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Posts Tagged ‘veronica tomassini’

VODKA SIBERIANA di Veronica Tomassini (recensione)

La rivoluzionaria “Vodka siberiana” di Veronica Tomassini

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di Daniela Sessa

Romanzo?
No, poesia.
Ma il verso, dov’è?
C’è: nel computo delle sillabe sgravate dall’ispirazione.
Fingiamo un dialogo: Fingiamo uno scambio di battute al termine della lettura di “Vodka siberiana” di Veronica Tomassini: banali domande e risposte puntute e perentorie. Facciamo finta che lei non ci ascolti. D’altronde perché dovrebbe farlo? La scrittrice è di quelle che rifugge le banalità e di questi tempi nel mondo della Letteratura già è un blasone. La scrittrice è un’irregolare: questo sì che è un blasone.  A volte il suo essere contro può apparire di maniera, ma è femminilità: parola bellissima. Bellissima se la sottrai al mainstream incattivito contro tutto ciò che è donna. O se la sottrai alla ferocia. Femminilità meno ferocia uguale purezza. Leggi tutto…

MAZZARRONA di Veronica Tomassini (recensione)

MAZZARRONA di Veronica Tomassini (Miraggi edizioni)

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La bohème guasta e innocente di “Mazzarrona”, il romanzo di Veronica Tomassini

di Daniela Sessa

Non c’è l’arte che fu lo sfondo alla malattia dei quattro giovani pucciniani. Qui c’è l’eroina. Non c’è nemmeno il fascino del quartiere latino di Parigi. Qui c’è una teoria di palazzoni di cemento del quartiere Mazzarrona di Siracusa. Ma di quel mondo sognatore e ribelle, senza acuti e con tanta disillusione, pare arrivare l’eco tra le pagine bellissime di “Mazzarrona”, l’ultimo romanzo di Veronica Tomassini. Sì, bellissime. Così sarà immediatamente chiaro il senso delle righe che seguono. Che vogliono essere non tanto una recensione quanto lo sguardo ammirato davanti a una scrittura vertiginosa e luminosa prestata a una storia di disagio, di paure, di lotte, di amore, di morte. Raccontato da Veronica Tomassini, quel quartiere – che a Siracusa rappresenta la periferia umana prima che urbana – imprigiona le esistenze fatali di un gruppo di ragazzi e le traduce in un’elegia d’amore e di amicizia. La voce dentro campo è quella di un’adolescente, io narrante di febbricitante dolcezza, consapevole della propria disarmonia di testa, di corpo, di vita, di ambiente, desiderosa di affetti sbagliati che possano inspiegabilmente risarcire il rifiuto di quelli corretti (ma corretti per chi? sbagliati per chi?). La voce fuori campo è quella delle lamiere contorte, delle carcasse di automobili, dei pneumatici abbandonati, delle facciate erose dei falansteri (tributo continuo al Buzzati di “Un amore”) a metà tra cemento e mare: è la voce di Mazzarrona. L’adolescente scontrosa e la periferia violenta inscenano il dramma ecolalico dell’imperfezione. Imperfetta è la liceale perbene, dalla sensibilità scontenta e dall’amore disperato per Massimo il tossico. Imperfetta nella sua sospensione tra espiazione e trasgressione. Lei che sa espiare (forse) ma che non sa trasgredire (forse). Imperfetta, nel senso più vero, è quella periferia, “una geografia di assenti”. Leggi tutto…

L’ALTRO ADDIO di Veronica Tomassini (recensione)

L'altro addio L’ALTRO ADDIO di Veronica Tomassini (Marsilio)

di Simona Lo Iacono

La testa era come quella di un neonato, venata di ciuffi e abbandonata sul seno di lei. E le mani la stringevano convulsamente, come se quella ragazza bella, aperta, calda di dolore, non fosse più, né mai fosse stata, l’amata, ma una genitrice che consolava e che tendeva le braccia. La più perfetta delle donne: una madre.
La valigia, poi, non tradiva neanche per un attimo il passato sventrato, le peregrinazioni stanche in cerca di lavoro e futuro, lo spaesamento che lo coglieva innanzi alle città nuove, la cui opulenza lo feriva.
Era piuttosto la valigia di un pellegrino, odorosa dei panni che lei aveva lavato e stirato con cura, da cui svaporava il sentore della lavanda e del pulito. Tra le poche cose che portava con sé c’era anche il rosario, la foto di Papa Wojtila, la Bibbia nella lingua dei padri: il polacco.
Masticarla e dirla, quella lingua, consolava ed alleviava lo sradicamento, lo restituiva all’origine, come se tornare a casa volesse dire, semplicemente, pregare il Dio dei morti con parole domestiche: un atto di tregua misericordioso e insondabile, simile a quello che proveniva dalle braccia aperte sulla croce.
Ma per il resto, la misericordia non era degli uomini, solo di lei, dello sguardo che sorvolava sulla sua imperfezione, sulle macerie. Perché proprio in quelle sbeccature, proprio in quella sua fragilità scomposta, lei trovava un motivo per amarlo. Leggi tutto…

SCRITTURE VERTICALI: Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini e la “linea siracusana”

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SCRITTURE VERTICALI.

SIMONA LO IACONO, VERONICA TOMASSINI

E LA ‘LINEA SIRACUSANA’

Nel suo denso e acuto saggio il semiologo Salvo Sequenzia ripercorre le esperienze letterarie delle scrittrici siracusane Simona Lo Iacono e Veronica Tomassini cogliendo la originalità e le componenti innovative delle loro opere rispetto ad un panorama letterario nazionale piatto e privo di autenticità.
Intrecciando un discorso critico che dall’Italia post unitaria sino al secondo Novecento vede la letteratura siciliana al centro di una complessa sintesi di opposizione e di dissidenza, da cui scaturisce l’originalità e la novità di linguaggi e di espressioni narrative, lo studio di Sequenzia individua una “linea siracusana” che trova nei romanzi della Lo Iacono e della Tomassini la propria felice definizione, per la capacità di rileggere, con sguardo disincantato e senza mistificazioni, le trasformazioni, i miti e i drammi della contemporaneità, assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.

di Salvo Sequenzia

Nel settembre del 2005 l’editore Avagliano di Roma dava alle stampe “Una Sicilia senza aranci”, un libro prezioso, prefato appassionatamente da Massimo Onofri, nel quale lo studioso Ivan Pupo ha raccolto, e salvato dall’oblio, gran parte del materiale inedito dello scrittore siciliano Giuseppe Antonio Borgese. Si tratta di un materiale vario e di grande interesse: carteggi, scritti d’occasione, appunti di viaggio.
Da questa densa nebulosa è emerso il testo di una conferenza tenuta da Borgese nel 1931 fra Catania e  Siracusa, poco prima di partire per il lungo esilio americano, che racchiude e,  in un certo senso, rivela la quintessenza del rapporto che ha ambiguamente legato l’autore di Rubè alla sua terra.
Un testo, questo, circondato da un’ aura leggendaria, di cui si sapeva quel poco che Vitaliano Brancati, testimone d’eccezione, aveva riferito scrivendo sul “Popolo di Sicilia” il 26 maggio 1931. Un testo che va allineato al famoso saggio che fece da introduzione al volume del “Touring Club Italiano” dedicato alla Sicilia, col suo memorabile incipit: «Un’isola non abbastanza isola».
«Una Sicilia senza aranci» è la formula felice usata da Giulio Caprin nel suo “Ricordo di Borgese” del 1958. Il testo della conferenza siracusana  fa luce definitivamente sul “discorso” ininterrotto che lo scrittore e critico polizzano ha fatto sull’ identità isolana, sulla sicilianità della sua stessa opera, sul rapporto fecondo coi suoi illustri conterranei, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, da Rosso di San Secondo a Giovanni Alfredo Cesareo. Una sicilianità, quella di Borgese, davvero sui generis: vissuta sotto una centrifuga spinta al Nord, che ha scongiurato la visceralità di un legame vissuto da altri scrittori isolani come croce e delizia, come alimento per la fantasia ma, anche, come gabbia asfissiante, vera e propria prigione del pensiero. Da qui deriva la particolare declinazione della “similitudine” che ha fatto di Borgese uno scrittore “cosmopolita”, refrattario alla retorica delle sirene dell’ Isola.
Il testo, tuttavia, si apre a ben altre letture, e ci illumina sul complesso e travagliato rapporto che il «divergente» Borgese ebbe nei confronti della propria scrittura e su  quella “linea di opposizione” della scrittura del Sud dell’Italia, lungo la quale si attestano voci singolari della nostra letteratura fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.
La narrativa siciliana, infatti, è la prima  non solo a misurare la distanza tra le speranze pre-unitarie e le delusioni successive al 1861, ma ad inaugurare una autentica “linea” letteraria di opposizione rispetto a come si è andata configurando l’Italia unita. Basta aprire le pagine dei romanzi di Verga, di De Roberto di Tomasi di Lampedusa e di Pirandello per comprendere facilmente i temi ed i motivi che fecondano una scrittura originale, nuova, critica e dissidente e che muovono questi autori a raccontare, per esempio, che cosa significhi l’Italia unita per le classi sociali più povere della Sicilia, come nel caso de I Malavoglia; o a pubblicare, come nel caso di Federico De Roberto, il primo romanzo politico dell’Italia unita, I Viceré, storia della famiglia nobiliare degli Uzeda tra il 1855 e il 1882, e che De Roberto, avrebbe poi  proseguito a raccontarne la storia nel romanzo intitolato L’Imperio, il primo romanzo che  inaugura la “letteratura parlamentare” nazionale, che si forma all’indomani dell’apertura del primo Parlamento unitario. Per non parlare di Pirandello, che pubblica uno dei romanzi meno conosciuti della nostra tradizione letteraria, I vecchi e i giovani, violento atto di accusa contro lo Stato unitario: un violento atto d’accusa lanciato, ancora una volta, dalla Sicilia.
Questa “linea di opposizione” al potere istituzionale e ai falsi miti sociali  che la storia, con le sue imposture  e le sue iniquità, perpetra ai danni degli individui, sarà l’eredità più tormentata e cogente che si consegnerà al secondo Novecento letterario siciliano ed alla pagine di altri «divergenti» come Fiore, Savarese, Ripellino, Pizzuto, Sciascia, Addamo, Consolo, Bufalino.
Da tale humus fertilissimo germoglieranno, in seguito, le interessanti e significative esperienze narrative di Livio Romano, Francesco Piccolo, Giulio Mozzi, Gaetano Cappelli, Antonio Pascale; e, più tardi, ai giorni nostri, quelle di Ottavio Cappellani, Salvatore  Scalia, Massimo Maugeri, Silvana La Spina, Silvana Grasso, Roberto Alaimo, Simona Lo Iacono, Veronica Tomassini.
Esperienze, queste ultime, che si muovono tra la contingenza del dato reale  e la capacità di trasfigurare tale dato in simbolo, in figura, in condizione universale: segnali vitalissimi, irriducibili ad ogni pretesa  di  categorizzazione; testimonianza di una “urgenza” conoscitiva e demistificante e di una talora  “impietosa” tensione gnoseologica, morale.
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