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TEMPESTA IN GIUGNO di Irène Némirovsky (Adelphi)

“Tempesta in giugno” di Irène Némirovsky (Adelphi)

[Traduzione di Laura Frausin Guarino, Teresa Lussone. A cura di Teresa Lussone, Olivier Philipponnat]

Il sogno della disfatta torna in libreria. Pubblicata la versione inedita di Suite francese, il capolavoro della scrittrice ebrea morta ad Auschwitz

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di Francesca Coppola   

«La Primavera, con le sue notti luminose, si faceva beffe della prudenza umana. Mentre la Senna pareva concentrare su di sé ogni sparso chiarore, catturarlo e farlo danzare nei suoi flutti. Dall’alto doveva sembrare un fiume di latte». Ma nel solco della stagione del risveglio a farsi strada è anche la guerra. Si insinua rapidamente, a ogni passo, disposta a profanare persino gli equilibri più saldi nel mezzo di una Tempesta in giugno (Adelphi, 2022) che non concede scampo. La nuova edizione di Suite francese, capolavoro di Irène Némirovsky pubblicato nel 2005, è di recente tornata in libreria in una veste filologicamente elaborata, arricchita da quattro capitoli inediti, riproponendo una Parigi oramai perduta nelle pieghe della storia.
Il caotico giugno del 1940 è difatti un esodo di anime – borghesi, intellettuali, cortigiane, madri eroiche – alla disperata ricerca del proprio destino e, in ultima istanza, della salvezza. Non poche sono le differenze tra le vicende di questi personaggi e i protagonisti della prima stesura manoscritta della Suite, quella che le figlie dell’autrice di Kiev trascinarono amorosamente con sé, nello spazio angusto di una valigia, durante la fuga dall’invasione nazista. In questa nuova Tempesta – magistralmente riscoperta da Teresa Lussone (ricercatrice in letteratura francese presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) presso l’IMEC (Institut Mémoires de l’édition contemporaine), curata insieme a Olivier Philipponnat e Laura Frausin – l’affresco brutale, ma al contempo ironico e dolce della «disfatta» restituisce al lettore l’ultimo dono di Némirovsky e il sogno, coltivato instancabilmente, di un romanzo corale, che doveva comporsi di cinque parti ma che rimase, come è noto, incompiuto. Rileggere queste pagine, la cui genesi è travagliata tanto quanto la vita di chi le scrisse – strappata alla famiglia perché ebrea l’autrice morì di tifo, ad Auschwitz – è un’esperienza a metà strada tra l’epifania e il déja vu. Ma è anche, come osservato da Lussone nella postfazione al testo, un modo per attraversarlo, coglierne gli spazi interstiziali, capire «come e perché Tempesta in giugno è stato riscritto». Leggi tutto…