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TO JEST, di Fabio Izzo (un estratto del libro)

Pubblichiamo un estratto del romanzo TO JEST, di Fabio Izzo, edito da Il Foglio letterario

Ci si innamora sempre di odori, sapori e sensazioni. Gabbie sensoriali costruite per intrappolare attimi. Collezioniamo ricordi, chi più chi meno, o almeno ci proviamo. Non possiamo impedire alla vita di andare avanti, possiamo però sbrindellarne il tessuto e tenerci nelle tasche i secondi più preziosi.
L’estate polacca diffonde sempre un qualcosa di tragico durante le sue ultime uscite di scena della stagione, come quell’attore in un dramma di Beckett o di Kantor che avevo visto all’una di notte in una replica sulla televisione nazionale. Chissà che altri parti avrà recitato, quali altri grandi ruoli avrà ottenuto. La malinconia è il soggetto preferito di troppe mie inquadrature, non so, sarà per via della polverosa danza del vento che sbatte e percuote il tappeto del crepuscolo, illuminato dai raggi solari, che profuma di sale, di mare, di lacrime, di nero, di bianco e della decadenza ampliata del colore. L’estate, qui, risulta un unico lungo addio destinato a ripetersi nelle vite, congelate dal mesto vivere di sempre, laico e profano, ininterrotto nel suo libero scorrere.

Le ultime gocce distillate della stagione vengono raccolte nel fazzoletto che asciuga la fronte di quell’uomo incurante di tutto quel che gli succede attorno; si preoccupa solo di passarmi alle spalle, frettoloso com’è, nell’attesa di un altro inverno. Le luci accese irrompono sulla scena e il mondo sembra giocondo dentro le riproduzioni artefatte di se stesso. Sono arrivato qui qualche mese nel tentativo folle di voler raccontare una storia, o per tentare di farlo, in un mondo che vuole sentire solo l’immediato egoismo del presente, dimenticando di coniugare tutto all’altruismo di un futuro incerto. Raccontare storie per salvare il mondo che merita di essere raccontato. Sono in un paese dove l’estate è quasi un preavviso di tragedia, qui, in una nazione cancellata dalla mappa dell’Europa e riammessa dai padroni stranieri solo dopo l’ennesima guerra persa. Una nazione decapitata due volte e due volte nello stesso luogo, a Katyn; durante la Seconda Guerra Mondiale prima e nella Nuova Guerra dell’Indifferenza, ora. La sua classe politica e dirigenziale è puff, scomparsa, svanita nel sangue a seguito di un incidente aereo, mandando il paese in lutto. Ora, non per tornare a essere il solito cinico bastardo che ero e che sono, ma da noi le cose sarebbero andate in maniera diversa.  Ma cosa ne pensa la vera opinione pubblica? Cosa ne pensa la gente ferma nei bar, alle fermate degli autobus, nelle stazioni ferroviarie fumanti e negli assonati autogrill? La prima volta che l’opinione pubblica si espresse alla televisione fu nel 1963 quando una troupe televisiva americana intervistò una bambina sull’omicidio dell’allora presidente, cioè John Fitzgerald Kennedy. Mah, chissà quale pensiero profondo si aspettavano. Nessuno a dire il vero. Nessuno può essere così ingenuo. Puntavano sull’emotività. Semplice e diretta. Sull’emotività spontanea dell’immagine. Nulla di più primitivo in effetti. In fondo l’uomo si è evoluto con la scrittura. Prima disegnava scene di caccia e di sesso, poi è passato a scrivere tormentandosi l’anima pubblica e privata, ma non che poi l’opinione pubblica abbia mostrato chissà che cosa. Dal 1963 e da Dallas in poi ne sono successe di cose e migliaia di persone sono state chiamate di fronte a una telecamera per esprimere la loro pubblica opinione sull’aumento del costo delle uova o sulla guerra in qualche paese. In fondo però siamo animali destinati a non capirci, ostinati come siamo nella complicazione del linguaggio. Ad ogni modo sono arrivato qui, attratto dalla possibilità di impedire a una storia locale di restare nell’ombra. Anche se all’inizio, come tutti i narratori troppo egocentrici, pensavo di raccontare solo la mia storia. Ora invece so che questa è la storia di tutti. La storia di tutti quelli che vogliono farsi raccontare un’altra storia ma è anche la storia di ogni minatore polacco, di ogni contadino messicano, di ogni operaio americano e di tutte le lotte degli ultimi su questo strafottente pianetucolo da abitanti del terzo universo, perché tutti portano con sé la loro storia e tutti hanno il diritto di raccontarla per farsi ascoltare. Leggi tutto…