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Posts Tagged ‘Voland’

VALERIO AIOLLI racconta NERO ANANAS

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo NERO ANANAS (Voland)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Valerio Aiolli

Lo chiamavo “il romanzone”. Stava lì. In piccola parte steso su qualche decina di pagine. Virtuali, stampate, corrette, ristampate. In una parte un po’ più grande imprigionato in schemi cronologici e diacronici suddivisi in varie cartelle dai nomi strani. Stampati, corretti, ristampati… Stava in schede di personaggi, in ritagli di giornale. In pacchi di fogli alti trenta centimetri contenenti dispositivi di rinvio a giudizio o motivazioni di sentenze. Ma in gran parte, la parte assolutamente preponderante, stava nella mia testa. O nel mio cuore. O nel mio corpo. Insomma, dove stanno i romanzi quando esistono potenzialmente, come possibilità, ma ancora non sono stati scritti. E quindi, a pensarci meglio, è sbagliato dire che stava da qualche parte. Perché un romanzo esiste solo a partire dal momento in cui lo si scrive.
«Il concepimento è ben poca cosa in confronto al parto» ha scritto Philip Roth. «Intendo dire che, fino a quando non sono state assorbite in una strategia narrativa d’insieme, le mie “idee” […] non [sono] diverse da quelle di chiunque altro. Tutti hanno “idee” per romanzi, la metropolitana è piena di persone che si reggono alle maniglie rigirandosi per la testa idee per romanzi che non riusciranno mai a scrivere. Spesso anch’io sono una di loro».
Quindi per lunghi anni il romanzone “non stava” lì, mentre la strategia narrativa d’insieme che era necessaria a dargli vita veniva a poco a poco componendosi. Non riesco a contare le volte in cui ho pensato che non ce l’avrei mai fatta a finirlo. Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI racconta LO STESSO VENTO

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo LO STESSO VENTO (Voland)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Valerio Aiolli

ImmagineCi sono libri, anche corposi, che si scrivono in un soffio. A me capita di rado, ma è capitato. E altri, magari non lunghissimi, per i quali c’è bisogno di più tempo. A volte di molto tempo.
La prima cosa che si legge, aprendo Lo stesso vento, è una data: 23 dicembre 1999. È il momento in cui inizia la storia narrata nel libro, ma è anche il momento, più o meno, in cui il libro cominciò a essere scritto.
Nell’aprile di quell’anno era uscito il mio primo romanzo, Io e mio fratello. Raccontava, dal punto di vista e col linguaggio di un bambino di cinque anni, la vita e la morte all’interno di una famiglia fiorentina, afferrata e scossa dal boom economico degli anni ’60. C’erano personaggi immaginari, così come lo era parte della trama, ma non posso negare che quel libro avesse una forte radice autobiografica.
In quegli stessi mesi stavo scrivendo quello che sarebbe diventato il mio secondo romanzo, uscito poi due anni dopo: Luce profuga. Anche in questo caso, se l’intreccio e molti dei personaggi erano frutto di fantasia, l’ambiente fisico e sociale in cui era ambientata la storia li conoscevo bene per il fatto di viverci tutti i giorni, da più di dieci anni, nell’ambito del mio lavoro cosiddetto normale. E il protagonista aveva più di un aggancio con la mia persona.
Forse è inevitabile che sia così. Si scrive sempre di sé stessi, in qualche modo più o meno mascherato. Eppure in quel periodo sentivo la forte esigenza di staccarmi, dal punto di vista narrativo, da me. Volevo rendermi conto se fossi anche capace di raccontare storie e persone lontane dal mio mondo per estrazione sociale, esperienze, carattere, età, sesso.
L’occasione per far ciò mi venne offerta grazie a Laura Lombardi, un’amica storica dell’arte. Fu lei a chiamarmi e a chiedermi di partecipare con un racconto all’introduzione al catalogo di una mostra che avrebbe avuto luogo verso la fine di quel 1999 in una galleria di piazza Santa Croce, a Firenze.
Venni invitato allo studio del pittore, Gianni Cacciarini. Lo conobbi, mi furono mostrati i suoi quadri, fornite alcune fotografie che portai a casa. Leggi tutto…

MIRCEA CARTARESCU vince il PREMIO GREGOR VON REZZORI 2016

MIRCEA CARTARESCU vince il PREMIO GREGOR VON REZZORI 2016

È Mircea Cărtărescu con Abbacinante. Il corpoVoland, traduzione di Bruno Mazzoni –  il vincitore della decima edizione del Premio Gregor von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia.

Lo scrittore romeno è stato premiato ieri alla presenza del Sindaco di Firenze Dario Nardella. Ad annunciare il vincitore, nel corso di una cerimonia che si è svolta nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, la giuria composta da Ernesto Ferrero, Beatrice Monti della Corte, Edmund White, Alberto Manguel, Paolo Giordano e Andrea Bajani.

Questa la motivazione con cui la giuria ha assegnato il Premio a Mircea Cărtărescu Leggi tutto…

DEMETRIO PAOLIN racconta CONFORME ALLA GLORIA

DEMETRIO PAOLIN racconta CONFORME ALLA GLORIA (Voland) – tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Un estratto del libro è disponibile qui

di Demetrio Paolin

Raccontare la genesi di Conforme alla gloria (Voland) è una cosa un po’ più complicata di quanto s’immagini, perché implica raccontare la genesi di me come autore, come critico e come studioso. Un’opera di finzione come questo romanzo ha a che fare, infatti, con una serie incredibile di stratificazioni, medesime alle pareti di una grotta, che indicano le diverse ere e momenti in cui si è andata formando.

La prima cosa che colpisce, quando racconto il lavoro intorno al testo, è la lunga gestazione della scrittura: 8 anni.
Io di mestiere non sono uno scrittore. I miei rapporti con l’editoria o i giornali sono sporadici. Io nella vita lavoro, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì, presso una onlus, che si occupa di integrazione e aiuto verso gli stranieri. Detto altrimenti ho, dal lunedì al venerdì, le mattine libere. La mia scrittura, quindi, è legata al mattino, alla chiarezza dei giorni estivi o primaverili, alla penombra delle giornate autunnali e invernali.
Sto seduto al mio pc, come ora che scrivo questo e sono le ore 11.03 di un giorno qualunque, con davanti niente altro che uno specchio messo troppo in alto per riflettermi. La scrittura di Conforme alla gloria è avvenuta in questo modo, ogni giorno due o tre ore al massimo di scrittura e ri-scrittura; di studio delle fonti, di lavoro sugli archivi audio e video, di chiacchiere con gli amici che ne sapevano più di me. Non c’è nulla nel mio scrivere riconducibile a categorie quali “notturno, umbratile”, il mio atto creativo, se così si può dire, non è affetto da quel bukowskismo e maledettismo da tre soldi.
Io non scrivo di notte, non sono posseduto da una qualche forma di divina mania, di follia, ma molto semplicemente la mattina apro il pc e scrivo quello che devo (come è successo con questo pezzo: mi è stato chiesto di scrivere della genesi del romanzo e lo sto facendo). Io mi sento tipo un elettricista e quindi giudico il mio testo non dalla sua effettiva bellezza sulla pagina, ma dal suo “funzionare”: se l’immagine che volevo comunicare arriva al lettore allora sono soddisfatto altrimenti butto via.
Questa tensione alla “funzionalità” della pagina scritta è stata ancora più necessaria per questo romanzo. Infatti mi trovavo nella condizione di dover rendere comprensibile e comunicabile un sentimento come quello del male di sopravvivere molto complesso e che si prestava a derive estetizzanti che non volevo assolutamente perseguire. Leggi tutto…

MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA, di Elena Rževskaja (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA, di Elena Rževskaja (Voland traduzione di Daniela Di Sora)

Il libro
Mosca, ottobre 1941. Sono passati quattro mesi dall’attacco della Germania hitleriana all’URSS. Elena Rževskaja, ventiduenne, lascia la fabbrica di orologi dove lavora e si iscrive a un corso per interpreti militari. Inizia un’avventura che la porterà a diventare testimone attenta e partecipe della guerra, in un movimento continuo che attraverso cittadine e villaggi sconvolti dal conflitto la condurrà al fronte, e infine a Varsavia e a Berlino. Ed è qui, nel suo ruolo di interprete militare, che la giovane Elena si troverà nel maggio del ’45 al centro della misteriosa vicenda del riconoscimento del corpo carbonizzato di Hitler, di cui Stalin non informa neanche il maresciallo Žukov, comandante dell’Armata Rossa che entra vittoriosa in Berlino. E a questo punto il libro da avvincente narrazione diventa anche un ineludibile documento storico che contribuisce a chiarire una delle vicende più oscure della Seconda guerra mondiale.
Il libro è arricchito da un inserto fotografico con immagini d’epoca di proprietà dell’autrice.

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Un estratto del volume MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA, di Elena Rževskaja (Voland)

Notte a Berlino Leggi tutto…

RITRATTO DI MADRE, IN CORNICE AMERICANA – di MIKLÓS VAJDA (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo RITRATTO DI MADRE, IN CORNICE AMERICANA – di MIKLÓS VAJDA (Voland – traduzione di Andrea Rényi)

“… in verità non è possibile ricevere altrove quello che non abbiamo avuto dalle nostre madri, e nemmeno ciò che abbiamo avuto.”

Nella notte di Capodanno del 1956, una madre e un figlio sono costretti a separarsi da un destino imposto dal regime comunista ungherese. Le persecuzioni della dittatura – sfociate in due detenzioni – e i conflitti mondiali alle spalle spingono l’ormai ex aristocratica Judit Csernovics a inseguire la libertà fino in America. Ma il rovescio della medaglia è l’inevitabile distacco da Budapest e da suo figlio Miklós, intellettuale deciso a non abbandonare la patria in un momento tanto difficile. Una scrittura capace di comporre con eleganza le tristi vicissitudini familiari e uno spaccato fedele della recente storia ungherese, che evoca con delicatezza, rimpianto e immenso affetto la figura di una donna di alto rango ma dotata di uno spiccato senso pratico.

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Le prime pagine di RITRATTO DI MADRE, IN CORNICE AMERICANA – di MIKLÓS VAJDA (Voland) Leggi tutto…