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NON CE LO DICONO di Errico Buonanno (intervista)

“Non ce lo dicono. Teoria e tecnica dei complotti dagli Illuminati di Baviera al Covid-19” di Errico Buonanno (UTET): intervista all’autore

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di Massimo Maugeri

Un libro di grandissima attualità, questo nuovo di Errico Buonanno pubblicato da Utet. Lo si evince già dal titolo (Non ce lo dicono. Teoria e tecnica dei complotti dagli Illuminati di Baviera al Covid-19). E d’altra parte, giacché gli schemi sulla base dei quali sorgono e si sviluppano le teorie complottiste sono più o meno gli stessi, si tratta di problematiche ricorrenti di cui è possibile tracciarne un percorso storico.
Ho avuto il piacere di discuterne con l’autore…

– Caro Errico, partiamo dall’inizio: come nasce questo libro?
Sono anni che mi occupo di fake-news. Posso dire, anzi, di averlo incominciato a fare da prima che si chiamassero “fake-news”: quando scrissi il mio Sarà vero usavo il termine “falsi” o “bufale”. E me ne sono iniziato a interessare non precisamente con lo spirito del debunker. Al contrario, io sono principalmente un narratore, perciò nutro molto rispetto per le invenzioni e le bugie. Quello che tuttavia mi interessava era lo straordinario potere dei falsi di trasformarsi in realtà: una bugia può avere conseguenze molto pratiche e concrete, può smuovere eserciti, può creare nazioni attraverso i miti fondativi, può dare il via a tradizioni come a stragi. Questo significa che la fantasia è qualcosa da maneggiare con molta cura. Nel caso delle teorie di complotto, ahimè, la fake-news porta spesso a esiti rischiosissimi: le ultime vicende, da QAnon alle dicerie intorno alla pandemia, mi hanno portato in Non ce lo dicono ad affrontare il lato più nero del falso.

– Cosa puoi dirci sull’attività di studio e di ricerca che hai svolto prima di dedicarti alla scrittura del testo? Leggi tutto…

SCHIAVI DI UN DIO MINORE di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (un estratto)

Pubblichiamo l’introduzione del volume SCHIAVI DI UN DIO MINORE di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (Utet)

Introduzione

Questo non è un saggio ma una storia che ne racconta altre. Quelle di un mondo del lavoro allo sfascio. Di schiavismo. Di inganni, soprusi, beffe, sfruttatori e sfruttati, intere generazioni cancellate o rassegnate, giovani dipendenti “schizzinosi” e aziende che sono “grandi allegre famiglie”. Di perdita della dignità, umiliazioni, mancanza di rispetto, disprezzo per esperienza e cultura, guerre tra poveri innescate e fomentate da chi ci ride sopra contando monete d’oro come il dio bulimico di una cosmogonia minore. Questo non è un saggio ma una storia che racconta di quando ogni diritto acquisito viene calpestato incolpando la “crisi mondiale”, “lo stato attuale delle cose”,  “le richieste del mercato” o dichiarando con uno sberleffo che “oggi va in questo modo, in fondo siete già fortunati”.
Questo non è un saggio ma una storia che non si potrebbe aprire se non così, con la frase dell’«ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini» (la definizione è del fumettista Andrea Pazienza). Con un’affermazione che ormai rischia di suonarci strana, lontana, quasi risalisse agli albori della rivoluzione industriale e non a meno di trentatré anni fa: «La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile e si risolve per molti nella libertà di morire di fame» (Sandro Pertini, discorso di fine anno, 31 dicembre 1983). Leggi tutto…

MICHELA MARZANO vince il PREMIO BANCARELLA 2014

MARZANO COPMICHELA MARZANO vince il PREMIO BANCARELLA 2014 con il volume “L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore” (Utet).

«Ognuno di noi si porta dentro un segreto. E passa la vita a girarci intorno. Talvolta se ne parla. Talvolta lo si sfoggia. Talvolta lo si nega. Eppure è sempre quel segreto che spiega tutto quello che si vive… L’amore, in fondo, è quel segreto che ci portiamo dentro.»

Michela Marzano (Roma, 1970) ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Filosofia. È autrice di numerosi saggi e articoli di filosofia morale e politica. In Italia ha pubblicato, tra gli altri, Estensione del dominio della manipolazione (2009), Sii bella e stai zitta (2010), Volevo essere una farfalla (2011), Avere fiducia (2012). Direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali (SHS – Sorbona) e professore ordinario all’Université Paris Descartes, dirige una collana di saggi filosofici per le Edizioni PUF e collabora con “la Repubblica”. Attualmente è deputato del Parlamento italiano.

Proponiamo, di seguito, un breve video in cui l’autrice presenta il suo libro


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SEGNALI DI FUMO, di Andrea Camilleri (le prime pagine del libro)

Pubblichiamo le prime pagine del volume SEGNALI DI FUMO, di Andrea Camilleri (Utet)

CAMILLERI_tagliataLa scheda
Da qualche tempo, Andrea Camilleri lancia dei personalissimi “segnali di fumo”. Sono foglietti di poche righe cui lo scrittore affida, in totale libertà, quello che gli suggerisce l’estro del momento. Ma che cosa “segnala” Camilleri? Intanto, molta partecipazione per le nostre vicende politiche: soprattutto indignazione per l’assenza di etica, la corruzione, la volgarità, il populismo becero, gli insulti di troppi “politici senza onore” che hanno prodotto fame, disoccupazione, scontro sociale, impoverimento del Paese. Poi, il gusto mai perduto del racconto disteso, dell’aneddoto divertente e rivelatore. Il piacere degli incontri con personaggi del tutto sconosciuti o – trattati esattamente alla stessa stregua – famosi come Wisława Szymborska e il presidente argentino Alfonsìn. Le letture che durano da una vita (Pirandello, Vittorini, Malraux, Philip Roth, Tabucchi) e che suggeriscono alcune sobrie e per niente retoriche considerazioni sull’arte dello scrivere. Infine, il senso – molto umano, ma mai troppo malinconico – del tempo che passa, dell’età che avanza: “… mettiamola così: il tempo è una giostra sempre in funzione. Tu sali su un cavalluccio o un’automobilina, fai un bel po’ di giri, poi, con le buone o con le cattive, ti fanno scendere”.
Ora, Camilleri ha deciso di raccogliere qualche decina dei suoi “segnali di fumo”, organizzandoli in una sequenza sapientemente “narrativa”. L’effetto, per il lettore, è quello di una incantevole conversazione a distanza con l’amico saggio, ironico, affettuoso che tutti vorremmo avere.

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Le prime pagine del volume SEGNALI DI FUMO, di Andrea Camilleri (Utet)

1
Confesso, con Neruda, che ho vissuto. Ma mi corre
l’obbligo di confessare anche che, alla mia veneranda
età, molte delle cose per le quali ho vissuto mi appaiono
come fatte da una persona che aveva il mio
nome, le mie fattezze, ma che sostanzialmente non
ero io. Così come non mi riconosco in un agire dominato
solo dal senso, non mi ritrovo neppure in un
comportamento dettato solo dalla ragione. Gran parte
della mia esistenza è trascorsa in una sorta di sbilanciamento
tra una parte e l’altra, sono stato come
un equilibrista su un filo sospeso tra due grattacieli
sotto un vento continuamente mutevole. Quanta pazienza
e quanta volontà mi ci sono volute per tenere
sotto controllo le mie contraddizioni!

* * *

2
Forse, senza saperlo, stiamo combattendo la prima
guerra globale degli anni duemila. Una guerra che
non usa più armi, che non bombarda né fa esplodere
atomiche, che non provoca morte ma produce fame,
disoccupazione, scontro sociale, impoverimento, insomma
riduce sul lastrico i perdenti. Le direttive che
provengono dalla Ue e dalla Bce assomigliano ai piani
strategici di uno Stato Maggiore: far resistere la
Grecia a ogni costo, apprestare immediate difese per
le prime linee direttamente minacciate che si chiamano
Spagna e Italia. E il quotidiano bollettino delle
chiusure delle Borse europee ed extraeuropee lo si
attende con la stessa ansia, con lo stesso tremore dei
bollettini di guerra di una volta. Leggi tutto…

PERCHÉ IL MONDO ESISTE?, di Jim Holt (le prime pagine del libro)

Holt_coverIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo le prime pagine del volume “PERCHÉ IL MONDO ESISTE? Una detective-story filosofica“, di Jim Holt (Utet, traduzione di Luca Fusari): Tra i 10 migliori libri del 2012 per “The New York Times

La scheda del libro
Perché esiste il mondo, e perché ne facciamo parte? Perché c’è qualcosa anziché il nulla? Da secoli se lo chiedono in tanti, tra filosofi e scienziati, teologi e scrittori, ed è sorprendente scoprire quanto singolare, articolata e avvincente si possa rivelare, ai nostri giorni, una ricerca che prende le mosse da un interrogativo così semplice e potente; una vera e propria indagine, personale ed emozionante, condotta come una detective-story da un brillante divulgatore scientifico con un debole per i grandi misteri dell’esistenza.
In Perché il mondo esiste? Jim Holt indossa i panni del segugio cosmico e interroga, punzecchia, mette alle strette (o ascolta, rapito e incredulo) una schiera di intellettuali di rango assoluto: Nobel per la fisica come Steven Weinberg, giganti della letteratura contemporanea come John Updike, matematici innamorati delle forme platoniche come Roger Penrose, teorici del multiverso e della realtà virtuale. Ogni colloquio è un viaggio in mondi nuovi, un confronto con prospettive sconvolgenti, un’immersione nelle teorie più argute, avventurose e geniali del sapere contemporaneo, spiegate al lettore senza indulgere in tecnicismi e con grande affabilità, quasi come in un romanzo di formazione.
Perché il mondo esiste? chiama in causa Dio, il Big Bang, la fisica classica e quantistica e altri cardini del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo, ma il filo conduttore rimane la curiosità: la curiosità instancabile, la lungimiranza e l’ingegno di una specie come la nostra, che da millenni non è mai stanca di porsi domande su se stessa e sul mondo in cui vive.

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Le prime pagine del volume “PERCHÉ IL MONDO ESISTE? Una detective-story filosofica“, di Jim Holt (Utet, traduzione di Luca Fusari)

di Jim Holt

Prologo

Veloce dimostrazione del perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla, per gente moderna e parecchio impegnata.

Supponiamo che non ci sia nulla. Se non ci fosse nulla non esisterebbero le leggi: le leggi, in fin dei conti, sono qualcosa. Se non ci fossero leggi, tutto sarebbe lecito. Se tutto fosse lecito, nulla sarebbe proibito. Quindi, se non ci fosse nulla, nulla sarebbe proibito.
E dunque, se “nulla” è proibito, dev’esserci qualcosa. CVD.

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1. Davanti al mistero

Con l’anima esperta ch’arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade oltre il confine del cielo, di là dell’umano pensiero.
Alfred Tennyson, Ulisse

In tutta franchezza vi sconsiglio di cercare un motivo e una spiegazione a tutto […] Andare alla ricerca delle ragioni di ogni cosa è assai pericoloso e non genera che delusione e insoddisfazione, turba la mente e finisce per riempirci di infelicità.
Lettera della regina Vittoria a sua nipote, la principessa Vittoria di Hesse, 22 agosto 1883

[…] chi è stato il primo nell’universo prima che ci fosse qualcun altro che ha fatto tutto chi ah non lo sanno e nemmeno io […]
Monologo di Molly Bloom, Ulisse di James Joyce

Ricordo ancora bene il mio primo incontro con il mistero dell’esistenza. Erano gli inizi degli anni settanta, abitavo nella Virginia rurale e covavo un sacco di velleità da giovane ribelle. E da buon giovane aspirante ribelle avevo cominciato a interessarmi all’esistenzialismo, una filosofia che sembrava in grado di risolvere alcune mie insicurezze adolescenziali. O di nobilitarle, perlomeno. Un giorno, nella biblioteca della scuola, mi ritrovai a sfogliare un paio di bei mattoni: L’essere e il nulla di Sartre e l’Introduzione alla metafisica di Heidegger. Fu quest’ultimo, promettente già dal titolo, a mettermi senza troppi preamboli di fronte alla domanda Perché c’è qualcosa anziché il nulla? Un interrogativo così netto, puro e potente mi travolse. Era il perché assoluto, quello che si cela dietro ogni altro perché umano. Possibile che durante la mia vita (una vita intellettuale ancora breve, va detto) non mi ci fossi mai imbattuto? Qualcuno sostiene che la domanda Perché c’è qualcosa anziché il nulla? sia così profonda che soltanto un metafisico può concepirla e, allo stesso tempo, così semplice che può porsela soltanto un bambino. All’epoca delle mie prime letture ero ancora troppo giovane per essere un metafisico. Ma allora, perché da bambino mi era sfuggita? Con il senno di poi la risposta è ovvia: colpa dell’educazione religiosa che aveva soffocato la mia innata curiosità metafisica.
Sin dalla prima infanzia, tutti – mia madre, mio padre, le suore alle elementari, i francescani del convento sopra la collina – mi avevano spiegato che il mondo esiste per una ragione molto semplice: lo ha creato Dio dal nulla. Quanto alla ragione dell’esistenza di Dio, la spiegazione restava sempre un po’ vaga. A differenza del mondo finito che Egli ha creato, Dio è eterno. È anche onnipotente e infinitamente perfetto in ogni suo attributo. Perciò, in fondo, non è strettamente necessario che qualcuno ne spieghi l’esistenza. Se è onnipotente, può darsi che il primo passo verso l’esistenza l’abbia fatto da Sé. Per dirla in latino, Dio è causa sui.
Questa la versione che mi fecero imparare da piccolo, la stessa a cui oggi crede la stragrande maggioranza degli americani. Per questo tipo di fedeli non esiste alcun “mistero dell’esistenza”. Se chiediamo loro perché esiste l’universo, risponderanno che c’è perché l’ha creato Dio. E se chiediamo perché esiste Dio, la risposta dipenderà dal grado di raffinatezza teologica dell’interlocutore. Vi potranno dire che Dio è causa di se stesso, il fondamento del proprio essere, che esistere è un requisito necessario della Sua essenza. Oppure che se continuerete a fare queste empie domande brucerete all’inferno.
Ma supponiamo di porre gli stessi quesiti a un non credente. Sarà arduo ottenere una risposta che soddisfi appieno. I difensori della fede religiosa nelle attuali “controversie divine” sono soliti brandire il mistero dell’esistenza come un randello contro gli avversari neo-atei. Richard Dawkins, biologo evoluzionista e ateo militante, è stanco di sentir parlare di questo presunto mistero. «I miei amici teologi» dice Dawkins «sono tornati più volte sul punto che è più sensato postulare l’esistenza di qualcosa anziché del nulla.» Anche Christopher Hitchens, altro instancabile paladino dell’ateismo, si sentiva spesso rivolgere domande del genere. «Se non ammette che c’è un Dio, come spiega l’esistenza del mondo?» chiese a Hitchens un conduttore televisivo di destra, con una certa brutalità e fare un po’ borioso. La sua collega, il tipo “bionda belle gambe”, rilanciò: «Da dove viene l’universo? L’idea che tutto questo sia spuntato dal nulla… sembra sfidare la logica e la ragione. Cosa c’era prima del Big Bang?». E Hitchens: «Ah, non sa cosa darei per saperlo». Leggi tutto…

IL FALO’ DELLE NOVITÀ, di Stefano Bartezzaghi (un capitolo del libro)

faloIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un capitolo del libro “IL FALO’ DELLE NOVITÀ. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti” di Stefano Bartezzaghi (Utet, 2013)

[La scheda del libro]

Scintilla sul fondo grigio della vita ordinaria, sveglia che interrompe il torpore del pensiero, guizzo di fantasia nel realismo e incursione della realtà nella fantasia: la creatività è un concetto ammaliante e contraddittorio, divenuto ormai mitico, incrostato com’è dei nostri pregiudizi, sogni e velleità. Indefinibile, la creatività per alcuni si può soltanto mostrare. Stefano Bartezzaghi invece vuole dirne qualcosa e perciò ha ordito questo mosaico di riflessioni colte e divertenti, in cui ha radunato aforismi e inedite digressioni, tweet e interviste, letture e citazioni con cui ha dato la parola a “creativi” d’eccezione – da Zadie Smith a Fanny & Alexander, da Omero e Ovidio a David Foster Wallace – alternando teoria e letteratura, intrecciando la leggerezza di Calvino e l’inventiva di Munari, giocando. Ed è proprio un gioco collettivo a infiammare la miccia del Falò: più di cento tweet sulla creatività, raccolti, vagliati, dipanati da Bartezzaghi come fili di una matassa multicolore.

Affascinante quanto un enigma per solutori oltremodo esperti, la creatività si rivela così una macchina magica ma anche infida. Pare sfuggire a ogni logica per consolarci di un destino da carrieristi e consumisti, additandoci suggestivi e gratificanti orizzonti: ma essa stessa è, almeno in parte, un’illusione consumistica. Eppure la sua retorica e la sua mitologia parlano anche della necessità di saper sempre rinnovare il nostro sguardo sul mondo, sulle nostre abitudini e relazioni con gli altri, con un lampo di ironia e di straniamento, di riso e di eros, di divertimento, di gioco. Anche da un’illusione, se non la scambiamo per una magia vera e propria, si può infatti imparare qualcosa.

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Un capitolo del libro “IL FALO’ DELLE NOVITà. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti” di Stefano Bartezzaghi (Utet, 2013)

Dall’autore. Autobiografia di un testimone involontario

di Stefano Bartezzaghi

bartezzaghiÈ da molti anni che cerco di stare alla larga dalla creatività, e non ci riesco.
Sono nato e ho poi quasi sempre abitato a Milano, città che è tradizionalmente considerata la capitale italiana della creatività per la sua dedizione alla triade di pubblicità, moda, design, ma anche a diversi settori e discipline che con la creatività sono connessi: editoria, televisione, discografia, fotografia, architettura, marketing, servizi vari. Una Capitale Morale vera e propria. Quando non ho abitato a Milano è perché stavo studiando a Bologna, e mi è occorso negli anni immediatamente successivi (1981-1986) a quelli in cui, soprattutto a Bologna, era stato attivo un movimento sociale, politico e culturale che era dotato anche di una cospicua “ala creativa”. Studiavo fra le macerie morali e materiali lasciate da quel movimento (aveva anche un’efficiente ala “militare”) e dalla reazione che aveva provocato: devo aver capito allora che tra creatività e distruzione esistono rapporti non occasionali.
A volte ho l’impressione di non aver sentito parlare d’altro che di creatività, per tanto tempo. Ascoltavo free jazz, ed era l’epoca della creative music dell’Art Ensemble of Chicago, di Anthony Braxton e dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians); aprivo la Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari o Fantasia di Bruno Munari, e leggevo di creatività; studiavo semiotica e Umberto Eco a lezione parlava di metafore e di abduzioni creative; mi incuriosivo al gioco degli “ambigrammi” e scoprivo che Douglas Hofstadter lo considera come un campo privilegiato per lo studio della creatività; studiavo Noam Chomsky, e scoprivo che per lui la lingua rende possibile non una ma due forme di creatività. Nei paraggi nascevano scuole di scrittura creativa, ristoranti di cucina creativa, e (siamo ormai negli anni ottanta) l’Italia si gloriava della creatività delle sue produzioni, legando una certa forma (che si rivelò un po’ effimera) di sviluppo nazionale all’etichetta del “made in Italy”, oltre che alla crescita del settore dei “servizi”, e all’italianissimo (e spesso a sua volta loscamente creativo) fenomeno del “sommerso”. La nave, creativamente, andava. La creatività pareva essere estro artistico ma anche ingegnosa arte di arrangiarsi, industria ma anche negotium in una sua variante raffinata e up-to-date, strategia e stratagemma.
Era anche l’epoca in cui temi come il linguaggio, i giochi con il linguaggio, la letteratura si trasferivano dal settore ricreativo dei miei interessi a quello professionale. Io stesso mi sono sentito spesso apostrofare «Tu, che sei un creativo…», e ho anche ringraziato ogni volta perché sentivo che voleva essere un complimento. Dentro di me, però, ero perplesso. Possono esistere creativi pigri e abitudinari? Come è possibile che la creatività sia una dote apprezzatissima sia dall’industria sia da movimenti di opposizione radicale? Che rapporti intrattiene, precisamente, con l’arte, il talento, l’estro, la fantasia, l’immaginazione?
Il bello e il brutto della creatività si presentano già nella prima delle tante definizioni che incontreremo in questo libro:

La creatività? Non è facile definirla, ma è facile riconoscerla quando la incontri.

Tutti sanno che cosa sia la creatività, nessuno sa dirlo con precisione. Per trovarne una definizione esatta ed esauriente in senso tecnico non basta aprire un vocabolario: quelle che si trovano lì raccolte sono tautologiche («Capacità crea­tiva»), sfocate («Facoltà inventiva»), generiche («Capacità di produrre nuove idee, invenzioni, opere d’arte e simili»). A chi ne restasse insoddisfatto, non resta che prendere in considerazione le diverse accezioni del termine, le idee e le suggestioni che ha ispirato, i tentativi sistematici che su di esso sono stati fatti. Questo è proprio quanto io ho cercato, e a lungo, di evitare, con successo decrescente. Ho dichiarato la sconfitta definitiva accettando il gentile invito dell’Università Iulm di Milano a insegnare una materia chiamata Teorie della creatività. Teorie: al plurale, per fortuna.
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