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UNA SECONDA OCCASIONE – intervista a Elvira Siringo

https://i0.wp.com/www.edizionidifelice.it/2014/copertine/L-siringo.jpgUNA SECONDA OCCASIONE – intervista a Elvira Siringo 

[un estratto del romanzo è disponibile qui]

di Simona Lo Iacono

Una villa che splende sotto le falcate ardenti del sole siciliano e ne porta il nome: Villa Dorata. Un barone che non rifiuta figli illegittimi tra le sue pareti, né servi o mogli insoddisfatte, ma li aggrega in una mescolanza viscerale. Donne colme di desideri che fanno i conti con le massicciate della realtà, col tempo che scorre impietoso, le disarma e le vince. E un carabiniere in cerca della verità, che sarà costretto a fare un viaggio tra le selci infuocate dell’isola scandagliando il passato.
Molti personaggi, uno scenario mitico e luttuoso, l’evolversi dei costumi e delle conquiste della donna. “Una seconda occasione” di Elvira Siringo (Di Felice Edizioni) incalza e arretra, narra gli anni in una dimensione sempre fluida, portando il lettore avanti e indietro, con uno spasmo tra tempo sognato e tempo esistito.

– Cara Elvira, questo tuo romanzo (continuazione ideale del primo, “La zia di Lampedusa”) rincorre i personaggi su vari livelli temporali. Perché questa scelta narrativa?

Carissima Simona, grazie per questa domanda che mi permette di chiarire subito quella che è stata una scelta tecnica ben precisa.
La scelta di svelare lentamente il passato nasce dalla voglia di mantenere sempre viva l’attenzione del lettore alimentandone picchi di curiosità, facendolo partecipare alla ricerca delle ragioni profonde che guidano le azioni del tempo presente della narrazione e, naturalmente, dalla necessità di esercitare uno scavo nella vita precedente dei protagonisti per rivelarne progressivamente le facce segrete.
C’è sicuramente una suggestione che deriva dalle mie amate letture pirandelliane. Il lettore si costruisce una prima idea dei protagonisti che, via, via, sarà costretto a modificare. Infatti in questo romanzo, come si capirà alla fine, nessuno è realmente come appare.
Alcuni personaggi hanno un passato ingombrante, ben nascosto sotto un cumulo di bugie, si presentano con una maschera perbene, coprendo accuratamente la loro vera essenza. Altri personaggi sono addirittura inconsapevoli, ignorano una parte importante del loro passato (vi sono dei segreti che saranno progressivamente svelati), essi perciò non sanno di avere un’identità diversa da quella che hanno nella loro quotidianità.
Ci sono situazioni che generano parecchi equivoci, non solo di identità.
Fra l’altro io ribalto e amplio il luogo comune secondo il quale “mater semper certa est”. (Così, tanto per chiarire meglio, ad esempio, senza far nomi… c’è una madre che non sa di essere tale, mentre un’altra crede di avere dei figli che in realtà non ha mai partorito.)
Sono consapevole che, raccontato così, potrebbe sembrare un maledetto imbroglio ai limiti dell’inverosimile. Eppure la vicenda non è affatto surreale, anzi, rispecchia la condizione delle donne siciliane che fino a una cinquantina di anni fa non riuscivano ad esercitare il controllo delle nascite e spesso diventavano vittime del potere smisurato delle mammane, donne in grado di cancellare colpe inconfessabili, che talvolta si arrogavano il diritto di tentare di compensare due infelicità operando perfino opportuni… scambi di culla (e qui mi fermo…).

 

– Il genere scelto è, in apparenza il giallo. Un giovane carabiniere che giunge in Sicilia e inizia a indagare su un omicidio, anche se il colpevole è già stato arrestato ed è morto. Tuttavia il genere letterario si fa evanescente via via che la narrazione si inoltra tra le pieghe dei vari capitoli, dove scopriamo invece una storia composita e articolata, che non può certo stare negli schemi di un semplice giallo. Come nasce l’idea di questa opera?
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UNA SECONDA OCCASIONE, di Elvira Siringo (un estratto del libro)

https://i0.wp.com/www.edizionidifelice.it/2014/copertine/L-siringo.jpgPubblichiamo uno stralcio del romanzo UNA SECONDA OCCASIONE, di Elvira Siringo (edizioni DiFelice)

Il libro
Un giovane carabiniere torna in Sicilia per scagionare una ragazza, anticonformista e ribelle, dall’accusa d’avere ucciso il padre. Ma arriva tardi, la giovane è morta in carcere e i parenti accolgono la rivelazione d’innocenza con freddezza, col fastidio e con la paura di dover subire la riapertura del caso per individuare un altro responsabile.
La cornice è una natura ancora intatta, un mare di cristallo a confine fra due mondi e due continenti. I flutti dell’Isola delle Correnti si scontrano e si congiungono, come le vicende dei personaggi che si incontrano, si aggrovigliano e si confondono. Le sorprese si alternano ai paesaggi mozzafiato e confluiscono in un finale “a incastro” in cui ogni dettaglio rivelerà la sua logica, naturale, spiegazione.

* * *

Un estratto di UNA SECONDA OCCASIONE, di Elvira Siringo (edizioni DiFelice)

Antefatto

Pugni chiusi

Pugni chiusi
non ho più speranze,
in me c’è la notte più nera
viene l’alba
e un raggio di sole
disegna il tuo viso per me…

 

Una gran berlina argentata costeggiò il muro sbrecciato del cimitero e si fermò all’ingresso ferrigno. Scesero tre donne, l’uomo alla guida parcheggiò sullo sterrato fra cipressi e pini contorti dal vento.
«Lino caro, ti prego» squittì la più matura, in gramaglie, appoggiata a due ragazze infagottate in mantelle color topo «vai avanti e comincia ad aprire, così cambia l’aria.»
L’uomo distinto, impeccabile in doppiopetto fumo di Londra, gettò uno sguardo distratto all’orizzonte che sfumava livido nella spuma delle onde. Le sorpassò portando una borsa, una tanica d’acqua e una sedia pieghevole.
«Io sono lenta, sono vecchia ormai, che volete fare? Per poco, ancora, mi dovete sopportare… spe-riamo» lamentò. In realtà era solo indispettita. gli anni, eccessivi per dirsi giovane, erano ancora scarsi per ritirarsi in buon ordine dal gioco della vita.
«Che vecchia e veecchia, mamà non parlare così, che porta maale!»
«Ah, che ne sai tu, Melina mia? Sto tanto male, nessuno mi capisce» piagnucolò scuotendo il capo.
«Certo che ti capisco, che figlia sarei altrimeenti?» Melina le asciugò la fronte e le ravvivò i capelli con una carezza «da mesi dico di chiamare un meedico» appallottolò il fazzoletto di batista nella borsetta e abbozzò un sorriso che si scontrò nei cupi occhi materni.
«Non serve» si stizzì «qua ci sono solo ciarlatani! niente mi può guarire, ormai. Tu sei brava, tu. No come quella, quella là… chissà di chi era figlia “quella là”!» alzò i pugni chiusi al cielo struggendosi in pianto.
Si fermarono un attimo, grondanti di sudore. l’umidità sospesa non si decideva a diventare pioggia e impastava d’umori mattutini i tailleur antracite troppo pesanti, estratti dalla cassapanca del mezzo lutto per sostituire i neri al compimento del primo anno di lutto stretto. Impregnavano di canfora un autunno corteggiato invano, ancora saturo di tenaci residui estivi.
Singhiozzi e passi riecheggiarono, dalla ghiaia del viale solitario al fianco della collina, infrangendo la quiete di interminabili metri, fino alla cappella gentilizia. accanto allo stemma del barone Fazio di Torrevecchia li accolse un angelo ingrigito, di sentinella ai loculi con la spada in pugno e due piccioni appollaiati su un’ala. Senza curarsene la baronessa entrò e si afflosciò sulla sedia che lino aveva predisposto davanti alla lapide già spolverata. chinò gli occhi e cominciò a biascicare il rosario. L’uomo continuò a lucidare i candelieri d’ottone e Melina tornò indietro, dalla fioraia all’ingresso, a prendere garofani bianchi e crisantemi gialli, i colori dello stemma di famiglia.
L’altra giovane, smunta e taciturna, andò a sciacquare i vasi. Versando l’acqua marcia nella grata del tombino fu assalita da un moto di nausea. Tornò più pallida che mai. Leggi tutto…