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Posts Tagged ‘Ugo Riccarelli’

LO SCRITTORE CHE AMAVA LE STORIE

L' amore graffia il mondoDedicato alla memoria di Ugo Riccarelli, vincitore dell’edizione 2013 del Premio Campiello con il romanzo “L’amore graffia il mondo” (Mondadori).
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di Massimo Maugeri

La ragazza osserva il vuoto. L’immagine è di profilo, in bianco e nero. Sullo sfondo, nuvolaglie anonime che non lasciano presagire nulla di buono. La prima volta che osservai quella copertina, lo sguardo della ragazza mi parve sereno. E in fondo è così anche adesso, nonostante la notizia della scomparsa dell’autore sia ancora fresca e il solco nell’anima profondo. Osserva il vuoto, la ragazza. Con i capelli tirati dal vento. Non c’è sorriso, ma nemmeno inquietudine. L’amore, a volte, graffia il mondo… ma non gli sguardi. Non sempre, almeno.
Il romanzo è “Per Antonio, che è andato appena un attimo di là”. È dedicato a lui, il libro. Lo scrittore lo precisa nella nota finale: “personaggi, luoghi, situazioni che a qualche lettore potessero sembrare veri o accaduti sono solo il frutto di una sintesi letteraria tra realtà e fantasia, di quella particolare capacità che appunto la letteratura possiede di fornire una verità altra raccontando storie. In altre parole, come ha scritto Antonio Tabucchi, al cui ricordo questo libro è dedicato, raccontando menzogne. “
Rileggo questa breve nota e penso: quant’è bravo. Vedi? mi dico. Riesce a trasformare in virtuoso lirismo letterario anche il classico riferimento al “puramente casuale” dietro cui, in genere, si cautela uno scrittore per proteggersi dall’eccesso di reale contenuto nelle storie. Quant’è bravo, sì. Lo sussurro tra me, consapevole della mia difficoltà a formulare la frase usando l’imperfetto. Continuo a pensarlo al tempo presente. Come se fosse ancora qui.
L’avevo incontrato qualche mese prima. Gli avevo chiesto di raccontarmi di lui, di spiegarmi com’è che era diventato scrittore, quali erano state le letture che lo avevano reso il romanziere del dolore perfetto. Fu una bella chiacchierata. La conservo nel cuore.
Mi raccontò della sua infanzia. Mi disse che era stata caratterizzata da una salute cagionevole che lo aveva costretto a trascorrere lunghe e noiose ore a riposo. Fu grazie a quei momenti di noia, che scoprì i libri e i mondi in essi contenuti. Divenne un lettore onnivoro. Imparò l’amore per le storie, ma anche l’amore per l’oggetto libro.
Ecco. Imparare l’amore per le storie. Fu proprio quello, il verbo che utilizzò. A pensarci adesso mi sembra una bellissima rivelazione, tutt’altro che scontata. Ed è anche una frase di grande ottimismo, capace di tappare le bocche dei tanti instancabili profeti che ciclicamente preconizzano la morte del romanzo. Finché ci sarà la possibilità di imparare l’amore per le storie, il romanzo vivrà.
Continuò a soffermarsi sul suo rapporto con il libro, che definì come reverenziale. Non fu un caso che il primo lavoro che intraprese fu quello di bibliotecario. Quando poi iniziò a scrivere, lo fece per proprio diletto: l’idea stessa di una possibilità di pubblicazione gli sembrava una sorta di eresia (tanto era l’amore e la devozione che provava verso i libri). A metà degli anni Novanta, però, una storia particolare bussò alla porta della sua anima. Era qualcosa che doveva venire alla luce. Quel libro, il primo nato, giunse al mondo con il titolo “Le scarpe appese al cuore” e segnò l’inizio del suo percorso letterario. Fu un libro fortunato: trovò casa presso un editore prestigioso (Feltrinelli) e ricevette gli apprezzamenti di un grande scrittore (Tabucchi). Non si trattava di una storia di finzione, ma del racconto di un’esperienza personale. Un cammino di dolore e speranza cominciato da bambino, con un’asma, e concluso, dopo anni di sofferenza, con un difficile – ma riuscito – trapianto di cuore e polmoni. Mentre lo ascoltavo pensai che, in effetti, quella stessa salute cagionevole che lo aveva indotto a imparare l’amore per le storie aveva anche favorito la sua metamorfosi da lettore a scrittore. Il dolore perfetto partiva da lì, e da lì avrebbe attraversato gran parte delle sue narrazioni, compresa quella confluita nel nuovo romanzo che (non lo sapevo ancora) sarebbe stato il suo ultimo capolavoro.
Continuammo a discutere di libri e di scrittura. Scoprii, con mia grande sorpresa, che la sua prima lettura importante fu “L’isola del tesoro” di Stevenson (che fu anche una delle mie prime letture), seguita da “Le botteghe color cannella” di Bruno Schulz (da cui nacque il suo “Un uomo che forse si chiamava Schulz”). E poi: Finger, Joseph Roth, Gadda (scoperta pirotecnica per la versatilità della scrittura), il maestro Tabucchi. E ancora Leggi tutto…

Stefano Petrocchi per UGO RICCARELLI

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: IN MEMORIA DI UGO RICCARELLI

Stefano Petrocchi per UGO RICCARELLI

(Pubblichiamo il contributo di Stefano Petrocchi: direttore della Fondazione Bellonci)

di Stefano Petrocchi (nella foto in basso)

Stefano PetrocchiL’ultima telefonata fra noi, a fine maggio, il giorno che all’Amore graffia il mondo è stato assegnato il Premio Campiello. Ne era felice, ci teneva a questo romanzo in cui nella figura di Signorina – uno dei suoi personaggi femminili più volitivi – faceva rivivere sua madre. Il giorno dopo che se ne è andato, gli organizzatori del premio comunicavano che l’opera restava in competizione anche per il Supercampiello, che si assegnerà a settembre. È bello che possa continuare ancora a farsi un po’ di strada, anche se chi l’ha messa al mondo non può più accompagnarla. Ci ricorda che è compito dei grandi libri vivere nella comunità dei lettori più a lungo di chi li ha scritti. E i libri di Ugo Riccarelli vivranno molto a lungo.
Ero preparato al fatto che da un momento all’altro non ci sarebbe stato più. Non ero preparato a non avere vicino, quando è successo, i suoi libri. Ad eccezione dell’ultimo, che ho sulla scrivania da quando è uscito, e del Dolore perfetto, presente sugli scaffali della biblioteca dove lavoro, gli altri sono finiti in uno scatolone per un trasloco inopportuno e molesto come solo i traslochi sanno essere. Così non ho potuto rileggere, da Stramonio, l’epigrafe tolta a Hrabal – me la ricordo significativa di tante cose, non solo per quel libro – e la pedalata in salita del grande ciclista nell’Angelo di Coppi e la presenza nelle prime pagine di Comallamore di tutta una serie di aggettivi e sostantivi che hanno a che fare con l’essere storto, sbilenco.
Provo ora a ricostruire certi caratteri della sua opera e, anche senza avere a portata di mano le sue parole, mi si va delineando un percorso limpido e riconoscibile, giocato tra un epos antiretorico, nato dal basso, alimentato e custodito soprattutto per via matrilineare (Riccarelli è uno dei pochi scrittori contemporanei per cui abbia senso la nozione di popolo) e il tema dell’handicap (nel senso sportivo di svantaggio) come ribaltamento della prospettiva normale, ordinaria, sulle cose, e come vita tenacemente attaccata alla vita. Due valori che prendono forza messi a contrasto con la violenza del potere, con il procedere indifferente del tempo storico, con la visione dominante dei vincitori, i quali – diceva Bufalino – non sanno quello che perdono. Leggi tutto…

Paolo Di Paolo per UGO RICCARELLI

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: IN MEMORIA DI UGO RICCARELLI

Paolo Di Paolo per UGO RICCARELLI

(Pubblichiamo il contributo dello scrittore Paolo Di Paolo)

di Paolo Di Paolo (nella foto in basso)

Risultati immagini per paolo di paolo letteratitudineLa dedica del suo ultimo romanzo, L’amore graffia il mondo (Mondadori), tuttora in corsa per il Campiello, dice: «Per Antonio, che è andato appena un attimo di là». Antonio è Tabucchi, lo scrittore che – come mostra la lettera inedita che pubblichiamo – è stato per Ugo Riccarelli un maestro e un amico. Si erano conosciuti alla fine degli anni Ottanta: Riccarelli lavorava a Pisa, in un’azienda statale, e sotto banco leggeva Piccoli equivoci senza importanza di Tabucchi. Un amico comune li mise in contatto: ne nacque una complicità bella e duratura: «Ho potuto godere del privilegio di “stare a bottega” da lui, un po’ come si faceva un tempo, quando esistevano i Maestri». Ma fra i maestri di Riccarelli vanno annoverati anche una nonna contadina e un padre – l’ha raccontato in Un mare di nulla (2006) – cantastorie e un po’ bugiardo. Riccarelli amava l’idea stessa del raccontare come poche altre cose. L’Annina, nel romanzo Il dolore perfetto (2004, Premio Strega), scopre che custodire la vita, l’amore, i ricordi nostri e gli altrui significa raccontare: «E se proprio un filo c’era, nelle sue storie, allora le sembrò che narrarlo fosse il solo scopo di tanta vita».
La narrativa di Riccarelli ha spesso un paesaggio italiano – piccole storie di umili che, annodandosi, compongono una storia più grande. Ma poco italiano è il suo respiro di scrittore, abituato al passo lungo dei sudamericani, reso più inquieto per via mitteleuropea: Bohumil Hrabal e Bruno Schulz sono i numi rispettivamente di Stramonio (2000) e di Un uomo che forse si chiamava Schulz (1998). «Un tempo nacqui in mezzo a un caldo di lana. Furono urla e fatica, in una notte di luglio inoltrato» scrive, dando voce a Schulz, Riccarelli – che in questo luglio inoltrato se n’è andato, a nemmeno cinquantanove anni. La sua vita era stata tagliata a metà da un trapianto di cuore e polmoni: ne racconta nel suo bellissimo libro d’esordio, Le scarpe appese al cuore (1995). Il «precedente cuore» di Ugo ha continuato a battere nel petto di una donna inglese e le ha permesso di diventare madre. Che Riccarelli avesse, in fondo, non uno ma due cuori, era chiaro incontrandolo. Poche persone ho conosciuto così trasparenti, generose e vitali. Così allegre. Era, l’allegria, la sua risposta alle salite della vita – e di salite i suoi libri sono pieni come i suoi giorni. Pendii in cui la terra fa resistenza e tutto dipende da un sovrappiù di slancio, di energia. Come nei racconti di L’angelo di Coppi (2001), anche sulle pagine della “Domenica” gli capitò di raccontare salite: storie di sportivi, di maratoneti e di scalatori. Leggi tutto…

UNA GIORNATA CON TABUCCHI

Una giornata con Tabucchi
con un’intervista di Carlos Gumpert

Di Paolo, Maraini, Petri, Riccarelli

Cavallo di Ferro, 2012 – pagg.128 – € 12,90

In collegamento con il post/dibattito su Letteratitudine intitolato “Omaggio a Antonio Tabucchi

In omaggio allo scrittore che consideravano un maestro, Dacia Maraini, Paolo Di Paolo, Romana Petri e Ugo Riccarelli raccontano Antonio Tabucchi e il legame che con lui avevano attraverso racconti inediti, lettere, testi­monianze, conversazioni che confluiscono in questo volume pubblicato dalla casa editrice “Cavallo di Ferro”.
Qui di seguito, un’intervista curata da Simona Lo Iacono.

Massimo Maugeri

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24 settembre 2012: Buon compleanno, Antonio Tabucchi.

di Simona Lo Iacono

L’aveva detto, che i fantasmi appaiono a mezzanotte, che rispondono ai richiami e agli appuntamenti.
Lui stesso, più di una volta, s’era messo ad aspettare l’ora di tutte le ore, quella che chiude e quella che apre, un’ora sulla soglia, proprio come la fine.
Che parola, poi, fine. Avrebbe di certo preferito “finale” e avrebbe aggiunto che non ne esiste mai uno definitivo, semmai una somma o una molteplicità, tutti aperti e possibili, e avrebbe riso, mentre lo sguardo gli andava inquieto sul sole di Lisbona, sulle sue malinconie.
E chissà. Per una volta sarebbe stato lui a convocare, a chiedere quello che chiedono tutte le ombre, un ricordo, un saluto, un bacio malfermo e trasognato in questa vita che lascia e ci lascia, un modo – in fondo – per sentirsi vivere ancora. Leggi tutto…