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IL CONGIUNTIVO: QUESTO SCONOSCIUTO di Vincenzo Vitale

IL CONGIUNTIVO: QUESTO SCONOSCIUTO. Piccola apologia di un modo di pensare e di parlare” di Vincenzo Vitale (Algra editore)

Il volume sarà presentato venerdì 22 febbraio 2019, alle h. 18, presso la libreria Mondadori Bookstore di Piazza Roma, Catania. Con l’autore dialogherà Massimo Maugeri. Di seguito pubblichiamo l’introduzione.

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Introduzione

Questo volumetto nasce per puro caso, dalla curiosità dilettevole di chi scrive per i problemi posti dalla lingua e dal suo uso, per un verso, e dalla scienza linguistica di un raffinato studioso – come Salvatore Claudio Sgroi – per altro verso.
Sia chiaro. Sgroi non ha scritto una sola sillaba di questo testo, per cui ogni errore o mancanza va imputata soltanto a me.
Tuttavia, è innegabile che le mie brevi, e certo per nulla esaustive, riflessioni sul congiuntivo qui presentate, nascono da un confronto con le tesi che proprio sul congiuntivo sono state avanzate e promosse da questo studioso.
Non ho inteso – e non avrei potuto, stante il fatto che manco di qualunque competenza in senso strettamente linguistico – misurarmi con le tesi da lui propugnate sul suo terreno, quello cioè della scienza linguistica.
Ho semplicemente cercato, a partire dalla prospettiva di un normale parlante la propria lingua – e tuttavia all’uso di questa appassionato – di tematizzare alcuni problemi che mi pare nascano dalle principali tesi di Sgroi circa il congiuntivo e che forse possono tutti coagularsi nella tesi di fondo. Leggi tutto…

UNA METAREPLICA SUL CONGIUNTIVO

BREVE METAREPLICA A SALVATORE CLAUDIO SGROI (autore dell’articolo: A proposito della congiuntiv-ite)

di Vincenzo Vitale

congiuntivo   Nella sua replica alle mie note sul congiuntivo, accusandomi sapidamente di soffrire di una specifica ed incurabile patologia – la “congiuntiv-ite” – Sgroi mi attribuisce prerogative e capacità che evidentemente non mi appartengono.

In particolare, Sgroi afferma che la mia posizione sul congiuntivo “ignora i diritti e la volontà dei parlanti non omologati”, ispirandosi ad un insegnamento grammaticale prescrittivista, definibile perfino “nazi-grammar”, e tale che condurrebbe ad “accusare di essere falsi credenti quelli che credono all’indicativo”.

Insomma, secondo Sgroi, io – preda inconsapevole di un ingenuo prescrittivismo di matrice scolastica, impregnato di inguaribile logicismo – avrei affermato che il credente che usi l’indicativo in realtà non crede: così arrogandomi la singolarissima prerogativa di saper leggere nel cuore degli uomini ed anzi avendo reperito in tal modo una spia sicura – nella specie di natura grammaticale – della mancanza di fede di costui: salutiamo qui perciò la nascita imprevista di una grammatica addirittura teologica ( benché di una teologia negativa), se l’uso di un indicativo vien giudicato sufficiente a rivelare la mancanza di fede di chi vi ricorra. Leggi tutto…

A PROPOSITO DELLA CONGIUNTIV-ITE

congiuntivoReplica all’intervento di Vicenzo Vitale: “A proposito del congiuntivo

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di Salvatore Claudio Sgroi
(docente di Linguistica generale, Università degli studi di Catania, Dipartimento di Scienze Umanistiche)

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(1) Un intervento, quello del 1° febbraio in Letteratitudinenews (A proposito del congiuntivo), dell’avv. Vincenzo Vitale, ex-magistrato, traboccante di “pat(h)os” logicistico, e a un tempo, per dirla con Giorgio Pasquali, un caso di “congiuntiv-ite” (cronica).

(2.a) Fin dalle prime righe si legge infatti: «Se poi si tratti di affermazioni avanzate ed argomentate da uno studioso intelligente e sottile […] allora […] la riflessione diviene anche provocatoria».
All’orecchio di un parlante comune il congiuntivo il «tratti» stride per la sua artificialità anziché no, al posto del comune “tratta”. Scolasticamente un congiuntivo “errato”, ovvero un “iper-correttismo”.

(2.b) Proseguendo nella lettura ci si imbatte ancora in un periodo come: «Quanto sopra sostenuto trova una indiretta conferma se si sostituisca […] il congiuntivo all’indicativo […]». Anche qui il congiuntivo «sostituisca» al posto dell’indicativo “sostituisce” sembra innaturale, un altro “errore” o “ipercorrettismo”, laicamente spiegabile per l’analogia del “se” con “nel caso in cui si sostituisca” o con “qualora si sostituisca”. Leggi tutto…

A PROPOSITO DEL CONGIUNTIVO

LA   PROVA   (MEON)ONTOLOGICA   DELLA   INESISTENZA   DEL   CONGIUNTIVO   COME   MODALITA’   SEMANTICA :  UNA   CONFUTAZIONE FILOSOFICA.

karl-krausLa replica di Salvatore Claudio Sgroi è disponibile qui

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Chi non perdona al linguaggio, non perdona alla cosa
Karl Kraus, Detti e contraddetti

di Vincenzo Vitale

1)   Come è noto anche ai non esperti del settore, la linguistica rappresenta una forma di sapere tanto utile, quanto spesso intrigante: e massimamente allorché – come nel caso che subito si passerà ad esaminare – si mettano in discussione acquisizioni consolidate nella e dalla grammatica pedagogicamente intesa.

Se poi si tratti di affermazioni avanzate ed argomentate da uno studioso intelligente e sottile come Salvatore Claudio Sgroi, allora oltre che intrigante la riflessione diviene anche provocatoria e perciò divertente (nel senso etimologico del divertere).

Al di là di ogni possibile divertimento, credo però che gli argomenti di Sgroi vadano presi molto sul serio, per il semplice motivo che interpellano in profondità la coscienza linguistica di ciascuno.

Vediamo allora di confrontarci con alcune delle sue tesi principali espresse a proposito dell’uso del congiuntivo. Leggi tutto…

VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA

di Simona Lo Iacono

In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei.
Gli esseri viventi vennero invece plasmati dalla stessa terra in un secondo momento, e su di essa si aggiravano spaesati, errabondi, maldestri.
Era dunque necessario conferire loro facoltà adatte alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana contro le intemperie, la fame, la natura.
Purtroppo, la distribuzione venne fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, era dotato solo del senno del poi. E, giunto agli uomini nella sua elargizione di doni, si rese  conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa  – agli animali.
Gli uomini furono lasciati dunque indifesi, indeterminati, inadatti a padroneggiare il nuovo destino.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, tentò allora  di soccorrerli donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia).
E gli uomini svilupparono linguaggio, cultura, religione.
Ma nonostante ciò, essi vivevano ancora isolati e chiusi, incapaci di armonizzare le esigenze di ognuno con quelle degli altri.
Allora intervenne Zeus, e comprese che era loro necessario distribuire indistintamente aido e dike, pudore e giustizia, senza le quali nessuna creatura umana avrebbe potuto relazionarsi con l’altra.
Ecco.
Il mito spiega bene l’origine divina della giustizia. Una speciale elargizione del dio supremo, preposto alla cura dell’intero creato. Zeus in persona, e non Prometeo, pur animato dal suo ardore, o Epimeteo, pasticcione e improvvido. Ma colui a cui viene chiesta armonia, capacità di sintetizzare ogni singolo col tutto.
A questa origine trascendente della giustizia si rifà anche Vincenzo Vitale nel saggio “Diritto e letteratura, la giustizia narrata” (ed. Sugarco).
Un libro che è più di una profonda e commossa elaborazione filosofica del concetto di giustizia. Perché è un testo che invita alla riflessione su di essa quale condizione precedente al diritto, come a dire che senza la riscoperta del ceppo divino e necessario che ha consentito all’uomo di convivere con l’uomo, il diritto si svuota, non è che tecnica sopraffina priva di ansia e tormento per il giusto.
Senza giustizia, cioè, senza il suo anelito affamato e furibondo – il diritto perde la propria identità, il proprio senso, e anche la propria, sorgiva, funzione:colmare lo scarto tra aspirazione e realtà, sanare quella ferita sempre aperta tra essere e dover essere, recuperare, dunque, la sua vibrante e imprescindibile natura morale.
Per far questo l’autore propone un viaggio nei testi letterari, porge al giurista una strada insolita e fantasiosa per attingere al non detto, a ciò che, in sostanza, pur restando non codificato – in quanto asse portante  della norma – è, tuttavia, per  essa vitale. Recuperare quella smarrita pre-comprensione di ogni situazione giuridica, quella arcana e immateriale aspirazione che, pure, è il suo vero volto, la sua vera immagine: la vita che esige di essere ricomposta, l’uomo che implora di essere consolato, la paura che brama di trovare pace.
Tutte queste esigenze della giustizia sono state dimenticate nell’attuale momento storico. E il diritto aleggia come forma, si ingegna nei tecnicismi, presta attenzione smodata al particolare quando, come detto, il suo ceppo è universale. Non a un solo uomo, infatti Zeus donò dike, ma a tutti indistintamente.
Esaminando dunque alcuni tra i testi letterari più significativi e proponendo un viaggio tra i racconti di Heinrich von Kleist, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Robert Louis Stevenson, Andrè Gide – senza dimenticare i Vangeli di Matteo, Luca, Marco, Giovanni – Vincenzo Vitale spiega che la letteratura e il diritto si compenetrano non come due scienze, non come due tecniche, né come discipline pronte a spiegarsi l’una con l’altra. Ma come anime appassionate dell’uomo. Come specchi necessari della medesima e connaturata esigenza.

“Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta” (pag 43).

Chiedo quindi a Vincenzo Vitale – già magistrato (e amico di Leonardo Sciascia), docente presso l’università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri –  di spiegarci questa appartenenza necessaria tra diritto e letteratura, o – come dice benissimo nel suo saggio-  “palingenetica”.
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