Archivio

Posts Tagged ‘vincenzo consolo’

L’ORA SOSPESA di Vincenzo Consolo (recensione)

“L’ORA SOSPESA e altri scritti per artisti” di Vincenzo Consolo (a cura di M. A. Cuevas – Le Farfalle edizioni)

[Leggi l’omaggio di Letteratitudine dedicato a Vincenzo Consolo]

 * * *

di Sebastiano Burgaretta

Quindi per gradi, per lenti processi discendiamo in spazi inusitati (dimenticammo l’ora, il punto del passaggio, la consistenza, la figura d’ogni altro; dimenticammo noi sopra la terra, di là della parete: al confine bevemmo il nostro lete). Ora, in questa luce nuova – privazione d’essa o luce stessa rovesciata, frantumo d’una lastra, rovinìo di superficie. Sfondo infinito, abissitade – in nuovi mondi o antichi, in luoghi ignoti risediamo. O ignote forme, presenze vaghe, febbrili assenze, noi aneliamo verso dimore perse, la fonte ove si bagna il passero, la quaglia, l’antica età sepolta, immemorabile.
E in questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccichìo di quell’oro, è possibile ancora la scansione, l’ordine, il racconto? È possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all’ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono?
E tuttavia per frasi monche, parole inadeguate, per accenni, allusioni, sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione[1].

Questa lunga citazione è l’incipit dello scritto che dà anche il titolo al libro L’ora sospesa, di Vincenzo Consolo, raccolta di articoli, brevi saggi, presentazioni di mostre curata con una sapiente scelta di testi, peraltro approvata e postillata negli ultimi suoi mesi di vita dallo scrittore di Sant’Agata Militello, dal critico e italianista spagnolo Miguel Ángel Cuevas. Questi ha arricchito il volume con un accurato apparato di note informative e critiche che colgono ed evidenziano il ruolo non secondario dei testi compresi nel volume, edito dalle edizioni Le Farfalle del poeta e raffinato editore Angelo Scandurra. Ho voluto riportarla, perché mi pare evidente che in essa risieda la cifra chiara, ineludibile non solo di questo libro ma anche dell’intero cammino letterario dello scrittore e narratore-poeta che è Consolo. Non si tratta, come potrebbe suggerire la tipologia specifica degli scritti, soltanto del tempo sospeso, dell’attimo necessario a catturare un’emozione, una sensazione da fermare con lo scatto della macchina fotografica o da dilatare col pennello su una tela. In essa è contenuta la metafora della ricerca continua che, fra tappe e soste, parola e afasia, luce e lutto, illusione e disinganno, lo scrittore e narratore ha svolto in ambito letterario con una rara e sofferta identificazione tra pagina e vita. Leggi tutto…

Annunci

25 anni dalla morte di LEONARDO SCIASCIA (un video)

Ricordiamo LEONARDO SCIASCIA a 25 anni dalla morte proponendo il seguente video (con la partecipazione di Vincenzo Consolo). Di seguito, alcuni approfondimenti…

 

 

Approfondimenti su: LetteratitudineBlog, Il Corriere della Sera (video: Camilleri ricorda Sciascia), Il Mattino, Panorama, Linkiesta
Leggi tutto…

L’UTOPIA DI VINCENZO CONSOLO

Ricordiamo lo scrittore Vincenzo Consolo (scomparso il 21 gennaio di due anni fa) pubblicando questo articolo inviatoci dal critico letterario Giuseppe Giglio.

Ne approfittiamo altresì per segnalare il post OMAGGIO A VINCENZO CONSOLO pubblicato su LetteratitudineBlog e ancora “aperto” per eventuali nuovi contributi

L’UTOPIA DI VINCENZO CONSOLO: ITACA SENZA PROCI

di Giuseppe Giglio

«La mia ideologia, o se volete la mia utopia, consiste nell’oppormi al potere, nel combattere con l’arma della scrittura – che è come la fionda di David, o meglio come la lancia di don Chisciotte – le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo». Così Vincenzo Consolo – l’ultimo dei tre grandi scrittori siciliani (insieme a Leonardo Sciascia, il suo maestro; e a Gesualdo Bufalino), scomparso il 21 gennaio 2012 – chiudeva quell’autobiografica intervista che è Fuga dall’Etna (1993), nel segno della responsabilità morale dello scrittore: che gli veniva dall’autore de I promessi sposi e della Storia della colonna infame. A lui che avrebbe cesellato l’epigrafe del suo ultimo romanzo, Lo spasimo di Palermo (1998), su queste parole di Prometeo: «Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore». A lui che (fin dal libro d’esordio del ’63: La ferita dell’aprile, dal titolo emblematico, e nel quale molto aveva creduto il grande Nicolò Gallo, sciamanico inventore di scrittori) aveva voluto essere narratore di memorie perdute, obbedendo ad una ferrea volontà di smascheramento delle imposture della storia e della politica. A lui che – oscillando tra Piccolo e Sciascia, Pasolini e Buttitta, e sulla scia del barocco Daniello Bartoli – quelle memorie ha sciolto nel canto della sua prosa razionalista e barocca, forgiata in una peculiare officina: dove, da finissimo artigiano qual era, in una sorta di felice complicità tra incanto e ragione, era scivolato  (da scrittore, più che da filologo) lungo l’antica e feconda verticalità della nostra lingua, tra le pieghe del dialetto, gli innesti stranieri, gli esempi letterari della tradizione. Per invenire parole ancora dotate di intrinseca purezza, ancora non consumate, non mercificate; e sedurre così verità nascoste, nel tentativo di restituire il senso delle azioni degli uomini.
E ne ha trovate tante, di parole, Consolo, nel corso di quell’indimenticabile viaggio che fino alla fine dei suoi giorni ha compiuto: a mostrare l’uomo continuamente oltraggiato e ferito, a dar corpo e sangue alle tante vite avvilite, mortificate, disfatte, dimenticate. Da infaticabile viandante sempre a disagio, che ogni tappa reinventava nel sortilegio di una narrazione originalissima, di un’irrinunciabile utopia. Da inquieto e letteratissimo Ulisse, che, dopo aver ascoltato, senza fermarsi, l’ennesima sirena, continuava a sognare un’Itaca senza Proci: per affidarla a quel brulichio di alchimie sintattiche, di fermentazioni lessicali, di eccitazioni prosodiche che è la sua scrittura. Nel segno di un abbandono al primato del giudizio conoscitivo e morale della letteratura, di quel «varco verso la genuina esperienza dell’esistenza umana», oltre e contro la lingua del potere, dei poteri, per dirla con Max Frisch (il grande narratore, diarista e drammaturgo svizzero). Una finzione, la letteratura, che smaschera altre finzioni. Una menzogna, avrebbe detto Manganelli, che inventa le verità che mancano alla realtà: laddove la scrittura diventa una «legittima difesa contro l’esperienza dell’impotenza», per citare ancora Frisch, che mai ha smesso di credere nel sogno, nell’utopia della letteratura, ovvero «l’utopia secondo la quale la condizione umana potrebbe essere diversa». E Consolo la sua menzogna, la sua utopia, le ha affidate ad una prosa che ha spesso i toni e la cadenza della tragedia; ad una «metrica della memoria» (come ha detto una volta lo stesso scrittore). Da cui non di rado affiora un ironico sottofondo: ora grottesco, ora parodistico.
Una metrica, una cantilena: piacevolmente udibile in un capolavoro come Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), o in Nottetempo, casa per casa (1988), che con Lo spasimo di Palermo forma una splendida trilogia romanzesca. Per non dire di Lunaria: una fiaba del 1985, che significò il rifiuto della forma romanzo: l’abbandono della storia per il mito, della prosa per la poesia. O di Retablo (1987) e di Le pietre di Pantalica (1988). Un romanzo ed un volume di racconti, questi ultimi: un viaggio fisico e insieme metafisico, per ridare un necessario ordine al caos. E ne Lo spasimo di Palermo (la vicenda di uno scrittore che rischia di non scrivere più, nell’Italia delle stragi di mafia), Consolo racconta il capitolo forse più vero e attuale del nostro Paese: che sempre di più somiglia a una sorta di «materno confessionale di assolvenza», in cui tanti fanno peccato, ma nessuno è colpevole. Sarebbe poi venuta quella straordinaria partitura di saggi – sui miti e le memorie del Mediterraneo, ma soprattutto sulla Sicilia e i suoi scrittori – che è Di qua dal faro (1999). Dopo – a parte due titoli, entrambi del 2009: Nerò metallicò. Un racconto con dodici finali (Gremese Editore) e Il corteo di Dioniso (La Lepre) – il silenzio: perché anche Consolo, come l’ultimo Sciascia, oramai temperava una matita dalla punta sempre più fine, ma che non scriveva più. È stato però un silenzio attivo, per così dire; che suonava (e suona) quale dolorosa, ineludibile denuncia della barbarie incalzante. Leggi tutto…

Vincenzo Consolo: la ferita che non guarisce

Vincenzo Consolo

In collegamento con il dibattito online su LetteratitudineBlog

Vincenzo Consolo:  la ferita che non guarisce

di Anna Vasta

A un anno dalla morte di Vincenzo Consolo, è ancora aperta quella “Ferita dell’aprile”,  libro d’esordio e di iniziazione (1963) a quel mestiere delle armi che è la letteratura e la vita che in essa prende forma e sostanza di verità, quasi a riparazione di  un suo trasformarsi  in altro da sé che ne amplifichi le potenzialità espressive.  Espressiva,  Consolo definisce la sua scrittura, distinguendola da quella  comunicativa  del realismo narrativo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo”- Evocativo  di suggestioni eliotiane – “Aprile dei mesi é il più crudele, col germogliare/lillà da desolate terre,/ mischiando memoria e desiderio/resuscitando/morte radici con pioggia di primavere”- La ferita dell’aprile mescola memoria e desiderio e rinverdisce morte radici. da una realtà  dura e desolata come zolle in inverno.
Leggi tutto…

ESERCIZI DI CRONACA, di Vincenzo Consolo

Esercizi di cronacaUn anno fa, il 21 gennaio 2012 è venuto a mancare Vincenzo Consolo.

In collegamento con il dibattito online su LetteratitudineBlog, segnaliamo il volume ESERCIZI DI CRONACA, di Vincenzo Consolo (Sellerio, 2013 – pagg. 243, euro 13, a cura di Salvatore Grassia – Prefazione di Salvatore Silvano Nigro)

Vincenzo Consolo è stato uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. È stato anche un grande giornalista. Dalla sua collaborazione con il rivoluzionario quotidiano siciliano «L’Ora», gli articoli di cronaca nera e inquietante, le inchieste sulla città e i suoi uffici e poi ancora interviste, questioni letterarie, recensioni, ma anche riflessioni civili. Un filo con la Sicilia che continua per moltissimi anni e che si alimenta, oltre che con i ritorni estivi nell’isola, proprio con queste cronache.

* * *

«La scrittura non cambia il mondo. Ma è una difesa contro la ferita dell’impotenza. Ne conviene anche Consolo che indossa la cronaca come un linguaggio diverso, moralmente e civilmente allarmato, che non si riconosce nelle narrazioni convenzionali, inadeguate al carico di pena e alle calligrafie del dolore di tante vite “deportate”: avvilite, mortificate, disfatte; dimenticate. Si inoltra nei dintorni oscuri e inospitali della città opulenta, nelle solitudini dei dormitori; si muove lungo gli orli sfumati della vita urbana. Incontra scelleraggine e sordidezza: fattacci di cronaca nera, tragedie familiari, speculazioni omicide. Ridiscende in Sicilia, nei paesi spogliati dall’emigrazione, a inventariare morti e rovine entro un panorama diroccato, abbandonato dallo Stato o affidato all’avidità degli esattori e alle politiche di tale o talaltro onorevole per nulla onorevole. Va per uffici anche. E raccoglie le voci tutte e le scalmane di un pazzo mondo di disservizi e disfunzioni: sgarbato e spiritato; e talmente compresso da sembrare invasato, e come in farsa». Salvatore S. Nigro analizza in questo modo lo stile narrativo di Consolo. E Vittorio Nisticò, direttore de «L’Ora» negli anni più gloriosi, offre questa testimonianza della sua maniera di essere giornalista: Leggi tutto…

Vincenzo Consolo. Esilio e radicamento – Lentini, 21.1.2013

Vincenzo Consolo - Lentini

Lunedì 21 gennaio 2013, presso il Cine teatro Odeon “Carlo Lo Presti” di Lentini, alle ore 10, avrà luogo il convegno sul tema “Vincenzo Consolo. Esilio e radicamento”, promosso dal Kiwanis International Club Lentini e dal Comune di Lentini. Proseguirà nel pomeriggio, alle ore 17, presso l’Aula consiliare del Comune di Lentini. Coordina i lavori: Sarah Zappulla Muscarà.
I Relatori saranno: Sebastiano Burgaretta, Enzo Papa, Domenico Seminerio, Alfio Siracusano.
Leggi tutto…

NATALE TEDESCO RICORDA VINCENZO CONSOLO

NATALE TEDESCO RICORDA VINCENZO CONSOLO

Vincenzo Consolo, l’irrequietudine e il sigillo della scrittura

di Natale Tedesco

Due sono gli elementi che in generale caratterizzano e qualificano l’elaborazione inventiva, l’opera, di Vincenzo Consolo: il legame con la tradizione letteraria dei grandi siciliani che ha rappresentato la condizione umana dell’isola come mondo, ma che con una costitutiva e persistente disposizione a riscrivere la storia della Sicilia e dell’Italia, cioè portando avanti una ricognizione del suo percorso civile e politico, finisce col delineare come una controstoria nazionale. L’altro elemento è quello di una peculiare formalizzazione della scrittura isolana, la cui forte originalità è soprattutto di carattere linguistico.
L’antico è per il nostro scrittore il ritrovamento della dimora isolana, come ancestralità storica e metastorica, che, sul piano individuale, vuol dire recuperare l’infanzia dei giardini messinesi, dei carbonari dei Nebrodi. Se è vero, come affermava Salvatore Battaglia, che “Il poeta, secondo il paradigma leopardiano, è un restauratore di antiche remote impressioni, idealità, fantasmi, in cui egli si rifugia per evitare la depressione della vita presente”, sembrerebbe che Consolo viva passionalmente questa condizione.
In tutta la produzione di Vincenzo Consolo di manifestazioni vigorosamente mitopoietiche ve ne sono tantissime. Anzi si può dire che l’aspetto più precipuo della sua formalizzazione è il raccontare creativo, questo riprendere miti ricreandoli.
Alla base di questa sua ricerca mitopoietica, certo, c’è un’opzione della positività umana, del vivere sociale che merita l’impegno civile del letterato, ma la maturazione di Consolo avviene tra rifiuto della letteratura che risulta nonostante le intenzioni, sempre esornativa, e fede nella scrittura che ripostula il mondo nel suo continuo inventare. Essa si colloca nell’alveo del rapporto fra tradizione e innovazione, tra norma ed eccezione. Non è paradossale per Consolo, come per tutti i siciliani, che nella superstite fedeltà alla norma l’eversione sposi uno sperimentalismo che invece di coniugarsi con l’avanguardia, la neo avanguardia, si muove nel solco di una tradizione che pure può stare stretta.
In Sicilia, nell’arte dei siciliani, la contemporaneità si sposa con la classicità, per cui avviene quel bipolarismo tra il presente che viene mitizzato, e il mito che viene reso contemporaneo. In questo ambito lo sperimentalismo si configura ed esercita come una costante attenzione a ricercare soluzioni formali nuove, per insoddisfazione dei vecchi statuti, ma nel suo tendere al nuovo vuole costruire.
La particolarità del rapporto che Consolo istituisce tra la sua effettuale vicenda biografica e la rappresentazione letteraria che ne dà, consiste nel fatto che tale vicenda piuttosto che essere, quasi ovviamente, deterministicamente ancorata ad una situazione storica – la nostra, terribile – risulta dolorosamente uncinata da questa. In ciò è da riconoscere la condizione di sofferenza che qualifica e fa vibrare esistenzialisticamente il lavoro dello scrittore contemporaneo. Nella misura di questa sofferenza e nella modalità di esitarla, di uscirne anche, liricamente, sta il significato complesso e complessivo dell’operazione scrittoria di Consolo, cioè della sua invenzione che si costruisce sempre più in grumi di dolore e di rifiuto. L’invettiva contro il presente storico insopportabile, si coniuga, anzi ha radice in un malessere esistenziale personale, tra perdita e assenza.
Ad ogni modo in Consolo la carta della letteratura si giuoca nell’irrequietudine e questa ha il suo sigillo nella scrittura mitopoietica.

Natale Tedesco

© Letteratitudine

Segui Letteratitudine Radio