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Posts Tagged ‘Stefano Tettamanti’

GENOVA È MIA MOGLIE di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti

GENOVA È MIA MOGLIE

“Genova è mia moglie. La città di Fabrizio De André” di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti (Rizzoli, Ediz. illustrata – prefazione di Dori Ghezzi)

di Tea Ranno

La prima volta che vidi Genova avevo quattro anni. Vi giunsi dopo un viaggio di tre giorni a bordo di una Fiat 850 che dalla Sicilia arrancò su per il Continente senza dolersi del carico di cinque persone (nonna inclusa) che avrebbe dovuto affaticarla; era d’un grigio quasi nero e odorava di nuovo. La graziammo di una prima sosta a Maratea e di una seconda a Roma – comprensiva di una visita allo zoo dove una leonessa, intenta ad allattare un cucciolo, ci guardò col fastidio di chi vede violata la propria intimità.
Genova ci accolse con la parlata streusa di zia Angelina, una fotocopia della nonna con dieci anni di meno e gli occhi azzurri che, al vederci, cominciò a sparare parole al ritmo di una mitraglia e intanto gesticolava e intanto rideva e intanto scherzava e intanto indicava una strada, un palazzo, e intanto mi sorrideva e intanto mi carezzava i capelli e intanto io la guardavo e non la capivo: niente capivo di ciò che stava dicendo, niente di niente. Ma come parlava? Dovetti sembrare prossima al pianto se la nonna: «Zittiti ’n mumentu» le disse, «c’a ’bbarrulisci!». Zittirsi lei? Ma quando mai! Sorrise e riprese a parlare, stavolta in italiano però, e quello che disse l’ho dimenticato. Leggi tutto…

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A CAPOTAVOLA – la recensione

A capotavolaA capotavola. Storie di cuochi, gastronomi e buongustaidi Laura Grandi e Stefano Tettamanti (Mondadori, 2013)

[Leggi il capitolo dedicato a Ernest Hemingway]

di Massimo Maugeri

In quest’ultimo periodo la cucina ha svolto un ruolo da protagonista anche a livello editoriale. Dando un’occhiata tra gli scaffali delle librerie è facile imbattersi in volumi di ricette e testi di saggistica e narrativa che hanno attinto a piene mani dall’arte culinaria. Tra coloro che si sono occupati del rapporto tra cucina e letteratura in tempi non sospetti, ben prima cioè che si potesse parlare di «moda», primeggiano Laura Grandi e Stefano Tettamanti (soci nell’agenzia letteraria Grandi & Associati). Già nel 1999, per i tipi di Garzanti, avevano dato alle stampe “Il calendario goloso”, a cui hanno fatto seguito: “Nuovo calendario goloso” e “Atlante goloso “(Garzanti), “Sillabario goloso” (Mondadori), “Racconti gastronomici“ (antologia curata per Einaudi).
«Di cucina se ne parla da sempre», dice Tettamanti. «Ci sono riferimenti culinari anche nella Bibbia. E comunque non sono d’accordo con coloro che sostengono che di cucina se ne parli troppo. C’è ancora tanto da dire e da scrivere, a riguardo. Si tratta di uno di quegli argomenti di cui si potrebbe parlare all’infinito. Così Laura e io stiamo proseguendo in questo nostro percorso di ricerca e divulgazione, sfociato nella pubblicazione di un nuovo libro». Il volume in questione, edito da Mondadori, si intitola “A capotavola. Storie di cuochi, gastronomi e buongustai” e offre un ricco e gustoso campionario incentrato sul rapporto di donne e uomini celebri con il cibo e la cucina. Sono tante le figure letterarie di primo piano coinvolte: da Agatha Christie a Joseph Conrad, da Dumas padre a Hemingway, da Hesse a Simenon. E non mancano neppure sorprese e spunti per riflessioni. Per esempio: cosa pensa Conrad della buona cucina? Lo scopriamo leggendo il testo di una prefazione che l’autore di “Cuore di tenebra” firmò per un libro di ricette pubblicato nel 1923 da sua moglie. Ebbene, per Joseph Conrad Leggi tutto…

A CAPOTAVOLA CON ERNEST HEMINGWAY

A capotavolaIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il capitolo del volume “A capotavola. Storie di cuochi, gastronomi e buongustai” di Laura Grandi e Stefano Tettamanti (Mondadori, 2013), dedicato a Ernest Hemingway

Il libro
“A capotavola” scruta attraverso la lente della passione gastronomica le vite di una galleria di personaggi straordinari – dalla A del copista arabo Muhammad Al-Baghdadi alla Y dello scrittore cinese Yuan Mei, passando per Pellegrino Artusi, André Michelin, Agatha Christie, Georges Simenon, fino ad Ave Ninchi, Elena di Sparta e Margherita di Savoia. Entrare a far parte del firmamento dell’alta cucina è oggi il sogno di tanti aspiranti “master chef”. Ma le storie golose raccolte da Laura Grandi e Stefano Tettamanti ci rivelano come spesso a battezzare ricette, metodi di preparazione e “filosofie” gastronomiche siano stati personaggi che dietro ai fornelli non ci sono mai stati. “A capotavola” è una piccola enciclopedia illustrata – del tutto personale e cosparsa di quei buchi che rendono ottima una buona fetta di groviera – della storia della cucina e, insieme, del mutamento del gusto e del costume, non solo alimentare, attraverso il tempo.

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ERNEST HEMINGWAY
(Oak Park, 1899 – Ketchum, 1961; scrittore)

di Laura Grandi e Stefano Tettamanti

Anche il più distratto dei lettori di Hemingway sa che il suo appetito più vorace, l’ingordigia che lo ha divorato, era nei confronti della vita. Ma anche quello, magari più superficiale, nei confronti di cibi e bevande non scherzava. La fame e la sete che provano i protagonisti dei suoi racconti e romanzi hanno una relazione intima e precisa con la fame e la sete del loro autore.
Hemingway non inventa nulla di ciò che scrive (anche se inventa molto di ciò che vive) e quanto i suoi personaggi vivono sulla carta deve prima passare al vaglio della vita di chi si assume il compito di raccontarlo: è il comandamento fondamentale della poetica vitalistica hemingwayana. In filigrana a tutta la sua opera – neppure troppo mimetizzata – si legge la sua biografia, né più né meno di quanto avviene nell’opera di d’Annunzio, solo che la retorica del Vate è magniloquente ed enfatica, quella di Papa scabra e silente.
Il contributo di Hemingway alla cultura del mangiare e, soprattutto, del bere si diffonde da tutti i suoi scritti ed è certificato da un libro minuzioso di Samuel J. Rogal che se fosse tradotto in italiano potrebbe intitolarsi Per chi suona la campanella della cena. Qui basta ricordare le corrette dosi per la preparazione di un martini cocktail dettate in Di là dal fiume e tra gli alberi (“‘Cameriere’ disse il colonnello che poi chiese: ‘Vuoi anche tu un martini secco?’. ‘Sì’ isse. ‘Volentieri.’ ‘Due martini molto secchi’ disse il colonnello. ‘Montgomery. Quindici a uno.’”
Quindici parti di gin – meglio se Gordon – e una di vermut – meglio se Noilly Prat –, nell’unica proporzione che il generale Montgomery ammetteva per attaccare il nemico: quindici dei nostri contro uno dei loro) o, sul fronte biografico, ricordare gli obiettivi strategici liberati da Hemingway il 25 agosto 1944 quando entra nella Parigi occupata dai nazisti al seguito delle truppe del colonnello Marshall: il Travellers Club, l’Hôtel Ritz, il Nègre de Toulouse e la Brasserie Lipp.
Ma è forse in un altro periodo della vita che si nasconde la chiave per comprendere l’insaziabiltà di Hemingway, quello della prima infanzia e della fanciullezza. Leggi tutto…