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VLADIMIRO BOTTONE racconta VICARÌA

VLADIMIRO BOTTONE ci racconta il suo romanzo VICARÌA. Un’educazione napoletana” (Rizzoli). Il primo capitolo del libro è disponibile qui…

di Vladimiro Bottone

“Chi te l’ha fatto fare?”, mi sono chiesto a volte. In verità io non ho scelto un bel nulla. Ho scritto Vicarìa perché era destino che succedesse. Destino per me, considerata la forza e l’insistenza di certe mie ossessioni. Destino per la città in cui il romanzo è ambientato, visto che Napoli rappresentava l’unica metropoli europea di metà Ottocento a non aver originato un romanzo. Inevitabile che le spettasse finalmente il suo, prima o poi.
Ecco il punto: all’epoca Londra, San Pietroburgo, Parigi avevano saputo prendere forma in narrazioni degne di loro. La Napoli del primo Ottocento si era solo fatta raccontare, di riflesso, dal piccolo cabotaggio della letteratura granturismo, vale a dire del Grand Tour. Eppure, quanto a crudeltà e  popolosità, non le mancava nulla  rispetto alle coeve Londra, San Pietroburgo, Parigi. Nulla tranne un romanziere, s’intende. Arrivando io con centosettanta anni di ritardo i pericoli  consistevano: a) nel misurarsi con i colossi dell’età aurea del romanzo (e, dunque, non fallire semplicemente, ma fallire rovinosamente); 2) nel dare corpo ad un’opera ottocentesca, quindi in ritardo non solo rispetto alla comunità di scrittori e lettori, ma anche nei confronti dell’oggetto rappresentato, vale a dire Napoli.
Il primo pericolo ritengo sia stato scongiurato, purtroppo senza eccessivo merito personale. Ho infatti supplito alla mia limitata statura issandomi sulle spalle di giganti (è noto che un nano sulle spalle di colossi risulta lungimirante). Quanto al secondo punto critico, diciamo che ho cercato sì di dare vita ad un romanzo di ambizione ottocentesca minato, però, da una sensibilità novecentesca. Il che mi ha peraltro rivelato quanto Napoli, a distanza di quasi due secoli, rimanga nel fondo uguale a se stessa (da noi la storia somiglia tremendamente alla zoologia o alla botanica). Leggi tutto…

VICARÌA, di Vladimiro Bottone (un estratto del libro)

VicarìaPubblichiamo il primo capitolo del romanzo “VICARÌA. Un’educazione napoletana“, di Vladimiro Bottone (Rizzoli)

La scheda del libro
Una perpetua, quotidiana estrazione del Lotto, a Napoli. Buona sorte ogni tanto, mala sorte quasi sempre.

Napoli, 1841. Il giovane commissario Fiorilli ha appena preso servizio a Vicarìa, uno dei quartieri centrali più malfamati della città. Non ha ancora fatto l’abitudine al male che ne percorre le strade, quando si trova a dover indagare sulla scomparsa di un bambino, un orfano rinchiuso nel cosiddetto Albergo dei poveri. Il piccolo Antimo aveva cercato di scappare da quell’edificio opprimente – che i napoletani chiamano anche Reclusorio o Serraglio – autentica città nella città che ospita vecchi, donne perdute e soprattutto una spaventosa massa di bambini esposti a ogni genere di pericoli. È così che la tragica storia di Antimo si trasforma per Fiorilli in un’ossessione, una ricerca della verità che gli fa incontrare Emma, insegnante di musica al Reclusorio, bella e idealista, ma che lo getta in pasto a medici avidi di carne giovane, funzionari corrotti, camorristi e sbirri cresciuti nello stesso fango. Per questa umanità varia e disperata tutto ruota intorno al tribunale della Vicarìa, la prigione della città e anche il luogo dove si svolge l’evento che i napoletani aspettano ogni settimana come unica speranza di salvezza: l’estrazione del Regio Lotto. E qui Fiorilli scoprirà che la giustizia degli uomini, troppo spesso, è cieca. Proprio come la fortuna.

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Il primo capitolo del romanzo “VICARÌA. Un’educazione napoletana“, di Vladimiro Bottone (Rizzoli)

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