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ABITUARSI ALLA FINE. Requiem per un uomo disperso – di Antonio Bastanza

maggio 21, 2014

ABITUARSI ALLA FINE – REQUIEM PER UN UOMO DISPERSO, di  Antonio Bastanza

Il Foglio Letterario, 2012

Intervista a cura di Claudio Morandini

 

“C’eravamo io e Leo e Leila e Paolo e tanti altri, c’erano Giulio Casale e Paolo Benvegnù con le chitarre, Emidio Clementi al basso e Manuel Agnelli alla voce. E c’era Lindo Ferretti a officiare messa davanti a una platea di freak e artisti di strada”.

Un uomo è in fuga dal suo lento mondo provinciale, dal dolore, dall’insoddisfazione, da quello che non c’è. Le uniche certezze da cui sente di poter ricominciare sono gli amici lontani. Così inizia il viaggio per “abituarsi alla fine” di una vita che sente fallimentare, un viaggio fatto di isolamento emotivo, lividi, soffitti sconosciuti, voglia di arrendersi – alla ricerca, forse, della rivelazione che quello che cerca, in fondo, è nascosto in ciò che crede di avere perduto.

 

Antonio Bastanza è nato a Cosenza nel 1975. Cura il blog piccolidisturbibipolari.tumblr.com e collabora con Mad Noises, collettivo artistico della sua città. “Abituarsi alla fine” è il suo primo romanzo.

 

CM – I capitoli di “Abituarsi alla fine” sono tracce, come in un CD, e ogni traccia è accompagnata da citazioni dei testi di canzoni emblematiche (per l’io narrante, e anche per te, immagino). Quanto ha contato la musica nella composizione del romanzo?

AB – Ne è parte integrante, oltre che fonte ispiratrice a tutto tondo. Le canzoni che vengono citate all’inizio di ogni capitolo sono strettamente legate alle parole del capitolo stesso, come ispirazione o come accompagnamento durante la scrittura. In realtà “Abituarsi alla fine” è la versione ultima di un’idea, quella di scrivere di musica senza dover parlare di musica in senso stretto, che mi accompagna da sempre. Mi spiego meglio: trattare di musica, intendendo con questo fare delle valutazioni che siano legate alla qualità della musica stessa, non è una cosa per tutti, credo debba essere lasciata a chi tecnicamente e culturalmente sa dell’argomento in questione più di un semplice ascoltatore. Scrivere di musica invece per me è scrivere di emozioni e idee, di immagini e di proiezioni della mente, di respiri e di gesti. Non è detto che, scrivendo di qualcosa ispiratomi da una canzone, io debba necessariamente comporre qualcosa di attinente alla canzone stessa. Per me conta molto di più l’empatia, le sensazioni che scaturiscono dall’ascolto di un pezzo, che apprezzare un assolo o un virtuosismo, dato che tecnicamente ne so ben poco e certe sfumature magari non so coglierle.

Mi piace anche l’idea che le canzoni che ho citato nel libro possano essere usate come una sorta di colonna sonora ideale, che non vuol essere l’unica possibile, perché è giusto che ognuno di noi possa costruirsi un accompagnamento adeguato ai propri gusti e magari agli stati d’animo che scaturiscono dal testo.

E poi, da maldestro aspirante bassista quale sono, ho sempre avuto il sogno di poter realizzare un disco, e “Abituarsi alla fine” in fondo è il disco che avrei registrato se ne fossi stato capace.

 

CM – Quanto ha contato nel creare quel tono particolare, quella prosa che spesso sembra un’estensione del testo di una canzone?

AB – Credo che sia scontato affermare che ognuno di noi ha uno o più riferimenti letterari. Ecco, l’autore che maggiormente mi ha influenzato è Emidio Clementi, scrittore ma principalmente voce e anima dei Massimo Volume. Avere Clementi come riferimento ha senza dubbio indirizzato il mio modo di scrivere in una certa maniera. Inoltre, sin da quando ero ragazzo, ho sempre preferito scrivere testi di canzoni piuttosto che poesie, come faceva la maggior parte dei miei coetanei aspiranti Baudelaire, per cui ogni cosa che componevo doveva necessariamente “suonar bene” con la musica che immaginavo nel momento in cui scrivevo. Ecco, quest’indole continua ad accompagnarmi ancora oggi, che si tratti di poesia o di prosa. Con la differenza che mentre nel primo caso mi viene maggiormente spontaneo immaginare sequenze musicali nuove, quando scrivo in prosa mi riesce più facile utilizzare la musica a cui penso o che ascolto come colonna sonora di ciò che scrivo. In questo senso devo ringraziare il mio editore, Gordiano Lupi, che, sin dalla prima lettura della bozza di “Abituarsi alla fine”, mi ha invitato a non modificare questo approccio alla scrittura e a pensare di realizzarne un reading, cosa che ho poi fatto, grazie alla collaborazione con Antonio Serra, voce e chitarra di “The Blast” col quale abbiamo realizzato il progetto “Piccoli Disturbi Bipolari”, che porta sul palco le canzoni di Antonio e i testi di “Abituarsi alla fine” .

 

CM – E che cosa può rappresentare la musica (l’ascolto, ma anche la pratica, l’esercizio della musica) per un giovane che vive in provincia?

AB – La musica è da sempre un elemento di vita potentissimo, un catalizzatore di incontri e di scambi culturali come pochi. Fino a qualche anno fa ci si trovava nei posti giusti, in particolare nei negozi di dischi, per scambiare opinioni, discutere e soprattutto ascoltare tutto quello che si riusciva a reperire. E quelli più in gamba magari decidevano anche di metter su una band che rispecchiasse i loro gusti. Quelli meno in gamba, come me, invece la musica preferivano diffonderla attraverso la radio, grazie all’esperienza illuminata delle radio libere. Ovviamente se questo circolo virtuoso era assai frequente nelle grandi città, assai di meno lo era in provincia, dove l’unico negozio di dischi che per scelta decideva di non mettere in vendita le compilation di Sanremo diventava una sorte di roccaforte del Rock. È evidente che oggi, grazie alla possibilità di accedere ai contenuti musicali di ogni parte del mondo, sia di gran lunga più facile ascoltare ogni genere di musica e l’interfaccia tra i fans diventa virtuale piuttosto che reale col risultato che quelle “magiche” interazioni faccia a faccia grazie alle quali nasceva su due piedi una band sono più rare, o forse solo meno spontanee. Ma tant’è.
CM – La musica è anche, nel libro, fatta dei luoghi in cui è nata, o dei miti geografici che continuano a alimentarla. Da qui la fuga, il viaggio verso spazi diversi e estranei.

AB – Credo sia normale per chi ama la musica cercarla nei luoghi e negli spazi in cui è nata. In parte è curiosità, quella voglia di capire il come e il dove, non potendo rivivere il quando. Non esiste più la Liverpool degli anni 60 o la California degli anni 70, la Manchester degli 80 o la Seattle dei 90, la Parigi del 1800 o la Vienna di fine 1700 ma esistono quei posti, magici e immutabili nel loro fascino. Non esistono più le condizioni che hanno generato la grandiosità della musica che amiamo e senza dubbio ogni nostro tentativo di avvicinarci ad essa, nei pellegrinaggi in questi posti, è effimero. Ma respirare l’aria, visitare o, ancor di più, vivere le città e i luoghi in cui certe opere sono state create credo abbia qualcosa di catartico e gioioso allo stesso tempo. È per questo che l’unica città in cui il protagonista nel suo peregrinare sceglie veramente di andare è quella Londra che a migliaia di km di distanza, considera come “Il posto”, “La città”. La Londra del Brit pop, del punk, dei Pink Floyd, di David Bowie, dei The Cure e, più in generale, di tutti i riferimenti musicali per lui più importanti. È una di quelle città che sentiamo nostre più di tanti posti in cui siamo stati, probabilmente perché la musica che amiamo veicola le emozioni che lì sono racchiuse. La scelta di Londra in particolare è legata a quella sensazione di essere a casa che ho avvertito la prima volta che sono uscito dalla stazione della metropolitana di Camden Town, che di tutta la capitale britannica è per me “Il posto”.

 

CM – Secondo te, sulla base della tua esperienza, in quali modi, in quali forme possono collaborare musica e narrativa, anche dal vivo? Che cosa l’una può dare all’altra?

AB – “Abituarsi alla fine” nasce con l’idea di diventare un reading, o probabilmente è un reading adattato a romanzo, dato che è pensato e scritto totalmente in musica. Per me è un processo quasi inevitabile, per la scrittura, partire o passare attraverso la musica, qualunque musica sia. Così come credo che il testo senza suono, di qualunque suono si tratti, perda forza o non acquisisca quel fascino di cui potrebbe essere capace. È chiaro che il mio modo di pensare è strettamente legato alle mie esperienze, al fatto che io ritenga immagini, parole e musica un continuum che nelle esibizioni dal vivo di “Piccoli Disturbi Bipolari” cerchiamo sempre di far coesistere. Mi piace in particolare che, dal vivo, la musica si adagi attorno alle parole, accompagnandole e creando attorno a loro una sorta di aura. Proprio per questo, in un contesto il più possibile organizzato, cerchiamo di dare spazio all’improvvisazione, ovviamente non tanto delle parole o del recitato ma soprattutto della musica che accompagna i miei testi e le canzoni di Antonio. La musica che accompagna i testi durante un reading deve essere il più possibile libera, in grado di scegliere la dimensione migliore, una sorta di relazione aperta tra due generatori di emozioni.

 

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