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CETTI CURFINO va a Catania

CETTI CURFINO va a Catania il 25 maggio 2018

Venerdì 25 maggio: ore 17:30, Libreria Cavallotto di Corso Sicilia, 91.

Simona Lo Iacono accompagnerà “Cetti Curfino” e la presenterà al pubblico dei lettori con l’ausilio di effetti scenici. Sarà presente Massimo Maugeri

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CETTI CURFINO di Massimo Maugeri (La nave di Teseo)

Un giornalista, una donna detenuta in carcere, una confessione che non può più aspettare.

Cetti Curfino è un romanzo potente sull’origine delle azioni umane e sul mistero di ogni delitto, costruito come un valzer tra due personaggi che cercano nella scrittura la propria verità.

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Dalla rassegna stampa del romanzo

L’Espresso (Sabina Minardi)
Da un apprezzato testo teatrale di Maugeri, prende ora corpo nella forma piena del romanzo la figura appassionante della quarantenne Cetti, vittima e carnefice, emblema di soprusi e di resistenza, di abusi e di forza. Intorno, temi altrettanto forti: la vita in carcere, le morti bianche, la disoccupazione, la dipendenza dalle slot machine, la politica senza scrupoli, la difficile esistenza nelle periferie abbandonate di molte città. Con un linguaggio che sa affrontare con credibilità registri diversi, incluso quello imperfetto e sincero della detenuta siciliana.

La Repubblica – Palermo (Gianni Bonina)
Cetti Curfino non si fa vendetta, non avanza attenuanti, non si sottrae alla pena, ma chiede solo di essere ascoltata: perciò prima scrive un diario al commissario e poi un libro perché il mondo senta il suo grido di angoscia e di rabbia. È il suo urlo così contemporaneo che, chiudendo alla fine il libro di Maugeri, sentiamo riecheggiare. Un urlo di donna che sostituisce il viandante di Munch e si infrange contro le nostre coscienze sorde.

Vivere – La Sicilia (Domenico Trischitta)
Cetti Curfino (La nave di Teseo) di Massimo Maugeri è un romanzo travolgente, avvincente, e la sua protagonista è uno di quei personaggi che difficilmente dimenticheremo. Innanzitutto per la sua bellezza ferina, la sua fierezza e allo stesso tempo la sua fragilità; poi ci sono i quartieri popolari catanesi, la voracità e la decadenza di una città avvitata su se stessa, con tutte le sue contraddizioni e attrazioni.

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CRISTINA CAMPO

cristina-campo-illustrazione-di-rossella-grassoCRISTINA CAMPO: una scrittrice da ricordare

Illustrazione di Rossella Grasso

di Simona Lo Iacono

Era nata nel mese di tutte le resurrezioni, aprile. L’anno era il 1923. La casa, un villino di famiglia in stile liberty a Bologna.
Il vagito era sembrato quello di un maschio, tanto era forte e ardito. Ma poi si era visto che era una bambina rosea, con lo sguardo afflitto dalla cecità dei neonati.
Il padre, un compositore affermato, Guido Guerrini, era autoritario, forte, dedito al lavoro. La mamma, Emilia Putti, era la sorella di Vittorio Putti, uno degli ortopedici più famosi al mondo, direttore dell’ospedale Rizzoli dal 1915.
La chiamarono Vittoria proprio in ricordo dell’amatissimo zio, anche se si firmerà sempre come Cristina Campo.
Crebbe tra adulti, Cristina, nel villino del Rizzoli che aveva l’incanto dei mondi inccessibili, cinto da edera miracolosa e da un boschetto infestato dalle ombre dei personaggi letterari. Iniziò a leggere prestissimo. Favole francesi soprattutto, ricolme di re prodigiosi e gatti ammaestrati, carrozze trascinate da topi, principesse smemorate o addormentate in radure di spine inaccessibili. La affascinava la visione che il racconto sapeva evocare, ma anche la religiosità della parola, il suo sbocciare dall’intimità degli oggetti, persuadendoli a divenire belli, ammantati di sacro perchè pronunziati.
Sebbene nata a Bologna, la città del cuore era Firenze, con la cupola del Brunelleschi che svettava verso l’infinito, il coro supplice dei monaci di san Miniato, l’Arno implacabile e placido come un rivolo di sangue. Leggi tutto…

UN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE di Edgarda Ferri (recensione e intervista)

la-femmina-nudaUN GOMITOLO AGGROVIGLIATO È IL MIO CUORE. Vita di Etty Hillesum di Edgarda Ferri (La nave di Teseo)

L’amore per tutti è meglio dell’amore per una persona sola. L’amore per una persona sola non è altro che l’amore di se stessi

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Recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

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Nello zaino ha messo poche cose. Una piccola Bibbia, la grammatica russa e Tolstoj. Un solo paio di calze. Le lenti rotte. La carta musicale di suo fratello Mischa. Il vagone è il numero 12, contiene novecentottantasette ebrei diretti Auschwitz. Lei è Ester Hillesum, ma tutti la chiamano Etty.
Quando parte da Westerbork, un campo di transizione, destinato a smistare i deportati verso la destinazione finale, ha appena finito di leggere una poesia di Rilke. Non ricorda le parole, la ressa vicino ai vagoni è troppa. Madri con i figli appesi al collo, anziani, bambini, donne di tutte le età. Sa però che Rilke è adatto anche a quel momento caotico, debordante, che nessuno penserebbe di classificare come una morte. Così è la poesia. Uno sguardo tumefatto, che sa andare contro l’apparenza delle cose.
Ed è strano che mentre la spingono sul vagone, e i suoi genitori la precedono solo di qualche convoglio, la sua mente sia così presa dal pensiero di un poeta, e che pur sapendo che quello è l’ultimo passo – l’ultima destinazione prima della fine – la sua anima risuoni di bellezza.
E’ che guardano oltre le rotaie i lupini sfrigolano al vento. Pochi raggi di sole creano cerchi che smodano il contorno delle cose. E in lontananza un cucciolo ha preso a uggiolare, ed è la mamma cagna ad acquietarlo a furia di carezze.
La vita, nonostante tutto, è in tutte le cose, fremente e solitaria, supplice e arrendevole, ed Etty sa che non saranno i convogli destinati ai campi di sterminio a fermarla. La vita continuerà a risorgere da ogni cosa morta, e rotta, e piagata. Anzi, proprio da lì  ricrescerà come l’erba gramigna. Più forte, più rigogliosa, più annaffiata dalle lacrime umane.
Per questo motivo – pur avendone la possibilità – Etty non ha voluto lasciare il suo popolo. Sarebbe potuta restare al Consiglio ebraico fino alla fine della guerra, avrebbe avuto il privilegio di partire per ultima, o di non partire affatto. E invece ha deciso che proprio lì, a Westerbork, dove si può immaginare solo una vita di passaggio, precaria e avvelenata dalla paura, proprio lì sarà se stessa. Proprio lì intonerà le parole della sua gente. Proprio lì sarà il dolore di tutti, ed essendo tutti, sarà anche misteriosamente felice.
Riportata alla luce prima da Adelphi che ne ha pubblicato lo sconcertante diario, ed ora da “La nave di Teseo” attraverso lo splendore del saggio scritto da Edgarda Ferri, (“Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore”) l’esperienza di Etty Hillesum scava queste giornate in modo dolorosamente attuale.

La prima domanda che rivolgo dunque ad Edgarda Ferri riguarda proprio la sconcertante contemporaneità di Etty,  la sua  voce persistente, che trafigge il tempo e lo spazio, e ancora parla al nostro cuore di uomini moderni e spaesati. Le chiedo, in che modo Etty è arrivata a lei, in che modo l’ha raccolta. Leggi tutto…

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (recensione e intervista)

UNO SPAZIO MINIMO di Rosalia Messina (Melville edizioni)

Segnaliamo le due date del minitour siciliano di “Uno spazio minimo”: Venerdì 9 febbraio a Siracusa, alle 19, presso La casa del Libro – via Maestranza n. 20. Presentano: Maria Lucia Riccioli e Lucia Corsale; Sabato 10 febbraio a Catania, alle 17:30, presso la Biblioteca della Città Metropolitana di Catania – via Prefettura 24. Presenta: Gabriella Vergari – In entrambi gli incontri, sarà presente l’autrice

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recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Parole che non riescono ad affiorare. Un silenzio che si appropria delle cose, perché tacerle, non nominarle, vuol dire negar loro esistenza, e – dunque – capacità di ferire.
Così cresce Angelica Alabiso, avvolta da un silenzio che è come una coltre, una spessa tenda di protezione, o anche un muro difficile da valicare.
Il suo mondo di bambina si consuma senza parole, delegando all’immaginazione la forza di creare i sogni, giocando con un laccio che può assumere forme mutevoli, disegnando una via d’accesso alle possibilità.
Perché comunque, anche se intabarrata in grida mute, Angelica Alabiso vuole sognare.
Certo, dei sogni ha anche paura. La sua educazione familiare sembra quasi bandirli, per approdare a conquiste più concrete, alla stabilità tanto agognata, al raggiungimento di certezze capaci di sconfiggere i timori e la precarietà. La sua famiglia è tutta compressa in questo sforzo di normalità. Marianna e Germano, i due fratelli, le crescono accanto avvolti dalla medesima patina di apparenze e buon senso.
Ma basta una vita incanalata negli argini dell’ordinario per garantire una evoluzione piena, l’approdo alla felicità?
Così, Angelica cresce senza quasi formulare domande. Il liceo classico a Catania, la voglia di spensieratezza dei diciotto anni, un primo matrimonio non scelto, o meglio arrivato come una conseguenza necessaria di ritmi di vita scanditi da altri.
La voce di Angelica finalmente prorompe, è dalle pagine che si leva alta e cristallina, quando piange i figli perduti, gli amori finiti troppo precocemente, le scelte universitarie sostituite da percorsi professionali.  E come in uno specchio riflesso, si alzano anche le voci dei genitori, voci quasi sempre inadatte a decifrarla, a cogliere nelle sue mute aspettative la voglia di una gratificazione o di un riconoscimento. L’esigenza – mai tradotta in vere pretese – di essere pienamente amata.
E allora si scopre che anche il loro infliggere inconsapevoli ferite, proviene da altri smacchi del destino o della fortuna. Che anche il padre di Angelica è frutto della mancanza di uno sguardo paterno, e così pure la madre è a sua volta figlia di una generazione sbalestrata.
In questo incedere di generazioni che cercano sempre in quella successiva un ristoro, o una riparazione tardiva ai propri sbagli, alle proprie incompletezze, alle proprie povertà, Angelica scopre poco per volta la sua vera vocazione alla felicità. Una felicità timida, capace di scavarsi una strada semplice e al tempo stesso contemplativa. Uno spazio minimo, forse, ma dotato dell’equilibrio necessario per dare finalmente un senso, un significato profondo a tanto cercare.
Con una scrittura tersa e cristallina, dotata di picchi alti, poetici e pensierosi, Rosalia Messina in questo suo ultimo romanzo “Uno spazio minimo” (Melville edizioni) regala una storia lucida, sofferta e al tempo stesso compostissima. Un gioiello di rara e preziosa solidità letteraria.
 
-Cara Lia, le chiedo, nel silenzio di Angelica si scoprono tante parole non dette. Qual è il rapporto tra vita e parola? Leggi tutto…

È STATO BREVE IL NOSTRO LUNGO VIAGGIO di Elena Mearini (intervista)

È STATO BREVE IL NOSTRO LUNGO VIAGGIO di Elena Mearini (Cairo editore)

Il libro è entrato nella cinquina dei finalisti dell’edizione 2017 del Premio Scerbanenco

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di Simona Lo Iacono

Cesare Forti. Il cognome rimanda alla virtù della forza, della compiutezza, della presenza. E, in effetti, questo sembra. Un uomo incrollabile, la cui vita non risente neanche di una sbeccatura, una di quelle imperfezioni così scontate negli altri.
Ma lui no.
Ha una moglie elegante, espertissima nell’arte di arredare, intrattenere, presenziare. Una figlia amata, tirata su con il rispetto delle buone regole dello stare al mondo.
Eppure, al di là della maschera inappuntabile dell’uomo arrivato, qualcosa è ferito, crepato.
E quel qualcosa lo porta a cercare altro, un appagamento diverso, una risposta a esigenze mai rivelate.
Bisognerebbe sempre ascoltare i propri desideri, persino i propri tradimenti, perché molto rivelerebbero sulle strade interrotte, sui destini mancati, persino sulle richieste – mai veramente adempiute – di uno sguardo. Non farlo, significa correre su un crinale pericoloso che mescola verità e finzione. Indossare maschere pronte a sbriciolarsi. Affidare alla parte nascosta di noi il compito di ribaltare quella affiorante, ma meno autentica.
Con una sapienza poetica altissima, Elena Mearini ci racconta quest’uomo. Le sue ipocrisie ma anche le sue ferite. La sua debolezza ma anche il suo finale coraggio. La sua malattia interiore e la sua inaspettata guarigione.
È stato breve il nostro lungo viaggio”, (Cairo editore) è un romanzo che lucidamente disamina l’assillo dell’apparenza, seziona le voragini del cuore, riepiloga gli anelli – presenti e mancanti – della maglia complessa dell’esistere.

-Elena – chiedo allora alla bravissima autrice – mai come in questo libro possiamo dire che la letteratura fa andare oltre, sgomina ciò che appare, il manto che nasconde la verità, e le ferite delle cose. Chi è veramente Cesare Forti? Leggi tutto…

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (recensione e intervista)

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri (Neri Pozza)

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Osac, il cane del Klondike.

di Simona Lo Iacono

Un riconoscimento. Comincia così, in genere, l’amore vero. Con uno sguardo sull’altro, un altro che però non rimanda la sua immagine. Ma la tua.
Da lì in poi, la vita non è più la stessa. Il riconoscimento affonda in ciò che siamo stati, in ciò che vogliamo e persino in ciò che non vogliamo.
Richiama, come da una lontanissima e selvaggia foresta, la parte più nascosta e più ferita di noi.
Ma cosa accade se a riconoscersi non sono due esseri umani ma una donna e un cane?
Che tipo di amore può venire fuori da un essere su due gambe e un altro su quattro?
Se poi il cane è nero come la pece, furibondo come un folletto, enorme e geloso, è ben possibile che la vita non solo cambi, ma sia completamente stravolta. E che il riconoscimento si trasformi in qualcosa di ancor più radicale. Un legame arcaico, viscerale e quasi sacro, che impedirà al cane di lasciare la sua amata, e che farà sentire l’amata – all’arrivo di un figlio proprio – il peso di un insostenibile tradimento.
Libro di passioni forti, radicate, e di impareggiabile verità, “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri (Neri Pozza editore) non è però solo la storia,  esilarante e al tempo stesso tragica, di Osac, ossia dell’indomito animale che l’autrice – ai tempi insegnante precaria – salva dalla strada. Né va limitato all’avventura, per quanto bizzarra, di una bestia che decide di amare perdutamente la propria salvatrice.
Questo libro di Romana Petri è invece un viaggio nella inesorabile scoperta della maternità, che Romana si trova a vivere – e non a caso – proprio dopo aver adottato il suo ingombrante amico a quattro zampe.
Quasi contemporaneamente, infatti, un figlio e un cane si impadroniscono della sua esistenza, e la donna fa esperienza giorno dopo giorno del mistero, umile e onnipotente, del generare.
Quando infatti il suo “Citto”, il suo bambino, viene alla luce, la madre non può fare a meno di capire che il legame con il figlio la porterà inevitabilmente a dover tradire l’amore di Osac, e nella ineluttabilità di questo tradimento, scoprirà la forza e la fatica dell’essere – da quel momento in poi – un genitore.
La maternità inizia a diventare una modalità dell’essere, e Romana capisce di non poter più tornare indietro, che il “Citto”, sin dal momento in cui si è scavato in lei una strada per venire al mondo, ha impresso al suo destino la forza di un mistero eterno e imperioso.
Ama, la madre, e più impara ad amare, più il mondo e la condizione umana passano da quella maternità, costringendola a rinascere e a morire, a espandersi e a ritrarsi, a fare spazio e a togliere spazio.
Di fronte a quell’amore potente e doloroso, e all’allontanamento necessario del neonato e della donna, Osac non potrà che fuggire, ululare alla notte la sua solitudine, aggrapparsi a un nugolo di scapestrati amici canini e cercare di dimenticare – come ogni creatura innamorata – la propria infelicità.

-Romana, chiedo allora all’autrice, che legame c’è in questo bellissimo romanzo tra la scoperta della maternità e il salvataggio di Osac?
Immagine correlataOsac è il protagonista assoluto di questo romanzo, l’unico che abbia un nome e anche un cognome, e di ogni cosa è una specie di untore. Il suo “selvaggiume” contagia tutto, anche la maternità che si fa primordiale, quasi biblica. Nel parto la donna soffre atrocemente, ma non vuole anestesie. Contagiata dal selvaggio Klondike che il cane le ha portato in casa, decide che deve mettere al mondo la sua creatura in questo modo barbaro. “Partorirai con dolore” per lei non è nemmeno più una minaccia, quel dolore lo sceglie quasi superstiziosamente, come se si dicesse: “Più soffro ora e meno soffrirà mio figlio nella vita.” Ma è Osac a metterle queste cose nella mente, lui e il mondo selvatico e primitivo che si porta dietro quasi inconsapevolmente. Tra cane e figlio, la madre sta in mezzo non a fare da bilancia, ma ad assorbire Natura.

-Nel romanzo la salvatrice di Osac cerca non solo il nome del suo cane, ma anche il suo cognome. Perché? Leggi tutto…

IL MORSO di Simona Lo Iacono (recensione)

IL MORSO di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

di Tea Ranno

È una scrittura avvolgente quella che, come fumo d’oppio, ti porta dentro Il morso, un magnifico romanzo ambientato in una terra densa di eccessi: eccessivo il sole, le voci, le voglie, le fami, i bisogni, le notti sfioccate da giorni di cui conservano ancora una certa luminosità; e densa, pure, di visioni che fanno di quella Palermo – pronta a entrare nel “folle” 1848 – una città magarica, intrisa di un bollore rivoluzionario che darà l’innesco a uno dei grandi cambiamenti della nostra Storia.
Simona Lo Iacono, sapiente dosatrice di parole e suggestioni, ci conduce con mano sicura dentro un mondo intessuto di contrasti e lo fa per mezzo di una serva, Lucia la siracusana, a cui non manca bellezza, intelligenza e sapienza, ma pure – visto appunto che siamo in tema di contrasti – un vizio, una tacca. Le capita cioè, all’improvviso, di entrare in un buio vischioso in cui la mente smette di esistere e abbandona il corpo a rantoli, sussulti, bava alla bocca, occhi rovesciati. Un sconquasso del corpo che sparge intorno a lei fama di pazzia: cos’altro potrebbe essere, altrimenti, quel suo quasi morire per poi rinascere alla luce?
Per Lucia è solo il fatto, una condizione della carne e dello spirito a cui è ormai abituata e che cerca, muovendosi con prudenza e controllando ogni gesto, di sottrarre agli occhi degli altri: “Inizia sempre con un formicolio. Poi una scossa, e la testa artigliata da corvi, mille corvi che rodono in fronte, travasano il male e la battono di destra e di mancina, e Lucia non può che dire: «Basta, basta!» ma, mentre lo dice, la prende anche un eccesso di vita che deve fuoriuscire dalle orbite, sorpassare la schiuma della bocca”. Leggi tutto…