino ne afferravo, sullo specchio, lo sguardo annichilito e sofferente, che mai l’osservazione diretta mi avrebbe dato, e le lasciavo andare.
Oppure mettevo gli scarafaggi sulla superficie e così ne scoprivo il ventre rugoso, le zampette esauste e rinsecchite, tutta la fisionomia invertebrata e purissima come quella di un angelo.
Ferire gli animali mi era impossibile dopo averli osservati allo specchio, e rifuggivo tutti i giochi che prima mi divertivano, perché sapevo ormai che la realtà aveva un altra e più dolorosa natura, che con lo specchio mi era ormai chiara.
E finii per diventare specchio io stesso. Leggi tutto…

Al tramonto della luna

Al Tramonto della LunaAL TRAMONTO DELLA LUNA

Intervista a Concita Gallo a cura di Simona Lo Iacono

Un libro d’esordio. Uno sfogo potente e doloroso che affonda le parole nel viaggio alla conquista di sé. L’autrice – Concita Gallo – è un avvocato netino, che ci fa dono di questa sua opera prima con forza e profonda sensibilità.

-Cara Concita, il suo libro affronta la caduta delle illusioni. Un amore che svela un volto doloroso. Il passaggio dall’innocenza alla consapevolezza del male. Questo, e molto altro è “Al tramonto della luna“, un romanzo di iniziazione alla vita, alle sue ferite. Pensa che il suo libro possa essere definito, nonostante la protagonista sia una donna adulta, un “romanzo di formazione”?
Sì, certo. Penso proprio che questo romanzo possa annoverarsi in quel genere letterario che illustra un percorso di formazione del protagonista e che solitamente si conclude con l’inserimento dello stesso nella vita vera. Nello specifico, anche se la protagonista, Linda, è una donna in età adulta, passando attraverso il mondo “uterino” della piccola città dove nasce e cresce, per quello giovanile e goliardico dell’università ed, infine, per quello più impegnativo del mondo del lavoro in cui presto riesce ad inserirsi, carpisce gli insegnamenti e subisce (temprandosi) le sferzate spesso violente della disillusione e dell’esperienza della vita: si forma, appunto.

-La scoperta della realtà che la protagonista deve affrontare appare al lettore una graduale e progressiva conquista del senso nascosto delle cose. Quasi una presa di possesso della grande scissione tra apparenza e realtà. Quanto conta in questo suo libro la ricerca della verità, e – in particolare – della verità su se stessi? Leggi tutto…

GIORNO DOPO GIORNO

GIORNO DOPO GIORNO – 12 dicembre – h. 9,00, nell’auditorium dell’istituto penitenziario di Augusta –  pièce in tre atti – con la regia di Simona Lo Iacono e Aldo Formosa

Il 12 dicembre, alle 9,00, nell’auditorium dell’istituto penitenziario di Augusta, si svolgerà il nuovo spettacolo teatrale allestito dai detenuti con la collaborazione di Simona Lo Iacono, scrittrice e magistrato, e Aldo Formosa, regista teatrale.
Una pièce in tre atti che si propone di rappresentare la giornata del detenuto, dal significativo titolo: “Giorno dopo giorno“.
Mattina, pomeriggio e sera in cella, tra piccoli impedimenti e voglia di sognare nonostante tutto, tra le difficoltà della convivenza forzata e la solidarietà che nasce dal condividere lo stesso destino.
Il lavoro, in cui i detenuti hanno riversato le proprie esperienze, il proprio desiderio di raccontarsi, la propria necessità di denudarsi, è lo sbocco di un percorso di scrittura guidato da Simona Lo Iacono e arricchito dall’apporto delle voci di ciascun partecipante.
Ne è derivato uno specchio, sincero e spassionato, ma anche nostalgico e visionario, dei giorni di reclusione. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ELSA MORANTE

Uno scrittore allo specchio: ELSA MORANTE

In collegamento con il forum di Letteratitudine: Omaggio a Elsa Morante (in occasione della ricorrenza del trentesimo anniversario della morte della scrittrice)

di Simona Lo Iacono

Era Alberto ad amare gli specchi, a riflettersi facendo le smorfie, mentre si rasava senza sbavature e schiaffeggiava la pelle con un dopobarba fresco, al sapore di menta.
Io li evitavo coscienziosamente, soprattutto al mattino presto, quando la notte mi lasciava addosso quella stanchezza da sogni in eccesso.
Troppo dolore vedersi lì, senza difese.
Una donna al mattino è sempre troppo vera, e quindi sempre troppo fragile – gli dicevo. Non ha un filo di rossetto a imbarazzare gli sguardi, né ombretti che smussino le lacrime. E non c’è cipria capace di colmare il pallore di una delusione, o mascara che ispessisca le ciglia, allestendo una santa protezione contro il giudizio. No, non c’è nulla di tutto questo, Alberto – gli dicevo – e, invece, avrei fatto meglio a tacere, perché in quel modo gli consegnavo la mia arrendevolezza.
E, infatti, le scenate peggiori erano al mattino presto, quando non riuscivo ad evitare di essere sincera.
Era facile per Alberto entrare nelle mie barricate già sventrate, in quella mia città senza assedio, in quel mio esercito fuggevole e malmesso.
Sei una donna senza artifici, diceva.
Ma si sbagliava, perché il mio vero artificio erano le parole.
Così, quando usciva con quel suo passo danzante – le sopracciglia sempre troppo aggrottate e ferine, amara la bocca anche quando rideva – io prendevo possesso del mio sommo artificio e, parola dopo parola, riconquistavo il campo perduto.
Scrivevo sempre per rivolta, all’inizio, e con il gusto di infrangere un limite sacro. Scagliavo frecce, non frasi, e aguzzavo le punte estraendole, una ad una, dalla faretra di un soldato esperto. Non facevo fatica a versare il cuore, a svernare sulla cima di un segreto inaccessibile, a trovare casa tra le nicchie dei libri.
Ma quasi mai trovavo la pace.
Infatti, dopo, vedermi lì, sulla pagina, era come avere eretto un monumento ai caduti, mentre io non cercavo la morte, ma la vita, e questo chiedevo alla letteratura: non che urlasse una canzone di epilogo, ma che mi rendesse ciò a cui, vivendo, abdicavo attimo dopo attimo. La realtà. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

di Simona Lo Iacono

I cieli olandesi somigliano a volte a uno specchio, specie quando la soffitta ne ritaglia un angolo storto, afferrabile solo dopo le ore del coprifuoco. Rifrangono il mondo sottostante capovolgendolo e dilavandolo dal male, soprattutto dopo un acquazzone.
Durante i bombardamenti, invece, lo specchio si rompe, scaglie come angeli caduti e ribelli piovono sulla terra. L’impressione d’incanto è infranta: lo specchio è esattamente come la vita. Rovesciabile, segreta. E la mia immagine riflessa si scoriandola in mille particelle, briciole di un corpo.
Quando, nel 1942, mi portarono nell’alloggio segreto, mi sembrò una specie di gioco. Un covo misterioso e abitanti sconosciuti, i nemici che – in qualche modo – ci perseguitavano ma che noi evitavamo con una trovata fantasiosa, da bambini.
Guardare il cielo da quella soffitta abbarbicata, quasi una scala tra le nuvole, era ancora come sgattaiolare furtivamente dopo un rimprovero, cingersi della veste dell’invisibilità dei re delle favole, imitare le fate beduine o le streghe vichinghe di cui la sera mio padre Pim ci parlava.
Nascondersi, insomma, somigliava a quella conta al rovescio che io e mia sorella Margot pronunciavamo frettolosamente prima di cercarci, un modo per trascorrere le ore dei pomeriggi estivi di Amsterdam, per poi consumare la merenda in giardino: un passatempo, appunto, che non immaginavamo avesse altro contorno che la purezza dei nostri primissimi anni.
A quei tempi essere ebrea aveva aspetti buffi e inconsueti, che non riuscivano a guastare la gioia dei compleanni in famiglia, degli amori a scuola, delle passeggiate in bicicletta: una stella gialla cucita stretta sul lato del cappotto, dove sentivo palpitare il cuore, alcuni locali preclusi, strade da evitare.
Ma niente che riuscisse a turbare il sacro fuoco del candeliere a sei braccia, i giorni pigri del Ramadàn, o l’intimità che le parole dei padri evocavano se pronunciate con la devozione dei quaranta giorni nel deserto.
Essere ebrei, nel 1942, era ancora essere a casa.
Poi, impercettibili segnali di fine, ostacoli sempre più grandi, paure che iniziavano a serpeggiare, famiglie del vicinato prelevate e fatte sparire.
La vita s’indolenziva, imbarbariva.
Cambiava.
Furoreggiavano altoparlanti, e le frasi che aprivano il giorno non erano più rivolte al Dio dell’Antico testamento, né la Mezuzzah conteneva più il sacro rotolo della scrittura.
Mio padre ce lo comunicò improvvisamente, ma tutto era pronto da tempo.
Dovevamo fingere di partire, anche se saremmo stati a pochi metri da lì. Incastrati tra due edifici, sepolti senza essere morti, archiviati senza avere ancora vissuto. Dietro l’ufficio di papà, in un retrobottega nascosto da una finta libreria.
Così facemmo ingresso nell’alloggio segreto. Così ho vissuto fino a questo momento. Leggi tutto…

CIATU

 

CIATU

di Simona Lo Iacono

Quando mia nonna voleva dirmi che ero tutta la sua vita, che viveva per me, che s’incarnava nei miei giorni al punto da essere il mio passato ma anche il mio futuro, mi diceva: “Ciatu mio” , e cioè “fiato mio”, respiro del mio respiro.
Ciatu“, però, è anche più di respiro. Perchè il fiato è flebile e tuttavia fortissimo, è vento ma anche vapore, è materia invisibile che unisce.
chi siamoNon poteva quindi scegliere titolo migliore la regista Monica Felloni per lo spettacolo teatrale che ha esordito il 21 agosto al Teatro Antico di Taormina e a cui ho assistito con stupore crescente. Messo in scena dalla sua compagnia, Neon, il cui direttore artistico è Piero Ristagno e che da più di un ventennio valorizza ogni diversità attraverso il teatro, “Ciatu” è più di una rappresentazione teatrale. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: DANTE ALIGHIERI

Uno scrittore allo specchio: DANTE ALIGHIERI

di Simona Lo Iacono

Speculum si nomava al tempo mio. Specchio.
Ma io ch’avea il capo bardato, e ingombranti le vesti, io che a stento lasciava gli occhi a scrutare il mondo, io – mai – avea avuto desiderio di rifrangermi in esso, di vedermi dipinto come umana forma.
Non era difatti, il mio, un volto che potesse rimirarsi senza sollevare dubbio. Troppo affossato l’occhio. Troppa protuberanza nelle nari. Infine, troppo spaziosa fronte, segnata da rugature.
Pertanto preferivo cercare lo specchio nella natura, che è magno riflesso della veritate, o nelle littere che – al pari di specchio – non mutano il sembiante.
Dunque, mai accadde che mi volsi al par delle umane genti a rimirare le fattezze mie, e solo cercavo – nel viver giorno per giorno – la scintilla divina che tutto puote. La scintilla che accalora e tace, quella – pure – che fa vaticinare le genti e che, alle medesime genti, illumina l’anima e consola il cuore.
Cercavo, insomma, e per tutta la vita infino al trapasso, lo Dio del cielo e della terra, e del mare e dell’aria, e di tutti i gradi di quello che nomano purgatorio e paradiso.
E – cercando lui – puranco cercavo me stesso, e perché, perché, tanto inquieto fossi nell’andare.
Avea avuto difatti, la persona mia, incommensurati privilegi.
C’erano state madonne a far sì che cantassi amore. C’erano stati poeti sapienti dell’antico tempo a prendermi come rapito, portandomi sulla vetta del poetar magnifico.
E c’era stato dolore, certo, l’umano compagno delle sorti avverse, l’unico che nemmeno il sommo Bene, Dio magnificentissimo, può negare.
E però, la persona mia continuava a errare inquieta, a vivere un esilio che non era soltanto dalla terra amata di Florentia, né solo del vivere o solo del morire.
Era invece un esilio sferzoso e mai fugace, una rosolante e pavida tensione, un voler superare – sempre – puranco me stesso con imperitura gloria e imperituro onore.
Cercavo affannosamente una lapide immortale, una bocca che ovunque nomasse il mio verseggio, cercavo con mestizia ciò che all’uomo è miraggio: eternitate, cesello valoroso di chi non muore, artificio sommo, sognante sogno. Leggi tutto…

BUC n. 10 – Finisterre ossia la fine della terra prima dell’inizio del mare. In studio con lo scrittore Orazio Caruso

BUC n. 10 – Finisterre ossia la fine della terra prima dell’inizio del mare. In studio con lo scrittore Orazio Caruso

Nuovo appuntamento con BUC: format letterario condotto da Simona Lo Iacono su ZeronoveTv

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EFFATA’ a Teatro – Servizio del TG3 del 17 giugno 2015

EFFATA’  a Teatro – Servizio del TG3 del 17 giugno 2015
(cliccare sull’immagine per visualizzare il video)

Effatà a Teatro

Successo per lo spettacolo teatrale, tratto da “Effatà”: romanzo di Simona Lo Iacono. I carcerati della casa di Reclusione di Augusta hanno indossato le toghe di magistrati e avvocati. Il ricavato delle donazioni servirà per realizzare un’area giochi per i figli dei detenuti. Servizio del TG3 del 17 giugno 2015 Leggi tutto…

A TESTA IN GIU’, di Elena Mearini (una recensione)

Pubblichiamo una recensione del romanzo “A testa in giù” di Elena Mearini (Morellini)

di Simona Lo Iacono

Il mondo è uno strano scenario per chi prova meraviglia.
Per chi non getta sguardi d’abitudine sulle cose, per chi sa trasalire di entusiasmo, per chi si lascia abbagliare dalla bellezza quotidiana dell’ordinario.
Un mondo così, vissuto con uno spasmo di gratitudine per ogni particolare, è – anzi – insostenibile. Perchè ogni colore dice e rivela. Perchè ogni oggetto intreccia un abecedario, perchè ogni suono, anche il rombo di un motore, è altro, e sfugge a una catalogazione ordinata, per farsi vitale, zampillante, una pozza di luce disarmata.
E forse, non è neanche un mondo per uomini, questo, ma per poeti, per chi sa sopravvivere alla verità dello stupore, o per sognatori sbalestrati, insomma per chi – rispetto all’ottica tradizionale – vive capovolto, a testa in giù.
Sarà allora per questo che Gioele (che ha la capacità di vedere nel giallo un essere parlante, e in un magiolone un tenore che canta a pieni polmoni) viene catalogato come un diverso, un matto, una di quelle creature inadatte alla terra e al cielo, incomprensibile al Dio dei vivi e al Dio dei morti.
E sarà allora per questo che – per trovare comprensione – dovrà imbattersi in una donna che non si lascia impressionare dal ticchettio ritmato delle sue dita, dalla sua capacità di parlare usando silenzi. Una donna anziana e incorrotta, sulle cui ossa si sono abbattute intemperie e violenze, ma che non ha smesso di covare i ricordi come una bambina in attesa, senza perdere un primitivo stato di innocenza.
Gioele e Maria, un ragazzo bollato come autistico e una vecchia signora in bicicletta, che si scontrano per strada e uniscono in modo misterioso i propri destini. Un pessimo assortimento per il mondo – che ricovera i pazzi ed emargina i vecchi – ma un connubio perfetto per quel Dio giullare che Gioele ha imparato ad amare, e che – lungi dall’inquadrare l’esistenza in modo precostituito – è il primo a vivere a “testa in giù”. Leggi tutto…

EFFATA’ A TEATRO (a cura dei detenuti della casa di reclusione di Augusta)

gabbianoEFFATA’ A TEATRO – 13 giugno, casa di reclusione di Augusta (a fine post, la locandina dello spettacolo realizzata dagli stessi detenuti)

Andranno a beneficio dei bambini le offerte libere che saranno raccolte in occasione della messa in scena di “Effatà” – romanzo di Simona Lo Iacono – a cura dei detenuti della casa di reclusione di Augusta.
L’evento, che si terrà il 13 giugno alle ore 18 presso il teatro del carcere, è infatti gratuito e accessibile a tutti, ma ove qualche partecipante voglia donare qualcosa, i volontari posti all’ingresso raccoglieranno le offerte per convogliarle verso l’acquisto di giochi per bambini, con cui attrezzare l’area verde in cui i figli dei detenuti giocano durante le ore di colloquio.
Un modo, cioè, per rendere gradevole e accessibile, attraverso lo strumento del gioco e del divertimento, un luogo che altrimenti evocherebbe privazione e dolore, e che invece – grazie alla sensibilità del direttore del carcere, Antonio Gelardi – potrà essere concepito come un piccolo angolo ricreativo.
La trasposizione del romanzo (una rivisitazione narrativa del processo di Norimberga vissuta da due bimbi sordomuti, uno siciliano e l’altro ebreo) mira d’altra parte proprio a mettere in luce il valore dell’innocenza dell’infanzia, ma anche la possibilità che la colpa dell’età adulta trovi redenzione.
Per questo motivo la storia di “Effatà” si è prestata a essere interpretata nel luogo dell’espiazione della pena, dove si cerca – anche attraverso l’arte – di trasformare l’errore e la caduta in una nuova possibilità di vita e di maturazione umana. Leggi tutto…

BUC N. 7 – in studio Maria Lucia Riccioli e Emanuele Puglia

BUC N. 7 – in studio Maria Lucia Riccioli e Emanuele Puglia

Nuovo appuntamento con BUC: format letterario condotto da Simona Lo Iacono su ZeronoveTv

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BUC N. 6 – in studio Valentina Ferri

BUC N. 6 – in studio Valentina Ferri

Nuovo appuntamento con BUC: format letterario condotto da Simona Lo Iacono su ZeronoveTv
[vimeo 122841056 w=600 h=338]

Quando l’arte trasforma la realtà
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BUC N. 5 – in studio Elita Romano

BUC N. 5 – in studio Elita Romano (collegamento con Massimo Maugeri)

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Come nasce una storia? In quanti modi si può raccontare? Leggi tutto…

SIBILLE

SibilleSIBILLE (AA.VV. – Edizioni Arianna)

Dieci Sibille del nostro tempo consegnano al lettore le loro “profezie” per suggerirci percorsi futuribili, varchi di piccola, grande sapienza, residuo di una luce che proviene da lontano ma che può, se solo noi vogliamo, accompagnarci nel nostro viaggio che, ci auguriamo, non sia solo un meccanico, orizzontale cammino.

Testi di: Licia Cardillo Di Prima, Marinella Fiume, Daniela Gambino, Asma Gherib, Simona Lo Iacono, Clelia Lombardo, Anna Mallamo, Beatrice Monroy, Nadia Terranova, Lina Maria Ugolini.

A cura di Fulvia Toscano

Sul post, i commenti che le dieci “Sibille” coinvolte nel progetto no profit hanno rilasciato a Letteratitudine.

La prefazione del libro è disponibile su L’EstroVerso

Le autrici di Sibille devolvono i diritti d’autore all’Associazione Amici del Fondo Librario “Paola Albanese” per il progetto di creazione di una Biblioteca delle donne a Nicotera (VV).

* * *

I COMMENTI DELLE DIECI “SIBILLE”
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Uno scrittore allo specchio: EDUARDO DE FILIPPO

Uno scrittore allo specchio: EDUARDO DE FILIPPO

di Simona Lo Iacono

Specchio, lo chiamano. E che è uno specchio? Un nemico, penserete voi, nu’ pazzariello che vi mortifica dicendo: “E guarda questa ruga, e tappa ‘sto pertuso, e levati, mi hai stancato, sempre cu’ ‘sti uocchi, pari un pupo”.
E però, pur’io che lo trovavo antipatico, da qualche tempo mi ci sono riconciliato, e ho cominciato a fargli alcune domande.
Anche perché il mio è uno specchio tutto lampadoso, uno specchio da vecchio girovago, che la sera deve levarsi il trucco, e ha bisogno di luce buona.
Specie di questi tempi, poi, in cui la vecchiaia mi spacca la fronte di tagli, lo specchio s’addolcisce, pare in vena di intimità, e se lo interrogo induce a qualche consolazione.
“Specchio – gli chiedo mentre da fuori arrivano strepiti di urlatori napoletani e i guaglioni schioccano baci alle signore – specchio, raccontami cosa sono stato”.
“E come, proprio tu lo chiedi a me? – gorgoglia infastidito lo specchio – non lo sai a questa età quello che sei stato?”
“Ma perché – rispondo – c’è uomo che sappia davvero che mistero ha in corpo? Allora sei un illuso, specchio. Pure tu che parli di verità”.
E a questa mia rimostranza, lo specchio si convince, comincia a riflettere immagini lontane di me bambino, uno sputariello di quattro anni, appeso a una mano grande.
Ecco, ora quel bambino si guarda intorno, scruta i loggioni barocchi, le luci che sfarfallìano, il tendone rosso che trema sotto gli spifferi.
Si accorge di trovarsi in teatro.
Il padre che lo tiene per mano, dev’essere uomo di palco, perché a un tratto è richiamato da certi problemi di quinte, saltella tra una comparsa e l’altra, dà ordini, sistema, aggiusta, olia.
Lo lascia lì, proprio al centro del palco, a guardare alberi di cartone, nuvole di ovatta, barche che navigano in un mare di stagnola.
E, a questo punto, tutto cambia. Leggi tutto…

BUC N. 4 – in studio Luigi La Rosa (collegamento con Massimo Maugeri)

BUC N. 4 – in studio Luigi La Rosa (collegamento con Massimo Maugeri)

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Uno scrittore allo specchio: GIACOMO LEOPARDI

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c6/Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi.jpgUno scrittore allo specchio: GIACOMO LEOPARDI

di Simona Lo Iacono

Non ho mai amato gli specchi, il loro rimando, la crudezza con cui dipingono gli occhi sporgenti, le labbra desiderose.
Ho sempre preferito i riflessi dei laghi, o tutte le superfici su cui la natura deforma l’apparenza, e la fa più vicina al vero.
E d’altra parte, nella casa paterna ce n’erano pochi.
Mia madre preferiva non coltivare la vanità, che diceva nemica della buona coscienza, e mio padre Monaldo non ne sentiva il bisogno, circondato com’era da pareti di libri.
Solo io e i miei fratelli da piccoli ne disquisivamo, perchè nei nostri giochi infantili lo specchio chiudeva i fantasmi non rassegnati, ed era quindi la prigione delle anime in pena.
Divenuto adulto, cercando nello specchio una qualche tregua decorosa, il core spauriva al trovarsi in mezzo al nulla, e un nulla io medesimo, e ogni cosa umana impressa del suo passare troppo veloce.
Erano ancora gli anni giovanili. Leggi tutto…

BUC N. 3 – in studio Tea Ranno e Alfredo Mauceri (collegamento con Massimo Maugeri)

BUC N. 3 – in studio Tea Ranno e Alfredo Mauceri (collegamento con Massimo Maugeri)

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BUC N. 2 – in studio Sebastiano Lo Monaco e Maria De Cicco (video con Carmelo Sardo – collegamento con Massimo Maugeri)

BUC N. 2 – in studio Sebastiano Lo Monaco e Maria De Cicco (video con Carmelo Sardo – collegamento con Massimo Maugeri)

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INTERVISTA A DANILO FERRARI

INTERVISTA A DANILO FERRARI (a fine post, il servizio andato in onda su TG4)

a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre comunicare non è della voce, né la parola è nata per essere un suono. Logos (λόγος) deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare. Eraclito, poi, dava al Logos il significato di “ascolto”, mentre nel Cristianesimo il logos compare all’inizio del Vangelo di Giovanni, dov’è detto che venne ad «abitare in mezzo a noi».
La parola, dunque, travalica il significato, si pone come un’entità che crea e rivela, un nodo da sciogliere, un mistero.
Chiunque scriva, poi, sa che è capricciosa, invadente, persino ostinata. Perché può impennarsi, regalare bellezza e visione. O può tacere, rivoltandosi contro il suo autore, facendogli sperimentare le stimmate del silenzio.
Tutto ciò prescinde dai sensi.
E, anzi, può anche accadere che proprio i sensi tradiscano la parola, impedendole di approdare oltre, di estendere le sue dita, sfiorando e toccando, pregando e accarezzando, supplicando e chiedendo.
Allora spetta all’uomo scovare metodi ingegnosi, sfruttare la fantasia, giocare con un alfabeto che non è più solo dei segni, ma dei gesti e dei sorrisi, restituendo alla parola il suo destino: creare la relazione, rilucere di una dualità segreta e completa, restituire all’essere umano la sua vera vocazione. Porsi in comunione con l’altro, e nell’altro scoprirsi, cercarsi, trovarsi.
E’ quanto accade a Danilo Ferrari.
Classe 1984, siculo di origine e vulcanico per temperamento (l’Etna gli ribolle alle spalle e domina la città in cui è nato: Catania), Danilo è affetto dalla nascita da tetraparesi spastico-distonica, ed è quindi impossibilitato a parlare e a muoversi.
Però ha occhi penetranti e loquaci, ciglia crespose che sanno battere e reggere il ritmo, una bocca sorridente che si apre spesso a sottolineare una gioia pienissima di stare al mondo.
Così, gli occhi sono diventati la sua parola.
Grazie al loro movimento comunica ciò che sente, detta articoli giornalistici, scrive libri. Maria Stella Accolla, la sua insegnante di sostegno, raccoglie pazientemente il rimando dello sguardo e traduce, perchè in fin dei conti la lingua di Danilo non è che una delle tante parlate straniere che vanno interpretate a questo mondo, e lei non ha fretta, sa bene anzi che il linguaggio vuole concentrazione e allegria, predisposizione al gioco e moltissimo buon umore.
Sarà per questo, allora, che Danilo non patisce alcuna incomprensione, e che persino a teatro, dove ha recitato nello spettacolo tratto dal suo ultimo romanzo “Il coraggio è una cosa” , nessuno è caduto in equivoci o in malintesi, nè ad alcuno è sfuggito il senso della sua interpretazione.
Danilo si è laureato, ha intrapreso una carriera letteraria, è un attore di quel “Teatro della diversità” che dal 1989 Piero Ristagno e Monica Felloni portano avanti con tenacia e fiducia nelle possibilità impensate di ciò che viene chiamato handicap.
Per questo oggi ho voglia di chiacchierare con lui, di immergermi in quell’universo di frammenti e occhiate che hanno la forza di trasformarsi in lingua viva, amorosa e generosa, uno scroscio d’acqua che se pure non ha suono, riesce a spezzare il silenzio.

– Danilo, chiedo riferendomi al titolo del suo libro (“Il coraggio è una cosa”), che cos’è il coraggio? Leggi tutto…

BUC N. 1: TRINACRIA PARK e RATPUS

BUC N. 1: TRINACRIA PARK e RATPUS

Primo appuntamento con BUC il nuovo format letterario, condotto da Simona Lo Iacono su ZeronoveTv, che propone il libro come scrigno di visioni e sogni


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BLUES DI MEZZ’AUTUNNO di Santo Piazzese (recensione e intervista)

Blues di mezz'autunnoBLUES DI MEZZ’AUTUNNO di Santo Piazzese (Sellerio).

Il 22 novembre alle 18,00, presso la “Casa del libro” (via Maestranza n. 20, Siracusa), nell’ambito della rassegna ARTE E LETTERATURA curata da Simona Lo Iacono, sarà presentato – con la partecipazione dell’autore – “Blues di mezz’autunno” il nuovo romanzo di Santo Piazzese (edito da Sellerio)
Alle domande e alla chiacchierata con l’autore si alternerà il canto di Giulia Mazzara una giovane e bravissima soprano che intonerà arie della tradizione popolare siciliana e del repertorio Belliniano (dato che il libro ha toni fortemente isolani).

Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Il mare sanguina, la notte.
Lorenzo La Marca lo ha scoperto molti anni prima, quando il tempo non era un compagno che svelava il volto, ma uno sconosciuto che gli si piegava accanto e che non gli chiedeva ancora conto.
Adesso – invece – ha fatto l’abitudine all’idea dei passaggi, delle stagioni della vita e di un mare che – se anche solcato – non smette di sanguinare come una ferita rigurgitando galeoni, satrapi incrostati, relitti e schegge di continenti.
Non è solo la maturità ad incalzare, pensa La Marca, ma è anche il passato che si offre ad essere letto con altri occhi, venendo su all’improvviso, picchiando sull’uscio dei sensi, sol che un incontro inatteso torni a pungolarlo e a renderlo vivo.
E così, in un giorno come altri, in cui si trova ad Erice e ciancola in cerca di sollievo dalla calura lancinante, La Marca si imbatte in Rizzitano, un amico dei primissimi anni universitari.
L’impatto è inevitabile, il tempo – ormai avvezzo a chiedere e domandare – s’imbizza. E la memoria non può che scivolare a molti anni prima.
Ed ecco, subito si rivede, La Marca, giovanissimo studente, alle prese con un primo incarico per conto di un suo professore.
Gli viene affidato infatti il compito di imbarcarsi su un peschereccio, il Santa Ninfa, e da lì prendere il largo verso un viaggio che non è solo d’acqua, ma di occhi, suoni, scoperte nel guscio segreto dell’esistenza.
Chiedo allora all’autore:

– Caro Santo, questo è forse il romanzo in cui noi lettori sperimentiamo per la prima volta un’altra faccia del simpatico La Marca: la memoria e, con essa, una innegabile malinconia nel ricordare. E’ un taglio inedito che colpisce e getta sul romanzo una luce quasi contemplativa. Cosa accade a La Marca? Come mai in questo romanzo il nostro amato personaggio decide di fare un passo indietro? Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ORIANA FALLACI

Uno scrittore allo specchio: ORIANA FALLACI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio è sempre stato il modo per intervistarmi da sola, per porgermi quelle domande scomode che nessuno ha mai avuto il coraggio di farmi. Io me le sono sempre fatte, le domande inopportune, quelle che creano scandalo e scompiglio, irretendo l’ascoltatore in una massa di dubbi.
Fin da bambina, a Firenze, mi ci mettevo davanti, lo sfidavo, facevo finta di tenere un microfono in mano, e interrogavo me stessa.
D’altra parte non ho mai conosciuto le barriere dietro le quali è facile nascondersi, e anche quando ero in trincea e lasciavo che la morte mi ballasse accanto sotto le scrosciate imperiose delle mitragliatrici, non ho voluto abbassare lo sguardo.
Le guerre sono tutte uguali, e anche il potere non ha facce su cui riflettersi, un segno identificatore, una personalità. L’unicità, l’irripetibilità non è mai del male, è sempre del bene.
Ho avuto un uomo che lo ha sfidato, il potere, che sotto baffi cangianti e greci, su cui posavo i miei baci imbrattati di rossetto, nascondeva una piega storta e ammalorata dal destino.
Era – come tutti i greci – un amante della libertà, e della sua lotta contro tutte le dittature aveva fatto un’ epopea simile a quella di certi eroi del Pelponneso. Per forza, gli dicevo ridendo e posando carezze sul torace innervato, sodo, irripidito da una peluria fittissima, per forza. Con quell’Olimpo popolato da dèi seduttori e impefetti, che si uniscono a ninfe o a sovrane innamorate, che cosa ti aspettavi. Per forza dovevi essere un eroe.
Ma erano risate rare, più spesso ci dominava la paura della persecuzione, della fine, di un tempo già scandito da una clessidra cloppettosa e feroce che colpo dopo colpo faceva scivolare i suoi sassi a fondo, sincopandoli come il mio cuore impazzito.
Per questo ci amavamo senza concederci pausa, senza progettare un tempo infinito come fanno tutti gli amanti, ma dilatando quel nostro esilio per renderlo eterno. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

Uno scrittore allo specchio: OSCAR WILDE

di Simona Lo Iacono

In prigione non ci sono specchi, la prima cosa che ti insegnano è perdere l’immagine che ti eri fatto di te.
La afferri ancora, a tratti, nell’acqua ristagnante del catino, da dove puoi scorgere il viso imbarbato, su cui passi la lama da taglio solo per abitudine. Che senso ha radersi qui, lasciare che la pelle rinsavisca. Che senso ha rimodellare l’ovale, gli occhi intensi e riguardosi, le rughe da cui colano alcune gocce di pianto.
Non sei triste, piuttosto commosso da tanta umanità senza lavacri, senza preghiere e senza morti.
I tuoi compagni di cella sono sporchi e ammansiti dalla noia, ma in essi vedi anche te stesso, la stessa solitudine, la stessa luce incorrotta nelle pupille, a dispetto di tanta purezza perduta.
Se c’è una cosa che non ti aspettavi è questa ritrovata e sorprendente innocenza, proprio qui, nel luogo della colpa. E stringere mani, abbracciare solo per pietà, accarezzare teste rade e infestate da pidocchi, sulle cui croste i polpastrelli inciampano.
E’ tutto così diverso da prima. Dalle bocche cercate con malizia, dagli abbracci esibiti come scaramucce, dalle carezze su teste soffici e tumide, che sfioravi con dita inanellate indecentemente.
E tutto è anche così lontano.
Sembrano passati secoli da quelle mattine londinesi in cui ti svegliavi tardissimo e con aria civettuola pretendevi miscele di the fatte venire dall’India, tazzine di purissimo biscuit, pane croccante e burro candido come neve.
La colazione era il primo rituale della giornata, e lo inscenavi con la stessa pedanteria con cui a teatro preparavi il palco, forzando gli attori a tempismi perfetti. Seguiva la toeletta accuratissima, che prevedeva un’acconciatura simile a quella di Nerone prima che desse alle fiamme Roma, e una manicure pedante, per la quale facevi venire a casa un espertissimo servitore di sua maestà la regina.
Esagerazioni, lo sapevi allora e lo sai ancor meglio adesso, ma eri convinto che il trucco e le parrucche, le battute pungenti, le maniere eccessive e zuccherose, fossero gli armamenti di una battaglia necessaria contro le convenzioni.
Quanto ti sbagliavi, com’eri lontano dalla verità.
Lo comprendi adesso che i capelli ti scivolano in fronte senza nessun artificio, le unghie si spezzano, e la colazione non è che questa ciotola di metallo colma d’acqua, in cui intingi pane duro.
E le convenzioni, poi, che inutile nemico. Leggi tutto…

GIUSEPPINA NORCIA: Siracusa. Dizionario sentimentale di una città

norciaGIUSEPPINA NORCIA: Siracusa. Dizionario sentimentale di una città (VandA ePublishing)

di Simona Lo Iacono

E’ l’alba. Siracusa si sveglia.
Scalpitano i primi passi sul selciato, garriscono i gabbiani.
Sulla vetta della cattedrale, dove prima sfavillava lo scudo d’Atena, si scioglie il sole.
Ecco i barconi carichi di reti che tornano borbottando, mentre i pescatori storditi dal sonno gettano la corda dalla prora.
Ecco la bottega artigiana schincagliare i suoi ciondoli marini, misti a stelle porose e a sassi di lava.
Ecco la vita, passata e presente, che si mescola sotto gli occhi esterrefatti di un turista.
Ogni mattina così, da mille e più anni, in mille e più risvegli sovrapposti, ognuno dei quali ha lasciato una traccia misteriosa, un segnale da codificare, una cicatrice e una ferita.
Come se Siracusa non potesse che essere la somma di ogni tempo e di ogni condizione, di tutte le resurrezioni e di tutte morti.
Per questo non stupisce che nel traffico delle auto, in mezzo ai clacson che strepitano e ululano, si affaccendino ancora calzolai e sarti operosi, che arricciano la vista sull’ago.
Né che tra i passanti impegnati in frettolose faccende, spassino i fantasmi dei coreuti o dei sacerdoti che andavano a pregare nel vicino tempio d’Apollo.
Una confusione di stati e secoli, dunque, Siracusa, di vivi e di trapassati, di chiese nuove erette sulle scaglie di antichissimi templi. Di nomi greci (Gelone, Teocrito, Pindaro) sussurrati tra quelli moderni.
Come raccontarla, allora, senza perdere l’incanto di questa sua indistricabile corposità? Dell’antico come del nuovo, del sacro come del profano, del mitico come dell’ordinario?
Per Giuseppina Norcia non è stato difficile.
Siracusana e laureata in lettera classiche, Giuseppina, che ha lavorato per oltre un decennio presso l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, da moltissimo tempo studia la cultura classica e le sue “persistenze” nella contemporaneità.
Con “Siracusa. Dizionario sentimentale di una città” (VandA ePublishing) ha calendato un alfabeto tutto amoroso e senza tempo, in cui ad ogni lettera segue non una definizione ma un sussurro, un gemito, un riconoscimento.
Vocali che ricordano la bellissima Ninfa trasformata in acqua e proveniente dal regno delle notturne esperidi (A, come Aretusa).
Consonanti che dicono della materia di cui Siracusa è fatta, tutta impressa di luce propria (C, come cave di pietra).
Lettere che invocano nomi (D, come Dionisio), scrittori (V, come Vittorini), cibi fragranti e colorati (Z,come zucchero).
Un abecedario dei sensi e della memoria, che non si limita a indicare luoghi ma a riviverli in una sconcertante attualità, rendendo omaggio a quella frotta di dèi del passato che ancora sovrastano il nostro cielo, e agli uggiolanti canti che ancora fanno trepidare le scalinate del vecchio teatro.

– Giusi, le chiedo ancora scossa dalla meraviglia di queste pagine, com’è nato questo viaggio nella Siracusa del nostro tempo e di tutti i tempi?
Talora intraprendiamo viaggi senza neanche accorgercene. Questo accade soprattutto con i percorsi interiori che hanno un tempo emotivo e il dono dell’invisibilità.
Di Siracusa ho sempre amato la luce e questa pietra bianca scavata dall’acqua, la roccia da cui la città è stata ‘estratta’ e forgiata come se fosse una scultura vivente.
Credo che i primi semi di questo libro risalgano ai miei vent’anni, quando studiavo lettere in Lombardia e trascorrevo molti mesi lontana dalla Sicilia: ad ogni ritorno visitavo luoghi (che tra l’altro, paradossalmente, erano spesso oggetto dei miei studi universitari) e trascorrevo interi pomeriggi nell’isola di Ortigia che molti giovani come me stavano riscoprendo, dopo anni bui, di dimenticanza. Tra i testi e gli appunti di quel periodo ho ritrovato frasi e spunti che avrei riutilizzato, senza accorgermene, molto tempo dopo, scrivendo questo libro.

– Il titolo “dizionario sentimentale”, già fa comprendere la assoluta originalità del viaggio che tu proponi, perché la caratteristica del dizionario dovrebbe essere quella di dare aride definizioni, mentre invece tu – lettera dopo lettera – introduci il lettore in una narrazione colma di suggestione, che attinge al mito e alla storia, alla fantasia e alla realtà. Perché narrare Siracusa attraverso l’alfabeto? Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ALDA MERINI

Uno scrittore allo specchio: ALDA MERINI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio lascia solo un angolo libero, quello in basso a destra, per il resto è un corpo carico di segnali.
Numeri di telefono, per lo più, scritti alla rinfusa e con il rossetto. Li traccio velocemente e senza mai annotare a chi appartengano, e adesso sono un inno alla mia smemoratezza. Vagano orfani, in cerca di un nome.
Anche io sono così, non faccio che cercarmi, e tutti i giorni invoco un padre, come i miei numeri. Non l’ho trovato, perché Lui è stato più veloce e ha trovato me, si è chinato su questi capelli indisciplinati, sulle unghie lunghe e laccate imperfettamente, sull’indice e sul medio con cui trattengo la sigaretta.
Gli è piaciuta la collana lunga di perle finte, la bocca arrossata, il disordine della mia casa sul naviglio, dove Milano si riflette sempre attraverso un velo di nebbia. Gli è piaciuto che lo invocassi in certe sere di solitudine, vieni Padre, parlami Padre, scendi sulla carne addolorata, sul passo incerto da viandante, sui martirii della mancanza di compassione.
Così, adesso, ci crogioliamo insieme allo specchio, io e il Padre, ci facciamo spazio tra i numeri dipinti e sbavati, io non vedo me stessa ma vedo Lui, e Lui non vede se stesso, ma vede me.
Mi piace perché è un esperto delle asimmetrie, ama senza essere riamato, parla senza essere ascoltato, versa lacrime che nessuno asciuga. S’impiglia in questa nostra umanità feroce e sgraziata, la benedice, la perdona.
Per il mondo è pazzo come il peggiore dei visionari, ed è per questo che – in fondo – mi piace, perché in manicomio ho imparato ad amare proprio queste esagerazioni che nessuno vuole ricondurre alla ragione, che i più bollano come follia. Anche se proprio lì, nei luoghi della mancanza di senno, ho trovato la vera saggezza.
Non sarà allora che questa pazzia che fa tanta paura, è solo una di quelle asimmetrie che sperimenta il Padre? E che nasca da chi, amando, non è amato, parlando, non è ascoltato, piangendo, non è consolato? Non sarà, Padre, che i pazzi sono i più tumefatti?
E mentre blatero allo specchio, i numeri arrancano in salita, prendono a muoversi e a ballare, si trasformano in lettere dell’alfabeto e poi in versi.
D’altra parte perché stupirsi. E’ questa la poesia: numeri che – per la magia del Padre – si umanizzano. Leggi tutto…

PAROLE SOTTO LE STELLE 2014

PAROLE SOTTO LE STELLE 2014 – Siracusa, 18 luglio 2014
La terza edizione dello spettacolo di arte e letteratura curato da Simona Lo Iacono e dalla compagnia dei pupari Vaccaro- Mauceri

Venerdì 18 luglio alle ore 19,30 si terrà presso la Chiesa di san Giovannello alla Giudecca, Siracusa, la terza edizione di “Parole sotto le stelle”, spettacolo di arte e letteratura curato da Simona Lo Iacono e dalla compagnia dei pupari Vaccaro- Mauceri. In scena, tra violini, acquerelli e suggestioni evangeliche, il libro di Andrea Mardegan (edizioni Paoline): “Sorpresi dall’amore“.

Di seguito, la locandina dell’evento e il booktrailer del libro.
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Simona Lo Iacono ricorda ANNA MARIA ORTESE

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli. In collegamento con il forum su Letteratitudine dedicato al centenario della nascita di Anna Maria Ortese

di Simona Lo Iacono

Aveva iniziato a Tripoli.
Passeggiate a filo di sabbia, nei deserti circostanti, in cui affondava i piedi, sprofondando nell’anima della terra. Il sole colava a picco, ed era una condizione perenne, quella del corpo che agonizzava per il caldo, senza rimedio.
Ma già lì, una misteriosa armonia le si era rivelata. Il tutto. Fatto di segrete assonanze col niente. E con lei. E con gli altri. Con l’eterno trasmutare delle cose. Come se il gigante di sabbia che attraversava, fosse un dio addormentato che le rivelava la sostanza dell’universo.
Era il 1925. Anna Maria Ortese si era trasferita in Africa con la famiglia. Il padre, Oreste, impiegato governativo, aveva portato con sé la moglie e i figli, come altri illuso dall’avventura coloniale.
Ma era durato poco. Già nel 1928 erano tutti a Napoli, e Anna aveva dovuto abbandonare gli studi, si era data a un peregrinare che, dal deserto, si era trasferito ai quartieri popolosi e gloglottanti, in cui la parlata dei napoletani, le goliardie e le scugnizzate, si alternavano a ingegnosi strappi alla sfortuna, a trovate mascalzone per ribaltare la sorte.
E Napoli le è entrata nel sangue.
Come l’aria d’Africa le era circolata in corpo, con le sue strade, con il suo porto sormontato dal pennacchio fumoso del Vesuvio, con la malia maledetta e benedetta della sua gente.
Ci tornerà nel 1948, dopo avere percorso tutta la penisola ferita dai bombardamenti, sepolta sotto le macerie. Martoriata.
Qui, trasferitasi nella vecchia casa di famiglia ormai dissestata e abitata dagli sfollati, Anna aveva continuato il suo girovagare. Leggi tutto…

UNA SECONDA OCCASIONE – intervista a Elvira Siringo

https://i1.wp.com/www.edizionidifelice.it/2014/copertine/L-siringo.jpgUNA SECONDA OCCASIONE – intervista a Elvira Siringo 

[un estratto del romanzo è disponibile qui]

di Simona Lo Iacono

Una villa che splende sotto le falcate ardenti del sole siciliano e ne porta il nome: Villa Dorata. Un barone che non rifiuta figli illegittimi tra le sue pareti, né servi o mogli insoddisfatte, ma li aggrega in una mescolanza viscerale. Donne colme di desideri che fanno i conti con le massicciate della realtà, col tempo che scorre impietoso, le disarma e le vince. E un carabiniere in cerca della verità, che sarà costretto a fare un viaggio tra le selci infuocate dell’isola scandagliando il passato.
Molti personaggi, uno scenario mitico e luttuoso, l’evolversi dei costumi e delle conquiste della donna. “Una seconda occasione” di Elvira Siringo (Di Felice Edizioni) incalza e arretra, narra gli anni in una dimensione sempre fluida, portando il lettore avanti e indietro, con uno spasmo tra tempo sognato e tempo esistito.

– Cara Elvira, questo tuo romanzo (continuazione ideale del primo, “La zia di Lampedusa”) rincorre i personaggi su vari livelli temporali. Perché questa scelta narrativa?

Carissima Simona, grazie per questa domanda che mi permette di chiarire subito quella che è stata una scelta tecnica ben precisa.
La scelta di svelare lentamente il passato nasce dalla voglia di mantenere sempre viva l’attenzione del lettore alimentandone picchi di curiosità, facendolo partecipare alla ricerca delle ragioni profonde che guidano le azioni del tempo presente della narrazione e, naturalmente, dalla necessità di esercitare uno scavo nella vita precedente dei protagonisti per rivelarne progressivamente le facce segrete.
C’è sicuramente una suggestione che deriva dalle mie amate letture pirandelliane. Il lettore si costruisce una prima idea dei protagonisti che, via, via, sarà costretto a modificare. Infatti in questo romanzo, come si capirà alla fine, nessuno è realmente come appare.
Alcuni personaggi hanno un passato ingombrante, ben nascosto sotto un cumulo di bugie, si presentano con una maschera perbene, coprendo accuratamente la loro vera essenza. Altri personaggi sono addirittura inconsapevoli, ignorano una parte importante del loro passato (vi sono dei segreti che saranno progressivamente svelati), essi perciò non sanno di avere un’identità diversa da quella che hanno nella loro quotidianità.
Ci sono situazioni che generano parecchi equivoci, non solo di identità.
Fra l’altro io ribalto e amplio il luogo comune secondo il quale “mater semper certa est”. (Così, tanto per chiarire meglio, ad esempio, senza far nomi… c’è una madre che non sa di essere tale, mentre un’altra crede di avere dei figli che in realtà non ha mai partorito.)
Sono consapevole che, raccontato così, potrebbe sembrare un maledetto imbroglio ai limiti dell’inverosimile. Eppure la vicenda non è affatto surreale, anzi, rispecchia la condizione delle donne siciliane che fino a una cinquantina di anni fa non riuscivano ad esercitare il controllo delle nascite e spesso diventavano vittime del potere smisurato delle mammane, donne in grado di cancellare colpe inconfessabili, che talvolta si arrogavano il diritto di tentare di compensare due infelicità operando perfino opportuni… scambi di culla (e qui mi fermo…).

 

– Il genere scelto è, in apparenza il giallo. Un giovane carabiniere che giunge in Sicilia e inizia a indagare su un omicidio, anche se il colpevole è già stato arrestato ed è morto. Tuttavia il genere letterario si fa evanescente via via che la narrazione si inoltra tra le pieghe dei vari capitoli, dove scopriamo invece una storia composita e articolata, che non può certo stare negli schemi di un semplice giallo. Come nasce l’idea di questa opera?
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GIORNI DI SPASIMATO AMORE, di Romana Petri

Giorni di spasimato amoreGIORNI DI SPASIMATO AMORE, di Romana Petri

di Simona Lo Iacono

La cucina è ingombra, tazze con un fondo di caffè, brocche asciutte in cui hanno navigato limonata e ghiaccio, piattini con sbecchi di marmellata.
Sono i resti di una colazione che si rinnova ad ogni risveglio, che scandisce un’unica, interminabile giornata fatta di silenzi e lunghe contemplazioni del mare di Posillipo.
Eccolo, infatti, davanti a lui, sconfinato e quasi umano, un essere tentacoloso che a volte pare fuggire ed altre andargli incontro.
E Antonio allunga le dita, lo accarezza e se ne fa stordire, la solita domanda gli scava quel rovello nel cuore: “Ma cos’è che chiama le persone, cosa, cosa, le fa tornare”.
Dev’esserci un senso, confida al roscetto, un senso trasognato e fedele nei frammenti che il mare fa vacillare, nella sua ansia di infinito, nel suo scandire un tempo che non ne vuole sapere dei conti nè delle ragioni, e che ha deciso di fare a modo suo, di scegliere un solo ricordo in cui abitare.
Lui, ad esempio, ha deciso di fermarlo, il tempo, ha deciso che sarà fatto di piccole e comuni cose, senza clamori che non siano quelli di chi condivide la giornata con la donna che ama, sia che la vita abbia falciato la sua presenza, sia che gliela abbia pietosamente restituita.
Forse, a far tornare le persone non è che la pazienza, conclude Antonio mentre il gatto Mascherino biascica un miagolio scomposto e fiero. Forse ciò che le chiama, ovunque siano, è questa appartenenza che non si rassegna a essere disciplinata, a seguire le logiche del mondo.
E sorride, Antonio. Mette ordine ai mille messaggi telegrafici che ha trascritto su un quaderno quando lavorava alla posta di Mergellina.
Ad altri potrebbero forse sembrare un oscuro ammasso di parole, ma per lui quelle frasi mozzicate, interrotte da uno “stop”, quegli appelli di vita e di morte che volano da una persona all’altra nel mondo, sono fili che tessono un’unica storia, voci di un solo linguaggio. Forse, capitoli di un immane libro.
E se ne sta così, affacciato alla sua finestra che si specchia sul mare, concedendo al roscetto quattro chiacchiere composte, i modi gentili, le riflessioni su quella vita sempre troppo misteriosa, che le onde rimandano a scaglie.
La sua donna, Lucia, li contempla distrattamente, spignattando con grazia alle loro spalle e preparando la cena.
In lontananza, tutto si sfoca, le bombardate della guerra, le raffiche di pallottole assassine e traditrici, le fughe sotto la pioggia di cannonate in un tempo lontanissimo.
I boati tuonano ancora nel cuore di Antonio, Leggi tutto…

DON GIOVANNI IN SICILIA, di Vitaliano Brancati

DON GIOVANNI IN SICILIA, di Vitaliano Brancati

di Simona Lo Iacono

Spassa leggera, facendo ondulare il panno della gonna.
Le gambe svettano dai tacchi e risentono di uno strano cigolare, che accompagna l’andatura come una danza.
Non sa che ogni suo movimento è seguito e soppesato, e che guizzerà quasi come i flash di un film amatissimo, rivisto mille volte alla moviola.
Eccola, diranno gli spettatori, è qui, prende a braccetto un’amica, cala sulla fronte la veletta nera. Ecco, ora asciuga il sudore, e una goccia sfugge alla mano, facendo un rigagnolo e un solco. Ecco, ora assesta un colpo al soprabito e non sa che – stringendolo al petto – è ancora più desiderabile.
E’ la donna.
Ma non la donna di ogni paese, o di ogni luogo, no. Quella che adesso oscilla e ciangola, investendo con zaffate di profumo le vie cittadine, è la donna per eccellenza, che si nega e si offre, che ammalia e recede.
E’, cioè, la donna vista da un siciliano.
E’, dunque, una donna che va immaginata, la cui ombra deve balenare come un sogno sulle pareti, quando la canicola spande vorace la sua forza, e gli scuri vengono socchiusi per schermare l’insistenza di un sole arraggiato e sconturbante.
Una donna così, non può che rendere inattivi, indurre a fantasticherie, a peregrinazioni dello spirito e dei sensi.
Ben lo sa Vitaliano Brancati, autore di “Don Giovanni in Sicilia“, che all’osservazione della donna ha dedicato ore trasognate.
File:Vitaliano Brancati.jpgE ben lo sa il protagonista del suo romanzo, Giovanni Percolla.
Catanese, unico fratello di tre vecchie signorine senza marito che lo circondano di attenzioni, Giovanni Percolla si trascina tra la villa Bellini e la via Etnea fiutando piste languorose, inventando scenari, murmuriando – con gli inseparabili amici Muscarà e Scannapieco – di questa e di quella.
Vitaliano Brancati sa che dietro tutto questo fermento c’è dell’altro. Sa che il “discorrere sulla donna”, è – per un siciliano – più importante che averla davvero.
Perhè – attraverso quelle infinite discussioni – la donna aggrega, spinge a una condivisione arcana, fatta di mistero e dolore, di vita e senso della morte. Ed è come se, per il solo fatto di parlarne, si stabilisse un prodigioso fenomeno di socializzazione, che insaporisce le giornate di poesia.
La donna si ritrova a conferire senso a un’epoca fatale, ai limiti della seconda guerra, a compensare le solitudini dell’anima, i vuoti esistenziali. Leggi tutto…

EFFATA’ a Motta Sant’Anastasia

EffataMercoledì 9 aprile ore 18 al castello di Motta Sant’Anastasia (CT) sarà presentato il romanzo “Effatà” di Simona Lo Iacono

di Vito Caruso

Nell’ambito della rassegna “Stasera libro – incontro con l’autore”, dell’assessorato comunale alla Cultura, con la collaborazione della sezione Fidapa Motta S.A., del locale Istituto comprensivo statale “G. D’Annunzio”, della sezione provinciale dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) e dell’Istituto Superiore “M. Rapisardi”-Liceo Classico di Paternò, sarà presentato mercoledì 9 aprile 2014, ore 18, a Motta Sant’Anastasia, nel salone piano terra del castello normanno, il libro “Effatà” (Cavallo di ferro editore) di Simona Lo Iacono, magistrato siracusana in servizio ad Avola, che scrive di letteratura per diversi mezzi di informazione, già autrice di alcuni romanzi apprezzati per introspezione psicologica e sapiente intreccio di creazione letteraria e riflessione giuridica, che in “Effatà” (significa “Apriti” e fa riferimento alla guarigione del sordomuto nei Vangeli) racconta di un ragazzo sordomuto nella Siracusa-Ortigia del dopoguerra, del suo progressivo ed amaro impadronirsi della parola delle persone “normali”, e della parallela vicenda di un ragazzo sordomuto soppresso dai nazisti, all’origine della scoperta di un piano di sterminio voluto da Hitler per migliaia di suoi concittadini con qualche “problema di salute”, che finì sanzionato in un processo secondario di Norimberga.
Nell’ambito dell’incontro, i saluti del sindaco Angelo Giuffrida, dell’assessore alla Cultura Antonella Santagati, la proiezione del video sulla Shoah realizzato dalla prof.ssa Angela Rita Pistorio e dagli studenti di 5^ B del Liceo classico di Paternò, la lettura del racconto ispirato a “Effatà” di Sofia Uccellatore del Liceo di Paternò e di brani dell’opera a cura dell’attore mottese Pasquale Platania e di Noemi Finocchiaro, gli interventi della prof.sse Agata Caruso ed Ivana Zuccarello e le domande del pubblico. Leggi tutto…

MATILDE SERAO e “il ventre di Napoli”

Matilde Serao e “il ventre di Napoli”

di Simona Lo Iacono

Era la figlia del sole.
Sua madre l’aveva data alla luce in un giorno di Maggio davanti al mare Greco, a Patrasso. Il caldo era già asfissiante. Il padre, un avvocato napoletano riparato in Grecia dopo i moti antiborbonici del 1848, le aveva augurato il benvenuto con il rito dei vivi, sollevandola al cielo e consacrandola alla fortuna.
Nei primi anni aveva vissuto spensierata tra le statue dei discoboli, le colonne mozzate, gli Dèi sopravvissuti che le soffiavano in testa profezie benigne.
Andava scavalcando a balzi i sassi del cortile, gli scalini dei templi di Giove e Saturno, le erbe che affioravano come selci infette.
Si trascinava dietro un giocattolo con le ruote, e faceva un rumore simile a una grondaia che perda gocce: flop flop, recitava, flop flop, annunciavano persino gli insetti quando passava Matilde Serao, la figlia del sole.
Poi era tornata a Napoli. Il padre lavorava come giornalista presso la redazione del “Pungolo”e la figlia del sole ebbe l’opportunità di respirare l’odore dell’inchiostro che girava nella ruota della tipografia.
Napoli le viveva intorno misera e radiosa, mostrando la faccia dell’oro e quella della fame, i palchi reali del san Carlo e i rivoli di fogna del rione Sanità. Andò anche a Roma, tra i salotti altezzosi della buona borghesia, dove donne civettuole ne deplorarono i modi franchi e rustici, e dove conobbe il marito, Edoardo Scarfoglio.
E, sempre, scrisse.
Di ciò che le stava intorno e la interrogava, di cronaca spicciola, sport, nascite, matrimoni e lutti. Matilde Serao aveva una penna pungente e lucidissima, una vocazione al giornalismo come sguardo, come testimonianza polemica o commossa dello stare al mondo.
Anche quando rientrò a Napoli col marito e fondò il “Mattino”, non tradì questo suo voler guardare la vita partecipandovi attraverso la parola. Divenne allora “Donna Matilde” che andava per le strade a coglierne tutti gli anfratti, a svelarne le apparenze, i facili luoghi comuni.
Fu anche romanziera. Leggi tutto…

PAPA FRANCESCO. LA CAREZZA DI UN PADRE, di Maria Di Lorenzo

PAPA FRANCESCO, LA CAREZZA DI UN PADRE, di Maria Di Lorenzo

a cura di Simona Lo Iacono

La Provvidenza è fantasiosa e imprevedibile, non conosce la stanchezza o la fiacca, è una laboriosa cospiratrice al servizio di Dio.
Armeggia, la Provvidenza e, a nostra insaputa, tesse momenti e colpi di scena. E’ ospitale e allegra, tenerissima e paziente, e – soprattutto – ha un chiodo fisso: la nostra salvezza.
Perciò niente di strano che in questi anni, mentre noi eravamo occupati ad amare, a sbagliare, a lavorare, a creare e distruggere, a costruire una famiglia o a perderla, Lei operava segreta e sepolta, intuendo i nostri bisogni, soccorrendoci senza darlo a vedere.
Una serie di incastri e meraviglie che neanche il più arguto dei registi avrebbe saputo costruire, un fluire di eventi logico, necessario, di intensità crescente fino ad arrivare a Lui. Questo Papa.
La sequenza è perfetta: le luci abbaglianti di un papa buono, prima, di un papa sorridente, poi. E di un santo papa polacco subito dopo. Infine, un papa umilissimo che legge nel futuro e preannuncia l’arrivo di questo padre, la cui unica missione è sanare, consolare, portare tenerezza.
Maria Di Lorenzo in “Papa Francesco. La carezza di un padre” (Edizioni dell’Immacolata) ripercorre le tappe della vita di Jorge Bergoglio con lo spirito della cronista rigorosa e della conoscitrice della Provvidenza. Nella storia di quest’uomo semplice, senza orpelli e ornamenti, non vede solo un Pontefice apertissimo, vitale, vibrante di passione evangelica.
Vede anche il dono da lungo tempo preparato, il mistero che – nuovamente – ci si rivela con pienezza e ardore.
Papa Bergoglio arriva a Roma straniero ma con sangue italiano nelle vene, ha alle spalle un lungo esercizio tra gli ultimi e i diseredati. Ha imparato presto che amare vuol dire una cosa soltanto: esserci. Piangere con chi piange. Ridere con chi ride. Non lo interessa il giudizio, e forse non sa neanche come formularlo. La notte in cui un terribile rogo devasta l’affollata discoteca Cromañòn, nel 2004, fa il giro degli ospedali per consolare le famiglie e assistere i sopravvissuti. Sette anni dopo, quando un treno deraglia nella stazione di Once, accorre dai feriti. Lava e bacia i piedi degli ammalati di AIDS, offre ai poveri, accoglie, accarezza, abbraccia. Quando, nel 1998, diventa arcivescovo e gli assegnano l’appartamento arcivescovile, preferisce rifiutare e trasferirsi in una cameretta al terzo piano della Curia, simile ai suoi, povero tra i poveri. Già Papa, corre a Lampedusa, mescola le sue lacrime al sangue del mare. Piange i figli che non conosceva, le traversate accorate verso la speranza. Se tuona di indignazione è per scuotere l’indifferenza, per invitare l’uomo a farsi carico dell’altro uomo.
Per il resto, non gli importa nulla della vita di chi gli sta davanti, non giudica. In ogni caso, vede un ferito, una persona in attesa di un gesto. Come quando Matteo scrive: “Gesù vide un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento d’amore e lo scelse, gli disse: Seguimi”.
Papa Francesco fa la stessa cosa. Guarda con sentimento d’amore, fa spallucce alle categorie, alle barricate che gli esseri umani costruiscono. Piuttosto, risana, sorride, entra nella necessità più lacerata di ognuno di noi, nel mistero più doloroso: essere amati. La misericordia non è affare per i buoni e per i giusti, scova anzi i figli più sgangherati e imperfetti, gli arrovellati e gli indecisi, i traditori e i refrattari. E’ calda, la Misericordia, ci conosce e ci rassicura. Sembra dirci: poichè sei caduto, ti amo di più.

– Cara Maria, raccontaci chi è questo Papa, da dove proviene. Leggi tutto…

UNA PER MILLE, di Cristina Bove

copertina cristina boveCRISTINA BOVE: UNA PER MILLE

a cura di Simona Lo Iacono

Scriviamo sempre contro la morte, lanciamo dardi infuocati contro la fine. Gli scrittori sono forse le creature che più di altre hanno consapevolezza di morire, fiutano l’intima fragilità delle cose, intuiscono che abbiamo un tempo, una scadenza.
Perciò afferrano disperatamente ogni frammento e lo trattengono con le parole. Per eternarlo, e per trovarsi, per rivelarsi.
Scrivendo, si può forse arginare l’impetuoso galoppo verso quella conclusione, ci si può arrendere al fatto di essere tanto compiuti già all’atto di nascere. Stelle che avranno poche ore per fare luce, a cui non resta altro che lasciare traccia, un ricordo.
Così fa Cristina Bove in “Una per mille” (ed. Smasher).
Ricapitola momento per momento, non fugge né il tempo né quel mistero che è vivere, un mistero irrisolvibile, che si può solo raccontare.
Ma raccontare con la prosa che non si rassegna mai a essere memoriale, con le parole che ardono di bellezza, con i ricordi che giocano a mostrasi crudeli e veri, spietati e umilissimi, giocosi e arrendevoli, una baldoria di città attraversate, corpi sani e malati, precipizi e resurrezioni.
Cristina Bove non si sottrae alla ricerca della verità, non tesse assoluzioni o condanne, non scrive per dare un senso, ma per darsi un senso.
Scrivendo, si vede incedere tra orde di fantasmi benevoli, sfiora l’indicibile, quel pozzo in cui è caduta e dal quale riemerge a forza di braccia, e a forza di versi, e a forza di sillabe che intrecciano una corda di salvezza, una mano pietosa che la solleva dal buio, che la salva.
E avviene.
Il dolore si trasforma. E così le perdite, i salti oltre balconi e parapetti, i voli straziati di quando non si sa ancora che cosa sia – davvero – stare dentro la vita.
Una scoperta.
Mentre giace riversa tra la vita e la morte, è la semplicità delle cose a rivelarsi. Viviamo perché siamo parte di un’esperienza d’amore. Viviamo perché di quell’amore siamo una costola e una goccia, una parte segreta all’interno della quale germoglia sia il dolore che l’universo. Una particula, insomma, una su mille, o forse una per mille. Tanti noi dentro noi stessi, ma pure fuori, in una fratellanza caritatevole e necessaria degli uni con gli altri e persino del nostro io con noi stessi.
Cantrice dell’armonia, Cristina Bove arriva ad essa varcando portali dolorosi, tagliando epoche, eventi, scelte. Scoprendo che accogliere il mistero è l’unico modo per goderne anche gli impensabili vantaggi: una gioia pura e disarmata, una consapevolezza che dal passato corre verso il futuro e poi di nuovo avanti e indietro.
Raccontandosi si è scomposta e frammentata, ma non per perdersi, per ritrovarsi in ogni sfaccettatura, per cogliersi in completezza e verità, per scrutare l’essere umano con coraggio, e anche con la certezza di compiere un atto sacro e inviolabile.
Con “Una per mille” Cristina Bove ci consegna un’opera di altissima ricerca spirituale, in cui è impossibile scandagliare il confine tra essere che scrive e parola scritta, tra umanità e arte.

– Cristina, le chiedo, questo è un libro nato come un atto di pura necessità. Raccontaci perchè hai deciso di scriverlo. Leggi tutto…

GIORNO DELLA MEMORIA a Siracusa

giorno della memoria (foto)Giorno 27 gennaio 2014 – GIORNO DELLA MEMORIA
Palazzo Impellizzeri – Via Maestranza, Siracusa, ore 15,00
“I ragazzi delle scuole riscrivono l’olocausto”

[Clicca sull’immagine per ingrandire]

La compagnia dei Pupari Vaccaro Mauceri darà corpo ai loro testi, ispirati al romanzo Effatà di Simona Lo Iacono, attraverso l’antica opera dei pupi.

Scuole partecipanti:
Liceo scientifico Corbino, Siracusa
Liceo Quintiliano, Siracusa
Istituto geometra Filippo Iuvara , Siracusa
Liceo classico Spedalieri, Catania
Liceo classico Paternò
Liceo classico di Avola
Istituto tecnico di Avola
Liceo Leonardo da Vinci Floridia


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SALVATORE SATTA: IL GIORNO DEL GIUDIZIO

SALVATORE SATTA: IL GIORNO DEL GIUDIZIO

di Simona Lo Iacono

A Nuoro la notte non è mai veramente notte, somiglia piuttosto a un’impostura, una di quelle visioni che gli hanno insegnato a tenere a bada con quattro trecce d’aglio e molti scongiuri.
Salvatore Satta non ha mai creduto alle storie di donne scarmigliate che portano sfortuna, alle favole di spiriti e demoni che si aggirano dannati. Tuttavia, adesso che è anziano e siede nel vecchio studio da notaio del padre, ha cominciato a pensare che qualche consistenza, le ombre, debbano averla.
Non si spiegherebbe altrimenti quel continuo andirivieni che da un paio di giorni lo tormenta. Quel bussare alla porta con nocche accorate e arruginite. Brutta mania quella dei fantasmi, pensa aprendo l’uscio per farli entrare, vendendoseli sfilare innanzi compunti e sbalestrati. Brutta mania.
E dire che appartiene a una illustre generazione di razionalisti. Ultimo figlio del notaio Salvatore Satta e di Antonietta Galfrè, si era laureato a Sassari in Giurisprudenza nel 1924, per diventare uno dei più eminenti cattedratici e commentatori del codice di procedura civile.
A nulla, tuttavia, è valso quel lungo esercizio su codici e leggi se adesso, e proprio sul finire della vita, ha deciso di lasciar parlare gli spettri.
Certo, la vecchiaia è il luogo dei commiati e dei bilanci, ed è forse per questo che le anime dei trapassati fremono e sbraitano con un chaicchiericcio che – infine – lo ha convinto: ma sì, darà loro una voce e ad ognuno offrirà ciò che in fondo va cercando: un giudizio.
Questo solo vogliono infatti da lui le ombre, “di essere liberate dalla loro vita”. Ma, perché ciò avvenga, bisogna che il grande fiume del vivere si arresti in quell’ “atto antiumano, inumano” che è il giudizio, “un atto – se lo si considera nella sua essenza – che non ha scopo”. Ma “di quest’atto senza scopo gli uomini hanno intuito la natura divina, e gli hanno dato in balìa tutta la loro esistenza”.
Per questo tutti ambiscono a essere giudicati, perchè con quell’atto finale possano trovare compimento e senso, addormentarsi finalmente affrancati dal peccato capitale, “il peccato di essere vivi”.
Ne “Il giorno del giudizio” (Adelphi, 1990) gli abitanti di Nuoro sfilano innanzi a Salvatore Satta, tutti gli consegnano il loro essere stati: donne che “sognavano e intristivano nella clausura”, pastori, banditi, oziosi e preti, vagabondi e prostitute. Leggi tutto…

LETTERATURA E MODA a Siracusa – 21/12/2013

letteratura e modaSabato 21 dicembre a SIRACUSA, presso il palazzo del Senato alle ore 18,30, un nuovo appuntamento di ARTE E LETTERATURA a cura di Simona Lo Iacono.

Dopo aver mescolato varie arti e aver dato vita a “letteratura e ombre cinesi”, “letteratura e flamenco”, “letteratura e teatro dei pupi”, “letteratura e coro gospel”, andrà infatti in scena “LETTERATURA E MODA”.

L’occasione è offerta dal libro fotografico “I Pirandello.La famiglia e l’epoca per immagini“, edito da “La cantinella” e curato da Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà (professoressa ordinaria di letteratura italiana presso la facoltà di lettere dell’Università di Catania).

I vari componenti della famiglia Pirandello saranno “vestiti” con abiti d’epoca e rivivranno attraverso un percorso di moda, recitazione, danza e scenografia.

I modelli sono della costumista Stefania Federico.
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GESUALDO BUFALINO: Le menzogne della notte

GESUALDO BUFALINO: Le menzogne della notte

di Simona Lo Iacono

La notte scende lentamente. Può quasi sentirla sulla pelle, coi suoi odori umorali e acidi, gli effluvi di gelsomino, pesco, mandorle.
Quando era un bambino la aspettava per leggere sotto le lenzuola, aspirarne il gusto secco e fibroso, sovrapporla alle immagini che il racconto evocava.
Suo padre, anche se faceva il fabbro, aveva una biblioteca sterminata, diceva che i libri erano testimoni audaci, ribelli senza peli sulla lingua. Veri sovversivi.
E’ cresciuto così, Gesualdo Bufalino. Leggendo tra i sassi polverosi di Comiso, sotto tramonti luttuosi e sontuosi, tra le mille e arcane balordaggini della sua Sicilia. Un mondo antico rispetto al resto, inadatto a tutto meno che a se stesso, ai rituali, alle donne ancora in casa che sciacquano tazzine di caffè, ai biscuit fuori moda, alle giocate a carte su tavolini sbilenchi e rappezzati.
Sospira,Gesualdo Bufalino, rassegnato a quell’immobilità ancestrale. Ammicca al buio che scende, che anche questa volta lo ingoierà nei suoi incantesimi, nei suoi misteri. Che celerà mai questa oscurità così seducente? Perchè è da sempre la via per tagliare la soglia fragilissima tra sogno e realtà?
Così immagina: un’isola penitenziaria. Quattro uomini in procinto di morire. E soprattutto, la notte.
Sono l’anziano e colto barone Ingafù, il poeta avventuriero Saglimbene, il soldato Agesilao e lo studente Narciso. Frate Cirillo li istiga a raccontare, a confidare gli eccessi, i rimorsi, le impennate del dolore o dell’amore. E’ suadente, frate Cirillo, ed ecco. I quattro sono a un passo dalla morte, hanno poco da perdere e poi chissà…uno sfogo visionario e abbandonato, un passo indietro a rivedere quella vita che fugge, che domani non sarà più, che dopo l’esecuzione parrà nient’altro che un momento. Ma sì.
E iniziano a raccontare. Leggi tutto…

DERIVE MEDITERRANEE. Il viaggio letterario di Enzo Rega nel Mediterraneo

Derive MediterraneeDERIVE MEDITERRANEE di Enzo Rega (L’Arca e L’Arco edizioni)

Derive mediterranee. Il viaggio letterario di Enzo Rega nel Mediterraneo.

di Simona Lo Iacono

Gli antichi cantastorie lo facevano sempre. Viaggiavano di paese in paese senza pregiudizi, con in tasca una bacchetta scomponibile per i propri cartelloni, l’aria affaticata, le punte delle scarpe polverose.
Non avevano che le storie per interpretare la realtà, i racconti tramandati sugli usci delle case, nelle notti d’estate o nelle albe protratte, quando sulla campagna imperversava la violenza delle stelle.
Il viaggio era per loro una condizione dell’anima, un percorso da cui stanare un significato arcano, un’emozione, una pausa nelle intemperie rovinose della vita. Ma soprattutto, il viaggio non poteva che essere interpretato dal racconto, dall’affabulazione miracolosa, da quella metamorfosi che è il tessere storie.
Così fa Enzo Rega nel suo saggio, “Derive mediterranee. Immagini letterarie da Napoli all’altra sponda” (l’arcael’arco edizioni).
Viaggiatore moderno, non può che leggere il suo mare e le terre che vi affiorano se non attraverso le storie degli altri, le testimonianze antiche e moderne dei romanzieri, dei saggisti, dei poeti. Come se l’anima dei popoli mediterranei, il suolo rastrellato dai piedi di mille generazioni, le acque solcate da ogni foggia di imbarcazione, e tempestate da misteri e miti, non fosse decodificabile di per sé, ma sempre e soltanto attraverso la parola incantatrice, il verso o il ricordo.

Enzo Rega interpella quindi gli scrittori come Goethe, i poeti come Atzeni, i romanzieri come Consolo, persino i filosofi come Platone, per rievocare le bellezze indomabili della Sicilia, le lande ruvide della Sardegna, i misteri di Napoli e dei napoletani, le assonanze profumate e poetiche di un mondo, quello del mediterraneo, i cui confini non dipendono dalle carte geografiche ma dalle piante, dai frutti, dagli olivi.
Come dice lo scrittore Predrag Matvejevic:” Il mediterraneo va fin dove cresce il fico, il mandorlo, il melograno, l’ulivo. Laddove il fico non dà più frutti non c’è più il mediterraneo, laddove il mandorlo diventa amaro, non c’è più il mediterraneo, laddove il melograno diventa acido non c’è più mediterraneo e laddove l’ulivo non sopporta più il freddo finisce il mediterraneo”.
Se non è terra politica ma poetica, allora, sembra avvertici Rega, non può che essere letta, e questa lettura forse, è anche l’unica strada in grado non solo di renderla intellegibile ma percorribile, proprio adesso che il nostro mare si affolla di altri viaggi, di mani tese e sguardi incrociati, preghiere di pace e invocazioni di libertà.
Forse, è alla letteratura che – ancora una volta – è affidato il destino di creare un ponte.

-Chiedo quindi ad Enzo Rega, cos’è il Mediterraneo? Leggi tutto…

DINO BUZZATI – Un amore

Dino Buzzati: “Un amore

di Simona Lo Iacono

La tapparella è scesa, lascia appena entrare nella stanza una luce lattiginosa di lampione. Fuori , la pioggia non allenta la morsa, ma qui – tra le lenzuola intorpidite, l’amore consumato, i desideri finalmente arresi – è poco più che un tamburellare stanco di dita sul legno, un tic tic che scandisce una musica irreale in questa Milano delle due di notte. Un’ora a metà tra sonno e risveglio, indecisa e senza aspettative, che non si può che far galleggiare in testa mentre lei gli dorme accanto, le gambe giovani scosse da un fremito, la schiena solcata da vertebre, la bocca schiusa in un sospiro abbandonato. Quante somiglianza tra lei e la città, pensa l’uomo, quante arroganti simmetrie: entrambe si danno per denaro, e tuttavia suscitano emozione, straripamento del cuore, e quel male, quel male inviscerato nell’addome, che smette di morsicare solo se può starle accanto. Maledizione, alla sua età, il naso storto di un pugile, una faccia che a specchiarsi gli sta pure antipatica. Dino Buzzati quasi non ci crede, eppure eccolo. L’amore, la perdizione, e lo spasmo invincibile. E’ capitato anche a lui.
Una vita rispettabile finora. Un padre docente di diritto internazionale alla Bocconi, una madre discendente da una nobile famiglia veneziana. E le estati nella villa di Belluno, tra gli scaffali di una biblioteca carica di tomi fascinosi.
Ma l’amore, no. L’amore non era previsto, non questo implacabile vuoto che lo disarma. Non questo esilio dal mondo, ora che il mondo è lei.
E non serve dirsi che è tutto sbagliato, infliggersi pensieri razionali, rimproveri assennati, logici, morali. Leggi tutto…

SEBASTIANO ADDAMO – Il giudizio della sera

Segui il dibattito su Letteratitudine dedicato a “Il giudizio della sera”

Sebastiano Addamo – Il giudizio della sera

di Simona Lo Iacono

Cala sempre così, la sera. Sui giardini di agrumi, che esalano un rabbioso odore di sposa. Sui calanchi innevati dell’Etna, da cui trasluce il nero della lava. Sul mare che, pur nelle tenebre, rifrange un sole ostinatissimo, irredimibile.
In Sicilia è più che un trasmutare nell’oscurità. E’ un rito propiziatorio, un accesso all’invisibile. Il momento in cui si accalcano tutti i fantasmi.
Sebastiano Addamo lo sa, e non la teme, la sera. Ha sempre ticchettato sulla sua Olivetti in piena notte, l’ha pestata allineandovi le parole, ammaestrando i suoni del mattino come un pietoso riesumatore di ombre, che benignamente riporta alla ragione i morti. E ha capito che – i morti – non sono mai soltanto i trapassati, ma anche i giorni non contabilizzati, le verità non ancora rivelate.
A Catania, poi, dove è nato e cresciuto, la sera fa presto a infestare le strade già scure, in cui pare sia colata una pece densa, che va a unirsi al tetro della notte. Anzi, pare la metafora di quel convitto di morti, Catania, perché in essa abitano indistintamente le prepotenze dei vivi e quelle dei defunti, le febbrili voglie della vita e le irrisolte nostalgie della fine.
Cos’è, d’altra parte, la sera, se non un tirare le somme sull’intera giornata, e sull’intera esistenza, e su tutto il secolo che ci ha attraversato. Così, ne “Il giudizio della sera” (riedito da Bompiani con la prefazione di Sarah Zappulla Muscarà, cui va il merito di aver rivalutato l’autore), Addamo si volta indietro, chiama a raccolta i ricordi. Leggi tutto…

NATI DUE VOLTE, di Giuseppe Pontiggia

NATI DUE VOLTE, di Giuseppe Pontiggia

La settimana di Letteratitudine dedicata a GIUSEPPE PONTIGGIA in occasione del decennale della morte dello scrittore

di Simona Lo Iacono

Quanto volte lo ha fatto. Sollevarlo, aiutarlo a salire in macchina, a fare un gradino, a sedersi. Lo afferra sotto le ascelle, tiene salda la presa ed ecco, suo figlio ha raggiunto un piccolo obiettivo, si è spostato o lo ha fatto più velocemente, ed ora a lui non resta che prendere fiato, prima del movimento successivo.
L’handicap ha regole tutte sue, pensa Giuseppe Pontiggia, non ammette i ritmi frenetici della nostra epoca, si oppone all’approssimazione, alla fretta, al consumo. E’ il suo padrone benigno, quello che ha preteso pazienza e gli ha insegnato a tergiversare. Niente, per un disabile, è più utile dell’inutile, ed è per questo che Pontiggia si ferma, sta a guardare il cielo che scolora, le nuvole basse come falene, l’odore dei caldarrostai che si acquattano agli angoli delle strade, intorbidando l’aria di un fumo pastoso, simile a quello di un’immensa foresta agonizzante.
Lo sa, sono pensieri vaghi, di quelli che nell’epoca attuale verrebbero liquidati come antieconomici, perché non servono a nessuno se non alla sua anima, e l’anima – è noto – vien facile apostrofarla come una perditempo, un’oziosa viandante. E poi, chi può dire se esista veramente.
Nei tempi in cui lavorava in banca, ad esempio, gli era quasi sembrato di perderla, l’anima, mentre contabilizzava entrate e allineava numeri.
La scelta di impiegarsi, d’altra parte, non era stata dettata da passione, ma da necessità impellenti.
Nato nel 1934 a Erba, aveva perso il padre nel 1943 ed era stato costretto a lavorare per non pesare sulla famiglia. La sera, però, studiava febbrilmente per concludere gli studi universitari, collaborava alla rivista “Il Verri”, scriveva il suo primo romanzo. Solo nel 1961 – grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini – aveva lasciato la banca per dedicarsi all’insegnamento serale. E poco dopo era nato Andrea, colpito da un grave handicap. Leggi tutto…

PIÙ AVANTI DI QUALCHE PASSO, di Rosalia Messina

Più avanti di qualche passo“Più avanti di qualche passo” di Rosalia Messina
Città del Sole edizioni, 2013 – pagg. 104 – euro 10

di Simona Lo Iacono

Tutto comincia dietro una porta.
Domenico, seduto sullo scalino, aspetta.
Ha solo sette anni, ma sul fatto che oltre l’uscio chiuso stia accadendo qualcosa di grande, non ha dubbi. Passi affrettati, un va e vieni di sole donne, e le urla di sua madre che rompono il silenzio. Non si muoverà, ha deciso imbronciato, rigirando i piedi nelle scarpe di due misure più grandi. Dopotutto sta per venire al mondo una creatura e non c’è altro da fare che raccogliere le forze, concentrarsi per non svenire e fare la parte dell’uomo di casa.
Da quando è morto suo padre, poi, non permette alle emozioni di assalirlo. Fino a che ecco…la levatrice gli fa segno, il momento è arrivato. In un attimo, Domenico è accanto alla madre e può finalmente sgranare gli occhi innanzi non ad uno, bensì a due fagotti di lana: due gemelle, e chi l’avrebbe mai detto…Ma tant’è. Anita e Michela sono davanti a lui, pronte a urlare al mondo il loro doppio pianto.
Comincia così “Più avanti di qualche passo”, di Rosalia Messina (ed. Città del sole), romanzo che ha vinto, come inedito, il premio “Angelo Musco 2012”. Una storia che si snoda dagli anni 50 fino ai giorni nostri, e che nel ripercorrere il destino di Anita e Michela, il complesso equilibrio di un rapporto viscerale, racconta anche il tempo che cambia, la famiglia che cresce, la società che si trasforma.
Con una lingua poetica, cangiante, che sa modulare il dialetto sul ritmo delle parole e dei personaggi, Lia Messina rievoca il mondo duro del dopoguerra in Sicilia, la contrapposizione dolorosa tra le classi sociali, i traguardi affaticati delle donne, che con una ostinazione primordiale e disperata sono comunque madri, sia che a questa condizione siano votate dalla nascita, sia che vi approdino per strade traverse, scorticate, inusuali.

Lia, le chiedo quindi, “Più avanti di qualche passo” è il racconto del rapporto tra due gemelle, ma – con esso – anche di due condizioni sociali, di due modi di vivere. Vuoi parlarcene? Leggi tutto…

PAROLE SOTTO LE STELLE 2013 – “Effatà” di Simona Lo Iacono – Siracusa, 16 giugno

EFFATA’ di Simona Lo Iacono alla Feltrinelli di Catania – 13 giugno 2013

giovedì 13 giugno alle ore 18.00

presso il bistrot de laFeltrinelli Libri e Musica

(Via Etnea, 285 – Catania)

incontro con
Simona Lo Iacono
in occasione della presentazione del suo nuovo romanzo
Effatà

Effatà

Interviene Massimo Maugeri
Con interventi canori del Coro Polifonico “Giuseppe De Cicco” diretti dal Maestro Maria Carmela De Cicco
Parteciperà Daniela Franco, interprete LIS (Lingua dei Segni Italiana)

Un medico nazista fuggito in Sicilia dopo la guerra e un orfano sordomuto da salvare.

Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè “Apriti”.
VANGELO SECONDO MARCO, 7, 32-34

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CAFFÈ D’ORZO, LATTE DI MANDORLA E SELTZ di Alessandro Savona

Caffè d'orzo, latte di mandorla e seltzCAFFÈ D’ORZO, LATTE DI MANDORLA E SELTZ di Alessandro Savona

recensione e intervista di Simona Lo Iacono

La città dorme. Nessuno la scruta, i lampioni barbagliano sfocando il caldo, il monte Pellegrino, sullo sfondo, sembra evaporare come un’ombra.
Palermo pare stesa su un lato come un’immensa donna prona, una donna anziana e ancora bella, su cui è rimasta l’impronta degli orecchini penduli, delle collane fastose di coralli, dei bracciali a cerchio tintinnanti e chiassosi.
Solo un uomo si aggira per le strade, misura coi passi la lunghezza del suo corpo, ne percorre le curve morbide, le gambe incolonnate, i seni rotondi. Sembra l’unico ad accorgersi che è viva, che respira, che le crepe nascondono una maestà ancestrale e segreta, una dignità ancora severa, regale, da predestinata.
L’uomo la tocca. Le pietre, i palazzi, i vecchi vicoli addormentati e perplessi cui l’incuria non riesce a sottrarre quell’aria da immensa signora solitaria e pensierosa.
E la ama.
La ama come sa fare lui, senza gesti, senza carezze.
Raccontandola.
Così, scrive. L’uomo sceglie momenti, vecchie foto, resti di un passato che sotto il peso del tempo non smette di vibrare e di dire.
Narra dei suoi abitanti, dei vivi e dei morti, dei sogni e degli abbagli. Di bevande che non si usano più e di prostitute che non sanno di resuscitare i fantasmi. Di bambini troppo adulti, e di destini che – forse – non si compiranno mai. Di notti, di giorni, di tutto ciò che la vita lascia affiorare con dolore e fragilità, vestendosi di lutti, di nascite, di miracolosi ritorni.
Alessandro Savona è quell’uomo che ama scrivendo, che in “ Caffè d’orzo, latte di mandorla e seltz” (Novantacento editore) ci restituisce Palermo con la grazia di un cantore e la dolcezza di un poeta.

-Alessandro, gli chiedo, cos’è, anzi chi è Palermo? Leggi tutto…

SCRITTURE VERTICALI: Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini e la “linea siracusana”

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SCRITTURE VERTICALI.

SIMONA LO IACONO, VERONICA TOMASSINI

E LA ‘LINEA SIRACUSANA’

Nel suo denso e acuto saggio il semiologo Salvo Sequenzia ripercorre le esperienze letterarie delle scrittrici siracusane Simona Lo Iacono e Veronica Tomassini cogliendo la originalità e le componenti innovative delle loro opere rispetto ad un panorama letterario nazionale piatto e privo di autenticità.
Intrecciando un discorso critico che dall’Italia post unitaria sino al secondo Novecento vede la letteratura siciliana al centro di una complessa sintesi di opposizione e di dissidenza, da cui scaturisce l’originalità e la novità di linguaggi e di espressioni narrative, lo studio di Sequenzia individua una “linea siracusana” che trova nei romanzi della Lo Iacono e della Tomassini la propria felice definizione, per la capacità di rileggere, con sguardo disincantato e senza mistificazioni, le trasformazioni, i miti e i drammi della contemporaneità, assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.

di Salvo Sequenzia

Nel settembre del 2005 l’editore Avagliano di Roma dava alle stampe “Una Sicilia senza aranci”, un libro prezioso, prefato appassionatamente da Massimo Onofri, nel quale lo studioso Ivan Pupo ha raccolto, e salvato dall’oblio, gran parte del materiale inedito dello scrittore siciliano Giuseppe Antonio Borgese. Si tratta di un materiale vario e di grande interesse: carteggi, scritti d’occasione, appunti di viaggio.
Da questa densa nebulosa è emerso il testo di una conferenza tenuta da Borgese nel 1931 fra Catania e  Siracusa, poco prima di partire per il lungo esilio americano, che racchiude e,  in un certo senso, rivela la quintessenza del rapporto che ha ambiguamente legato l’autore di Rubè alla sua terra.
Un testo, questo, circondato da un’ aura leggendaria, di cui si sapeva quel poco che Vitaliano Brancati, testimone d’eccezione, aveva riferito scrivendo sul “Popolo di Sicilia” il 26 maggio 1931. Un testo che va allineato al famoso saggio che fece da introduzione al volume del “Touring Club Italiano” dedicato alla Sicilia, col suo memorabile incipit: «Un’isola non abbastanza isola».
«Una Sicilia senza aranci» è la formula felice usata da Giulio Caprin nel suo “Ricordo di Borgese” del 1958. Il testo della conferenza siracusana  fa luce definitivamente sul “discorso” ininterrotto che lo scrittore e critico polizzano ha fatto sull’ identità isolana, sulla sicilianità della sua stessa opera, sul rapporto fecondo coi suoi illustri conterranei, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, da Rosso di San Secondo a Giovanni Alfredo Cesareo. Una sicilianità, quella di Borgese, davvero sui generis: vissuta sotto una centrifuga spinta al Nord, che ha scongiurato la visceralità di un legame vissuto da altri scrittori isolani come croce e delizia, come alimento per la fantasia ma, anche, come gabbia asfissiante, vera e propria prigione del pensiero. Da qui deriva la particolare declinazione della “similitudine” che ha fatto di Borgese uno scrittore “cosmopolita”, refrattario alla retorica delle sirene dell’ Isola.
Il testo, tuttavia, si apre a ben altre letture, e ci illumina sul complesso e travagliato rapporto che il «divergente» Borgese ebbe nei confronti della propria scrittura e su  quella “linea di opposizione” della scrittura del Sud dell’Italia, lungo la quale si attestano voci singolari della nostra letteratura fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
La narrativa siciliana, infatti, è la prima  non solo a misurare la distanza tra le speranze pre-unitarie e le delusioni successive al 1861, ma ad inaugurare una autentica “linea” letteraria di opposizione rispetto a come si è andata configurando l’Italia unita. Basta aprire le pagine dei romanzi di Verga, di De Roberto di Tomasi di Lampedusa e di Pirandello per comprendere facilmente i temi ed i motivi che fecondano una scrittura originale, nuova, critica e dissidente e che muovono questi autori a raccontare, per esempio, che cosa significhi l’Italia unita per le classi sociali più povere della Sicilia, come nel caso de I Malavoglia; o a pubblicare, come nel caso di Federico De Roberto, il primo romanzo politico dell’Italia unita, I Viceré, storia della famiglia nobiliare degli Uzeda tra il 1855 e il 1882, e che De Roberto, avrebbe poi  proseguito a raccontarne la storia nel romanzo intitolato L’Imperio, il primo romanzo che  inaugura la “letteratura parlamentare” nazionale, che si forma all’indomani dell’apertura del primo Parlamento unitario. Per non parlare di Pirandello, che pubblica uno dei romanzi meno conosciuti della nostra tradizione letteraria, I vecchi e i giovani, violento atto di accusa contro lo Stato unitario: un violento atto d’accusa lanciato, ancora una volta, dalla Sicilia.
Questa “linea di opposizione” al potere istituzionale e ai falsi miti sociali  che la storia, con le sue imposture  e le sue iniquità, perpetra ai danni degli individui, sarà l’eredità più tormentata e cogente che si consegnerà al secondo Novecento letterario siciliano ed alla pagine di altri «divergenti» come Fiore, Savarese, Ripellino, Pizzuto, Sciascia, Addamo, Consolo, Bufalino.
Da tale humus fertilissimo germoglieranno, in seguito, le interessanti e significative esperienze narrative di Livio Romano, Francesco Piccolo, Giulio Mozzi, Gaetano Cappelli, Antonio Pascale; e, più tardi, ai giorni nostri, quelle di Ottavio Cappellani, Salvatore  Scalia, Massimo Maugeri, Silvana La Spina, Silvana Grasso, Roberto Alaimo, Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini.
Esperienze, queste ultime, che si muovono tra la contingenza del dato reale  e la capacità di trasfigurare tale dato in simbolo, in figura, in condizione universale: segnali vitalissimi, irriducibili ad ogni pretesa  di  categorizzazione; testimonianza di una “urgenza” conoscitiva e demistificante e di una talora  “impietosa” tensione gnoseologica, morale.
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EFFATA’ di Simona Lo Iacono a MAGGIO DEI LIBRI a Catania – 30 maggio 2013

EffatàGiovedì 30 maggio 2013 – h. 17,30 presso i locali della Pinacoteca Provinciale, sita a Catania, in Piazza Manganelli, nell’ambito dell’iniziativa MAGGIO DEI LIBRI, si svolgerà la presentazione del romanzo di Simona Lo Iacono “Effatà” (Cavallo di ferro).
Interverranno: Massimo Maugeri e Elvira Seminara.
Sarà presente l’autrice.

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§         Simona Lo Iacono, Effatà, Cavallo di Ferro Editore

Un medico nazista fuggito in Sicilia dopo la guerra e un orfano sordomuto da salvare. Nella Siracusa degli anni 50, Nino e sua madre sbarcano dall’Inghilterra. Nino è un bambino di otto anni ed è sordomuto. Il suo handicap però non costituisce un impedimento alla comunicazione con il mondo esterno: è in grado di leggere i segnali del corpo e delle labbra. I suoi pensieri, limpidi e acuti, esprimono una spiccata intelligenza. A causa del lavoro della madre, il piccolo trascorre le sue giornate in un teatro della città, dove si imbatte in uno strano personaggio: si tratta del maestro di buca, o suggeritore, che non mostra alcuna difficoltà a comunicare con il bambino attraverso il linguaggio del corpo. Ma questo vecchio dall’aria bonaria, con gli occhi velati di cataratte, nasconde un passato difficile e doloroso. Negli anni del secondo conflitto mondiale lavorò come medico per le SS e nel processo di Norimberga fu assolto ed espatriato. L’incontro con Nino, in una Sicilia dimenticata da Dio, gli sembrerà un vero e proprio dono divino, un’occasione di riscatto.

info:Biblioteca Provinciale – Via Prefettura N° 20

Tel. 095.4011513

 

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Il Programma del Maggio dei Libri a Catania
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EFFATA’, di Simona Lo Iacono (le prime pagine del libro)

EffatàEFFATA’, di Simona Lo Iacono
(Cavallo di Ferro, pp.140, euro 12.90 – in libreria da oggi 23 maggio 2013)

In esclusiva per Letteratitudine – pubblichiamo – di seguito, le prime pagine del romanzo “Effatà” di Simona Lo Iacono

Un medico nazista fuggito in Sicilia dopo la guerra e un orfano sordomuto da salvare.

Nella Siracusa degli anni 50, Nino e sua madre sbarcano dall’Inghilterra. Nino è un bambino di otto anni ed è sordomuto. Il suo handicap però non costituisce un impedimento alla comunicazione con il mondo esterno: è in grado di leggere i segnali del corpo e delle labbra. I suoi pensieri, limpidi e acuti, esprimono una spiccata intelligenza. A causa del lavoro della madre, il piccolo trascorre le sue giornate in un teatro della città, dove si imbatte in uno strano personaggio: si tratta del maestro di buca, o suggeritore, che non mostra alcuna difficoltà a comunicare con il bambino attraverso il linguaggio del corpo.
Ma questo vecchio dall’aria bonaria, con gli occhi velati di cataratte, nasconde un passato difficile e doloroso. Negli anni del secondo conflitto mondiale lavorò come medico per le SS e nel processo di Norimberga fu assolto ed espatriato. L’incontro con Nino, in una Sicilia dimenticata da Dio, gli sembrerà un vero e proprio dono divino, un’occasione di riscatto.

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Le prime pagine di EFFATA’, di Simona Lo Iacono (Cavallo di Ferro)

CAPITOLO I

Il cartellone è uno di quelli che il caldo scioglie, facendo colare i nomi degli attori. Nino non sa leggerlo ma il bigliettaio gli ha detto che c’è scritto: IL TEATRO LUNA PRESENTA: L’ARIA DEL CONTINENTE, COMMEDIA BRILLANTE IN TRE ATTI.
Il teatro si chiama Luna senza motivo, ha detto il bigliettaio. Anzi, ha aggiunto che per i nomi non ci sono mai dei motivi.
Nino gli ha spolverato il naso a ridosso della biglietteria sollevandosi sulle punte. Arriva fin lì, anche se quando compirà otto anni riuscirà a guardarlo in faccia, il bigliettaio. A fargli capire che per i nomi ci sono sempre dei motivi. Per il momento, però, ha altro da fare. E si caccia la mano sulla patta, fruga tra le mutande di lana. Ne cava fuori il resto di un quotidiano di un mese fa dove il bigliettaio ha detto che c’è scritto: SIRACUSA, 18 MAGGIO 1950. NUOVO INCARICO PER L’ATTRICE DORA GENESIO AL TEATRO LUNA NELLA PARTE DI MILLA MILORD. IL SINDACO RICEVE LA DIVA, GIUNTA STAMANI AL PORTO CON IL FIGLIO NINO.
Nino si è fatto sottolineare il suo nome dal bigliettaio con il gesso. E lo esibisce ogni volta che è necessario, quando ritiene, cioè, che gli adulti debbano sapere. Che alla sua età è già finito sul giornale.
una volta spiattellato sotto il naso del suo interlocutore il nome NINO a caratteri di stampa e annuito vigorosamente piantandosi il palmo nel petto, ripiega l’articolo con cura, lo nasconde tra le gambe, finge di non ricordare che il suono di quella parola, per lui, non esiste.
Anche se non può sentire, ci sono mille modi per far capire al mondo che lui è Nino e che per i nomi c’è sempre un motivo.

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EffatàLa mamma glielo ha sillabato bene stamattina: “Nino metti le scarpe vecchie. No, non quelle nuove, Nino, che le assi del palco del Luna scricchiolano come il ponte di una nave”. Ha sempre questo modo veloce di liquidare le questioni la mamma, di trascurare particolari che per Nino, invece, fanno la differenza.
Le assi del palco, ad esempio. È vero che rantolano a ogni passaggio. E che le scarpe nuove vi tonfano su come bombe. Ma è anche vero che quel tonfo gli si propaga nel sangue, a Nino, e che lì, proprio sul palco dove la mamma vuole il silenzio, a lui sembra di sentire.
Non è proprio un rumore, pensa Nino. E neanche una voce, per quel che capisce delle voci. È piuttosto una vibrazione che gli crepita in gola come un brivido di freddo, o come un ricordo.
Ne è sicuro. Leggi tutto…

“Effatà”, parole per aprirsi al mondo

La storia del piccolo sordomuto Nino si incrocia con la Shoah nel romanzo di Simona Lo Iacono
«L’ascolto non è una questione di orecchie ma di cuore, di umiltà, di condivisione con il destino dell’altro»

dal quotidiano “La Sicilia” – domenica, 19 Maggio 2013

di Ombretta Grasso

C’è un bambino da salvare. Sempre. C’è un bambino che ha bisogno d’aiuto e che chiede giustizia. Per raccontarci la sua storia un grido straziante e indignato attraversa le pagine, anche se lui non può sentirlo. Perché Nino vive in un mondo senza suoni. Un silenzio appena turbato dai tonfi del palcoscenico dove recita la madre che gli regalano «una vibrazione che gli crepita in gola come un brivido freddo».
Nino, metafora dell’innocenza, è il protagonista dell’appassionante e commovente romanzo di Simona Lo Iacono (nella foto), “Effatà”, in uscita il 23 maggio per l’editrice Cavallo di ferro. La sua storia, quella di un bambino di 8 anni che vive a Ortigia nel 1950, figlio di un’attrice e di un inglese che non l’ha sposata, si incrocia con la grande storia, con l’orrore dell’Olocausto, con la morte dell’ultimo bambino ebreo a opera dei dottori del programma Aktion T4 nel maggio del ‘45, quando Hitler era già morto e la guerra conclusa. Con Nino rivive nelle pagine di “Effatà” la purezza di tutti i bambini e il bisogno di salvarli da un mondo sordo, durissimo e doloroso.
«Il romanzo è nato dalla pietà per il bambino ebreo, dall’indignazione proprio per quella morte avvenuta senza alcuna scusa, nemmeno la più folle, a guerra ormai finita – racconta Simona Lo Iacono – i verbali che scandiscono il romanzo purtroppo sono quelli realmente redatti durante un sottoprocesso di Norimberga, modificati e rielaborati per lo svolgimento della storia. Mi sono imbattuta casualmente nella notizia di questa morte atroce dopo aver sognato due bambini, uno bruno e l’altro biondo. Uno era quel bimbo ebreo e l’altro? L’altro, Nino, si manifestò poco dopo, non appena iniziai il romanzo mi venne incontro sdentato, sporco di fango e senza voce. Lo afferrai al volo, e compresi che essendo sordomuto spettava a me dargli voce».
Nino ha orecchie sorde ma talento per trovare rimedio a tutto. Cerca disperatamente di entrare in contatto con un mondo in cui, scrive l’autrice, «siamo tutti sordi e tutti muti». «Con Nino ho pensato alla difficoltà, all’emarginazione che può portare la mancanza di parole, la fatica di dialogare con gli altri. Ma il bambino comprende che ciò che più di ogni altra cosa invidiava al mondo esterno, la parola, non era quel meraviglioso strumento che lui immaginava. Perché anche chi era nel possesso del linguaggio, era poi sordo e cieco alla compassione, alla vera comprensione della differenza, all’accoglienza dell’altro». Leggi tutto…

Anticipazione: EFFATA’, di Simona Lo Iacono – in libreria dal 23 maggio 2013

EffatàEFFATA’, di Simona Lo Iacono
(Cavallo di Ferro, pp.140, euro 12.90 – in libreria dal 23 maggio 2013)

Un medico nazista fuggito in Sicilia dopo la guerra e un orfano sordomuto da salvare.

Nella Siracusa degli anni 50, Nino e sua madre sbarcano dall’Inghilterra. Nino è un bambino di otto anni ed è sordomuto. Il suo handicap però non costituisce un impedimento alla comunicazione con il mondo esterno: è in grado di leggere i segnali del corpo e delle labbra. I suoi pensieri, limpidi e acuti, esprimono una spiccata intelligenza. A causa del lavoro della madre, il piccolo trascorre le sue giornate in un teatro della città, dove si imbatte in uno strano personaggio: si tratta del maestro di buca, o suggeritore, che non mostra alcuna difficoltà a comunicare con il bambino attraverso il linguaggio del corpo.
Ma questo vecchio dall’aria bonaria, con gli occhi velati di cataratte, nasconde un passato difficile e doloroso. Negli anni del secondo conflitto mondiale lavorò come medico per le SS e nel processo di Norimberga fu assolto ed espatriato. L’incontro con Nino, in una Sicilia dimenticata da Dio, gli sembrerà un vero e proprio dono divino, un’occasione di riscatto.

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Simona Lo Iacono è nata e vive a Siracusa. Magistrato da 14 anni, attualmente dirige la Sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa. Cura, sul blog Letteratitudine, una rubrica fissa a metà tra diritto e letteratura. Con il suo primo romanzo, Tu non dici parole, ha vinto il Premio Vittorini 2009, sezione opera prima. Nel 2010 ha pubblicato il racconto La coda di pesce che inseguiva l’amore, scritto con Massimo Maugeri. Sempre nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia «Il Paladino» per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Nel 2011 ha pubblicato con Cavallo di Ferro il romanzo Stasera Anna dorme presto, con il quale ha vinto il Premio «Ninfa Galatea» per la letteratura. Collabora con riviste e magazine.
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Di Stasera Anna dorme presto hanno scritto: Leggi tutto…

FILIVESPIRI, di Santi Terranova

FilivespiriSanti Terranova: “Filivespiri” (ed. Melino Nerella)

Il libro verrà presentato a Siracusa il 30 aprile, h. 18, presso UNA Hotel ONE, sito in Via Diodoro Siculo 4.
Relatori: Simona Lo Iacono e Sebastiano Grimaldi
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di Simona Lo Iacono

La canicola balza feroce, svena le forze, s’abbatte – arraggiata – sulle poche teste ancora erette, non intorpidite dal sonno.
Nessuno a quest’ora, in Sicilia, e nel mezzo d’una estate rapace, s’intestardirebbe a mettere naso fuori  casa, dove le donne hanno combattuto contro l’afa appiattendo gli scuri, coprendo le aperture, creando penombra e un poco di ristoro.
E c’è chi si lascia cadere sul divano buono, su cui è stato steso un lenzuolo pulito, bianco e ricamato, per far passare quelle ore trasognate, dispettose. Chi invoca requie col ghiaccio e la strategica posizione delle correnti d’aria. Chi si lascia vincere, e preferisce un’immobilità che le vespe e le mosche scambieranno per quella d’un morto.
E’ la controra, quel passaggio ardente e infervorato che va dal dopo pranzo al tramonto, e che in Sicilia ha la consistenza degli inferi luciferini, delle maccalube fumose di un vulcano.
Nessun siciliano è ben disposto in quest’ora, né si troverebbe alcuno incline alla conversazione o al lavoro. E’ un’ora oziosa per necessità, ma anche sognosa e maliarda. D’altra parte, non potendo fare altro, il siciliano in quest’ora diventa contemplativo, e si lascia rosolare volentieri dai ricordi.
E sarà allora per questo che Santi Terranova con  ironia  dolcissima, raccoglie i suoi racconti sotto il nome di “Filivespiri”. Una parola arcana, che pare alludere a un finissimo respiro, e che invece no. Non è che un’espressione del suo paese (Lentini)  per indicare l’approssimarsi del vespro, del sollievo e della tregua dal male lancinante della calura.
Con leggerezza tutta venata di umanità, di divertitissima arte di stare al mondo, Santi Terranova narra le vicende dell’avvocato Valenti ripercorrendo le estati adolescenziali a Santhià, i casi giudiziari più curiosi, persino uno sfortunato viaggio a Istanbul con finale rivincita processuale. Una verve godibilissima, la sua, che sa però affondare nel cuore, nella pietà umana, nel dolente andare e venire del tempo. E che – soprattutto – ci restituisce una Sicilia nostalgica e saporosa, in cui la bellezza fa da contraltare al dolore, alle faide sempre latenti nelle aule di tribunale, alle imbizzite della sorte.
Chiedo quindi all’autore di parlarci di questo personaggio così riuscito, che alterna buon umore e malinconia, amore per la vita e dolentissima consapevolezza della precarietà delle cose umane.
– Carissimo Santi, chi è, in sostanza, l’avvocato Valenti? Leggi tutto…

TRINACRIA PARK A… ARTE E LETTERATURA – Siracusa, 14 aprile 2013

trinacria park - letteratura e museoTRINACRIA PARK A… ARTE E LETTERATURA – Siracusa, 14 aprile 2013
h. 18 – Galleria Roma – piazza San Giuseppe, Siracusa (Ortigia)

di Simona Lo Iacono

Cari amici,
avete mai pensato che i luoghi possano presentare i libri?
Luoghi speciali, che prendono vita magicamente e che parlano, si muovono, tessono miraggi.
E’ quello che accadrà nel prossimo appuntamento di ARTE E LETTERATURA, rassegna letteraria a metà tra libri e arti che tengo da qualche mese presso la Galleria Roma.
Seguendo un percorso che partirà dalla Galleria Roma e approderà al vicino MUSEO DEI PUPI, presenterò “Trinacra Park” (ed. e/o) l’ultimo, splendido, romanzo del caro amico MASSIMO MAUGERI.
Il 14 aprile alle ore 18 vi do’ quindi appuntamento alla Galleria Roma (piazza San Giuseppe Siracusa) per una PRESENTAZIONE ITINERANTE!
Come una frotta di turisti, dopo una prima sosta in galleria, entreremo nell’incantato mondo dei pupari, dove le stanze del museo si animeranno per illustrarvi il libro di Massimo.
Stanze che diventano narratori, dunque, che raccontano e che si raccontano, mescolando l’esperienza antica dei pupari alle pagine di questo testo sorprendente.
Mi accompagneranno, nel dare prodigiosa esistenza ai luoghi, sia la compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri, sia pintori, artisti, musicisti (il bravissimo attore Giuseppe Orto, la compagnia di musica popolare del maestro Tonino Bonasera, il pittore Daniele Carrubba).
Vi aspetto per il prossimo appuntamento: LETTERATURA E MUSEO!
Seguirà un festoso rinfresco in galleria!

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ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli

ANNA MARIA ORTESE, dal deserto al mare che non bagna Napoli

di Simona Lo Iacono

Aveva iniziato a Tripoli.
Passeggiate a filo di sabbia, nei deserti circostanti, in cui affondava i piedi, sprofondando nell’anima della terra. Il sole colava a picco, ed era una condizione perenne, quella del corpo che agonizzava per il caldo, senza rimedio.
Ma già lì, una misteriosa armonia le si era rivelata. Il tutto. Fatto di segrete assonanze col niente. E con lei. E con gli altri. Con l’eterno trasmutare delle cose. Come se il gigante di sabbia che attraversava, fosse un dio addormentato che le rivelava la sostanza dell’universo.
Era il 1925. Anna Maria Ortese si era trasferita in Africa con la famiglia. Il padre, Oreste, impiegato governativo, aveva portato con sé la moglie e i figli, come altri illuso dall’avventura coloniale.
Ma era durato poco. Già nel 1928 erano tutti a Napoli, e Anna aveva dovuto abbandonare gli studi, si era data a un peregrinare che, dal deserto, si era trasferito ai quartieri popolosi e gloglottanti, in cui la parlata dei napoletani, le goliardie e le scugnizzate, si alternavano a ingegnosi strappi alla sfortuna, a trovate mascalzone per ribaltare la sorte.
E Napoli le è entrata nel sangue.
Come l’aria d’Africa le era circolata in corpo, con le sue strade, con il suo porto sormontato dal pennacchio fumoso del Vesuvio, con la malia maledetta e benedetta della sua gente.
Ci tornerà nel 1948, dopo avere percorso tutta la penisola ferita dai bombardamenti, sepolta sotto le macerie. Martoriata.
Qui, trasferitasi nella vecchia casa di famiglia ormai dissestata e abitata dagli sfollati, Anna aveva continuato il suo girovagare. Leggi tutto…

ELSA MORANTE E “LA STORIA”

ELSA MORANTE E “LA STORIA”

di Simona Lo Iacono

A volte, li culla. Li ravvolge in fasce. Li guarda trasognata accarezzandoli sul dorso. Non sono figli. Sono libri, ma Elsa Morante non fa alcuna differenza. I figli – come i libri – maturano dolorosamente nel ventre. Costringono a misurarti con la finitezza del tuo destino e con l’eredità da lasciare. Per questo gli riserva le cantilene della notte o i dondolii delle ninne. Specie negli ultimi anni, ormai costretta a letto da una frattura al femore da cui non si è più ripresa, Elsa vi si rannicchia sopra, ci soffia, immagina che il fiato sollevi un ricciolo da una testina canuta. Quando vede invece che a vibrare sono le pagine, sospira, torna alla scrittura, lascia che a parlare di madri sia, ancora una volta, un suo romanzo. Non ha fatto altro in tutti questi anni. Rievocare quel nodo intimo e radicato tra il corpo di chi dà la vita e di chi la riceve, in uno scambio che pare il lascito di un reduce a un altro reduce, e di un moribondo a un altro moribondo. Ha dedicato tutta la vita a decifrare quel mistero, a partire dalla propria nascita, con la quale è venuta a patti solo adesso che la vecchiaia le restituisce una pietosa dolcezza verso le cose umane. Figlia di Irma Poggibonsi e di Francesco Lo Monaco, Elsa crebbe tuttavia in casa del padre anagrafico, Augusto Morante. Un’infanzia venata da irrequietezza e ambivalenza, per quella diversità che la faceva figlia di due padri anche se inserita in una famiglia in apparenza tradizionale. Di questa inquietudine resta traccia in ogni suo libro. Già nel “L’isola di Arturo” aveva narrato la solitudine dell’infanzia, le incertezze, le fragilità del cuore. Ne “La storia”, questo assillo si impasta con la coscienza della inevitabile soggezione degli uomini agli eventi, alle barbarie del destino, alle oscenità del potere. Leggi tutto…

Un anno dalla morte di Antonio Tabucchi (Tabucchi e la categoria della memoria)

25-3-2012/25-3-2013: Un anno dalla morte di Antonio Tabucchi. Ne parliamo con Gioia Pace, autrice di “Tabucchi e la categoria della memoria”.

 di Simona Lo Iacono

Fantasmi a metà strada tra vita e oltremondo, ombre che parlano, danzano, invitano e ammiccano. L’immaginario di Tabucchi ripercorso con la lucidità dello studioso e la passione dello scrittore.

Questo è “Tabucchi e la categoria della memoria” (ed. Morrone), il saggio che Gioia Pace (nella foto in basso con Piero Angela), presidente della Dante di Siracusa, studiosa e cultrice sottile di Pirandello, D’Annunzio, Quasimodo, ha scritto per le nuove generazioni.

Un libro che non vuole “spiegare” Tabucchi, ma farlo vivere nella sua complessità, nelle discese ripide verso il sogno, svelandolo come interprete del tempo in cui viviamo, come poeta inquieto, malinconico, surreale.

– Gioia, oggi ricorre l’anniversario della morte di Tabucchi. Che valore ha porgere la lettura di questo narratore ai nostri ragazzi?

Senz’altro positivo, perché lo scrittore nelle sue pagine vuol dare messaggi carichi di valori al lettore e noi oggi abbiamo bisogno chi ci rieduchi ai valori.

– Tabucchi diceva: “ La letteratura è una forma di conoscenza che viaggia per strade tutte sue. Il fatto che coincida talvolta con la cosiddetta realtà non vuol dire che non abbia un’anima tutta sua”. La letteratura è quindi una strada che richiama con una voce personalissima e che incanta.  I giovani  sentono questa seduzione?                                                                                     

Sì, nonostante i frastuoni dell’informatica,di facebook, dei tablet e degli      i-phone, perché la letteratura è storia, la nostra storia.

– Spesso i personaggi di Tabucchi vivono gli ultimi anni della propria vita, la città stessa decade e degrada verso il disfacimento, la morte è una soglia che si avvicina, e che si può quasi palpare. E’ una condizione in apparenza lontana dalla giovinezza, ma che – tuttavia – con il suo carico di fragilità, può avvicinare l’uomo alla fine della sua esistenza  con chi è all’inizio del proprio percorso. Ciò che proponi, insomma, è una sorprendente vicinanza di Tabucchi alle nuove generazioni. E’ così?
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ITALO CALVINO e “Il sentiero dei nidi di ragno”

Italo Calvino e “Il sentiero dei nidi di ragno

di Simona Lo Iacono

C’è un’ora benedetta, ora di tutte le voglie e i desideri, ora incantatrice, ora maliarda, che scocca dal pendolo del vecchio soggiorno e dice: adesso.
E’ l’ora delle storie.
Italo Calvino la aspetta, meno tre, meno due, meno uno…poi arriva, le pagine restano in bilico, occhieggiano il suo viso imbambolato su cui già si spande il piacere del racconto. C’era una volta.
E’ sempre stato così, la narrazione è come una delle sirene d’Ulisse, basta udirne la voce e lui viene travolto da un piacere arcano, rapinoso. E’ ancora un bambino, ma questa seduzione che lo fa scattare sull’attenti , questa collisione colpevole con la fantasia, non lo lascerà più. E’ diventata il suo destino.
Non è un destino per adulti, però, perché chi vota la propria esistenza alle storie, chi abdica indecorosamente alla concretezza, non potrà che tornare alla malìa del gioco, all’ebbrezza della libertà, allo sguardo stupefatto sulla scoperta del bene e del male. Anche da grande.
D’altra parte i primi anni della sua vita sono stati ridenti.
Nato nel 1923 a Cuba dentro un bungalow del giardino botanico diretto dai genitori, lascia l’isola nel 1925, dopo che un uragano distrugge la casa familiare. Poi rientra in Italia, a Sanremo, dove vive un’infanzia spensierata.
Niente nubi fino all’arrivo della guerra, quando, d’improvviso, la storia di tutte le storie, la narrazione famelica per eccellenza – la realtà – irrompe coi suoi morti. All’indomani dell’uccisione del giovane medico partigiano Felice Cascione per mano fascista, Calvino aderisce infatti alla seconda divisione d’assalto partigiana “Garibaldi”. E nel marzo del 1945 è protagonista attivo della battaglia di Baiardo. Leggi tutto…

L’AVOLA RACCONTA, di Grazia Maria Schirinà

Grazia Maria Schirinà e il suo libro di ricordi: “L’Avola racconta”.

di Simona Lo Iacono

Il buio scende. La luce sfoca piano dalla finestra. Accoccolarsi sotto le coperte è non soltanto concedersi riposo, ma – anche – ritagliarsi uno spazio che ha pareti morbide, soffici come nuvole, quasi risalenti a un grembo materno.
E’ il rito del letto. Da sempre passaggio verso l’ignoto e – al tempo stesso – abbandono al mistero.
Ecco perché sin dai tempi più antichi, le mamme, le balie, le nonne, hanno accompagnato il sonno dei bambini con le storie.
Quasi un viatico benigno per smorzare la paura dell’oscurità in cui si sarà trasportati. Quasi una formula magica per insinuare nei più piccoli i simboli della vita: il bene, il male, le prove e gli ostacoli, cui – comunque – segue un finale consolante.
La favola è, dunque , molto più che fantasia. E’ memoria, insegnamento, persino rituale propiziatorio.
Senza darlo a vedere,  serrandosi in quella soglia delicata tra veglia e sogno, suggerisce la complessità dell’esistenza, la lotta tra bene e male, tra desideri e realtà, tra regole da rispettare e tradimento  di esse.
Rifacendosi a questa tradizione ricca di suggestioni, Grazia Maria Schirinà (nella foto in alto) offre ai più piccini (e non solo) un delizioso libretto di racconti.
Quasi attingendo a un vecchio baule stracolmo di ricordi, narra le cose buone del passato, gli odori tipici della sua Avola, le conquiste dell’infanzia, la magia dei cortili e delle strade dove agli occhi dei piccoli si schiudevano universi di meraviglia e in cui vivevano personaggi straordinari.
“L’Avola racconta”  (ed. Kerayles) è una discesa nel cuore dell’infanzia, intesa come condizione privilegiata dello stupore, della scoperta, dell’entusiasmo nel percepire la vita.
Costellato dai disegni di allievi delle scuole elementari, l’autrice  ci porge con garbo e tenerezza un mondo che – grazie a Lei – sopravvive, riproponendosi alla nostra esperienza attuale come portatore di valori e di speranza.

Grazia, ti chiedo quindi, perché hai sentito l’esigenza di scrivere questo libro? Leggi tutto…

PER LE VIE DEL MONDO – letteratura e cinema – 3 marzo 2013, Siracusa

per le vie del mondodi Simona Lo Iacono

Carissimi amici,
3 Marzo alle ore 18,00 presso la Galleria Roma (piazza San Giuseppe, Siracusa) avrò la gioia di presentare “Per le vie del mondo“, romanzo di Elvira Siringo.
Per questo libro che parla di Maria di Nazareth dopo la resurrezione di Suo figlio, ho pensato di unire la letteratura al cinema…ma anche di farmi aiutare da un personaggio meraviglioso, ricco di malinconia per l’uomo, splendente come una creatura dell’aria.
Vi aspetto per un pomeriggio che anticipi la gioia della santa Pasqua!

L’intervista a Elvira Siringo su “Per le vie del mondo”
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VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

di Simona Lo Iacono

In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei.
Gli esseri viventi vennero invece plasmati dalla stessa terra in un secondo momento, e su di essa si aggiravano spaesati, errabondi, maldestri.
Era dunque necessario conferire loro facoltà adatte alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana contro le intemperie, la fame, la natura.
Purtroppo, la distribuzione venne fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, era dotato solo del senno del poi. E, giunto agli uomini nella sua elargizione di doni, si rese  conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa  – agli animali.
Gli uomini furono lasciati dunque indifesi, indeterminati, inadatti a padroneggiare il nuovo destino.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, tentò allora  di soccorrerli donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia).
E gli uomini svilupparono linguaggio, cultura, religione.
Ma nonostante ciò, essi vivevano ancora isolati e chiusi, incapaci di armonizzare le esigenze di ognuno con quelle degli altri.
Allora intervenne Zeus, e comprese che era loro necessario distribuire indistintamente aido e dike, pudore e giustizia, senza le quali nessuna creatura umana avrebbe potuto relazionarsi con l’altra.
Ecco.
Il mito spiega bene l’origine divina della giustizia. Una speciale elargizione del dio supremo, preposto alla cura dell’intero creato. Zeus in persona, e non Prometeo, pur animato dal suo ardore, o Epimeteo, pasticcione e improvvido. Ma colui a cui viene chiesta armonia, capacità di sintetizzare ogni singolo col tutto.
A questa origine trascendente della giustizia si rifà anche Vincenzo Vitale nel saggio “Diritto e letteratura, la giustizia narrata” (ed. Sugarco).
Un libro che è più di una profonda e commossa elaborazione filosofica del concetto di giustizia. Perché è un testo che invita alla riflessione su di essa quale condizione precedente al diritto, come a dire che senza la riscoperta del ceppo divino e necessario che ha consentito all’uomo di convivere con l’uomo, il diritto si svuota, non è che tecnica sopraffina priva di ansia e tormento per il giusto.
Senza giustizia, cioè, senza il suo anelito affamato e furibondo – il diritto perde la propria identità, il proprio senso, e anche la propria, sorgiva, funzione:colmare lo scarto tra aspirazione e realtà, sanare quella ferita sempre aperta tra essere e dover essere, recuperare, dunque, la sua vibrante e imprescindibile natura morale.
Per far questo l’autore propone un viaggio nei testi letterari, porge al giurista una strada insolita e fantasiosa per attingere al non detto, a ciò che, in sostanza, pur restando non codificato – in quanto asse portante  della norma – è, tuttavia, per  essa vitale. Recuperare quella smarrita pre-comprensione di ogni situazione giuridica, quella arcana e immateriale aspirazione che, pure, è il suo vero volto, la sua vera immagine: la vita che esige di essere ricomposta, l’uomo che implora di essere consolato, la paura che brama di trovare pace.
Tutte queste esigenze della giustizia sono state dimenticate nell’attuale momento storico. E il diritto aleggia come forma, si ingegna nei tecnicismi, presta attenzione smodata al particolare quando, come detto, il suo ceppo è universale. Non a un solo uomo, infatti Zeus donò dike, ma a tutti indistintamente.
Esaminando dunque alcuni tra i testi letterari più significativi e proponendo un viaggio tra i racconti di Heinrich von Kleist, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Robert Louis Stevenson, Andrè Gide – senza dimenticare i Vangeli di Matteo, Luca, Marco, Giovanni – Vincenzo Vitale spiega che la letteratura e il diritto si compenetrano non come due scienze, non come due tecniche, né come discipline pronte a spiegarsi l’una con l’altra. Ma come anime appassionate dell’uomo. Come specchi necessari della medesima e connaturata esigenza.

“Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta” (pag 43).

Chiedo quindi a Vincenzo Vitale – già magistrato (e amico di Leonardo Sciascia), docente presso l’università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri –  di spiegarci questa appartenenza necessaria tra diritto e letteratura, o – come dice benissimo nel suo saggio-  “palingenetica”.
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BOOKANDWINE: in ricordo di Maria Grazia Castrovinci

maria grazia castrovinciBOOKANDWINE: in ricordo di Maria Grazia Castrovinci

di Massimo Maugeri

Stamattina ho appreso una terribile notizia. Di quelle che ti scuotono, ti feriscono l’anima e ti lasciano svuotato dentro…
Avevo avuto modo di conoscere e apprezzare Maria Grazia Castrovinci nel corso della presentazione di un libro, per poi incontrarla in tante altre occasioni “libresche”. Di lei ricordo, in particolare, il sorriso smagliante e la voglia di leggere più libri possibile.
L’amore per la lettura è contagioso e Maria Grazia ne è stata una testimonianza vivente. Ha fondato BOOKANDWINE: viaggio itinerante tra libri e vini. Sulla home page del sito, troverete queste parole: “Condividere il gusto della lettura, confrontando emozioni e suggestioni con vecchi e nuovi amici lettori, in un viaggio  sempre stimolante e coinvolgente“. Il viaggio di Maria Grazia è stato bellissimo e – appunto – coinvolgente. Si è concluso ieri sera, poco prima dell’inizio di un nuovo evento bookandwine. È stata trovata con il libro che doveva presentare. Il suo cuore si era fermato.
Maria Grazia, ancora giovanissima, lascia questa terra… ma il suo sogno rimane. Sono pronto a supportarlo con Letteratitudine. Lo sarò sempre.
Ciao, Maria Grazia. Ciao.

[Di seguito, l’affettuoso saluto di Simona Lo Iacono]

* * *

di Simona Lo Iacono

Carissima Maria Grazia,
solo qualche giorno fa ci eravamo abbracciate, in occasione della presentazione di “Capo Scirocco” di Emanuela Abbadessa, alla Galleria Roma, di Siracusa.
Mi eri venuta incontro sorridente, stretta in un vestitino rosso, con gli occhi lucidi per l’emozione.
Ti avevo dato – con molto ritardo – i miei pensierini natalizi e tu, in cambio, un libro: I girasoli ciechi di Alberto Mendez. Poi hai voluto a tutti i costi regalarmi il libro di Emanuela.
Durante la presentazione a due voci con Luigi Amato, mi sono lasciata cullare, perché improvvisamente la tua voce si è levata dolce e con un timbro mai udito, quasi definitivo: parlavi della bellezza.
Ma come mai avevi fatto, con una passione struggente e tenera, con un trasporto che – in un solo attimo – ti ha reso imperiosa nell’affermarne la necessità.
Poi hai detto: “L’arte mi fa ricordare di avere un’anima. E che quest’anima è eterna”.
Oggi, quando mi hanno detto che in un attimo eri volata via, lontano, a raggiungere quella bellezza che ti chiamava, di cui sentivi già la malinconia, oggi… ho ripetuto quelle parole che mi avevano folgorata. E che avevano fatto dire anche ad Emanuela Abbadessa: “E’ la definizione di arte più bella che abbia mai sentito”.
Oggi voglio dire a tutti quelle parole. Oggi voglio dire a tutti che l’anima è eterna, e che tu l’hai capito con urgenza e con amore, e quindi sei viva, Maria Grazia. Ti sento.
Che queste tue intuizioni laceranti e vere siano la tua testimonianza, tesoro mio. Che siano la tua traccia, il tuo lascito a noi che dobbiamo continuare a cercare la bellezza tra le mille pastoie di una vita spesso cattiva e troppo veloce.
Che risuonino, che ci scuotano, che ci ammoniscano che l’arte è una strada per ritrovare la scintilla divina che ci abita, e che questa è la sua unica logica, il suo unico destino. E che non c’è altro scopo, dopo aver trovato l’anima, che farla germogliare nel bene che deve unirci.
Come hai detto tu, Maria Grazia. Abbiamo un’anima. E quest’anima è eterna.
Ti voglio quel bene, quello che nasce dopo essersi ricordati dell’anima.
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NON LASCIARMI ANDARE VIA, di Maria Di Lorenzo

Pubblichiamo la doppia lettura del romanzo NON LASCIARMI ANDARE VIA, di Maria Di Lorenzo (a firma di Simona Lo Iacono e Narda Fattori)

La lettura e l’intervista di Simona Lo Iacono

La mano si posa sulla corteccia dell’albero. Trema al suo tocco. Sente il calore della linfa che corre.  E’ una di quelle giornate siciliane in cui la luce brilla indecentemente, e in cui ogni cosa trasmigra nell’altra, rivelando l’unicità del tutto, la segreta assonanza di ogni elemento dell’universo.
Silvana solleva lo sguardo. Gibilmanna è ai suoi piedi, scoscende fino al mare, fa galoppare il cuore verso l’azzurro. Tutto sembra ora solo un sogno. La malattia, il passato, le parole non dette. Per pudore, per dolore, per paura.
Resta questo tempo che – lo sa – non è che una concessione breve del destino. Un’ultima occasione per svelare, per ricucire gli strappi della vita, per confessare a sua figlia che,  forse,  non sono solo i vivi a non voler essere lasciati. Ma soprattutto i morti.  O coloro che stanno per morire.
Così scrive. Non per ottenere qualcosa, non per essere perdonata, non per giustificarsi. Ma per ricordare a chi resta che l’unico destino a cui siamo chiamati è la compassione. Anche quando la vita scorre senza rivelare lutti nascosti, nascite proibite, amori senza futuro. Anche quando è conveniente non dire, fare finta di nulla, cedere ai rituali della compostezza e della buona creanza.
Anche allora,  ci salva solo quell’essere col dolore dell’altro, con il suo peccato, con la sua miseria.
In “Non lasciarmi andare via” (che è possibile leggere in ebook scaricandolo da questa pagina) Maria Di Lorenzo ci consegna una voce di donna intensissima, composta, poetica. Una melodia che si dipana maestosa, rivelando tocco dopo tocco la complessità delle relazioni umane, le attese, l’amore che non riesce a compiersi se non dopo un’intera storia da raccontare.
Con una lingua che è ora epistolario, ora cronaca degli anni sessanta, ora rassegna cadenzata e straziata della vita che cambia, segna il cuore di chi legge, resta a dimorare in esso, a mettere radici.
Chiedo quindi a Maria di svelarci il segreto di questa nostalgia che vibra a ogni pagina, che seduce e incanta.

Cara Maria, Silvana più che un personaggio è una voce, e chi legge è accompagnato dal suo timbro, persino dal suo respiro. Come ti si è presentato questo personaggio? In che modo ti ha chiesto di dargli vita? Leggi tutto…

LETTERATURA E ARTI MAGICHE

Letteratura e arti magichedi Simona Lo Iacono

Un incontro con la poesia e la fantasia, le arti magiche, i travestimenti. I meravigliosi versi di ELIO DISTEFANO, accompagnati da un personaggio molto speciale… un mago? Un funambolo? Un uomo invisibile? Chi lo sa… ma una cosa è certa. Le arti magiche e la poesia sono sorelle. Da sempre i maghi e le streghe usano versi e rime per incantare, da sempre le formule magiche attingono ad espressioni poetiche, a neologismi, a visioni immaginifiche.
Vi propongo quindi questo connubio: POESIA E INCANTESIMI, POESIA E TRAVESTIMENTI, POESIA E FANTASIA….
Il tutto con la presenza del poeta ELIO DISTEFANO e con la stupefacente performance di GIUSEPPE ORTO, attore e camaleontico interprete.
Naturalmente alla galleria Roma, piazza San Giuseppe 2, Siracusa, il 3 febbraio alle ore 18,00
NON MANCATE !!!

* * *

IL LARE DELL’ORTO  di Elio Distefano: la prefazione di Tiziano Salari

© Letteratitudine

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MARIA MESSINA: uno sguardo oltre la finestra

MARIA MESSINA: UNO SGUARDO OLTRE LA FINESTRA

di Simona Lo Iacono

Le ore scoccano dalla Matrice, un don don angustiato che tra poco – ne è certa – smorirà come i pianti delle comari, allineate nel corteo  funebre.  Maria le ascolta mormorare requiem aeternam dona eis Domine, singhiozzare a comando, rievocare le virtù del defunto intervallandole con un “Dio l’abbia in gloria”, o “Pace all’anima sua”.
Affacciata alla finestra, pensa che in Sicilia è sempre stato così. Inscenare la vita ma anche la morte, chè anzi proprio questa molto deve dire su chi non c’è più, ed è l’occasione che resta – l’ultima – per ostentare importanza, censo, potere.
Lo sa bene lei, che della borghesia buona, arroccata su apparenze e segreti, ha svelato ogni indecenza con i suoi racconti. E ancora sbircia dalla finestra la bara ondeggiante che celebra l’ultima festa, dietro la quale le prefiche si dannano a stracciarsi le vesti.
Nata ad Alimena  (Palermo) il 14 marzo 1887, Maria Messina era figlia di Gaetano, maestro elementare, e di Gaetana Valenza Traina, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. Una famiglia “bella e facoltosa, distrutta da un cattivo vento di sfortuna” (lettera di Maria Messina a Verga).
Conosceva quindi, Maria, i contegni a modo, le ristrettezze economiche che dovevano essere “dignitosamente celate”, i sorrisi artefatti, dietro i quali stavano  smarrimento e solitudine.
Era stata educata in casa, come si conveniva a una figlia di buona famiglia, e suoi precettori erano stati la madre e il fratello, che ne aveva incoraggiato la vocazione letteraria. Di quei tempi restano nei suoi scritti le ore di studio solitario, i litigi dei genitori sullo sfondo di una vita tutta chiusa in pochi svaghi, stretta da emergenze finanziarie. L’esordio era stato precoce. Due raccolte di novelle all’uso del Verga, che ammirava e del quale condivideva la riflessione. Racconti che avevano destato il plauso della critica e in cui primeggiava l’interesse per gli ultimi, per coloro che non hanno voce né ambiscono ad averla, che la letteratura resuscita con un atto misericordioso, amaro. Nel tempo, però, la riflessione sui “vinti” si era spostata dal mondo rusticano all’universo  familiare, ai suoi nodi misteriosi,  taciuti, entro i quali maturano infelicità. I “vinti” di Maria sono le donne, che “non posseggono la forza di offendere né quella di difendersi”. Sposate come  Jemma (La porta chiusa). Nubili come Rosalba (L’avventura).  Zitelle come Liboria (Rose rosse) con “la sua fresca giovinezza che non voleva morire”.
Maria Messina non tace scandali, non fa censure alla verità, non inganna il lettore. Inizia la narrazione in punta di piedi, Leggi tutto…

Il videopercorso di “Arte e Letteratura” (di Simona Lo Iacono)

Il videopercorso di “Arte e Letteratura”

di Simona Lo Iacono

Carissimi amici,
prima di iniziare la serie di appuntamenti invernali e primaverili della rassegna “ARTE E LETTERATURA” che ho organizzato presso la GALLERIA ROMA (PIAZZA SAN GIUSEPPE – SIRACUSA), ci terrei a segnalarvi che su YOUTUBE potrete rivedere tutto il percorso fatto. Vi riconoscerete tra il pubblico, rileggerete il libro presentato attraverso il video, ammirerete nuovamente gli scrittori e gli artisti che hanno costellato di bellezza questo cammino.
Spero, cioè, che possiate rinnovare il viaggio….
Di seguito ecco i link relativi ai vari appuntamenti!
Buon anno e alla prossima occasione (3 febbraio ore 18, letteratura e arti magiche)!!!!
Simona Lo Iacono

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Di seguito, i video di “Arte e Letteratura”
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